Estratto del documento

Educazione linguistica nella scuola primaria

Educazione linguistica nella scuola primaria è un titolo significativo della centralità di un’educazione linguistica, considerata come finalità comune a tutte le discipline d’insegnamento, che ha lo scopo di sensibilizzare precocemente alla pluralità di idiomi e di culture che caratterizzano la nostra società sempre più complessa e globalizzata.

Il quadro dell’educazione linguistica nella scuola primaria odierna si arricchisce di nuove interpretazioni plurilinguistiche e pluriculturali veicolate dalla storia personale e dalla cultura, spesso molto lontana da quella italiana, dei sempre più numerosi alunni immigrati non italofoni presenti nelle classi.

Il progetto di educazione linguistica nella scuola primaria è chiamato a rispondere alla richiesta di soddisfazione di nuovi saperi e di nuovi bisogni imposti dalla società moderna.

L'educazione linguistica

Il manifesto fondativo

Il manifesto fondativo dell’educazione linguistica, cioè il documento delle Dieci Tesi per un’educazione linguistica e democratica, esprime principi che mirano all’attuazione del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di lingua, razza, cultura e religione, sancito dall’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana. Il documento sprigiona tutta la sua attualità nel definire dettagliatamente un percorso di apprendimento/insegnamento che pratica l’uguaglianza nel riconoscimento della differenza.

Concetto di educazione linguistica

Il concetto di educazione linguistica, che irrompe con tutta la sua forza innovativa nel panorama scolastico già nel 1975, è messo in evidenza dalle numerose definizioni che di esso sono scaturite nell’ultimo trentennio. Per Tullio De Mauro, l’educazione linguistica è “educazione a ciò che nel nostro linguaggio e nella nostra lingua vive: le nostre storie e le altrui è operatività e prassi”.

Per Vedovelli, l’educazione linguistica riguarda più un concetto “integrato” di apprendimento/insegnamento dell’italiano L1 e L2, delle lingue straniere e classiche, di quelle minoritarie. Per Balboni, è “quella parte dell’educazione generale che include l’insegnamento dell’italiano come lingua nazionale, delle lingue materne diverse dall’italiano (dai dialetti alle lingue minoritarie), delle lingue straniere e di quelle classiche”.

Per Silvana Ferreri, l’educazione linguistica non è solo un “metodo” più efficace per insegnare la lingua, in essa rientrano “la lingua e al contempo l’individuo che la pone in essere, con la sua capacità di creare codici semiotici e di variarli adattandoli alle esigenze ambientali, storiche e culturali”.

Mete educative dell'educazione linguistica

  • Culturalizzazione: cioè la conoscenza e il rispetto di modelli culturali e valori di civiltà diversi. La culturalizzazione si articola in due processi diversi: inculturazione, relativa all’acquisizione dei modelli culturali della propria comunità; la finalità dell’inculturazione nella cultura materna è quella di raccordare ogni giovane individuo con la cultura di cui sta entrando a far parte (immigrati); acculturazione, relativa alle culture straniere.
  • Socializzazione: mira a permettere ad ogni individuo di entrare in contatto con i suoi simili.
  • Autopromozione: definita anche autorealizzazione, è la meta finale di ogni processo educativo. Una volta raggiunto un certo livello di culturalizzazione e di socializzazione, la persona può mirare alla propria autopromozione, cioè a realizzare il proprio progetto di vita avendo maggiore conoscenza del mondo e delle persone.

L’educazione linguistica deve dotare l’allievo di una competenza comunicativa nella lingua materna e nelle eventuali seconde lingue parlate nella sua comunità, tale da non impedire la sua promozione personale e sociale.

Per realizzare i suoi scopi, l’educazione linguistica deve fornire a tutti i mezzi per esercitare il diritto alla parola e per sentirsi cittadini attivi. L’educazione linguistica deve dirsi democratica per l’impegno che assume di offrire a tutti, senza distinzione, i mezzi per realizzare il diritto alla parola come parte integrante dei diritti di cittadinanza.

L’educazione linguistica persegue il miglioramento delle capacità socio-semiotiche e linguistico-culturali di bambini/e, ragazzi/e, nativi o immigrati di qualsiasi nazione, lingua, razza, religione, tutti non uno di meno. Una molteplicità di culture e di lingue sono entrate nella scuola: l’intercultura è già oggi il modello che permette a tutti i bambini e ai ragazzi il riconoscimento reciproco e dell’identità di ciascuno.

L’italiano è diventato la lingua comune di chi nasce e cresce in Italia, al di là della cittadinanza italiana o straniera. La complessità del processo di educazione linguistica è il risultato della molteplicità di dimensioni a cui tale processo deve far riferimento:

  • Dimensione neuropsicologica: l’acquisizione delle lingue è legata a precisi meccanismi neuropsicologici.
  • Dimensione linguistica e comunicativa, che varia a seconda del modo in cui si forgiano le dinamiche comunicative tra i diversi attori del processo glottodidattico.
  • Dimensione socio-culturale: la rilevanza importantissima data la presenza di alunni stranieri nelle classi.
  • Dimensione educativa, con riferimento sia a contesti formali che a contesti spontanei e informali di apprendimento linguistico.

Le dieci tesi per l'educazione linguistica democratica

Gli anni settanta sono gli anni di nascita dell’educazione linguistica che trova la sua condizione ideale di sviluppo nel GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), il Giscel nasce nel 1973. Il gruppo elabora un documento pubblicato nel 1975, il documento prende il nome di Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica.

L’importanza di questo manifesto fondativo risiede innanzitutto nel fatto che ha dato avvio a un nuovo modo di concepire l’insegnamento della lingua madre, delineando i presupposti teorici e le linee d’intervento dell’educazione linguistica in modo da poter attuare il principio dell’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di lingua, sancito nell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Le prime quattro tesi, quelle di importanza più generale, contengono importanti principi e sono così distinte:

  • La centralità del linguaggio verbale
  • Il suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale
  • Pluralità e complessità delle capacità linguistiche
  • I diritti linguistici nella Costituzione
  • Caratteri della pedagogia linguistica tradizionale
  • Inefficienza della pedagogia linguistica tradizionale
  • Limiti della pedagogia linguistica tradizionale

Chiudono il documento le tesi IX, incentrata sull’importanza di un nuovo curriculum per gli insegnanti impegnati in un’educazione linguistica democratica, e le tesi X sulle responsabilità della classe politica nel gestire l’opera di rinnovamento proposta.

Ovviamente, le Dieci Tesi non contengono cenni sui grandi mutamenti che, dopo la loro redazione, si sono sviluppati nella società e nel panorama dell’istruzione. De Mauro ha proposto di integrare il corpus delle Dieci Tesi con altre due tesi, l’undicesima tesi, che vaglia “un atteggiamento critico e consapevole verso il sistema dell’informazione”, da far maturare progressivamente grazie all’educazione linguistica, e la dodicesima tesi che nasce da un aspetto importante delle Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica ovvero dai profondi rapporti genetici tra il nostro essere fisico e biologico e le capacità simboliche e semiotiche, mettendo in risalto il nesso tra linguaggio e capacità tecniche.

Le competenze dell'educazione linguistica

Concetto di competenza comunicativa

Il concetto di competenza comunicativa, intesa come padronanza di più competenze, ossia la competenza linguistica, extralinguistica e socio-pragmatica. L’educazione linguistica individua mete glottodidattiche che si articolano in due campi: lo sviluppo della competenza comunicativa e lo sviluppo della competenza glottomatetica, cioè della capacità di apprendimento linguistico.

La nozione di competenze comunicative rimanda alla capacità di:

  • Sapere la lingua: qui il riferimento è ai codici linguistici alla competenza linguistica (testuale, fonologica, paralinguistica).
  • Saper fare con la lingua: che include la capacità pragmatica di comunicare in maniera adeguata al contesto sociale e culturale, altrimenti definita come competenza socio-pragmatica. La competenza socio-pragmatica è costituita da sei funzioni così distinte:
    • Funzione personale: la lingua viene usata per manifestare sentimenti, emozioni, impressioni, sensazioni.
    • Funzione interpersonale: la lingua viene usata per stabilire, mantenere o chiudere un rapporto di interazione sia orale che scritto (salutare).
    • Funzione regolativa - strumentale: la lingua viene usata per agire sugli altri per ottenere qualcosa, soddisfare le proprie necessità (dare consigli, ordini).
    • Funzione referenziale: la lingua viene usata per spiegare la realtà (descrivere cose, azioni).
    • Funzione metalinguistica: la lingua viene usata per riflettere sulla lingua stessa.
    • Funzione poetico - immaginativa: la lingua viene usata per produrre effetti ritmici, musicali, metafore.
  • Saper integrare la lingua: cioè padroneggiare quel complesso di codici che vengono usati insieme alla lingua per modificarne o sottolinearne alcuni significati: si tratta della competenza extralinguistica che comprende:
    • La competenza cinesica: riguarda la capacità di usare il linguaggio dei gesti, il linguaggio del viso e il linguaggio del corpo.
    • La competenza prossemica: riguarda la capacità di variare la propria posizione nello spazio e di modulare le distanze interpersonali quando parliamo con gli altri (vicinanza e contatto).
    • La competenza vestemica: rimanda al modo in cui possiamo comunicare attraverso l’abbigliamento.
    • La competenza oggettuale: rimanda al modo in cui possiamo comunicare attraverso gli oggetti.
  • Saper fare lingua: ossia la padronanza dei processi cognitivi, oltre che linguistici, che sottostanno alle abilità linguistiche.
    • Abilità ricettive: leggere, ascoltare.
    • Abilità produttive: parlare, scrivere.

Con le nuove tecnologie, si legge, si scrive, si ascolta, ma lo si fa in maniera totalmente nuova. È compito dell’educazione linguistica accogliere tale diversità, prendendo in considerazione tali tipi di linguaggi che, pur facilitando il flusso comunicativo, ne ampliano la complessità.

Per la lingua madre, per esempio, è ovvio che i bambini che cominciano la scuola primaria hanno già sviluppato un’adeguata competenza linguistica e comunicativa, per cui l’obiettivo di educazione linguistica sarà il miglioramento della competenza linguistica. Nel caso della lingua seconda, invece, l’obiettivo dell’educazione linguistica in termini di priorità di competenze da sviluppare, riguarderà in primis la competenza socio-pragmatica, poi la competenza linguistica e infine la competenza metalinguistica.

Allo stesso modo, il progetto di educazione linguistica riferito all’insegnamento della lingua straniera nella scuola primaria mirerà allo sviluppo della competenza linguistica e pragmatica, con un accento sulla competenza metalinguistica solo negli ultimi due anni della scuola primaria.

Il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue

Il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, QCER, è l’anello nuziale con cui l’educazione linguistica sposa il plurilinguismo. È un documento di politica linguistica pubblicato nel 2001, che offre una base comune per l’elaborazione di programmi di insegnamento/apprendimento/valutazione delle lingue vive in Europa.

Le caratteristiche peculiari del QCER si possono sintetizzare nei seguenti aggettivi:

  • Funzionale: ossia usabile per tutta la varietà di scopi previsti nel processo di insegnamento/apprendimento linguistico.
  • Flessibile: cioè adattabile per circostanze diverse.
  • Aperto: capace di ulteriori estensioni e perfezionamenti.
  • Dinamico: ossia in continua evoluzione.
  • User-friendly: facilmente usabile e comprensibile.

Le competenze definite dal QCEF sono:

  • Quella esistenziale (saper essere).
  • Quella dichiarativa (sapere).
  • L’abilità (saper fare).
  • L’abilità di apprendere e di relazionarsi all’altro.

Il QCEF presenta un vasto repertorio di descrittori delle competenze linguistiche sviluppate durante il percorso di apprendimento da colui che studia una lingua straniera. I descrittori delle scale di valutazione sono di tipo pragmatico, ossia definiscono che cosa un apprendente deve saper fare con la lingua, intesa come strumento concreto e dinamico volto a compiere azioni in un contesto di interazione comunicativa.

Questa rappresentazione “globale” dei descrittori dei sei livelli si presenta chiara, formulata in termini positivi rispetto alle competenze acquisite già a partire dai livelli più bassi. Accanto alla scala globale vi è una griglia di autovalutazione che mostra le principali categorie dell’uso linguistico in ciascuno dei sei livelli. La griglia di autovalutazione è suddivisa per le seguenti abilità: comprensione, a sua volta declinata in ascolto e lettura, parlato, ripartito in interazione e produzione orale, e infine scritto inteso come produzione scritta.

Questa griglia di autovalutazione è diventata una parte fondamentale del passaporto inserito nel Portfolio Europeo delle Lingue, documento ideato dal Consiglio d’Europa nel 2001 che raccoglie tutte le esperienze linguistiche e culturali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessica1806 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Di Matteo Agnese Carla.
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