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Riassunto Esame - Analisi e gestione dei rischi degli intermediari - Prof. Paola Leone

Sunti per l'esame di Analisi e gestione dei rischi degli intermediari, basati su appunti (sbobine) personali presi costantemente alle lezioni della prof. Leone e dei suoi collaboratori (Dott. Polimeni, Dott. Proietti) e su studio autonomo del testo consigliato dal docente.

1. Capital adequacy
- La funzione del capitale nelle banche e le diverse configurazioni - La regolamentazione del... Vedi di più

Esame di Analisi e gestione dei rischi degli intermediari dal corso del docente Prof. P. Leone

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coefficiente minimo obbligatorio, rappresenta un elemento di confronto che definisce le modalità con cui la banca

sceglie di definire il livello di rischio e redditività e di conseguenza di dimensionamento del patrimonio.

Limiti del CAR assunzione dei modelli, eventi estremi, vincoli esogeni

à

Approfondimento UNI Verona:

La quantità di capitale disponibile dovrebbe essere superiore all’importo di capitale posto a rischio (CaR).

Se il CaR è più elevato del capitale effettivamente disponibile occorre diminuire l’assunzione di rischio o,

alternativamente, procedere alla raccolta di nuovo capitale. Se il CaR è uguale al capitale disponibile si ha una

situazione ottimale nella quale la capacità di assumere rischio di un’istituzione creditizia è interamente utilizzata.

È da considerare che la misurazione del capitale a rischio è basata sull’adozione di alcune ipotesi che potrebbero

rivelarsi errate in corrispondenza di crisi di liquidità dei mercati, crisi recessive o altri episodi particolari.

Inoltre non si deve trascurare la presenza di coefficienti patrimoniali minimi obbligatori; in tal senso è stato

dimostrato che i vincoli di patrimonializzazione imposti dalle autorità di vigilanza sono, a parità di rischio assunto,

molto più stringenti del capitale a rischio che scaturisce dall’applicazione dei modelli interni di misurazione del

rischio.

Il patrimonio richiesto dalle autorità di vigilanza deve considerarsi come un minimo al di sotto del quale non è

possibile scendere, pena la necessità di ristrutturare le proprie attività e diminuire la redditività futura.

Una banca si troverà in una situazione ottimale se: CaR = VMP – Patrimonio minimo di vigilanza

Se il Car dovesse risultare superiore ci si troverebbe invece in una situazione di eccessiva assunzione di rischio

rispetto alle possibilità offerte dalla dotazione patrimoniale.

Se il Car dovesse risultare inferiore si potrebbe aumentare l’assunzione di rischio o restituire agli azionisti l’eccesso di

capitale mediante il pagamento di dividendi o operazioni di acquisto di azioni proprie.

Il problema posto è di capire quanto capitale devo detenere e quali sono i fattori che sono alla base della scelta del

grado di patrimonializzazione? Quanto capitale devo detenere?

Lo abbiamo detto quando abbiamo introdotto le varie funzioni del patrimonio, ci siamo dati delle finalità analizzando

le diverse funzioni, e rispetto a quelle posso individuare quanto è il capitale necessario.

Il quantum del capitale non è solo legato al rischio, il capitale mi serve per assorbire le perdite e per mantenere un

valore dell’attivo che sia tale da coprirmi il valore del passivo, e quindi la solvibilità; però il capitale serve anche a

sostenere lo sviluppo, serve anche quindi come vincolo posto dal testo unico bancario, mi consente anche di definire

le mie politiche di investimento. L’entità del free capital è data dal capitale a livello contabile meno gli investimenti, i

quali (come partecipazione, immobili ed altro) devono essere solo ed esclusivamente finanziati con il patrimonio,

con il capitale netto: l’authority mi dice che se vuoi sostenere una strategia di crescita attraverso un progetto di

diversificazione mediante acquisizione di partecipazioni, quello puoi realizzarlo solo nella misura in cui disponi di

patrimonio come risorsa destinata al finanziamento di questa crescita. Quindi il mio free capital, quel capitale che

posso utilizzare per gli elementi in eccesso, è dato dalla differenza tra il capitale che detengo ai fini contabili e gli

investimenti per le partecipazioni e quant’altro; e questa differenza posso utilizzarla all’interno delle aree di lucro

che intendo realizzare.

Esempio: Supponiamo di essere in presenza delle banche, che sono state in amministrazione straordinaria e che sono

state oggetto dell’avvio della procedura di risoluzione bancaria. Queste 4 banche nel momento che si sono trovate in

presenza di una riduzione del proprio patrimonio al di sotto dei coefficienti minimi obbligatori, a parte il discorso

della procedura di amministrazione straordinaria posta in essere e successivamente dell’applicazione della

procedura e del programma di risoluzione della crisi, una volta che queste banche si sono presentate con un

coefficiente minimo al di sotto di quello che era la richiesta stante la struttura dei loro rischi, hanno avuto problemi

di tipo reputazionale, ed un declassamento del reddito con un conseguente aumento del costo della raccolta sia sul

piano interbancario che su quello del debito. Gli effetti di non ottemperanza ai livelli minimi imposti, grava su quelle

che sono le politiche gestionali della banca.

Quindi noi non possiamo non tener conto del vincolo dei coefficienti patrimoniali in termini di perseguimento e

mantenimento del reddito, ma anche in termini reputazionali nei confronti del mercato.

Questi sono gli altri due effetti da dover tenere in considerazione:

Effetti reputazionali;

o Mantenimento della classe di rating a cui intendo appartenere.

o

Allora, quanto capitale devono detenere le banche?

La slide dice: “Il capitale della banca deve essere in grado di assorbire le perdite inattese derivanti dalla gestione, per

il manifestarsi degli effetti dei rischi sopportati sia in condizioni di ‘normalità’, sia in presenza di eventi altamente

improbabili dovuti al manifestarsi di gravi crisi di mercato, fallimento di importanti controparti, perdite derivanti da

inefficienza dei controlli interni, crash informatici, frode etc.

In più la quantità di capitale che devo detenere deve essere in grado di sostenere la crescita economica e lo sviluppo

della banca. Questi sono i parametri di riferimento che devo tenere in considerazioni ai fini di rispondere sulla

quantità di capitale che devo detenere.

Ai fini della quantificazione del capitale da detenere, devo tenere in considerazione anche i fattori che sono alla base

della scelta del livello di patrimonializzazione, cioè relativamente ai coefficienti patrimoniali: disposizioni di vigilanza,

i piani di sviluppo, il mercato dei capitali ed il rating.

Le domande poste sono: Quanto capitale? Quali fattori sono alla scelta del grado di patrimonializzazione?

Per la prima domanda, il capitale è legato alla copertura delle perdite inattese sia in ottica di gestione ordinaria sia in

ottica di copertura degli eventi estremi, ai fini della vigilanza e del perseguimento della stabilità.

Devo detenere un ammontare di capitale anche in relazione allo sviluppo della banca, e perciò non solo in relazioni

ai rischi assunti dalla banca.

L’altro quesito si riferisce ai fattori da dover prendere in considerazioni per la scelta del grado di

patrimonializzazione: è chiaro che ci troviamo in un trade-off tra rischio assunto e requisito patrimoniale come

vincolo imposto dall’authority di vigilanza in ottemperanza (nel rispetto) dei frameworks per l’adeguamento del

patrimonio. Proprio nell’ottica della definizione data di capitale, io devo detenere una quantità di capitale

considerando anche i piani di sviluppo, il mercato dei capitali, in quanto i miei piani di sviluppo sono legati ai livelli di

capitalizzazione in relazione alla stabilità dei mercati finanziari e devo considerare anche il livello di rating che

intendo detenere, in quanto vado, tramite questo, a definire una politica massiva dei tassi di interesse dal lato del

funding. Più aumenta il rischio emittente, a seguito dell’abbassamento del livello-classe di rating a cui appartiene la

banca, e più aumenta in costo del funding sia sull’interbancario sia nei confronti della clientela con cui intrattengo

rapporti di raccolta.

Abbiamo detto che, rispetto ai fattori che devo prendere in considerazione, il primo aspetto che devo considerare

sono i rischi che si configurano ed i requisiti patrimoniali che vengono richiesti dall’autorità di vigilanza,

corrispondenti al livello di rischio che la banca si assume. Per capire questa relazione devo far riferimento al

framework di Basilea nelle sue varie evoluzioni.

Cerchiamo di chiarire il concetto: Le due domande poste erano la quantità di capitale che debbo detenere, ed

abbiamo capito la quantità da che cosa dipende, quindi quali elementi devo prendere in considerazione; e quali

fattori devo tenere in considerazione al fine di definire il grado di patrimonializzazione della banca, tra i quali,

abbiamo focalizzato l’attenzione da una parte sul rischio che la banca configura, dall’altro lato i requisiti patrimoniali.

Per poter capire il livello di requisito patrimoniale, devo far riferimento al framework di Basilea 1, 2, 3 che poi troverà

ricevimento nelle varie circolari di Banca d‘Italia.

I concetti, alla fine si riconciliano, la differenza è l’approccio con cui stiamo affrontando questo concetto di grado di

patrimonializzazione in relazione ad una serie di elementi che noi dobbiamo prendere in considerazione ai fini del

dimensionamento del patrimonio.

Siamo partiti dalla teoria: cosa produce la banca, distinguendo tra banca retail e banca d’investimento; il modello

à

di business della banca, in qualche modo, è condizionante del livello di patrimonializzazione in quanto la banca retail

opera stabilmente nell’intermediazione, ed il processo di trasformazione della raccolta ed impieghi

nell’espletamento della funzione monetaria abbiamo detto che i debiti della banca sono debiti di funzionamento, e

su quel concetto di debiti di funzionamento di leva, abbiamo fatto delle riflessioni sulla possibilità di mutuare

concetti di finanza aziendale applicata alle imprese, alla banca, ed abbiamo visto che non è possibile, non abbiamo

una leva che ottimizza la dimensione tra patrimonio e livello di indebitamento, proprio perché i debiti della banca

sono debiti di funzionamento che partecipano al processo produttivo, quanto meno di quella banca retail (diverso

dalla banca corporate). A fronte di questi modelli noi abbiamo difficoltà di mutuare la teoria della finanza aziendale

(se esiste una dimensione ottima di patrimonio e quindi se esiste una leva massima per cui una banca si potrebbe

indebitare al fine di ottimizzare il suo trade-off tra patrimonio ed indebitamento, per la banca questo non è

replicabile).

Premesso questo ci siamo chiesti: esiste una quantità ottimale per la banca in termini di capitale? C’è una

à

dimensione ottima di capitale per la banca? Per capire se sussiste una dimensione ottima per la banca, abbiamo

cominciato ad analizzare quali sono le funzioni del capitale. Ne abbiamo analizzate diverse, ed attraverso le diverse

funzioni abbiamo cercato di capire che abbiamo diversi concetti di capitale che influiscono, di fatto, sulla quantità di

capitale da detenere, cioè mettendo insieme queste diverse definizioni (capitale contabile, CAR, di vigilanza), noi

possiamo dare una prima risposta del quesito posto; se non c’è una situazione di leverage, quanto capitale deve

detenere la banca? L’analisi fatta rispetto alle diverse definizioni di capitale ci ha portato a porre l’attenzione, in

pratica, ai fini della quantificazione del capitale da detenere, a quello che è il ruolo del capitale nella copertura del

rischio, a quello che è il ruolo del capitale per la sostenibilità dello sviluppo della banca. La quantità di capitale da

detenere deve essere tale da consentirmi di perseguire un trade-off tra rischio configurato e rendimento atteso, e

solvibilità nel rispetto di una normativa prudenziale che mi impone il rispetto di un requisito minimo patrimoniale

obbligatori. Questo è il perimetro che mi delimita la quantità di capitale da detenere.

Quali sono i fattori da prendere in esame per definire e determinare la quantità di capitale da detenere? Particolare

attenzione dobbiamo porla da un lato al rischio che configuriamo e dall’altro alle norme di vigilanza prudenziale, che

sono quelle che influiscono sulla determinazione del coefficiente minimo obbligatorio.

Tra i fattori enunciati, acquisiscono importanza i framework che riguardano il livello di patrimonializzazione a fronte

dei rischi bancari, l’adeguatezza del patrimonio a fronte dei rischi bancari.

Non in un’ottica aziendale, noi abbiamo studiato Basilea 1, Basilea 2 ed introdotto Basilea 3.

Banca come impresa, e questo è avvenuto con l’introduzione del TUB, e dall’accoglimento del modello di business di

banca universale; la banca in quanto impresa vede nella sua variabile strategica scarsa, il patrimonio, la grandezza

rilevante e significativa per il perseguimento delle condizioni di equilibrio. Questo concetto di impresa e di

adeguatezza, è il punto focale in cui si impunta l’evoluzione della vigilanza, dalla vigilanza strutturale che si

concentrava su vincoli che venivano imposti sulle poste di bilancio ai fini del raggiungimento di obiettivi di politica

monetaria, ad una vigilanza prudenziale che ha ravvisato nel patrimonio quella grandezza che consente di perseguire

obiettivi di stabilità del mercato, al fine di garantire la concorrenza delle banche sul mercato.

Stabilità e concorrenza vengono perseguite attraverso i frameworks di Basilea 1, 2 e 3 in relazione a quell’evoluzione

che questa normativa ha subito, a dispetto di una serie di eventi che ha determinato il cambiamento di questa

grandezza.

Gli accordi di Basilea sono stati firmati tra i governatori delle banche centrali; il comitato di Basilea è un comitato

composto dai governatori delle banche centrali dei maggiori Paesi industrializzati. A Basilea si trova la Banca dei

Regolamenti Internazionali, e presso questa banca si riuniscono i governatori delle banche centrali dei principali 10

Paesi industrializzati; questi 10 governatori sono coloro che hanno emanato i frameworks di Basilea 1, 2 e 3.

Il percorso evolutivo che è stato fatto, merita una riflessione: che rilevanza hanno questi framework definiti dai

governatori? Cerchiamo di capire che processo intercorre tra quando i governatori si incontrano, emanano questi

documenti e questi diventano vincolanti ed operativi per i 10 Paesi industrializzati di riferimento. Il framework

emanato dovrà essere recepito dai vari ordinamenti a livello di direttiva comunitaria (non è detto che tutti li

recepiscano nella stessa maniera).

Per esempio: I frameworks di Basilea 1, 2, 3 non sono stati applicati a tutto il sistema bancario, negli Stati Uniti sono

stati applicati solo alle banche che hanno un’attività internazionale, quelle che oggi chiamiamo banche rilevanti dal

punto di vista del rischio sistemico. Alle piccole banche degli USA non si applicano.

In Europa invece si è fatta una scelta diversa: nell’ottica del principio della proporzionalità, le direttive comunitarie

che hanno ricevuto i frameworks, in effetti, hanno trovato una piena estensione. A livello di direttiva, il recepimento

di Basilea, è una normativa, quella sul capitale, che ben si adatta sulle banche di grandi dimensioni, mentre meno su

quelle di piccole dimensioni. In Europa si è deciso che si può applicare su tutto il sistema bancario, sulla base del

principio della proporzionalità. (Ci ritorneremo sopra)

Noi abbiamo, dunque, due livelli: la direttiva ed il regolamento (le due forme normative a livello europeo), dove il

secondo è immediatamente operativo a livello di ordinamento di singolo Paese, senza un passaggio parlamentare;

mentre la direttiva ha un passaggio intermedio, in quanto accanto alla direttiva abbiamo l’emanazione di un

documento da parte della Banca Centrale del Paese e quindi nella trasformazione in legge di questa normativa (legge

di attuazione), che può anche essere demandata ad una normativa secondaria per quanto riguarda un impatto su

settori peculiari, come ad esempio la banca-assicurazione.

La cosa importante è che può esserci una differenza di recepimento dei vari frameworks che può portare ad una

differenza dell’applicazione e ad un livello di alterazione della concorrenza tra un sistema bancario ed un altro.

Questi frameworks oggi sono applicati anche in Africa, Australia e Cina, quindi abbiamo una forte convergenza, ma le

modalità di applicazione di fatto sono diverse, l’interpretazione ha portato ad una certa differenza.

Premesso questo, il framework di Basilea che concentra l’attenzione sul dimensionamento del patrimonio, si traduce

nell’emanazione di coefficienti patrimoniali, per favorire le condizioni di stabilità e solvibilità del mercato.

Volendo un po’ sintetizzare: laddove sono applicati in tutti gli ordinamenti questi coefficienti, non sono possibili

à

operazioni di arbitraggio, e quindi come finalità ultima il superamento di situazioni competitive (le posizioni di

arbitraggio sono tanto più possibili quanto le dimensioni della banca che opera in più Paesi sono maggiori).

Questo può favorire distorsioni competitive e riposizionamenti rispetto a quelle banche che operano in singolo Paesi.

Parlando di coefficienti, noi focalizziamo la nostra attenzione sul rapporto patrimonio di vigilanza su attività

ponderate per il rischio, e vedremo come si evolve. Questo rapporto ha bisogno, da una parte, di una chiave di

lettura della significatività della relazione, e dall’altra, vedremo come calcoliamo la ponderazione secondo quanto

riportato nei frameworks di Basilea 1, 2 e 3. Rischi 4 Lezione 09-03-2017

Torniamo agli aspetti che abbiamo introdotto sulla definizione del capitale: Abbiamo introdotto diverse accezioni,

capitale ai fini contabili, il capitale a rischio, il patrimonio di vigilanza, la capitalizzazione di borsa, il capitale esposto a

valore monetario.

Con riferimento all’introduzione fatta in relazione tra patrimonio di vigilanza e CaR andiamo ad approfondire tramite

il regolatore, nell’ambito del perimetro normativo, il concetto del patrimonio di vigilanza.

Dal punto di vista normativo, abbiamo sempre introdotto in precedenza, che il riferimento è rappresentato dal

framework di Basilea nelle sue varie evoluzioni. Abbiamo spiegato cos’è Basilea, la rilevanza che assume a livello

nazionale e internazionale, su questo documento della possibilità di vedere gli ambiti, gli ordinamenti nei vari paesi.

È stato prodotto a livello di Basilea un documento dal quale risulta il numero di paesi che attualmente adottano tali

standard, e si può dire che è abbastanza consistente la globalizzazione di questi standard. Quindi evidentemente è

un ritorno abbastanza diffuso nell’ambito della regolamentazione del capitale delle banche.

Vediamo di fare dei ragionamenti un po’ più articolati: l’introduzione dei coefficienti patrimoniali nasce da

un’esigenza di introdurre degli standard rispetto ai quali evidentemente a parità di rischio si definissero degli

assorbimenti di patrimonio messi dal punto di vista concorrenziale equo alla concorrenza delle banche del sistema e

di sistemi diversi. Il concetto di standard e il concetto di dimensionamento del patrimonio è stato il punto fondante

con il quale viene recuperato il concetto d’impresa, si ravvisasse e stante a diverse definizioni del patrimonio, una

ridefinizione del patrimonio, una rilevanza dello stesso, in termini di insolvibilità a copertura dei rischi che si vanno a

configurare con la banca.

Diciamo sostanzialmente che il punto di riferimento del coefficiente patrimoniale è dato dal patrimonio di vigilanza

rapportato dalle attività ponderate che deve essere maggiore o uguale all’8% PV > 8% dell’attivo ponderato.

à

Questo è il primo elemento su cui noi andiamo a confrontarci nel documento di Basilea1. Gli elementi presi in

considerazione: un primo elemento è il concetto di patrimonio di vigilanza nella sua accezione, non ci siamo

soffermati sulla composizione degli elementi che compongono il patrimonio di vigilanza; vi ho introdotto che

abbiamo più livelli di patrimonio, il tier1, il tier2, il tier3. Questi sono i 3 elementi che devo prendere in

considerazione ai fini della determinazione del patrimonio di vigilanza; mentre al denominatore nell’attivo

ponderato, noi facciamo riferimento al valore dell’esposizione da un lato, così come sono rappresentati in bilancio,

tenuti in considerazione i criteri che noi applichiamo per la rappresentatività delle poste in bilancio. Può essere il fair

value oggi o in passato poteva essere il valore compreso fa il costo storico e il valore di mercato. Questo valore viene

praticamente moltiplicato per una determinata percentuale che rappresenta il peso che viene attribuito in termini di

rischio a quella determinata esposizione. È evidente che in questo caso nella prima formulazione del coefficiente

patrimoniale si fa riferimento ad un unico tipo di rischio, il rischio di credito.

Conseguentemente la ponderazione richiama 4 tipologie di bouquet, si tratta praticamente di coefficienti di

ponderazione che tengono in considerazione 3 elementi:

• La liquidabilità dell’esposizione;

• La natura della controparte

• Paesi di residenza.

Quindi iniziamo dall’ultimo, i paesi di residenza hanno assunto una particolare rilevanza perché il discrimine che è

stato operato è se effettivamente quell’esposizione si riferisce a controparti, che sono residenti in paesi OCSE o non

OCSE. Quindi il fatto che trattasi di una banca, trattasi di un’impresa, quindi la controparte può essere un

intermediario o può essere un’impresa, evidentemente la rischiosità è diversa.

Quindi una banca che in pratica può essere appartenente ad un ordinamento bancario francese rispetto ad una

banca che è dell’ordinamento bancario cinese, almeno all’ 1988 che è l’epoca di emanazione del framework di

Basilea 1, aveva infatti indipendentemente dalla controparte, appartenenti a paese non OCSE, veniva trattato con

una rischiosità differente, massima per la banca cinese (non OCSE) ed evidentemente minima nei limiti e nei

coefficienti che venivano stabiliti, come il 20%, per la banca francese (OCSE). Effettivamente prescindeva dalla

rischiosità, cioè i criteri di liquidità, natura della controparte e paesi di residenza non erano criteri alquanto

sufficienti per discriminare la rischiosità, rispetto alla quale si richiedeva un livello di assorbimento differente.

Quando io ho parlato dei 4 bouquet, questi fanno riferimento a 3 aspetti, soprattutto la controparte; il fatto che

l’esposizione riferita a debito statale, noi ci riferiamo a crediti verso banche centrali, verso in pratica autority ma

anche esposizioni relative a titoli di stato, in questo caso per questa controparte si misurava un rischio pari a 0,

quindi la ponderazione nel caso di queste tipologie di controparti, è una ponderazione nulla, conseguentemente non

si richiedeva per queste controparti un assorbimento del patrimonio. La rischiosità si eleva quando considero banche

dei paesi OCSE, l’esposizione nei confronti di paesi di banche appartenenti a paesi OCSE è prevista una ponderazione

del 20%, ponderazione che aumenta al 50% laddove facciamo riferimento a esposizioni garantite da collaterali

rappresentati da ipoteche su immobili e viceversa il rischio diventa nell’ambito della ponderazione pari al 100% nel

caso che vado a far riferimento a imprese corporate e quindi la controparte è un’impresa.

Allora dallo stato, quindi esposizione in cui la controparte è l stato, il rischio è nullo e assume una ponderazione dello

0%, la ponderazione diventa massima nel caso di imprese che indipendentemente dal paese di residenza assumono

rischio massimo pari al 100%.

Capiamo che questo approccio, se da un lato estremamente interessante perché configura una prima introduzione di

coefficienti patrimoniali e quindi di assoggettare per controparti per residenza e liquidabilità ad un assorbimento di

patrimonio rispetto al rischio configurato è pur vero che erano delle maglie un po’ lasche.

Se noi facciamo in termini di assorbimenti del patrimonio, se noi ipotizziamo con quello che abbiamo detto in

riferimento ai bouquet, e diciamo che un rischio è pari allo 0% io mi trovo in un patrimonio di vigilanza maggiore-

uguale ad un attivo ponderato per l’8%, nel caso dei titoli di stato, la ponderazione dello 0% per cui assorbimento del

patrimonio è nullo, perché avrei il prodotto dell’8% per lo 0% perché il valore dell’esposizione viene annullato, per il

rischio nullo nel caso di queste tipologie di controparti. Nel caso che la controparte è una banca, la ponderazione è

del 20%, quindi io moltiplico 8*2=16, quindi l’assorbimento del patrimonio dell’esposizione pari a 100 è 1,6.

Così nel caso dei mutui del 50%, l’esposizione sarebbe uguale a 4 (8% x 50 che è l’esposizione già ponderata). Nel

caso di impresa l’assorbimento del patrimonio è pari a 8. (100 già ponderato x 8%)

Il problema è la ponderazione, che è una grandezza che misura il rischio, rispetto al quale vado a calcolare il valore

della mia esposizione, lo moltiplico per la ponderazione che è definita nel framework di Basilea 1 secondo i

coefficienti rappresentati sulla base dei bouquet indicati, che moltiplicato per l’8% mi dice quant’è l’ammontare del

patrimonio necessario per coprire quel determinata livello di rischiosità rappresentato da quella determinata

esposizione. Molto banalmente vi do dei numeri e fate dei ragionamenti secondo l’applicazione di Basilea1.

Supponiamo per semplificazione di far riferimento alla voce dell’attivo e ho delle controparti che possiamo

ipotizzare, titoli di stato, crediti nei confronti del corporate, possiamo considerare i crediti vs banche.

Tenuto presente che in questo momento mi trovo un tot. degli asset pari a 250.000, da qui vi dico il prodotto tra il

coefficiente di ponderazione per la rischiosità legata alla controparte legata e alla liquidabilità dello strumento

moltiplicato per il valore dell’esposizione è pari a 146250. Il patrimonio di vigilanza disponibile è 12500, quindi:

Esercizio 1

Attivo ponderato = 146250;

Patrimonio di vigilanza=12500;

Questa banca è adeguatamente capitalizzata? Coefficiente patrimonialeà (8*146250) /100 = 11700

Siccome il coefficiente patrimoniale è < del patrimonio di vigilanza, la banca è adeguatamente capitalizzata.

Esercizio2

L’attivo ponderato=160250;

Il patrimonio di vigilanza= 12500

Coefficiente patrimoniale /100= 13700

à(8*166250)

Siccome il coefficiente patrimoniale è > del patrimonio di vigilanza, la banca non è adeguatamente capitalizzata.

A parità di patrimonio di vigilanza abbiamo un attivo ponderato maggiore, dunque sicuramente assumiamo più rischi

Quali interventi dovremmo apportare? I coefficienti patrimoniali sono al di sotto alla disponibilità di vigilanza, nella

seconda ipotesi, quale azioni si può proporre? Si potrebbe assorbire il patrimonio, tale assorbimento di patrimonio

declina un aspetto particolare, cioè che accanto ad una maggiore rischiosità c’è anche una maggiore redditività, non

per tutti i rischi è possibile. Per esempio nei rischi operativi si definiscono solo perdite.

Nel caso in cui io ho considerato l’ipotesi di rischio di credito, è evidente che possiamo configurare che a fronte di

esposizione maggiore nei confronti del corporate ho una possibilità di incidere sugli spread, specie anche marginali

dei tassi di interesse e conseguentemente (siamo nel 1988) lavorare sulla parte alta del CE, aumentando la

profittabilità. Se io mi sposto, supponendo che c’è un’ipotesi anche nella struttura dei tassi di interesse in un trend

anomalo come quello dei giorni nostri, se mi sposto nell’ipotesi a fronte di minor assorbimento di patrimonio, è

evidente che ipotizzo anche una minore redditività, devo vedere se tutto ciò è compatibile con la strategia della

banca, quindi devo fare più ragionamenti.

In alternativa, quale potrebbe essere l’ipotesi? Potrei anche ricapitalizzare per assurdo, ma come? Ricapitalizzazione

tramite equity, posso incidere sul patrimonio di vigilanza. Ci sono spazi di arbitraggi con questi coefficienti

patrimoniali? Arbitraggio di che genere? Il discorso che sono un’impresa o una banca e che risiedo in un paese OCSE

o meno fa la differenza, conseguentemente di fronte ad un’esposizione che presenta diversi livelli di rischiosità

posso applicare uno stesso coefficiente di ponderazione con assorbimento di patrimonio analogo, ma in effetti un

assorbimento corrisponde ad una rischiosità diversa nei livelli di esposizione. Bisognerebbe fare delle riflessioni per

vedere che tipi di arbitraggio sono possibili ipotizzare rispetto ai quali evidentemente mi posso riposizionare su

esposizioni meno rischiose, ma di fatto nell’ambito delle possibilità di arbitraggio recuperare la mia redditività

riposizionandomi evidentemente, tenuto presente le ponderazioni in parola, supposizioni che possono generare una

maggiore redditività, un maggior spread e una maggiore profittabilità.

Abbiamo visto che effettivamente dal punto di vista “estetico”, siamo in grado di poter comparare l’assorbimento di

patrimonio in relazione alla rischiosità di portafoglio, è estetico perché di fatto le ponderazioni lasciano dei margini

molto alti di criticità che effettivamente non colgono la rischiosità che si va a configurare con la banca.

L’unica ipotesi di configurazione del rischio c’è l’ho con un operazione di mutuo, quelle che implicitamente hanno

una garanzia ipotecaria che di fatto viene considerata nella ponderazione, decurta il valore della ponderazione, ma

tutto il resto in termini di strumenti di mitigazione del rischio e di abbattimento del rischio di credito non sono presi

in considerazione, non sono presi in considerazione neanche i derivati nell’ambito del quale possono definire la

rischiosità nei confronti dello stesso emittente. I Credit default swap, che in qualche maniera sono strumenti che

possono essere replicabili, all’epoca neanche si configuravano sostanzialmente però è evidente che non vengono

considerati e conseguentemente neanche trattati ai fini della mitigazione dell’esposizione.

Vorrei fare altre osservazioni, più banali e più vicine a voi, quando si parla di titoli di stato, non si tiene in conto di

fatto della Duration effettiva di questi titoli, di fatto la liquidabilità sicuramente viene considerata, non posso non

prendere atto che un titolo di stato ha una liquidità sul secondario che prima della crisi del 2007 non certo si poteva

verificare per portafogli creditizi, veri e proprie assets non monetizzabili, però è evidente che all’interno dello stesso

titolo di stato posso avere Duration completamente diverse, un conto è una Duration prossima allo zero e un conto

una Duration di un titolo a lunga scadenza, è evidente che questo incide sulla rischiosità e redditività, elementi che

non sono presi in considerazione nelle ponderazioni, per cui se da un lato, sicuramente nel framework del 1988 ha

contributo significativo e rilevante, nell’ambito dell’introduzione di questi coefficienti a parità rischiosità di

portafoglio, pur tuttavia nella sua semplificazione è evidente che presentava delle grosse criticità che in qualche

maniera sono state oggetto poi di revisione nel framework di Basilea 2.

Cosa cambia in Basilea2? Siamo in Basilea 2.

Riprendiamo il nostro coefficiente patrimoniale, ritorniamo alla relazione primaria attivo ponderato maggiore uguale

³

all’ 8%. Coefficiente patrimoniale = PV/Ap 8%. Cosa cambia in Basilea 1 rispetto al framework di Basilea 2?

In riferimento a Basilea 2 abbiamo un primo pilastro che definisce determinate tipologie di rischio, il secondo pilastro

in qualche maniera fa riferimento alle normative sull’ ICAAP e SREP e il terzo pilastro è l’informazione al pubblico.

Ci stiamo soffermando in questo momento su un aspetto particolare che è il calcolo, l’assorbimento del patrimonio,

il coefficiente minimo che si applica soltanto sui rischi del primo pilastro. Conseguentemente per capire cosa cambia

al denominatore, devo capire quali sono i rischi che generano l’assorbimento del patrimonio.

Il numeratore è sempre il patrimonio di vigilanza: ³

Coefficiente patrimoniale = PV / (Ap+(R. Mercato + R. Operativo) *12.5) 8%.

à

Bisogna lavorare sull’8% PV = 8% dell’Ap*rischio credito + 8%*12,5(PV*RM+PV*RO).

à

12,5*8% mi deve dare il 100%. Questo 12,5 non è altro che un fattore correttivo, con il quale voglio ricondurre che

stante le modalità di calcolo dell’assorbimento patrimoniale io dico che effettivamente considero l’assorbimento

patrimoniale così come calcolato nel rispetto delle normative del framework di basilea2.

Ripetizione per chiarire meglio il concetto:

Nel primo pilastro, ovvero nel framework di Basilea 2, troviamo tre tipologie di rischio per la misurazione, ovvero 3

tipologie di rischio per il quale viene richiesto l’assorbimento di patrimonio, che non viene richiesto solo per il rischio

di credito come nel framework di Basilea 1, ma anche per il rischio di mercato e per il rischio operativo.

Con Basilea 2, il rapporto di calcolo del coefficiente patrimoniale non cambia, ma resta sempre:

³

patrimonio di vigilanza / attivo ponderato 8%, però in questo caso nel denominatore non posso considerare

soltanto il rischio di credito, (in quanto il patrimonio di vigilanza è considerato uguale all’8% del attivo ponderato,

che rappresenta l’esposizione relativa al rischio di credito) ma ora devo considerare anche il rischio di mercato e il

rischio operativo.

A prescindere dalle tecniche di misurazione che possono essere standard o possono essere modelli interni di calcolo,

la normativa di Basilea 2 dice che nell’applicare gli standard previsti per la misurazione del rischio si giunge ad una

determinazione che rappresenta l’ammontare di patrimonio che deve essere assorbito a fronte della misurazione del

patrimonio di vigilanza del rischio di mercato e a fronte dei rischi operativi; quindi la normativa dice che non si arriva

ad una ponderazione come per il rischio di credito, ma si arriva attraverso l’applicazione delle tecniche di

misurazione alla determinazione diretta dell’assorbimento di patrimonio, quindi attraverso queste tecniche si

determina direttamente l’assorbimento di patrimonio.

La formula diventa: ³

Patrimonio di vigilanza / (attivo ponderato + (pv*rischio di mercato + pv*rischio operativo) *12,5) 8%

di conseguenza:

à

Patrimonio di vigilanza = 8% dell’Attivo Ponderato*rischio Credito + 8%*12,5*(PV*R. Mercato + PV*R. Operativo)

Attraverso questa misurazione si determina automaticamente l’assorbimento di patrimonio e il patrimonio di

vigilanza riguardo il rischio di mercato e il patrimonio di vigilanza per il rischio operativo sono pari al 100%, e non all’

8% come per il rischio di credito, per questo moltiplico l’8% con una misura correttiva che è pari a 12.5.

Infine posiamo notare che, attraverso le normative di Basilea 2, la ponderazione del rischio di credito è cambiata, in

quanto non è soltanto riferita al metodo standard ma anche a modelli interni legati al rating, quindi, con

l’introduzione di quest’ultimi, la rischiosità per il calcolo del rischio di credito si modifica attraverso la ponderazione.

Il rischio di mercato è stato inserito nel framework del 1996, invece i rischi operativi sono stati inseriti

successivamente e con essi vennero inserite le modalità di determinazione dell’assorbimento di patrimonio ai fini del

rischio, su questo fronte troviamo complessità sia nella misurazione, sia di determinazione degli eventi, sia nel

calcolo del danno e quindi della perdita e soprattutto delle modalità di medicazione.

Ci sono 3 modalità di misurazione, che vedremo in seguito, che sono assimilate a determinate convenzioni con le

quali si determina l’assorbimento del patrimonio attraverso modelli interni.

Le autority, attraverso le loro direttive, non hanno imposto un modello di misurazione, ma hanno lasciato spazio

all’introduzione di modelli interni scelti da ogni banca, hanno però indicato gli standard, ovvero i coefficienti fittizi,

standard, (0%, 20%, 50%, 100%) con i quali si ipotizza un valore medio di rischiosità in relazione a tutte le banche.

Non è un valore che esprime effettivamente la rischiosità della banca. Conseguentemente la misurazione e

l’assorbimento del patrimonio viene calcolato sulla rischiosità effettiva relativa al fattore di rischio che si va a

calcolare, come rischio di mercato, di credito. I modelli di misurazione dei rischi adottati, non sono oggetto di

regolamentazione, ma l’adozione di modelli diversi, con algoritmi diversi, hanno determinato livelli di assorbimento

che non erano corrispondenti agli obbiettivi delle autorità, ossia la stabilità del mercato, ma soltanto corrispondenti

all’aspetto gestionale non nell’ottica della stabilità di mercato, ecco che in particolare con la crisi del 2007 il

patrimonio di vigilanza non è risultato adeguato e sufficiente per proseguire, in caso di eventi estremi, l’obiettivo

della stabilità di mercato voluto dall’autorità di vigilanza.

Il secondo pilastro non solo avvia questo processo di autovalutazione sull’adeguatezza del patrimonio, ma questo

processo viene effettuato in relazione non solo a quelle tre tipologie di rischio, rischio di credito, mercato e

operativo, ma prende in considerazione anche altre tipologie di rischi che possono essere misurabili o meno, ma che

richiedono comunque presidio in termini di monitoraggio e controllo come il rischio di liquidità, rischio di

cartolarizzazione e così via.

La cosa peculiare, e richiamo l’aspetto delle diverse configurazioni di capitale, riguarda una nota sempre del secondo

pilastro, che introduce tre tipologie di grandezza di riferimento al capitale:

• Capitale interno E’ il Car (capitale al rischio) ossia il fabbisogno di capitale relativo ad un determinato

à

rischio che la banca ritiene di coprire, per le perdite che eccedono il valore medio atteso; quindi il CaR è il

patrimonio che io destinerò alla copertura delle perdite, quindi la perdita massima probabile, indicata da

modelli interni, che eccede il valore medio atteso, dunque che eccede la perdita media attesa, infatti esso

copre la perdita massima probabile meno la perdita media attesa. Capitale interno = CaR

Capitale al rischio mi copre il valore eccedente la perdita media attesa.

Perdita media attesa viene contabilizzata in conto economico e l’eccedenza della perdita attesa, ovvero la

perdita inattesa, viene coperta con il CaR.

• Capital interno complessivo (detto anche capitale economico tendenziale) coincide con il CaR, inoltre

à

riguarda il capitale necessario per esigenze strategiche, come lo sviluppo economico, e la sostenibilità della

crescita.

• Capitale complessivo Rappresenta gli elementi che la banca ritiene che possono essere utilizzati a

à

copertura dei capitali precedenti (interno e interno complessivo), nonché rappresenta il patrimonio di

vigilanza. Ci arriveremo più in là.

Relativamente ai rischi:

• Rischi del primo pilastro:

1. Rischio di credito

2. Rischio di mercato

3. Rischio operativo

+

• Rischi del secondo pilastro

I rischi del primo pilastro (credito, mercato, operativi) dovranno essere coperti con il Capitale interno – CaR ed

eventualmente il CaR, a discrezione della banca, può essere utilizzato anche per i rischi del secondo pilastro.

Se noi andiamo a sommare al CaR, il capitale necessario per le esigenze strategiche, in pratica introduciamo una

nuova grandezza, che nel secondo pilastro viene definito come capitale interno complessivo (capitale economico

tendenziale).

Questi concetti hanno molta rilevanza nell’ambito di quella che è la gestione ottimale dei capiali.

à

In quanto non si tratta solo di un problema di dimensionamento del capitale e di composizione del capitale, ma c’è

un problema anche di gestione e allocazione ottimale del capitale.

Per questo bisogna considerare 3 aspetti del capital management:

1. Quanto capitale?

2. Con quali elementi del capitale vado a coprire il mio fabbisogno?

3. Come allocarlo in maniera ottimale?

(Possono essere 3 domande di esame)

È già stato accennato che l’ammontare del capitale in relazione ai rischi, allo sviluppo e alla crescita della banca, ha

un primo impatto sulla valutazione che viene fatta dal mercato in termini di rischio mittente, quindi in termini di PD,

ovvero quale è la probabilità di default rispetto a quel capitale che viene dato dal mercato alla banca, ed è un fattore

condizionante delle politiche di crescita della banca stessa, condizionante in primis del costo della raccolta della

banca stessa. Quindi leghiamo la quantità di patrimonio alla valutazione di rischiosità della banca, in termini di

rischiosità emittente della banca (controparte), e come abbiamo parlato del rating che è attribuito alla valutazione

del rischio di credito, troviamo inoltre un rating nel mercato unitario per la valutazione del rischio emittente o di

controparte dato a questa banca.

Il capitale è un elemento fondamentare per coprire i rischi della banca da cui derivano i profitti, ma anche le perdite

come nel caso di rischio operativo;

ma il capitale quando parliamo di allocazione del capitale si intende quanto capitale allocare al business A, al

business B, al business C…ecc., parlare di allocazione e sostenere un business rispetto all’altro significa parlare di

pricing rispetto al quale si definisce il profitto. Un pricing che non prende in considerazione l’elemento reddittività,

ma l’elemento rischiosità e quest’ultimo viene valutato in termini di assorbimento di patrimonio: per un determinato

rischio quanto patrimonio mi assorbe, ma qual è il livello di remunerazione che genererà attraverso la

determinazione della redditività di quel business?

In altri termini allocare il patrimonio significa attribuire virtualmente una certa quantità di patrimonio a un’unità di

business a fronte del rischio associato ad essa, per poi determinare il livello di redditività di rischio, ovvero di

redditività coperta dal rischio. Questo aspetto è particolarmente rilevante ai fini della prezzatura dei prodotti, infatti

il prezzo che si andrà a definire in termini di trade off, rischio-rendimento, considererà e assocerà il livello in

relazione al rischio e all’assorbimento di patrimonio che si viene a configurare su quella unità di business.

Il capitale interno non copre solo i rischi del primo pilastro, ma anche i rischi del secondo pilastro ovvero tutti quei

rischi che sono rilevanti e significativi nell’ambito del processo produttivo dei prodotti che vengono erogati dalla

banca e per i quali la banca ritiene di definire l’entità di assorbimento del patrimonio a copertura di essi.

Infine il patrimonio è importante per la determinazione delle strategie e per la sostenibilità di esse, che la banca

intende perseguire seguendo un suo orizzonte temporale predefinito.

Stiamo percorrendo una tracciabilità del framework di Basilea, per poter individuare l’evoluzione dei concetti di

patrimonio a livello di regolatore e conseguentemente il concetto di patrimonio come evoluzione per la banca.

Il passaggio importante che abbiamo con il framework di Basilea 3, richiede però prima una riflessione su come si è

arrivati a Basilea 3. Da una situazione di stabilità in cui sono stati inseriti i modelli, gli algoritmi scelti dei modelli

stessi, notiamo che effettivamente l’elemento di eventi estremi che ha determinato un grado di instabilità grave del

mercato che ha messo in crisi i modelli interni e che successivamente ha portato all’evoluzione del framework di

Basilea 2, è dovuta alla crisi finanziaria.

Dagli anni 2000 in avanti l’economia ha conosciuto un periodo di crescita economica, di bassi tassi di interesse e tassi

di crescita delle economie, siamo in un periodo con spread minimi e quindi il con il costo minimo della raccolta e

degli impieghi, ed in questo contesto gli elementi di fragilità sono:

• Leva finanziaria

• Banca caratterizzata da accordi con la clientela, sia corporate che retail, caratterizzati da elevati leverage

• Banca con disavanzo di Investimenti elevato, per molti paesi

Questa situazione di elevati leverage, di disavanzi elevati, banche con forti leverage, corporate con elevati leverage e

risparmiatori con elevati leverage, cosa determina?

Essendoci un forte indebitamento diventa sempre più rilevante il portafoglio crediti delle banche che aumenta, in

quanto l’indebitamento viene contratto nei confronti del sistema bancario, in particolare ad aumentare è il

portafoglio credito con collaterali, soprattutto dal rapporto retail, dando delle garanzie, non personali, ma

immobiliari. Questo eccesso di portafoglio porta un’immobilizzazione degli attivi delle banche e un’esigenza di

smobilizzo del portafoglio stesso, per questo esso verrà smobilizzato, ma in che modo? Sicuramente lo smobilizzo

trova la sua forma tipica nelle cartolarizzazioni, che sono estremamente positive perché rendono un assets

immobilizzato, un assets liquido. La cessione del portafoglio crediti attraverso la cartolarizzazione, ovvero la cessione

a una società veicolo che in pratica attraverso strutture di tranche, seniority mezzanine ed equity consentono

sostanzialmente di distinguere i livelli di rischio differenziati e conseguentemente il collocamento sul mercato a

fronte di questi titoli che verranno ripianati con i flussi in entrata dei portafogli.

Approfondimento Cartolarizzazione:

L’operazione di cartolarizzazione classica consiste nella cessione di crediti deteriorati da parte di un “originator”

(banca titolare degli impieghi) ad una società qualificata, chiamava SPV (special purpose vehicle). Questa SPV,

costituita ad hoc per la singola operazione, per finanziare l’acquisto di questi crediti che sta acquistando, raccoglie

fondi sul mercato dei capitali andando a convertire gli attivi che gli sono stati ceduti in titoli negoziali sul mercato,

chiamati Asset Backed Securities, ABS). Dunque la SPV emette titoli di debito chiamati ABS, che gli investitori

sottoscriveranno. In cambio gli investitori riceveranno nel tempo i flussi finanziari derivanti dall’incasso relativo agli

attivi cartolarizzati. (Obbligazioni emesse dalla SPV sono collegate all’attivo, ossia il rimborso del titolo è connesso

all’attivo cartolarizzato. Se l’attivo cartolarizzato generare flussi di cassa, allora questo titolo viene rimborsato.)

Dal momento che i crediti quindi il rischio di credito intrinseco è stato trasferito sugli investitori, eventuali mancati

rimborsi dei prestiti cartolarizzati da parte dei debitori, avranno impatti negativi sui sottoscrittori delle

ABS. (Cessione pro-soluto, con rischio accollato da chi compra, non pro-solvendo. Pro-soluto viene garantita

l’esistenza dei titoli ma non la solvibilità del creditore)

Generalmente sono emesse diverse classi di ABS: categorie con differenti gradi di subordinazione rispetto al

pagamento degli interessi e del capitale.

Senior: godono del maggior livello di copertura, ad essi è assegnato un diritto di priorità sul pagamento della quota

capitale e degli interessi.

Mezzanine: più rischiosi dei senior, intermedi.

Junior: sono subordinati nel pagamento sia degli interessi che della quota capitale, nel senso che saranno soddisfatti

soltanto se, nella misura in cui vi siano ancora flussi finanziari residuali, dopo aver soddisfatto i senior e i mezzanine

Prof:

Questo processo porta alla generazione della liquidità per le banche, perché a fronte della cessione ci sono nuove

entrate che consentirebbero di sostenere nuovi crediti in un’ottica di miglioramento di qualità di portafoglio; questo

effetto benefico è maggiormente accentuato per le banche di minore dimensione che presentano una forte

concentrazione di rischio nei portafogli e la cartolarizzazione consente di cedere una parte del portafoglio e di

emettere nuovi assets cartolarizzati, che consentono di diversificare in termini di business e in termini territoriali il

portafoglio, migliorando la qualità del portafoglio stesso.

Infine il beneficio dei modelli di cartolarizzazione riguarda la liquidabilità degli assets immobilizzati e la

diversificazione dei portafogli delle banche di minori dimensioni.

Il processo di cartolarizzazione tuttavia non avviene soltanto una volta, ma quando vengono strutturate le operazioni

di cartolarizzazione delle tranche (collochiamo nella tranche senior i crediti di alta qualità, nella trance mezzanine i

crediti che hanno qualità peggiore, ma sono di un rating medio alto e nelle equity quelle ad alto rischio), accade che i

titoli che vengono emessi a fronte di queste tranche non vengono collocati direttamente sul mercato, ma vengono

acquistati da altre banche. In particolare la trance equity viene acquistata a garanzia della qualità della

cartolarizzazione dalla stessa banca che ha ceduto il portafoglio, perché quando esse vengono sottoscritte dalla

banca, la cessione dà maggiore liquidità, ma non trasferisce il rischio, inoltre se non vengono collocati sul mercato,

ma vengono stanziati da altri investitori, ci sono società veicolo che prendono questi titoli della prima

cartolarizzazione e vanno ad avviare nuove cartolarizzazioni di questi titoli, configurando nuove trance senior,

mezzanine, equity e così via. Con esso si allontana sempre più la valutazione del merito creditizio e si configura

sempre più lo strumento di negoziazione, di mercato, ovvero uno strumento che viene negoziato sul mercato e

quindi trattato come uno strumento che genera rischio di mercato. (Tanti salsicciotti)

Promemoria EGB Basilea:

à

L’evoluzione della regolamentazione: Basilea I e Basilea II

Risale al 1988 il primo accordo sul capitale, denominato Basilea I, con il quale veniva fissato un ammontare del

patrimonio di vigilanza pari ad almeno l’8% delle esposizioni ponderate per il rischio di credito. Veniva dunque

introdotto un coefficiente di solvibilità che le singole banche dovevano rispettare.

(Con Basilea I esisteva una tabellina che diceva per ogni tipologia di esposizione quanto era il rischio connesso.

Significa che se la banca presta fondi ad una banca centrale (esempio banca d’Italia) il rischio era pari a zero. Se la

banca invece prestava soldi a una banca internazionale allora il rischio è 25%, per cui se la banca presta un milione di

euro a questa banca internazionale al denominatore occorre scrivere il 25% di un milione. Se invece la banca presta

soldi a un’altra banca autorizzata come lei (esempio Intesa che presta soldi a Unicredit) quel milione di euro che la

banca presta è valutato al 50% ai fini del denominatore.)

Nel 1993 vi è stato l’emendamento che ha introdotto anche un requisito ulteriore a fronte dei rischi di mercato.

Nel corso degli anni 2000, più precisamente nel 2004 viene definito il nuovo trattamento prudenziale dei rischi

creditizi, con Basilea II, la cui articolazione si contrappone al carattere relativamente semplice del precedente

accordo, e poggia su tre pilastri:

1. Definizione di presidi minimi di capitalizzazione;

2. Controllo prudenziale;

3. Disciplina di mercato;

La volontà delle autorità di vigilanza è di presidiare la rischiosità bancaria attraverso l’operato congiunto dei tre

pilastri:

1.Il primo pilastro prevede un requisito patrimoniale per il fronteggiamento non solo del rischio di credito, ma di

tutti i rischi tipici dell’attività finanziaria e bancaria, quindi di credito, di mercato e operativi. Vengono quindi definite

metodologie alternative di calcolo, caratterizzate da diversi livello di complessità soprattutto per la misurazione dei

rischi.

Le banche sono quindi tenute al rispetto costante di un patrimonio di vigilanza non inferiore al requisito

complessivo, dato dalla somma dei requisiti patrimoniale a fronte dei rischi che la banca corre, coefficiente che non

deve essere inferiore all’8%.

Per il rischio di credito, rappresentato dall’eventualità di perdita per inadempimento dei debitori, sono previste due

metodologie di calcolo del requisito di capitale:

- Metodo standard: evoluzione di Basile I, si fa ricordo al sistema di ratings espressi da agenzie riconosciute;

- Metodo dei ratings interni (IRB) distinto in IRB base ed avanzato, in cui le ponderazioni di rischio sono espresse in

funzione delle valutazioni che le banche effettuano internamente sui debitori.

Il requisito patrimoniale a fronte dei rischi di mercato mira a coprire le perdite derivanti dall’operatività su strumenti

finanziari, valute e merci. Anche qui vi è una duplice metodologia di calcolo:

- Metodo standard, fondata su un approccio a blocchi, secondo cui il requisito complessivo si ottiene come somma

dei blocchi di requisiti di capitale relativi alle singole tipologie di rischio

- Modelli interni, basati sul controllo quotidiano dell’esposizione al rischio.

La novità principale riguarda i requisiti per i rischi operativi, che intendono fronteggiare le perdite connesse

all’inadeguatezza o alla disfunzione di procedure, risorse umane, e sistemi interni, oltre che ad eventi esogeni.

(Rientrano in tale categoria di rischio le perdite derivanti da errori umani, frodi, catastrofi naturali. Tre sono le

metodologie per il calcolo del requisito patrimoniale per i rischi operativi:

- Metodo base, requisito ottenuto applicando il 15% alla media delle ultime tre osservazioni dell’indicatore del

volume di operatività aziendale, individuato nel margine di intermediazione

- Metodo standardizzato, che ripartisce l’attività bancaria in otto linee di business, con il requisito che è ottenuto

dalla media delle ultime tre osservazioni della somma dei margine di intermediazione di ogni linea di business,

ponderati in base a coefficienti regolamentari, che vanno dal 12% al 18%.

- Avanzato, requisito determinato sulla base di dati di perdita operativa e di altri elementi di valutazione raccolti ed

elaborati dalla banca.

2.I contenuti e gli obiettivi del secondo pilastro sono definiti dallo svolgimento dell’ICAAP (Internal Capital Adequacy

Assessment Process). Si tratta di un processo di valutazione effettuato dalla singola banca per verificare la propria

adeguatezza patrimoniale, attuale e prospettica, in relazione ai rischi rilevanti assunti e alle strategie aziendali.

Costituisce un’integrazione dell’ICAAP l’attività di verifica svolta dall’autorità di vigilanza, definita SREP (Supervisory

Review and Evaluation Process), attraverso cui viene formulato un giudizio complessivo sull’intermediario e se

necessario sono decise azioni correttive che l’intermediario deve intraprendere.

Sulla base dell’ICAAP dunque la banca determina, per importo e composizione, il capitale adeguato a fronteggiare

ogni tipologia di rischio nell’ambito di un autonoma valutazione dell’esposizione, attuale e prospettiva.

Il processo di autovalutazione che costituisce l’ICAAP si articola in diverse fasi:

- Individuazioni dei rischi da sottoporre a valutazione;

- Misurazione e valutazione dei singoli rischi e del relativo capitale interno (intero come fabbisogno

di capitale, relativo ad un certo rischio, che la banca ritiene necessario detenere per coprire eventuali perdite che

potranno scaturire dallo specifico rischio assunto e che potranno eccedere un dato livello atteso)

- Misurazione del capitale interno complessivo (capitale interno riferito a tutti i rischi rilevanti assunti dalla banca)

- Determinazione del capitale complessivo (indicano gli elementi patrimoniali che la banca ritiene possano essere

utilizzati come capitale interno e capitale interno complessivo) e riconciliazione con il patrimonio di vigilanza

L’ICAAP deve essere elaborato con periodicità annuale.

3.Con il terzo pilastro sono stati introdotti obblighi di informativa al pubblico in materia di adeguatezza patrimoniale,

esposizione ai rischi e relativi sistemi di controllo e gestione. L’intento di questo ultimo pilastro è quello di favorire

una più accurata valutazione della solidità patrimoniale ed esposizione ai rischi delle banche da parte degli operatori

di mercato

Basilea III

Un ulteriore evoluzione della vigilanza in materia di adeguatezza patrimoniale delle banche è rappresentato dai

documenti del Comitato di Basilea pubblicati nel Dicembre 2010 meglio noti come Basilea III, trattanti il

rafforzamento dei sistemi bancari, quindi misurazione, regolamentazione e monitoraggio del rischio di liquidita.

(Standard dettati da Basilea III adottati nel 2013 nell’UE)

A seguito della crisi finanziaria del 2007/2008 le autorità di vigilanza hanno avvertito l’esigenza di ripensare le regole

prudenziali, in modo da assicurare maggiore stabilita, solidità e trasparenza del sistema bancario. Insieme alla crisi,

concorrono alla rivisitazione del framework (struttura) di vigilanza anche alcuni limiti delle previgenti disposizioni

(Basilea II). Tra le ragioni che hanno spinto le autorità a definire un nuovo accordo sul capitale, in risposta alla crisi, è

possibile richiamare diversi profili dell’attività bancaria non adeguatamente considerati da Basilea II, quali il grado di

indebitamento degli intermediari, la sbilanciata composizione qualitativa e quantitativa del loro capitale, le

insufficienti dotazioni di liquidita, ed il non appropriato trattamento prudenziale dei rischi di mercato e di

controparte.

Si aggiungano a ciò gli effetti della pro ciclicità, ossia dell’amplificazione delle fluttuazioni del ciclo economico, con i

requisiti patrimoniali a fronte del rischio di credito basati sui ratings interni che diminuiscono in fase di crescita ed

aumentano in fase di recessione.

Sebbene l’avvio del nuovo impianto di Basilea sia stato previsto per il 2013/2014, molti requisiti saranno introdotti in

modo graduale, fino ad arrivare al 2019 quando probabilmente tutte le misure prudenziali saranno operative.

I contenuti del nuovo quadro normativo riguardano aspetti essenziali quali la qualità quantità del capitale richiesto

dalle autorità, il livello massimo di indebitamento delle banche e la gestione della liquidita. L’approccio ai 3 pilastri di

Basilea II viene mantenuto da Basilea III che tuttavia lo integra e lo rafforza per accrescere la qualità del capitale, per

introdurre strumenti di vigilanza anticiclici e norme sulla gestione del rischio di liquidita, oltre che sul contenimento

della leva finanziario.

- 1 Pilastro: Viene rafforzato attraverso più elevati requisiti di patrimonio. A fronte di più stringenti requisiti

patrimoniali, che riflettono meglio la rischiosità di alcune attività, viene data una definizione di patrimonio incentrata

sul common equity. Sono imposte riserve addizionali in funzioni di conversazione del capitale ed in funzione

anticiclica. Oltre ai requisiti patrimoniali è previsto un limite alla leva finanziaria. Sono introdotti sistemi di revisione

del rischio di liquidita, incentrati su un requisito di liquidita a breve termine (Liquidity Coverage Ratio) e su una

regola di equilibrio più a lungo termine (Net Stable Funding Ratio).

- 2 Pilastro: Viene attribuita crescente attenzione agli assetti di governo e al sistema di controllo interno, come

fattore determinante per la stabilita delle singole banche. Vengono rafforzati i requisiti regolamentari concernenti il

ruolo e la composizione degli organi di vertice.

- 3 Pilastro: Rivisto per introdurre nuovi requisiti di trasparenza, quindi maggiori informazioni sulla banca e sulle

modalità con cui calcola i ratios patrimoniali.

Riportiamo in sintesi i contenuti del nuovo framework normativo:

1) Regole sul capitale: A fronte dell’erosione del livello e della qualità del capitale bancario

manifestatasi con la crisi, le autorità hanno deciso di intervenire. Lo scopo di tale interventi è quello di favorire la

stabilità dell’aggregato patrimoniale e dunque la capacita di fronteggiare le perdite. Questo obiettivo viene

perseguito dunque mediante regole volte a:

a. Aumentare l’incidenza del capitale primario, Tier 1.

2) Buffers patrimoniali anticiclici: Gli assorbimenti di capitale fondati sull’uso dei ratings tendono a

diminuire nelle fasi di crescita economica e ad aumentare in quelle di recessione. E’ evidente che ciò è dovuto

all’aumento dei rischi che gravano sulle banche in fase di recessione.

In situazioni negative dell’economia, aumenta il rischio di credito, banche aumentano il costo del prestito, quindi

erogano meno credito, ed inoltre effettuano notevoli rettifiche. Ciò porta distorsioni nei rapporti banca-clientela, più

in generale banca-mercato.

Emerge quindi l’esigenza di rafforzare la solidità delle banche rispetto alle dinamiche pro-cicliche. Ciò ha portato

l’autorità di regolamentazione a prevedere l’imposizione di riserve di conservazione del capitale e riserve di capitale

anticicliche, riserve che vengono introdotto per assicurare che nei periodi di crescita venga accumulata una base di

capitale sufficiente a coprire le perdite nei periodi di recessione.

In particolare la riserva di conservazione del capitale, capital convervation buffer, è costituita da capitale primario ed

è pari al 2,5% per le attività ponderate per il rischio (RWA). In periodo economici positive le banche dovranno

accumulare riserve patrimonio in misura eccendente rispetto ai requisiti minimi, cosi da poter attingere durante le

fasi negative.

3) Indice di leva finanziaria: Uno dei tratti distintivi che hanno contribuito alla crisi è stato l’accumulo da parte delle

banche di un eccessivo grado di indebitamento, ovvero di leva finanziaria (indebitandosi emettendo proprie

obbligazioni sul mercato, o sull’interbancario).

Con Basilea III si è deciso di introdurre un limite all’indebitamento delle banche. Questo nuovo indice misura il livello

massimo di indebitamento che le banche potranno assumere.

Il Leverage ratio è costruito come il rapporto tra il patrimonio della banca, Tier 1, patrimonio di base, ed il totale

dell’attivo (uguale al passivo). Rapporto che deve trovarsi intorno al 3%.

Ciò significa che se abbiamo un capitale pari a 1, debito per 32,33 quindi un passivo/attivo pari a 33,3, il leverage

ratio sarà 3% circa. Ciò significa che l’indebitamento massimo per una banca equivale a 32,33 volte il suo patrimonio

di base.

4) Copertura rischi: La nuova disciplina sui rischi di controparte prevede intanto di incrementare la dotazione di

capitale a loro specifica copertura.

5) Standard di liquidita: La diffusa inadeguatezza di logiche per la gestione del rischio di liquidita ha spinto le autorità

a introdurre due requisiti chiave in materia di liquidita: un indicatore a breve termine ed uno strutturale di medio-

lungo periodo.

Rispettivamente troviamo il Liquidity Coverage Ratio (LCR) e il Net Stable Funding Ratio (NSFR).

Il rispetto del LCR richiede alla banca di detenere attività liquide tali da essere in grado di coprire i deflussi di liquidita

meno gli afflussi di liquidita. Lo scopo è quello di garantire che la banca disponga di livelli di riserve di liquidita che

possono essere adeguati per fronteggiare eventuali squilibri tra afflussi e deflussi di tesoreria (breve termine). Si

tratta di riserve che possono essere costituite da disponibilità liquide detenute presso la banca centrale, o attività

finanziarie che possano essere vendute sul mercato senza registrare eccessive perdite di valore.

Il NSFR è un indicatore di struttura finanziaria. La banca deve quindi porre in essere delle scelte di indebitamento che

siano in grado di sostenere adeguatamente nel tempo le scelte relative alle attività e passività. Il NSFR è un vincolo di

composizione della struttura finanziaria: le fonti di copertura devono essere superiori agli impieghi.

Rischi 5 Lezione 14-03-2017

Documenti per studio-esame: Su moodle troviamo il capitolo 3 ed il capitolo 11 che hanno ad oggetto il

capitale nelle sue diverse configurazioni, ed il capitale dal punto di vista del regolatore, e trovate anche la

circolare 285, in particolare il 15° aggiornamento, della quale dovete studiare la parte prima, titolo 3,

capitolo 1 e allegati. La circolare 285 è divisa in due parti uno la direttiva CRR e l’altra il procedimento del

regolamento. Nella parte in basso a destra trovate il riferimento perché non ha sequenzialità né di articoli

né di capitoli, bisogna guardare l’indice.

Inizio lezione:

La volta scorsa stavamo parlando dei presupposti che sono alla base della crisi finanziaria.

Abbiamo fatto un flash sul contesto macroeconomico, su un periodo di stabilità in cui si è trovato il sistema

produttivo ed economico in generale, al quale a fronte di una crescita si registravano tassi d’interesse

molto bassi e tassi di default o insolvenza molto contenuti. Però erano anche chiari gli elementi di fragilità

che si andavano rilevando, questi elementi di fragilità li ho rinvenuti nel forte indebitamento in cui

versavano sistematicamente il sistema produttivo, il sistema dell’intermediazione e gli stessi individui

consumatori/risparmiatori. Diciamo se uniamo anche il settore pubblico, il livello di leverage si presentava

nella fase della pre-crisi estremamente elevato.

In questo contesto il sistema bancario si era trovato nell’esigenza di fronteggiare alla richiesta sempre più

rilevante di credito, tenuto presente la forte crescita che aveva caratterizzato gli anni precedenti alla crisi.

La modalità con la quale le banche sopperivano a questa esigenza ha trovato, nello strumento delle

cartolarizzazioni dei propri portafogli creditizi, un elemento estremamente utile e proficuo per generare

liquidità e veicolare la liquidità stessa a copertura dei fabbisogni dei richiedenti credito.

Come vi ho detto questa situazione era estremamente positiva: la cartolarizzazione rappresenta un

operazione estremamente utile al sistema bancario e l’utilità si ravvisa, nel rendere una commodity degli

assets non liquidi, sostanzialmente con la cartolarizzazione vengono veicolati sul mercato ed attraverso un

operazione strutturata, una parte di questo portafoglio crediti viene data a garanzia di obbligazioni che

vengono emesse da società veicolo, e queste obbligazioni vengono stanziate presso investitori istituzionali,

contro valore delle stesse, in pratica genera liquidità per il sistema bancario.

Ma per le banche la cartolarizzazione rappresenta, anche per le piccole banche, rappresenta non solo un

volano attraverso il quale generare liquidità aggiuntiva, smobilizzando una parte dei propri portafogli, ma

rappresenta anche un volano con il quale attuare politiche di diversificazione del portafoglio; il problema

delle piccole banche concentrate soprattutto in determinate aree territoriali, in determinati settori, in

pratica attraverso la cartolarizzazione, consente di ridimensionare questa concentrazione e di avviare

questo processo.

Quindi effetti positivi, ma d’altra parte l’anomalia in cosa si è caratterizzata?

L’operazione in sé è buona, le modalità di applicazione sono il problema. La volta precedente infatti

dicemmo che l’anomalia non era tanto nell’operazione, del tipo di operazione, l’anomalia era che

gradualmente ma inesorabilmente si andava a cedere 80-90% del portafoglio crediti di una banca; è questa

la grande anomalia, è questo il preludio di una crisi, perché evidentemente questo tipo di cessione a fronte

di una pressione di domanda di credito, determinava una pressione nella offerta ossia nell’erogazione del

credito, una pressione che ha determinato un’esigenza di avere credito a garanzia di questa operazione di

“collateralizzazione”, che in qualche maniera è andato gradualmente a prescindere dalla valutazione del

merito creditizio.

In fondo le radici della crisi sono rinvenibili in una banalità estrema: la cattiva qualità del credito concesso,

la scarsa valutazione dell’affidabilità, del merito creditizio, di quegli indicatori che sono estremamente

significativi e rilevanti per conservare un portafoglio di buona qualità; l’aumento dell’offerta è stato

generato con una cattiva modalità di valutazione del merito creditizio.

Questa situazione ha determinato un circolo vizioso perché le richieste di credito, soprattutto per il

finanziamento dell’acquisto degli immobili, è avvenuto da un lato avviando un processo di surriscaldamento

del comparto edilizio, e soprattutto ad uso abitativo, dall’altro richieste sempre marcate di frange di

clientela non meritevoli di finanziamento, a fronte di una richiesta di garanzie per operazioni

collateralizzate come quelle delle cartolarizzazioni, richieste che venivano dal mercato sia dalle SPV sia da

altri intermediari.

Nel momento che si andava a cedere con questo tipo di operazioni, il portafoglio di crediti veniva ceduto ad

una SPV, nel frattempo una parte di attori specializzati operavano nel suddividere o articolare questo

portafoglio in base alla rischiosità così detto in tranche, queste tranche erano, senior, mezzanine ed equity.

La differenza fra le tre era il livello di rischiosità: l’equity era il portafoglio maggiormente rischioso, il senior

il portafoglio meno rischioso, con il più alto livello rating.

Era emesso in quel frangente che per dare figura al mercato sulla bontà delle operazioni di cartolarizzazione

che venivano avviate da grandi banche, l’equity non veniva stanziato direttamente sul mercato, ma veniva

stanziato e allocato presso le stesse banche che in pratica facevano ricorso ad operazioni di

cartolarizzazione. Sul mercato in sostanza venivano allocati titoli garantiti da collaterali rappresentati da

prestiti senior e mezzanine, l’equity veniva riacquistato di fatto, veniva mantenuto nel portafoglio della

banca. La distinzione di queste tre tranche aveva una certa finalità ovvero laddove il rischio si fosse

manifestato, e fossimo in presenza di insolvenza, le perdite da essa generate vengono totalmente attribuite

alla tranche cominciando dalla tranche più rischiosa, quindi le perdite decurtano il valore in sostanza delle

obbligazioni che sono emesse nella tranche dell’equity. Se il livello delle perdite non trova copertura nella

tranche dell’equity le perdite andranno ad assorbire la tranche mezzanine, è palese che quando si è fatto

ricorso a queste emissioni, nulla faceva ipotizzare che le perdite si sarebbero abbattute anche sul valore

delle tranche senior, perché erano quelle caratterizzate da assenza di rischio perché collateralizzate da

crediti non rischiosi con rating di alta fascia.

Il problema è che l’inversione di tendenza congiunturale, scandita da un rialzo dei tassi d’interesse, ma

soprattutto dall’attesa scoppio della bolla sugli immobili, ha determinato effettivamente un ‘anomalia

particolare, che proprio per il surriscaldamento dell’economia non solo ascrivibile dalla difficoltà crescente

dei prenditori a rimborsare il credito, ma anche dalla mancata convenienza di rimborsare il mutuo a fronte

di una caduta di valore dell’immobile. In pratica il valore del debito risultando superiore al valore

dell’immobile, ha determinato nei creditori un comportamento di abbandono della corretta capacità di

ottemperare i pagamenti nelle modalità pattuite, non c’era più convenienza. Questo è l’altro aspetto molto

anomalo e trasversalmente diffuso, per cui crisi si, ma anche non-convenienza di estinguere il debito

perché il collaterale (valore immobile) era di gran lunga inferiore al valore del debito.

Questa difficoltà che si era manifestata in maniera rilevante, aveva portato in difficoltà diverse banche

europee, abbiamo la Northern rock, la USB, la Bearn Stern. Sono tutte banche che hanno registrato una

significativa perdita nell’ambito dell’equity ma anche nell’ambito dei portafogli che avevano in pancia.

Ora qual è il problema più serio? La difficoltà che si è incontrata per l’insolvenza dei debitori e per il

cambiamento della qualità dei portafogli e dei collateral che erano stati dati a garanzia delle operazioni di

cartolarizzazione, quale è stata la conseguenza principale??

Il portafoglio viene strutturato in tranche, a fronte delle quali vengono emesse obbligazioni da SPV che le

collocano presso investitori istituzionali, che a loro volta venivano re-indirizzati ad altre SPV che li

confezionavano nuove tranche etc. Allora il problema è che la collocazione sul mercato genera liquidità

aggiuntiva per le banche con la quale le banche finanziavano nuovo debito. Nel momento che cominciano a

manifestarsi i primi default, diffusi proprio nel comparto immobiliare, comparto che maggiormente ha

determinato operazioni di cartolarizzazione, il problema è che le prime tranche a mostrare difficoltà a

fronte della perdita sono state le mezzanine, collocate presso le banche che avevano ceduto i portafogli.

Quindi il problema era che il legame che veniva a determinarsi tra la società veicolo e la banca era

evidentemente di rifinanziamento delle stesse società veicolo presso il sistema bancario a fronte della

capacità di rimborso, il quale veniva infatti alimentatato con i flussi a scadere delle rate di mutuo

correttamente ottemperate dai creditori, il controvalore veniva utilizzato per il pagamento delle

obbligazioni emesse a fronte delle tranche. Nel momento che è venuto meno questo collegamento è

evidente che c’è un’interruzione dei flussi a fronte dei rimborsi dei prestiti con i quali si andava ad

alimentare il rimborso delle obbligazioni. È evidente che la crisi che impatta sulle SPV, dato che gli viene

meno quella liquidità, l’approvvigionamento di liquidità delle banche era di attingere presso l’interbancario,

però il problema era che nell’ambito di queste operazioni che non erano genesi di un unico livello di

cartolarizzazioni, ma erano oggetto di cartolarizzazioni di secondo livello per cui era venuta meno la

trasparenza sulla qualità di questi portafogli, conseguentemente nel sistema bancario c’è stato un

problema declinato in un effetto reputazionale con una crisi di liquidità nell’interbancario.

Il problema era che il sistema bancario non intendeva continuare a rifinanziare le banche per coprire i

fabbisogni di liquidità a seguito del default che si era manifestato in determinate tranche, per il semplice

fatto che non avevano chiarezza e consapevolezza della entità di questi strumenti cartolarizzati in termini di

qualità e rischiosità, che presentavano. È proprio la reputazione che genera un’asfissia del mercato, una

rarefazione del mercato a scambiare flussi finanziari e quindi rifinanziare i fabbisogni di liquidità di alcune

banche che avevano per primo manifestato tensioni della liquidità per l’effetto del mancato rimborso dei

portafogli ceduti.

È questo il problema che ha determinato una crisi che ha avuto un effetto di reputazione, una crisi di

liquidità, un crollo del mercato immobiliare, un crollo delle operazioni di cartolarizzazione, cioè in sostanza

si combinano parallelamente questi elementi che determinano delle gravi perdite di bilancio da parte di

alcune banche che pone l’enfasi sulla problematica molto particolare se far fallire o meno queste banche

con perdite rilevanti, perdite che addirittura andavano a deteriore completamente il patrimonio ai fini per il

perseguimento della solvibilità delle banche stesse. Era emerso che queste banche sostanzialmente pur in

presenza di modelli molto robusti almeno sulla carta non avevano sufficientemente, in caso di stress, un

patrimonio sufficiente a coprire le perdite e quindi perseguire condizioni di solvibilità.

Queste banche dovevano essere fatte fallire o no? Un eventuale salvataggio avrebbe inciso sulla stabilità del

sistema? Avrebbe cambiato le condizioni di competitività tra le banche?

La scelta del fallimento di Lehman Brothes era comunque conseguenza dell’approccio “Laissez-faire”, che

sostiene che sono le forze del mercato che definiscono le condizioni di equilibrio, attraverso l’espulsione

delle imprese cattive il mercato ricompone il proprio equilibrio e trova le condizioni dello sviluppo. Come la

politica del mondo anglosassone che aveva ritenuto opportuno che le banche fallissero, che non si doveva

intervenire nel salvataggio, dato che il fallimento avrebbe evitato situazioni di azzardo morale, il fatto che in

ultima istanza sussistesse la possibilità di un intervento esterno significava provare comportamenti di

azzardo morale da parte del management, perché a fronte di questi comportamenti non c’era la pena del

default dell’impresa, ma c’era un intervento di matrice pubblica che in qualche maniera ricostituiva quella

verginità dell’impresa e quindi ricostituiva le condizioni della sua operatività sul mercato , ma questo

significava che quell’azzardo morale venisse non sanzionato dal mercato ma sanato da un intervento

esterno, era questa la logica delle politiche di “Laissez-faire” delle forze di mercato; il problema è che su

quest’assunzione teorica tralasciando le motivazioni effettive, il fallimento a settembre 2007 della Lehman

Brothes innesca un problema serio che ci dice in pratica che siamo in presenza del rischio sistemico, cioè a

catena il default di questa banca coinvolge al livello globale molte banche per le interconnessioni che di

fatto legavano banche ad altre soprattutto nei sistemi di pagamento della valuta e cosi via che han

determinato un vero e proprio terremoto; è li che si è generata l’esigenza di un intervento pubblico che si è

manifestato in maniera molto diverso, non solo con il ripianamento delle perdite e la collettivizzazione delle

stesse mediante l’intervento dello stato e quindi ripristinando il patrimonio di queste banche attraverso

risorse pubbliche, ma è avvenuto mediante garanzie che sono state rilasciate, mediante sottoscrizione di

strumenti obbligazionari, diciamo che le modalità sono state molto variegate negli stati in cui si è ritenuto

necessario il salvataggio di queste banche.

La causa di questa crisi, secondo la letteratura è da scriversi a quelle che sono le criticità di Basilea 2?

Allora in prima battuta si potrebbe dire che c’è stata una sottovalutazione dei rischi, le banche quantomeno

non hanno affidato correttamente, hanno sottovalutato il merito creditizio, in pratica non hanno rispettato

quei requisiti quali-quantitativi rispetto a i quali avviare istruttorie di fido e quindi valutare correttamente la

rischiosità delle esposizioni finanziate. E allora cosa c’entra il framework di Basilea 2?

Il problema è che ci sono state perdite, le quali hanno annacquato il capitale, si è vanificato il patrimonio, si

è generata l’insolvenza e per garantire la stabilità del mercato si sono collettivizzati, la collettività ha

sopportato l’onere del salvataggio di queste banche.

Una parte della letteratura dice che il tema da rinvenire è che questo capitale non era sufficiente a coprire

gli eventi estremi, quel patrimonio, quel CaR (quantificazione del capitale a rischio) non era adeguata al

rischio ma forse a situazioni di stabilità che avevano caratterizzato gli anni precedenti alla crisi, ma non era

stato adeguato a cogliere quegli eventi estremi quali la bolla speculativa del mercato immobiliare, quale il

problema delle modalità del modello di distribuzione con il quale si era caratterizzato il processo di

cartolarizzazione che aveva determinato da un lato il default, e dall’altro aveva generato la

sottovalutazione del patrimonio rispetto al rischio; per cui questo aveva determinato una forte critica nei

confronti di Basilea 2, secondo noi era giusto?

Il patrimonio di una banca ai fini di vigilanza è composto da due livelli: Tier 1 e Tier2, il primo livello è

caratterizzato da strumenti come l’equity, il secondo è caratterizzato da subordinati.

Secondo noi, questa diversa composizione quali finalità poteva perseguire? E perché è stato elemento di

forte criticità con la quale è giustificato poi la ricomposizione degli strumenti da parte del regolatore

avvenuta in Basilea 3? Allora io mi riferisco a quegli strumenti di debito, tuttavia assimilabili all’equity, cioè

quelli che hanno un elemento di permanenza nell’ambito del processo produttivo di un’impresa ma hanno

però una caratteristica che a questa permanenza dovrebbero essere caratterizzate da clausole che di fatto

dovrebbero rendere resilienti all’assorbimento delle perdite generate dalla banca.

Vuol dire che questi strumenti sono subordinati al soddisfacimento di crediti prima di tutti gli altri

strumenti di debito, ed in via residuale possono essere subordinati a soddisfacimento nel caso di fallimento

della banca con un ordine: subordinati- ibridi – equity-.

In sostanza quindi la clausola del subordine significa che vengono prima soddisfatti gli altri creditori e poi gli

altri in via subordinata.

Diciamo che l’emissione rendeva lo strumento molto assimilabile al capitale sociale, io adesso non voglio

usare il termine Bail in; questi strumenti quindi per essere resilienti avrebbero dovuto avere una

caratteristica ossia nel momento della manifestazione delle perdite, e le perdite non trovavano copertura

nel patrimonio, questi strumenti dovevano essere utilizzati per il ripianamento dell’eccedenza di perdite

non coperte da patrimonio, un po’ questo è il concetto del Bail in.

Esempio: Ho 1000 di perdite, 800 di capitale, le perdite possono essere coperte con 800 di equity 200 che

rappresenta l’eccedenza che non trova copertura nell’equity dovrebbe essere coperta con obbligazioni

subordinate. Evidentemente il ripianamento delle perdite deve trovare all’interno degli strumenti di

funding il primo livello per ripianare il deficit generato; in tal caso prima aggredisco il capitale sociale e se

esso non basta aggredisco questi strumenti che proprio per le cause che li caratterizzano sono assimilabili

all’equity e quindi utilizzabili per la copertura delle perdite.

In realtà nell’abito di Basilea, questi strumenti hanno finalità un pochino diverse: è vero che sono annessi

nel Tier1 gli strumenti ibridi con durata superiore ai 10 anni, che sono praticamente in una misura

abbastanza circoscritta (10% dell’emissione) sono stanziabili nel primo livello del patrimonio, in pratica

sono stanziabili, prevalentemente nel Tier 2.

Il ricorso a questi strumenti ha trovato motivazione ben diverse per il sistema bancario, e le motivazioni

sono soprattutto nell’esercizio della governance: tra aumentare il capitale ai fini di vigilanza o aumentare

l’emissione di obbligazioni subordinate, perché risultava più convenite il ricorso alle subordinate rispetto

all’aumento dell’equity rispetto al target governance? Per via del costo e del controllo.

L’indebitamento costa meno, ma non è la vera leva che giustifica un ricorso massiccio a questo tipo di

emissioni. Per quel che riguarda l’aspetto del controllo invece, l’emissione di azioni avrebbe diluito il

capitale sociale e questo evidentemente avrebbe inciso sul cambiamento di chi avrebbe potuto esercitare

la governance nel CDA, e quindi è evidente che il ricorso a strumenti di indebitamento permanenti o ad essi

assimilabili avrebbe consentito di mantenere inalterato il controllo dell’azienda ma non solo.

Quando vi ho parlato di Modigliani Miller, l’altro aspetto da rilevare è l’aspetto fiscale, la deducibilità degli

interessi cosa che non veniva riconosciuta ai dividendi.

Queste tre circostanze declinate insieme, hanno rappresentato un vantaggio significato per le banche.

Ora il problema è quale è stato l’utilizzo che realmente c’è stato per le banche?

Dal punto di vista del regolatore l’obbiettivo era che questi strumenti avrebbero dovuto rappresentare una

forma di ricapitalizzazione alternativa, sostanzialmente accanto all’equity il ripianamento delle perdite

consentiva la ricapitalizzazione attraverso la copertura da parte dei subordinati dei coefficienti patrimoniali.

I famosi 200 di prima, ripianate con obbligazioni subordinate, significava sostanzialmente annullare le

perdite, ricostituire il capitale e quindi per vie interne garantire la continuità dell’azienda (importante)

“Perdite on going concern” Perdite finalizzate a garantire la continuità dell’azienda, concetto molto

à

importante.

Il problema di questi strumenti ibridi e subordinati è che sono stati rimborsati, non hanno funzionato

nell’ottica del ripianamento delle perdite, non hanno funzionato nell’ottica che aveva portato il regolatore

a istituirli, non sono stati correttamente finalizzati alla ricapitalizzazione delle banche, nel momento che si

erano manifestate delle perdite, quindi: PERDITE SOTTOVALUTATE E STRUMENTI INADEGUATI A RIPIANERE

LE PERDITE.

Giustificato forse, perché questi prestiti subordinati erano stanziati presso investitori istituzionali, guarda

caso quegli investitori che alimentavano anche il mercato interbancario, quindi è evidente che questo

legame non consentiva di non sopperire all’estinzione, al rimborso di queste emissioni.

Altro problema di Basilea 2, allora si è mosso discusso sul fatto della pro ciclicità.

Cosa significa che Basilea aumenta la pro ciclicità del sistema bancario?

Nel momento che il ciclo economico è positivo, siamo in fase di crescita, aumenta l’offerta di credito però

sull’alta qualità, e il patrimonio diminuisce nella fase della crescita (qualità di portafoglio aumenta, ho

meno bisogni di capitale), che viceversa aumenta nella fase della crisi economica in seguito al

peggioramento della qualità del portafoglio crediti, in quanto diminuisce la qualità dei creditori e aumenta

l’insolvenza dei prenditori, aumenta il fabbisogno di patrimonio;

Quindi è pro-ciclico perché se la qualità peggiora, aumenta il fabbisogno di patrimonio e si debbono

ricapitalizzare, evidentemente questo determina una riduzione dell’offerta creditizia in un momento di

forte tensione del mercato. In un momento in cui le imprese hanno bisogno, la domanda è alta e hanno

bisogno di credito bancario per finanziare i propri investimenti.

Che differenza c’è al livello di singola banca e di sistema? Si parla sempre in maniera negativa della pro

ciclicità; al livello di singola banca mi sembra giusto che il capitale aumenti nella fase recessiva e diminuisca

in quella positiva del ciclo economico, il problema è al livello sistemico, dove si crea un effetto negativo

perché c’è un comportamento omogeno di tutte le banche che si debbono ricapitalizzare nel momento che

c’è una crisi economica, e quindi tutte le banche razionano il credito, diminuisce l’offerta di credito e

questo naturalmente accentua la crisi economica per mancanza offerta per la copertura dei fabbisogni delle

imprese, e viceversa il contrario. Quindi il problema non va visto riguardo la singola banca, ma riguardo il

sistema in generale, questo per farvi capire che il provvedimento adottato dal regolatore, l’effetto sulla

singola banca può essere positivo, il problema è che l’effetto del provvedimento deve essere analizzato a

livello di sistema, è infatti a livello di sistema che l’effetto pro-ciclico ha un’accentuazione delle fasi del ciclo

economico; la pro ciclicità va letta a livello di sistema bancario, non di singola banca, quindi in se per se

come è stato strutturato il patrimonio rispetto alla qualità del portafoglio da parte del regolatore, a livello

di singola banca non è che sia non corretto è praticamente l’effetto del sistema bancario e il relativo

impatto.

Altro aspetto da considerare è l’elevato leverage delle banche.

Quindi ricapitolando abbiamo: La qualità del capitale- Pro-Ciclicità, Leverage eccessivo, siamo già a quota 3.

Quando la leva è molto alta, se abbiamo un moltiplicatore molto alto abbiamo un demoltiplicatore anche

negativo, il deleveraging è tanto più accentuato quanto più il leverage è elevato. Questo è stato anche un

altro aspetto di grande attenzione del regolatore.

Il rischio di liquidità in Basilea 2 viene trattato nel secondo pilastro e quindi non è suscettibile di

assorbimento di patrimonio. Abbiamo detto la forte tensioni di liquidità che ha generato la crisi sul sistema

bancario, liquidita che è stato adottato in Basilea 2, non tanto come elemento di vincoli che dovevano

gravare su attivo e passivo, ma come un problema demandato alla singola banca di controllo e di

monitoraggio su quelli che erano i flussi e le dinamiche dei flussi ai fini di perseguire condizioni di liquidità

nel tempo. E questa è stata forse una sottovalutazione da parte del regolatore.

Il rischio di liquidità infatti si è manifestato in maniera molto forte data la sua scarsa regolazione, ma anche

un atro rischio è stato rilevato ossia il rischio sistemico, ovvero quel rischio di interconnessione tra le varie

istituzioni.

La pro-ciclicità è un rischio che si manifesta nel tempo il rischio sistemico è di tipo orizzontale, trattasi di

una propagazione degli shock tra le banche, quindi aumenta il rischio di default del sistema bancario.

Altra sottovalutazione di Basilea 2, altro aspetto critico riguarda il rischio di mercato.

Testo Slide: “Rischio di mercato sul trading book relativi ai limiti dei modelli VAR per la scarsa memoria;

à

la gestione da parte dei trader di strumenti caratterizzati da rischio di credito; gli arbitraggi nello spostare

esposizioni creditizie dal banking book al trading book per beneficiare di minori requisiti patrimoniali

(N.R: Stress VAR; incremental risk charge)

Qui ci sono più elementi da considerare, uno riguarda il modello: quando vi ho detto che il modello non ha

adeguatamente valutato gli eventi estremi, non sono stati valutati quegli eventi che potevano avere una

probabilità molto bassa dell’accadimento ma che avrebbero determinato una perdita molto alta laddove si

manifestano. Uno dei problemi che hanno costituito una critica molte forte riguardo ai modelli è

l’alimentazione del database dei modelli: ricordiamoci che siamo venuti da un periodo di stabile di crescita

economica e questo ha determinato di dare particolare attenzione nel database agli eventi più recenti, in

pratica il modello ha perso la memoria, non si è inserito ad esempio i database riferiti alle osservazioni di 10

anni; prendendo in considerazione le osservazioni più recenti si è dato più enfasi agli accadimenti più

recenti ma in questa maniera si è persa traccia della memoria, e perdere traccia della memoria significa

perdere tracce di quei picchi di volatilità che erano espressione di una rischiosità che laddove fosse stata

sottovalutata nel database avrebbe determinato un risparmio di capitale ma anche un

sottodimensionamento del medesimo al verificarsi di questi eventi estremi ed è ciò che è accaduto.

Un altro problema molto grosso: gli arbitraggi bancari. Le obbligazioni che venivano rilasciate a fronte delle

tranche delle società veicolo, e riacquistate dalle banche, venivano collocati in portafogli di trading, quindi

erano soggetti al rischio di mercato e non al rischio del banking book. Vi posso sottolineare che

l’assorbimento di patrimonio generato dal banking book è di gran lunga superiore all’assorbimento del

patrimonio generato dal rischio di mercato. Sostanzialmente l’aver collocato queste obbligazioni nel

portafoglio di trading, significa aver attenzionato il risk manager su certe tipologie di rischio, sottovalutando

tuttavia il rischio emittente; in pratica nelle cartolarizzazioni l’annacquamento del valore di queste

obbligazioni per effetto del mancato rimborso dei crediti collaterali ha garanzia di queste emissioni, ha

determinato il default degli emittenti, quindi non è stato il rischio di mercato, rischio di prezzo, Duration etc

a determinare l’annacquamento del valore delle obbligazioni, ma è stato il rischio di credito, il rischio

emittente, il rischio di controparte. Anche questo ha determinato una criticità che poi è stata oggetto di un

intervento correttivo e soprattutto di eliminazione di alcuni arbitraggi da parte delle banche stesse.

Alla luce di questo, vediamo le misure correttive di Basilea 3.

Slide “Nell’ assumere l’obiettivo di una sana e prudente gestione della banca le caratteristiche tecniche

à

del capitale devono essere però ben individuate ed identificate al fine di rafforzare la valenza patrimoniale

del capitale e quindi la possibilità di impiegarlo per far fronte alle perdite della gestione corrente della

banca. Uno degli obiettivi della proposta del framework di Basilea 3 è, pertanto, di rafforzare la qualità, la

coerenza e la trasparenza in termini di composizione per classe di patrimonio offerti dai diversi strumenti

finanziari ammessi nel computo del patrimonio di vigilanza nell’intento di avere un buffer di elevata qualità

adeguato alla copertura dei rischi”

Abbiamo parlato della qualità del capitale Le conseguenze del peggioramento della qualità del captale,

à

ha riportato una nuova calibratura dello schema del patrimonio ai fini di vigilanza.

In Basilea 2 il livello del common equity Tier 1 era 2%. In Basilea 3 il valore minimo del common equity Tier

1 passa al 4,5%.

Si introducono due buffers, a questo 4,5% dobbiamo quindi inserire il buffer di conservazione 2,5% e il

buffer pro-ciclico dal 0% a 2,5% dell’attivo sempre ponderato, quindi diciamo che il common equity Tier 1 è

sicuramente 4,5%+ 2,5% = 7%. Quindi dal 2% come stabilito in Basilea 2 il correttivo introdotto in Basilea 3

determina un aumento del minimo common equity Tier 1 al 4,5%; introduce due buffers di cui uno

vincolante ovvero quello di conservazione pari al 2,5%, quindi in pratica si arriva al 7% in più viene

facoltativamente da parte del regolatore introdotto un ulteriore buffer, quello pro-ciclico che va dallo 0 a al

2,5%, quindi stando al 7% più questo 2,5% (facoltativo) andiamo al 9,5%;

Tuttavia nell’ambito di questo aggiustamento mi dice che il common Tier 1, quindi il patrimonio dal 4,5%

aumenta al 6%, quindi ricordiamoci che prima era un 4%, 2% era dall’equity e l’altro 2% dagli ibridi (quindi

50 e 50 equity e strumenti ad esso assimilabili), adesso in pratica con 4,5% per l’equity e gli strumenti ibridi

collocati che compongono il Tier 1 è pari soltanto all’ 1,5%.

Il patrimonio totale è l’8% dell’attivo ponderato, quindi sostanzialmente io ho che il patrimonio di

vigilanza/attivo ponderato è maggiore o uguale all’8%, questa relazione non cambia, relazione rimane

invariata, accade soltanto che vado a verificare che le misure con le quali si compone il patrimonio di

vigilanza si sono modificate, si rafforza l’equity soprattutto introducendo i buffers, si riduce sensibilmente la

stanziabilità degli strumenti ibridi sia nel Tier 1 sia nel Tier 2.

In pratica nel Tier 2 la stanziabilità degli strumenti ibridi non supera il 2 % dell’attivo ponderato, dal 6%

all’8% sia rafforza quindi il patrimonio permanente e si riducono gli strumenti di debito ad essi assimilati,

cambia quindi la composizione, non cambia la proporzione.

Però il regolatore dice che il 4,5% non è sufficiente, siccome abbiamo visto che ci sono quegli effetti pro-

ciclici, la pro ciclicità cercheremo di stemperarla inserendo questi due buffer, ossia il buffer di

conservazione che è rappresentato dal 2,5% Quindi io ho 7% +1,5%+2,5% io arrivo ad un patrimonio pari

à

al 10,5%, perché vado ad aggiungere all’8% il 2,5% del buffer di conservazione.

Laddove si rende vincolante anche questo buffer pro-ciclico a 2,5%io arrivo a 10,5% + 2,5% quindi 13%.

In più viene reso vincolante ulteriore buffer di patrimonio per quelle banche che sono definite a rischio

sistemico. Se non si raggiunge il 7% siccome non si ha il 2,5% relativo al buffer per la conservazione del

valore del patrimonio, io ti dico che questa mancanza del coefficiente si traduce in un vincolo di acquisto di

azioni proprie, di distribuzione di utili, di forme di sistemi premianti a favore del management.

In sostanza io di dico che prima raggiungi questo livello poi puoi attuare la politica dei dividendi, puoi

incentivare i manager, lega questo buffer ad alcuni aspetti che sono legati alla politica nei confronti degli

azionisti. Il primo spetto è avere strumenti sufficienti per mantenere la vitalità dell’azienda (going concern),

le perdite laddove sono dichiarate mantiene l’azienda vitale, allora il regolatore deve fare in modo che la

banca detenga strumenti tali da coprire le perdite quindi da una parte bisogna quantificarle dall’altra c’è

bisogno di un patrimonio tale da assorbile e tenere vitale l’azienda. Questa è a finalità del patrimonio Tier

1. Devo avere azioni, esse sono permanenti, irredimibili, l’azionista verrà quindi remunerato non su un

ammontare definito ma su una politica di dividendi quindi il ritorno dal business, c’è il rischio massimo.

Questo patrimonio tu lo devi aumentare perché è quello che ha la resilienza di assorbimento delle perdite.

Quindi porto a 4,5% questo tipo di patrimonio e aggiungo due buffer. È tutto equity. Sono azioni che

devono esser non caratterizzate d’elementi di remunerazione differenziate, crolla l’emissione di azioni di

risparmio privilegiate, dato che non è possibile collocarle a patrimonio utile ai fini del Tier 1, dato che

hanno privilegio di remunerazione differenziata, non sono ammissibili. Possono rientrarvi solo azioni

ordinarie. Quindi in questo incide profondamente sulla qualità e sulla quantità. Perché questo strumento

mi consente effettivamente di ripianare la perdita e ricondurre la banca in un’ottica di continuità sul

mercato. Sempre in un’ottica della continuità ti dico puoi avere in determinate condizioni, strumenti

particolare che rispondono a determinati requisiti come la permanenza ad una percentuale non superiore

all’1,5%. 4,5% e capitale sociale, 1,5% ibridi. Questo è il Tier 1. Dopo di che dice guarda c’è un secondo

livello di patrimonio che in pratica la sua finalità che è massimo 2% percento dell’attivo ponderato, dovrà

essere utilizzato in caso di non concern ovvero di buffer per il default, questi due livelli di patrimonio hanno

finalità completamente diverse. Il primo più consistente caratterizzato da strumenti maggiormente legati

alla vitalità dell’azienda il secondo livello Tier 2 dovrà essere utilizzato in caso di default della banca.

Approfondimento Bail in-out:

Il salvataggio dall'interno o interno, in inglese bail-in, è una modalità di risoluzione di una crisi bancaria

tramite l'esclusivo e diretto coinvolgimento dei suoi azionisti, obbligazionisti, correntisti.

La direttiva 2014/59/UE, in vigore dal 1º gennaio 2016, riforma le procedure attivabili dalle autorità di

risoluzione nelle crisi bancarie.

Tra i principi base di questa nuova disciplina c'è la possibilità, in alternativa al salvataggio interno, di cedere

beni e rapporti giuridici ad un soggetto terzo (come una bridge-bank o una bad bank che raccoglie solo una

parte dei beni per amministrarli e massimizzarne il valore di lungo periodo), l'ordine gerarchico di chi è

chiamato a sopportare le perdite (bail-in), il principio per cui nessun azionista e creditore deve sopportare

perdite maggiori di quelle che subirebbe se ci fosse una liquidazione coatta amministrativa: è il principio

del no creditor worse off.

Non possono essere toccati da prelievo forzoso i depositi fino a 100.000 euro, esclusi dal salvataggio

interno, che invece rimangono tutelati dai fondi interbancari degli Stati membri.

Non sono poi ovviamente toccati i patrimoni dei clienti (come azioni, obbligazioni, titoli di fondi) che la

banca ha in gestione o in amministrazione. La direttiva introduce la riduzione o la conversione in azione

degli strumenti di capitale (il cosiddetto write-down). La responsabilità grava sui soli soggetti aventi

rapporti diretti con l'ente, evitando il coinvolgimento dei contribuenti, i cui fondi non saranno più impiegati

per colmare i buchi degli istituti privati; lo stato interverrà solo in extremis (art. 56) se è messa in pericolo la

stabilità finanziaria o l'interesse pubblico, e mai con finanziamenti a fondo perduto: gli strumenti di

sostegno pubblico al capitale sono la partecipazione al capitale sociale (art. 57) e la proprietà pubblica

temporanea (art. 58).

Il coinvolgimento della clientela nel risanamento bancario interno parte da coloro che detengono azioni e

strumenti di capitale, seguiti dai soggetti in possesso di titoli subordinati e obbligazioni, creditori

subordinati, creditori chirografari e correntisti per somme superiori ai 100 mila euro.

Le autorità di risoluzione esercitano i poteri di svalutazione e di conversione in relazione a una passività

risultante da un derivato solo al momento della liquidazione dei derivati o successivamente ad essa (art.

49). Alla risoluzione si affiancherà un piano di riorganizzazione aziendale, che darà modo all'istituto in crisi

di proseguire in futuro con la propria attività (art. 51)

Bail-out Salvataggio di un’istituzione che si trovi in uno stato di insolvenza. Con riferimento al settore

à

privato, il bailout viene tipicamente applicato alle istituzioni finanziarie, quali banche e assicurazioni. Il

motivo risiede nel ruolo speciale che queste istituzioni svolgono. Le banche gestiscono, infatti, il sistema dei

pagamenti e finanziano le imprese: un blocco di queste attività comporta, quindi, costi molto elevati per

l’economia. Ciò vale soprattutto quando un intermediario ha una rilevanza sistemica, cioè quando la sua

dimensione fa sì che un eventuale fallimento provochi un effetto a catena, coinvolgendo altri intermediari.

Vi sono diverse modalità di bailout: Nel caso di una crisi di liquidità, quando una banca non abbia risorse

liquide sufficienti a rimborsare i suoi debiti a breve scadenza, il prestito di ultima istanza da parte della

banca centrale può essere sufficiente. Nel caso invece di un’insolvenza, quando il valore complessivo delle

attività sia inferiore a quello delle passività, occorre un’assistenza finanziaria a carico del bilancio pubblico:

un acquisto di attività, una garanzia statale sulle passività della banca, una ricapitalizzazione con cui lo Stato

diventa azionista. Nel triennio 2008-10 molti interventi di questo tipo sono stati effettuati in Europa e negli

USA, con un costo notevole per i bilanci pubblici.

Il b. può avvenire anche per uno Stato sovrano. In questo caso sono altri Stati, insieme a istituzioni quali il

FMI (➔), a prestare fondi a uno Stato che abbia difficoltà a finanziarsi sul mercato privato, al fine di evitare

il suo default. Questo è ciò che è avvenuto in Europa nel 2010-11 con i piani di assistenza a favore di Grecia,

Irlanda e Portogallo. Tali interventi pongono un delicato problema sul piano legale, per l’esistenza della no

b. clause nel Trattato sull’Unione Europea (➔ Trattato di Maastricht), secondo la quale ciascuno Stato

dell’area euro non dovrebbe essere oggetto di salvataggio da parte degli altri Stati membri.

Rischi 6 Lezione 15/03/2017

Ieri abbiamo parlato della qualità del capitale, punto critico di Basilea 2, ed abbiamo visto come si è inciso

in termini di rafforzamento di patrimonio (soprattutto common equity) ed in ambito della identificazione

nonché ridimensionamento degli altri strumenti che sono inseriti nel Tier 1 e nel Tier 2.

Sostanzialmente abbiamo il 4,5% di CET1 (Common Equity Tier 1) e 1,5% di altri strumenti ammessi nel

TIER1, e poi abbiamo il 2% (inseriti nel patrimonio supplementare, nel TIER2).

In realtà bisogna considerare i due buffer pro-ciclici, il primo buffer è il cosiddetto buffer di conservazione,

pari al 2,5%, e l’altro buffer anticiclico ricompreso in un range che va dallo 0%-2,5%.

C’è tuttavia un elemento in più da considerare, in vista dell’analisi del rafforzamento della qualità del

patrimonio, da un punto di vista qualitativa ed un punto di vista quantitativo.

La nostra attenzione adesso si muove da un lato sulla composizione del common Tier 1 e sul patrimonio

supplementare common Tier 2, sulla composizione, e poi ci soffermiamo sulla natura degli strumenti e le

clausole contrattuali (sono fondamentali ed hanno rafforzato le funzioni svolte da tali strumenti).

Il COMMON TIER 1 (GOING CONCERN CAPITAL), ossia quel capitale che dev’essere destinato alla copertura

delle perdite al fine di garantire la continuità, la prosecuzione dell’attività della banca.

Nell’ambito della composizione di esso, del CET1 cosa troviamo? Gli elementi che lo compongono sono:

- Capitale sociale sottoscritto e versato;

- Sovrapprezzo azioni;

- Riserve: palesi

- Riserve di valutazione

- Riserve da utili

- Azioni a livello di gruppo, emesse da affiliazioni, detenute da soggetti terzi ma computabili per

caratteristiche nel CET1;

La nostra definizione identifica il capitale così come definito nel codice civile.

Tuttavia siccome il regolatore ha voluto rafforzare la qualità del capitale, nel rafforzare la qualità, tale

capitale, in ottica di copertura delle perdite, deve essere nella sua consistenza tale da poter essere

utilizzabile per il target del regolatore.

Cosa vogliamo dire? Sostanzialmente possiamo dire che ATTIVO-PASSIVO= PN contabilmente; in tale

differenza contabile considero tutti gli elementi dell’attivo e del passivo. Questi elementi devono essere

consistenti, quelli dell’attivo, non devono essere vanificabili; Per eccellenza una tipologia di attività di

difficile valutazione è rappresentata da assets immateriali come i brevetti, l’avviamento, i marchi ecc. il

valore di questi assets sono di difficile quantificazione e di mantenimento del tempo del valore stesso.

Dunque il regolatore in tale ottica di avere assets stabili del valore nel tempo, per mantenere alta la qualità

del capitale, ha individuato una serie di elementi deducibili, ed una prima tipologia di elementi sono

proprio le attività immateriali. Il fatto che elimino tale attività lo faccio per dare maggior consistenza al

valore degli assets che possono essere utilizzati per estensione dei debiti. Il valore del PN, in termini di

variazioni, è dato dalle variazioni dell’attivo e del passivo. Quindi se gli assets vanno giù di valore, io non ho

in realtà attività tali da estinguere i debiti o comunque le tipologie di passività in essere, portando così ad

un annacquamento del PN.

Allora questi elementi deducibili sono peculiari, ne vediamo solo qualcuno:

à - Elimino innanzitutto dal complesso degli assets, quindi dagli elementi di qualità primaria positivi, le

attività immateriali.

- Abbiamo poi delle voci particolari: discorso degli accantonamenti; in bilancio gli accantonamenti

per il rischio di credito sono fatti sulle evidenze storiche; le modalità con cui si definiscono

l’ammontare (o meglio il calcolo) di questi accantonamenti si rinviano ai criteri stabili del regolatore

in materia di redazione di bilancio. Anche per il FAIR VALUE, prima della modifica recente, si faceva

ricorso alle modalità analitiche forfettarie di calcolo, che sono diverse dalle modalità di

quantificazione per rischio in relazione alla stima della perdita attesa. Cioè io non guardo in

prospettiva e non misuro in prospettiva l’accantonamento relativo alla perdita che si potrebbe

manifestare in futuro, ma quella perdita la vado a valutare su quello che è il passato, ovvero le

consistenze in essere delle esposizioni, la rischiosità che queste presentano ad oggi (come una

fotografia) in relazione al portafoglio di credito.

(Non abbiamo trattato la perdita attesa di Basilea 2 e 3, ossia perdita attesa = il prodotto del valore

dell’esposizione per la probabilità di default per il tasso di recupero. Diciamo che c’è una stima della

perdita attesa calcolata in relazione alla stima del rischio di credito secondo il modello che vado ad

applicare. Allora il mio patrimonio mi deve coprire la perdita stimata dal modello, o come risulta dal

bilancio quindi come è stata contabilizzata?

Esempio:

Accantonamenti a fronte del rischio di credito, impattano sul CE negativamente = 100 (utilizzo principi

contabili)

Utile = 50 (non distribuito)

Stima del modello interno Perdita Attesa per rischio di credito = 120

à

Il modello dice che il rischio è di 120 (e non 100 di rischio come risulta dal mio prospetto contabile), ma ho

accantonato 100. Cosa significa e come impatta sul patrimonio? Data la definizione di patrimonio (capitale

sociale + utile –perdite + riserve), se io avessi spesato 120 invece che 100, avrei un utile di 30.

Quindi il mio calcolo del patrimonio è sovradimensionato, in quanto l’utile lo chiudo a PN. Però avendo

accantonato per 100, diversi dal valore dalla Perdita attesa ed essendo questa maggiore

dell’accantonamento, cosa devo fare? Io ho sovrastimato il patrimonio, in quanto dovevo chiudere utili per

30, se avessi accantonato secondo la perdita attesa, di fatto il patrimonio sarebbe stato quindi minore.

La logica si basa su una stima del futuro, il bilancio è una fotografia (logica LOOKING FORWARD).

Il bilancio per le banche diventa una proiezione in prospettiva attraverso le politiche di accantonamento,

quella che è la rischiosità che si può generare nel portafoglio. Il FAIR VALUE applicato nell’ambito del

valore delle esposizioni è in sé un valore prospettico implicitamente nel prezzo, non ammette la proiezione

storica ai fini del calcolo della stima attesa delle perdite che si possono generare sul valore di un certo

portafoglio. Allora se la Perdita attesa > Accantonamenti contabilizzati a CE, tale eccedenza deve essere

portata a deduzione al fine di riallineare il valore del patrimonio al valore effettivo incorporante una

rischiosità del credito imputata al CE pari alla perdita attesa.

Riprendendo il discorso:

Allineamento fondamentale in quanto il patrimonio deve avere una sua consistenza, partendo dalla

considerazione che le attività devono essere consolidate e quindi fruibili per estinguere le passività, allora il

comportamento prudenziale nella definizione degli elementi che compongono attivo e passivo si trova nel

fatto che a quel patrimonio individuato sottraggo tutti quegli elementi che ritengo che effettivamente

vadano ad incidere sulla consistenza reale del patrimonio, che dovrà essere utilizzato per la copertura delle

perdite. Il ripianamento delle perdite avviene utilizzando il capitale, che deve essere poi ricostituito

(RIPIANAMENTO E POI RICAPITALIZZAZIONE) secondo i principi contabili.

Se quindi la stima di perdita attesa eccede gli accantonamenti, deduco l’eccedenza dal patrimonio

contabile. Nel caso opposto, PA<ACC significa che ho quantificato un capitale inferiore a quello che ho

realmente a disposizione per coprire le perdite, potendo così andare ad incrementarlo.

- Un altro elemento delicato riguarda le attività per imposta anticipate: assume forte rilevanza per le

banche. Perché?

Esempio pratico:

Parlando sempre di accantonamenti, dal punto di vista fiscale, gli accantonamenti per il rischio di credito

non li posso detrarre totalmente dalla base imponibile. Sappiamo che sussiste anche un bilancio in ambito

tributario per poter applicare l’imposta (IRAP ecc.) sulla base imponibile. Cosa succede quindi?

A fronte di una certa rischiosità, civilisticamente posso accantonare, nel rispetto dei principi contabili.

Per la banca il rischio di credito è ben maggiore di una qualsiasi impresa comune, il portafoglio crediti è un

elemento principale della banca; quindi normativamente io posso portare a detrazione

sull’accantonamento dell’esercizio di riferimento, solo 1/10, distribuendo tale accantonamento in 10 anni,

ogni anno posso imputare 1/10 di tale accantonamento. In più quel 1/10 lo posso portare a detrazione

negli esercizi successivi SOLO se non ho perdite di esercizio, quindi presuppone che si registri un utile di

esercizio negli esercizi successivi (elemento di aleatorietà). Problema solo italiano.

Il regolatore allora ha detto che dato che l’attività per imposta anticipata (non sono crediti, essi li ottengo

dagli accantonamenti, possono essere soft o robusti) di fatto non possono essere portate a detrazione

successivamente (perché è necessario rispettare la condizione dell’utile negli anni successivi), dunque

secondo la prima versione di Basilea 3 ai fini del calcolo del patrimonio di primo livello, viene dedotto per

9/10 dal patrimonio DA SUBITO, perché di fatto non ne dispone la banca realmente di quelle attività.

Ciò andava a danneggiare fortemente le banche per tale normativa fiscale in vista della competitività, che

vedevano limitarsi il patrimonio significativamente non potendo dedurre gli accantonamenti delle perdite

a fronte del rischio di credito a causa di tale normativa fiscale. Allora, a seguito di trattative, si è arrivati ad

una soluzione, potendo così le banche andando a detrarre solo, di queste attività per imposta anticipata, la

parte eccedente del 10% del capitale (motivo prof: non lo sa).

Accordo: voi portate a detrazione solo quella parte che eccedono il 10% del patrimonio della banca.

Esempio: Capitale=100 Attività per imposta anticipata =15 posso portare a detrazione l’eccedente del

à

capitale, ovvero 5.

Esempio aggiornato:

Nell’attivazione della procedura di risoluzione della crisi delle 4 banche, Chieti, Ferrara, Marche ed Etruria

(in amministrazione straordinaria) ci si è posti un problema serio: le attività e passività sono state cedute,

tramite un ente di liquidazione, ad una banca ponte (Bridge Bank – ad esclusione del capitale sociale e

obbligazioni subordinate) per due anni; il primo problema posto era che c’erano 800MLN di euro di attività

per imposta anticipate. Queste a chi dovevano andare? All’ente di liquidazione o alla banca ponte?

Sembrava in primis all’ente di liquidazione (che è durato 1 giorno perché ha liquidato la struttura che aveva

solo passività dell’importo pari al capitale sociale e alle subordinate, alle quali è stato applicato il bail-in ),

ma per non perdere questi 800MLN che significavano meno patrimonio ovvero ricapitalizzazione più

onerosa sul fondo di risoluzione della Banca d’Italia costituito con i contributi del sistema bancario, c’è

stato un decreto legislativo (con una postilla) che ha stabilito che tali attività divenissero crediti d’imposta

(il credito d’imposta è un credito certo vs le agenzia delle entrate, l’agenzia è obbligata) portandolo così

non più a detrazione del patrimonio di base (avrebbe avuto ripercussioni negative sul patrimonio..!).

Un conto parliamo di crediti un conto attività per imposta anticipata.

Problema della omogeneità europea in relazione alla comparabilità dei bilanci (IAS); guardando invece alla

parte fiscale, che è ancora diversa da stato in stato concorrenza falsata tra le imprese (necessario

à

regime fiscale unito).

Altre 2 voci da dedurre:

- Partecipazioni finanziarie in altri intermediari (e assicurazioni) vanno portate a detrazione del CET1

se eccedono il 10% del capitale (aspetto prudenziale a livello di gruppo di fronte alle interessenze).

- Il patrimonio di pertinenza di terzi di società controllate è una voce più delicata: tale patrimonio

nelle banche controllate sono deducibili solo per la parte che copre i rischi effettivamente presenti

nella controllata.

Ovvero supponiamo che di 100 di patrimonio, 25% è di terzi, posso portare a detrazione 25?

No, porto a detrazione solo quella parte di patrimonio dei terzi che viene utilizzata dai terzi per

coprire il rischio. Supponiamo che devo io gruppo ottemperare un valore pari a 80 (il 25% dei terzi è

20) in vista dei requisiti patrimoniali, quindi è il 25% di 80 che grava in capo ai terzi come quota

parte di rischi. La normativa dice che devi portare a deduzione l’eccedenza tra le due quantità (25-

20=5).

Segue migliore spiegazione:

Patrimonio gruppo (di 100) non controllato al 100% dalla holding, supponiamo che il 25% è di terzi.

La normativa dice che io dovrei portare a deduzione sola quella parte che copre i rischi

effettivamente presenti nella controllata. Dico che il requisito patrimoniale è 80 (ovvero coefficienti

a fronte dei rischi, ovvero AP*8%, non è il PV, quest’ultimo è quello disponibile a copertura di quei

famosi 80, poi vado a vedere la composizione del tier1 e tier2 che mi verificheranno l’ammontare

del patrimonio a copertura dei rischi, è un concetto diverso…!!!) di questi 80, i terzi, con i loro 25%

di partecipazione, dovrebbero destinare 20 (ovvero il 25% di 80) come requisito patrimoniale,

rappresenta il rischio che grava su di loro; il patrimonio collocato è di 25, la copertura è 20, allora la

differenza in eccedenza allora va a detrazione del patrimonio di base, solo 5. (ricorda PV maggiore

uguale dell’8%*AP).

Abbiamo poi da considerare il patrimonio supplementare, di secondo livello, il famoso 2% del PV.

Cosa include?

Si tratta prevalentemente di debiti subordinati, dal sovrapprezzo rispetto al valore nominale relativamente

all’emissione di tali strumenti, e poi ci sono determinati accantonamenti su crediti. Le prime due sono

quelli fondamentali come tipologie, più rilevanti.

Abbiamo parlato di strumenti equity o quote di capitale a seconda del modello giuridico-istituzionale (se

sono una cooperativa), poi abbiamo visto gli strumenti ibridi (sempre strumenti di debito ma assimilabili

alle azioni), e poi abbiamo altri strumenti (di debito) identificati con i subordinati.

Qui si pone un problema di trovare dei parametri con i quali andiamo a classificare questi strumenti, la

qualità di tali strumenti che compongono il patrimonio di base ed il patrimonio supplementare.

I parametri di riferimento per distinguere tali strumenti, per la qualità quindi che rappresenta il punto

fondamentale della riforma Basilea 3, che porta a migliorare il patrimonio, sono:

Questi elementi distintivi ci permettono di attribuire gli strumenti ai vari Tier (common Tier 1 o common Tier

2, detto anche patrimonio supplementare).

1.Per la durata parliamo di irredimibile (es. azione) o meno.

2.La subordinazione riguarda la “par condicium creditorum”. In caso di fallimento di una società noi ci

riferiamo al principio del par condicium creditorum, ovvero delle modalità, rispetto al grado accordato, di

soddisfacimento del credito. Privilegio, generale, speciale, chirografi e per ultimo vado a soddisfare

l’azionariato. Il grado di subordinazione è la gerarchia con cui vengono soddisfatti i creditori, nell’ambito

dell’assegnazione della graduatoria.

3.La tipologia di remunerazione è semplice: certa o aleatoria, nel senso se devo remunerare

obbligatoriamente o meno. Nelle azioni la remunerazione non è certa, dipende dai risultati, dalla politica

aziendale e dipende anche dal perimetro del regolatore.

4.Possibilità di essere per tali strumenti di essere destinati al totale assorbimento delle perdite (BAIL IN).

5.Infine la cumulabilità significa che nell’anno in cui la remunerazione non viene distribuita, è possibile

cumularla dopo nell’anno successivo? Oppure l’investitore li perde? Altro aspetto di differenza degli

strumenti.

Esempio: AZIONI

- Durata: perpetua, irredimibili.

- Subordinazione: residuali, di ultimo livello, dopo tutti i creditori in caso di liquidazione. Possibilità di

riacquisto di azioni: quando la governance fa questa scelta gestionale? Trade off rischio rendimento:

se il rendimento che traggo dal business non è tale da giustificare l’assorbimento patrimoniale, quindi

allocazione sulle line di business in relazione all’assorbimento stesso del patrimonio a copertura del

rischio, considerando il costo della struttura finanziaria. Il prezzo, se non copre tale costo, conviene

chiudere il business e rimborsare gli azionisti.

- Tipologia di remunerazione: aleatoria, ovvero distribuzioni dividendi non obbligatoria e non legata

all’ammontare delle emissioni. Ovvero non c’è obbligatorietà e non è legato all’ammontare

sottoscritto dall’investitore (come invece avviene per la cedola). Non sono ammesse remunerazioni

preferenziali (ai fini di BASILEA 3) come per le azioni di risparmio o quelle privilegiate, quindi l’equity

ammesso è rappresentato solo dalle azioni in bilancio.

- Cumulabilità: non sono cumulabili, se non sono distribuite non vengono cumulate. Se vi è stata una

perdita in un esercizio, non significa che nell’esercizio dopo si somma un’eventuale utile che

avrebbero dovuto maturare come l’utile dell’esercizio in corso (sempre discorso della tipologia

dell’azione).

In pratica, alla fine, sono strumenti che coprono la prima perdita, in sostanza quando si manifesta la

perdita, la copertura della perdita avviene con il capitale azionario, la parte eccedente che non trova

copertura in esso, verrà coperta dagli strumenti di debito di natura permanente (siamo nel BURNING

SHARING) come strumenti ibridi e prestiti subordinati.

Chiave di lettura delle caratteristiche degli strumenti: sulla base di elementi elencati, in particolare con il

riferimento al Bail in.

A completamento sulla parte della qualità del capitale bisogna infine considerare che per la parte non

coperta dal capitale sociale si utilizzano strumenti di debito ibridi e subordinati con modalità diverse:

1) Convertiamo le obbligazioni in azioni per la quota parte di perdite eccedenti (esercizio delle option)

2) Riduciamo il Valore nominale

3) Riduciamo il valore di rimborso.

N.B. BAIL IN: In primis copro le perdite con il capitale sociale, ciò che eccede vengono coperte con

strumenti permanenti quali strumenti (permanenti, in via durevole sono fonti di finanziamento per la

banca) ibridi e prestiti subordinati. Se l’ammontare di tali prestiti non è sufficiente, allora si intaccano le

obbligazioni senior, poi allora si utilizzano i depositi che non sono garantiti dal fondo interbancario di tutela

dei depositanti (ovvero di importo superiore di 100 mila euro).

Nelle 4 banche invece abbiamo avuto il burning sharing, ossia in pratica le perdite che hanno registrato le

banche non hanno trovato copertura ne nell’equity ne nei prestiti subordinati, non era sufficiente,

risoluzione delle banche nel 21/11/2015 si sono “salvate” dal Bail in previsto dal 1/1/2016, ovvero hanno

evitato la 180, che recepiva la direttiva CE in materia, applicando una formula già attuata in Irlanda e in

Spagna, ovvero il burning sharing in pratica le perdite venivano ripianate all’interno solo con il capitale

azionario e con strumenti permanenti di debito quali prestiti subordinati e strumenti ibridi.

Rischi 6 Lezione 16-03-2017

Completiamo le due parti: è rimasto da trattare il buffer di conservazione ed il buffer pro-ciclico.

Noi abbiamo detto che il primo livello del patrimonio (Common Tier 1) è il 4,5% dell’attivo ponderato, nella

tabella mettiamo delle fasce: 7% 40% Indice non

6,375% 60%

Coefficiente distribuzione

5,75% 80%

patrimoniale utile

5,175% Strumenti Ibridi 100%

4,5% Common Equity Minimo

Nel periodo in cui noi registriamo una crescita economica, proprio il periodo in cui c’è un rafforzamento

dell’offerta del credito rispetto ad una domanda consistente, l’orientamento del regolatore è stato di

effettuare degli accantonamenti non finalizzati ad aumentare il capitale, ma ad incidere, per favorire

l’incremento del capitale in quella misura del 2,5%, incidere positivamente su quello che riguarda la

distribuzione degli utili. Sostanzialmente, il regolatore dice che in presenza di parametri macro economici di

crescita sostenuta, le banche devono aumentare il proprio capitale (Common Equity Tier 1) dal 4,5% al 7%.

Questo aumento del 2,5%, che deve essere favorito in questa fase del ciclo economico, consentirà poi alle

banche di riutilizzare questo incremento in presenza di un aumento della rischiosità per effetto

dell’inversione del ciclo economico.

Quindi, l’assunto è: bene, favoriamo un aumento del capitale nella misura del 2,5% quando gli aggregati

macro economici sono di crescita, che di fatto potrà essere riutilizzato (questo 2,5%) dalla banca per

sostenere le condizioni di solvibilità per effetto di un peggioramento della qualità dei portafogli, e quindi di

un aumento del rischio.

Vediamo, se la banca registra un coefficiente patrimoniale del 5% (quindi superiore al coefficiente

à

minimo, ma inferiore al 5,125%) in tal caso la banca non potrà distribuire utili, in quanto dovrà arrivare al

7%. Il 100% dei dividendi non potrà essere distribuito.

Se io mi trovo al 6%, sono ricompreso tra il 5,75% ed il 6,375%, io non posso distribuire utili nella misura

à

del 60%: gli utili posso distribuirli solo quando ho raggiunto la soglia del 7%.

Quindi quell’obbligo di trattenere, significa che la ricapitalizzazione è legata ai dividendi che non vengono

distribuiti, nel senso che: il regolatore stabilisce che ai fini di raggiungere questa soglia del 7%, incide sulla

distribuzione dei dividenti, definendo delle percentuali obbligatorie di mancata distribuzione, laddove il

coefficiente si va a posizionare nell’ambito di queste fasce.

Non solo non deve distribuire dividendi, ma non può né acquistare azioni proprie, né a qualunque titolo

effettuare rimborsi agli azionisti, né erogare forme di incentivazione al management.

Quindi vediamo come abbiamo un’azione di reinvestimento nell’azienda per la ricapitalizzazione

dell’azienda attraverso questo così detto buffer di conservazione.

La pro-ciclicità potrebbe in effetti essere anti pro-ciclico, perché favorisco l’aumento nel periodo favorevole

dell’economia e ne consento con questo buffer la possibilità di riutilizzare, senza ricapitalizzarmi, nel

momento in cui sono nella fase recessiva del ciclo economico e quindi di deterioramento della qualità e

dell’aumento del rischio per la banca.

Però quale è il dubbio? Di fatto, questa elasticità è possibile che il mercato la valuti in tal senso?

Una banca che dal 7% scende dal 4,5%, dal punto di vista reputazionale verrà vista come una banca che ha

delle difficoltà, quindi non è sufficiente soltanto imporre un coefficiente (un addendum con cui imporre la

patrimonializzazione) perché poi bisogna capire come viene percepito questo nuovo livello, che poi si

traduce in un nuovo livello di coefficiente. Il Common Equity Tier 1 non sarà più di fatto il 7%, ma il 4,5%, e

quella elasticità che si vorrebbe attribuire a questo 2,5% non è declinabile in quanto verrebbe considerato

come un peggioramento della qualità dei portafogli della banca, un deterioramento del rischio emittente

con un downgrade dello stesso. Ecco il problema sollevato che è stato oggetto di critiche su questo tipo di

misura correttiva che si vorrebbe attribuire al 2,5%.

C’è un altro buffer che abbiamo detto: 4,5%, 2,5% per il buffer ci conservazione; poi abbiamo un altro

coefficiente che è però attivabile a discrezione delle autorità dei singoli Paesi, e che è ricompreso in un range

tra 0 e 2,5%. Sostanzialmente, in questo caso si prende in considerazione il rapporto prestito/PIL:

Noi dobbiamo vedere l’evoluzione di questi indicatori come trend nel tempo, quindi quale è il valore medio

nel lungo periodo, e poi la variabilità di questo indicatore nel breve periodo.

Si verifica che: nel breve periodo c’è uno scostamento da quello che è il trend medio di lungo periodo,

à

uno scostamento che è sintomatico di un surriscaldamento dell’economia e che potrebbe giustificare un

aumento del livello di patrimonializzazione.

Quando si crea un’area tra la curva di breve e quella di ungo periodo, l’autorità di vigilanza, 12 mesi prima

dell’adeguamento del patrimonio, può introdurre questo nuovo buffer in una misura che varia tra 0 e 2,5%.

Quali sono gli effetti di questa situazione?

Teniamo presente che tutta la regolamentazione prudenziale si muove su due obiettivi:

• Da un lato, la stabilità del sistema;

• Dall’altro, però, perseguire condizioni di equità competitive, un campo da gioco equo.

Il concetto di equità è dominante, e ad avviso della prof questo buffer incide sul concetto di equità.

Questo perché è a discrezione dell’authority dei singoli Paesi, quindi pur appartenendo alla stessa

Comunità Europea, alcuni Paesi possono introdurli ed altri no. Allora in questo caso si applica su tutte le

banche di quel Paese, e non differenziando tra le banche virtuose e non; indipendentemente da quello che

è il livello di patrimonializzazione effettiva e dalla capacità della banca di avere operato in termini

prudenziali per eccellenza rispetto al rischio di credito, ad esempio al rischio di mercato.

Quindi in effetti penalizza le banche più virtuose, ma non solo: consideriamo una multinazionale che può

fare tranquillamente degli arbitraggi, visto che non vige in maniera analoga su tutte le banche dei sistemi

dei Paesi appartenenti alla Comunità Economica Europea, laddove la multinazionale ha problemi di credito,

invece che attingerlo dalle banche in cui vige questo buffer, andrà ad usufruire di linee di credito in sistemi

dove non vige questo buffer ulteriore (perché aumentare la capitalizzazione significa drenare in qualche

maniera le condizioni di nuove risorse all’economia, significa ridurre l’offerta di credito). Di fatto, quindi,

coloro che saranno penalizzati da questo buffer saranno le piccole-medie imprese, coloro che operano solo

nell’ambito locale, che non hanno possibilità di fare arbitraggio a livello internazionale. In più, visto che si

parla di competitors, di equità e di un campo da gioco dove le condizioni sono eque, si innesta una “guerra”

tra le stesse autorità di vigilanza, perché alcuni possono essere più rigorose in termini di adeguatezza del

patrimonio ed altre più permissive.

È, quindi, una misura che ha lasciato spazio a molte critiche, tutt’ora permanenti, e motivo per il quale non

è ancora stata attivata; effettivamente noi arrestiamoci sul 4,5% + 2,5%.

Ieri abbiamo accennato i punti delle criticità di Basilea 2, rispetto ai quali si sono adottate misure per

rimuoverli, ci siamo soffermati sull’aspetto della qualità del portafoglio; viceversa, altri elementi sono stati

fatti presente come elementi generanti la crisi che hanno poi giustificato queste misure.

L’altro aspetto che doveva esser tenuto in considerazione, è stato scatenante della crisi riguardava il grado

di indebitamento. Si è parlato di un leverage molto alto che presentava sia il settore reale della produzione,

il settore bancario e quello dello Stato; e questo altro leverage del sistema bancario è estremamente

pericoloso perché, stante la funzione monetaria e creditizia, l’ipotesi di una riduzione del credito non

avviene con effetto rallentato, ma genera un effetto di deleveraging che può accentuare la crisi economica

del Paese. Allora il regolatore, in Basilea 3, ha ritenuto di contenere l’effetto leva ed ha individuato un

rapporto, molto semplice, del leverage, che è rappresentato da:

!"#$ &

LEVERAGE = ≥3

'((")"(à

Ma le attività sono quelle “entro e fuori la linea”, questa dicitura si ricava sia dalle poste che alimentano la

struttura e la composizione dello Stato Patrimoniale e sia da ciò che è sotto la linea, ovvero quelle attività

che non sono per cassa (sistema degli impegni e rischi).

In questo caso non facciamo riferimento ad un attivo ponderato, ma al loro valore monetario, così come

sono espresse in bilancio. Aver posto il Tier 1 a confronto con un totale delle attività di bilancio (quello per

cassa e quello di firma) è un indicatore maggiormente significativo? Io ho il livello del leverage, che se

volessi rappresentarlo graficamente: Rapporto di

ATTIVO indebitamento

Tier 1

La differenza è tutto quello che mi esprime il rapporto di indebitamento, è una misura che mi indica quale è

il livello di leverage.

Se io dico che il mio rapporto (Tier1/Attivo), in realtà, è maggiore o uguale a 3, questo mi dà una soglia

entro la quale io mi devo mantenere.

Premesso questo, ci sono delle riflessioni da fare in quanto il concetto di leverage lo abbiamo incontrato

nelle imprese, sono concetti consolidati, a parte forse questo elemento di soglia, il quale, abbiamo detto

esser finalizzato a non far esplodere eccessivamente l’indebitamento, impedire che ci sia un forte leverage

e quindi l’effetto di deleveraging accennato prima.

Il fatto di aver preso tout court, in sostanza il valore dell’attivo complessivo di bilancio, porta a chiederci

quale è il presupposto di questa scelta da parte del regolatore? Aggiungiamo un elemento, in bilancio i

crediti li abbiamo al netto degli accantonamenti, quindi non consideriamo il valore lordo, ma quello che è

espresso in bilancio al netto degli accantonamenti; nel caso specifico, secondo la normativa attuale, le

rettifiche che apporto al conto economico debbono essere portate a detrazione del valore storico,

nominale di carico delle relative voci di bilancio. Sottolineiamo anche che, nel caso in cui i crediti

disponessero di un collaterale, quest’ultimo non verrebbe aumentato, quindi mentre gli accantonamenti

vanno al netto del valore di iscrizione in bilancio, le garanzie collaterali, che vengono acquisite a fronte di

quell’esposizione, non sono portate al netto, non sono decurtate dal valore dell’esposizione. Ulteriormente,

non è ammessa la compensazione in capo ad un medesimo soggetto, tra esposizioni, quindi depositi, e

prestiti: io posso avere una duplice posizione nei confronti della banca, posso essere affidatario di un

prestito e contemporaneamente essere titolare di un prestito, essendo in capo alla stessa persona potrei

compensare le due posizioni ed il netto andarlo ad attribuire al valore dell’attivo. Non è ammesso! L’unica

cosa di compensazione, detto impropriamente, è che accettiamo il criterio di rappresentatività della posta

in bilancio ed i rediti al netto degli accantonamenti.

Premesse queste specifiche con cui andiamo a determinare l’ammontare, cerchiamo di capire se ed in che

misura sia corretto aver messo il totale dell’attivo senza considerare livelli di rischiosità diversi. La

ponderazione che utilizziamo per il calcolo del coefficiente minimo, in realtà esprime un coefficiente con cui

vado a rettificare il valore delle esposizioni in relazione alla rischiosità delle stesse, è un po’ tutta la logica

che troviamo nei vari frameworks di Basilea; ma questa volta il regolatore non ne ha fatto uso: quando

abbiamo parlato delle criticità di Basilea 2, una di queste riguarda i modelli, il database di osservazione che

ha alimentato per dare particolare attenzione ai valori più vicini, ha avuto scarsa memoria rispetto a quelle

che potevano essere situazioni di stress e di volatilità del mercato, sottovalutando la rischiosità e di

conseguenza l’adeguatezza del patrimonio, nel calcolo dello stesso, ai fini del rischio che si è venuto a

configurare.

Allora, mettendo tout court soltanto il valore, che quindi ho ponderato tutto al 100%, quindi tutti lo stesso

rischio indipendentemente dalla tipologia, dal fattore e quant’altro, significa che io supero il limite del

modello.

Un’altra cosa da tenere presente è che secondo gli IAS, i derivati di hedging vanno nello Stato Patrimoniale,

nel quale vengono contabilizzati, non sono nel sistema dei rischi e quindi collocati nelle poste fuori bilancio.

Quindi, anche questi derivati devono essere considerati, l’unica cosa che chiedono nel calcolo delle attività

è che non si faccia riferimento solo ed esclusivamente al valore che esprime il valore del fair value del

derivato, ma anche del rischio potenziale che si potrebbe generare dal default di una delle controparti

occorrerebbe necessariamente rinegoziare il contratto con le controparti e quindi ridefinire nuovamente il

prezzo. Lo faremo nell’ambito dei derivati.

Abbiamo dato molta importanza al capitale ed al leverage, ma l’altro elemento che noi abbiamo posto

come elemento di criticità era rappresentato dalla crisi di liquidità in cui si è venuto a trovare il sistema

bancario. Il fatto che queste benedette operazioni ristrutturatesi o cartolarizzatisi, come crediti derivative

molto evoluti, ma di fatto molto rischiosi e con difficoltà di misurazione corretta del rischio, hanno

determinato un’asfissia del mercato interbancario in un momento in cui era esplosa la crisi del mercato

immobiliare. Quindi erano emerse quelle difficoltà oggettive di rimborso e, conseguentemente, di default

che, a catena, avevano determinato una forte liquidità degli attivi, ma anche illiquidità delle stesse

obbligazioni, che erano state emesse a fronte delle cartolarizzazioni di questi strumenti, in un contesto in

cui, mancando i flussi di rimborso, occorreva rifinanziarsi sul mercato per rimborsare ed estinguere le

obbligazioni a fronte delle tranche emesse. In questo contesto è emerso in tutta la sua tragicità la difficoltà

delle banche di avere una liquidità sufficiente, anche in condizioni di stress.

Uno dei capisaldi della legge bancaria del ’36, era la separazione del credito, a breve ed a medio-lungo

termine; il concetto di equilibrio finanziario, la correlazione temporale tra durate degli impieghi e delle

fonti, quello che vige per le imprese bige anche per le banche: il concetto di correlazione temporale, quindi

evidentemente una raccolta a breve deve finanziare assets di analoga durata, è stato uno dei principi che

ha inciso anche sul modello di banca che si era andata affermando nell’ambito del sistema bancario

italiano, un modello tipicamente di banca retail, di breve termine; che si contrapponeva agli istituti

specializzati di credito. Questo per capire che questi problemi nascevano già dal ’29 e che, evidentemente,

la crisi aveva già posto il problema della liquidità come elemento che è stato tragicamente sconvolgente e

che ha inciso sui defaults a catena, che in quel periodo storico coinvolse anche il sistema bancario italiano.

Quindi proprio alla luce di questo si era creata una separazione tra credito a breve e medio-lungo termine,

concetto questo che per 30 anni ha mantenuto un sistema stabile, ma che ha sollevato anche tante critiche

generate dal fatto che il fabbisogno della banca è un fabbisogno a medio-lungo termine, che questa

separazione del credito non consentiva l’approfondimento delle conoscenze dei fabbisogni dell’impresa e

quindi, da parte della banca, intervenire in maniera corretta su quello che era il fabbisogno e sulle modalità

tecniche di copertura di questo. Proprio alla luce di questa criticità in un contesto evolutivo del mercato

europeo in cui si andava verso un mercato unico bancario, si va affermando questa banca universale. Noi

abbiamo una banca universale “all’italiana” perché la nostra banca non è mai stata realmente

multibusiness, si declina tecnicamente una banca di intermediazione, ma in questo contesto di banca di

intermediazione di tipo retail, si innescano la possibilità di sviluppare altri business, generando, però, una

commistione tra breve, medio e lungo termine, cioè sostanzialmente la raccolta retail, nel momento che

sono caduti tutti i vincoli, è andata a finanziare sia il medio che il lungo termine; circostanze in vero più

sostanziosa per le banche universali di tipo tedesco, che sono quelle che hanno maggiormente scontato gli

effetti più gravi della crisi in quel contesto del 2007.

Allora il regolatore del 2007 ha ritenuto di introdurre dei forti vincoli, ma non tanto al livello di patrimonio a

fronte del rischio di liquidità, la liquidità non può essere coperta con il capitale, è un problema di gestione;

quindi ha ritenuto opportuno di introdurre due indicatori che potessero monitorare la liquidità tenute

presenti queste caratteristiche di breve e lungo termine:

• un primo indicatore è dato dal Liquidity Coverage Ratio (LCR), il quale è dato da:

'((")"(à -"./"0# 1-(1 ./1-"(à

2#3-/445 0" 61441 7#((5

Dove il denominatore è calcolato per un periodo di stress di 30 giorni. Mettiamo a confronto le

attività liquide di alta qualità (quindi certe nel prezzo, altamente liquidabili, in assenza di

rischio) con i flussi di entrata ed uscita calcolati in presenza di ipotesi di stress per un periodo di

30 giorni; e quindi l’ipotesi è se queste attività di alta qualità sono sufficienti a coprirmi il valore

della tesoreria, questo deflusso di cassa, questa differenza tra entrate ed uscite, calcolati in

quelle condizioni.

I flussi in entrata vengono sempre moltiplicati per una percentuale, considerando però solo i

Ø flussi di cassa contrattuale derivanti dai crediti in bonis, per i quali la banca non ha ragione di

attendere un default nell’arco di 30 gg

Lo scenario da stress ipotizza un peggioramento del rating della banca, la fuga di una quota dei

Ø depositi, una perdita di capacità di funding nel mercato all’ingrosso; un aumento della volatilità

del mercato che impatta negativamente sul valore delle garanzie; la revoca inattesa di tutte le

linee di credito e di liquidità non garantite, la necessità di far fronte a obbligazioni

extracontrattuali

• L’altro indicatore è il Net Stable Funding Ratio (NSFR), che mette a confronto le passività stabili,

i fondi stabili con quello che sono gli assets durevoli.

Rischi 8 Lezione 21/03/2017

Basilea 3: Quantità del capitale, leva finanziaria e rischio di liquidità sono gli aspetti chiave.

Oggi accenniamo il rischio di liquidità prima di partire con il rischio di credito.

Rischio di liquidità EGB:

I rischi della gestione finanziaria sono tipicamente rischi di liquidità. Nella loro configurazione sono dovuti a

disponibilità liquide insufficienti a consentire il raggiungimento dell’equilibrio corrente tra flussi finanziari.

Considerando un’accezione più ampia sono indisponibilità liquide insufficienti a sostenere finanziariamente

l’esercizio e lo sviluppo dell’attività della banca. Rischi di liquidita, tuttavia, possono essere dovuti anche a

disponibilità finanziarie superiori a quelle necessarie per garantire l’equilibrio tra flussi finanziari. Il rischio

dunque non scaturisce dall’impossibilita di mantenere saldi finanziari positive, ma dall’eventualità di poter

impiegare a tassi di remunerazione meno adeguati i surplus della gestione finanziaria. Come ogni

tipologia di rischi, anche i rischi di liquidita vanno assunti entro i limiti della loro compatibilità rispetto agli

equilibri gestionali, e devono esser tenuti sotto controllo.

dell’attività̀

Il rischio di liquidita è un rischio tipico bancaria, e si riconduce allo squilibrio finanziario tra

multidimensionalità̀, può̀

entrate ed uscite. Tuttavia tale rischio presenta caratteristiche di infatti essere un

rischio di liquidita accentuato da andamenti avversi dei mercati finanziario sui quali la banca intende

disponibilità̀ attività̀

ottenere liquide, cedendo le proprie finanziarie (A/M LR = Assett/Market Liquidity

ciò̀

risk); oltre a il rischio di liquidita può anche scaturire da difficolta di mantenere o accrescere le proprie

passività̀,

fonti di raccolta costituite da a fronte degli impieghi da coprire (FLR = Funding Liquidity risk).In

può̀

entrambi i casi, il rischio di liquidita portare al peggioramento delle condizioni economiche : da un lato

attività̀

abbiamo una riduzione dei prezzi i vendita delle finanziarie, con notevoli impatti sui ricavi, oltre ad

disponibilità̀

una riduzione di ottenuta in contropartita; dall’altro abbiamo un aumento del costo della

raccolta per indebitamento.

Una riserva di liquidità non è concettualmente definite in modo univoco, ni, le singole tipologie di riserve di

liquidita sono costituite dall’una o dell’altra delle seguenti componenti:

- Attività finanziarie liquide e disponibili: consistono in parti dell’attivo di bilancio che, per

caratteristiche, sono destinate a svolgere funzioni di primo presidio di riserva di fondi liquidi. Si

tratta di accantonamenti costituiti dalle riserve obbligatorie e riserve libere, prudenzialmente

volute dalla banca. Troviamo quindi banconote o monete per far fronte alle richieste di contante

dalla clientela, riserve obbligatorie monetizzabili e depositi liberi detenuti presso le Banche centrali

dei pasi in cui opera la banca considerata. Si tratta dunque di riserve libere costituite in base

monetaria, racchiude nella voce 10 dell’attivo di bilancio “cassa e disponibilità liquide”.

- Disponibilità finanziarie attese con quasi certezza: consistono soprattutto in crediti verso altre

banche sulla cui esigibilità non ci siano dubbi. Si tratta di riserve di liquidità per le singole banche

creditrici. Sono costituite da crediti verso banche e non in base monetaria. Le disponibilità

finanziarie che ne partecipano sono caratterizzate dalla certezza del credito vantano, a livello di

esigibilità e nell’immediatezza temporale di riferimento. Il primo elemento rinvia al rischio in merito

alla controparte, se la banca non dovesse rispettare l’impegno di rimborsare il debito assunto,

questi attivi non potrebbero svolgere la funzione di riserva di liquidita per la banca creditrice. Il

secondo elemento riguarda l’arco temporale cui guarda la gestione della tesoreria: quotidiana.

- Disponibilità finanziarie potenzialmente attivabili: corrispondono ad attività in bilancio che la banca

può cedere sul mercato e ai nuovi debiti che la banca stessa può contrarre.

In sintesi finale, il concetto di riserva di liquidita può dunque essere declinano in più voci: come scorta di

attività finanziarie liquide; come imminente flusso di liquidità quasi certa; come un flusso di liquidità

aggiuntiva attivabile dalla banca. Riserva dunque non è solo sinonimo di accantonamento di mezzi liquidi,

ma è anche flusso finanziario positivo.

Ci sono due punti di vista di questo rischio di liquidità:

- Da un lato l’incapacità di soddisfare l’obbligazione

- Dall’altro lato c’è la difficoltà di monetizzare assets sul mercato, per poter generare risorse per

fronteggiare i propri impegni, senza incorrere in gravi perdite. (Assett market Liquidity Risk)

Tenuta presente questa duplice accezione, attraverso la quale si sviluppa la definizione di rischio di

liquidità, vediamo che con Basilea 3, due tipi di indicatori sono stati introdotti, due tipi di indicatori che

come ho già accennato nascono da un concetto banale, che riguarda il concetto di equilibrio finanziario.

(Prof si riferisce ai due indicatori LCR e NSFR)

Il presupposto fondamentale è quello di mettere a confronto le fonti durevoli con fabbisogni di analoga

durata, quindi la logica sottesa è che a fronte di fonti a breve termine, vado a finanziare assets a breve

termine, a fronte di fonti durevoli io vado a finanziare fabbisogni finanziari durevoli. Questo riassume, ha

come obiettivo finale l’identificazione e l’individuazione di questi due indicatori. Vediamoli da vicino e

vediamo se riusciamo a cogliere questo concetto di equilibrio finanziario con questi due indicatori di

liquidità.

Correlazione temporale durata-impieghi e fonti, questo è il punto di partenza, che è venuto meno, perché

è stato uno dei principi fondamentali, con la quale si è voluta separare quella banche che opera nella

cosiddetta commerciale, quella che opera in retail, dalla banca di investimento che opera a medio lungo

termine. Questo trova le sue radici nella crisi del ’29, quindi dal punto di vista storico ha una sua ragione

d’essere, di averlo introdotto e di averlo introdotto con un modello di business separato della banca a

breve, o a lungo termine. Un modello di business che in qualche maniera è stato stravolto attraverso il

modello della banca universale, evidentemente questa banca opera su tutto lo scadenziario, copre tutte le

tipologie di fabbisogni, ed opera prevalentemente nel corporate. Questo tipo di banca è quella che ha

rappresentato maggiore criticità, ci sono stati forti squilibri di natura finanziaria che ha determinato crisi di

liquidità. Tenuto presente questo concetto di correlazione temporale tra durata-impieghi e fonti, vediamo

da vicino il significato di questi due indicatori.

Sono due indicatori, uno di breve termine e uno di medio-lungo termine, partiamo da questo concetto e

mettiamo a confronto poste attive e passive di breve termine e poste attive e passive di medio lungo

termine.

Queste poste hanno determinate caratteristiche e nella specie, il Liquidity Coverage ratio mette a

confronto al numeratore le attività di alta qualità, portamenti liquidabili senza perdite in linea di capitale,

con quelle che sono i deflussi di cassa netti calcolati in uno scenario di stress riferiti a 30 giorni.

Quindi al numeratore metto gli assets di elevata qualità, in termine di monetizzazione senza perdite in

linea capitale e al denominatore metto flussi di cassa netti, quindi flussi in entrata nettati dai flussi in uscita

calcolati in ipotesi di situazione di stress entro 30 giorni.

Vediamo che è un indicatore di breve termine, con particolare connotazione: la capacità di soddisfare e

quindi di avere riserve (che in passato erano chiamate riserve di 1° e 2° linea, nei libri di tecnica bancaria).

L’entità e la qualità di queste riserve è importante perché devono coprire i fabbisogni di cassa in condizioni

di situazioni di stress, che si sono manifestate nel 2007 e che hanno generato la grave crisi finanziaria di cui

ancora scontiamo i segni.

Vediamo le attività liquide che tipo di caratteristiche devono avere, siccome sono attività prontamente

liquidabili senza perdite in linea di capitale, evidentemente devono essere attività a basso rischio

(ovviamente), sia di credito sia di mercato, quindi devono avere rischi molto bassi sia nei confronti

dell’emittente di credito, sia nella possibilità di avere negoziabilità sul mercato; sono assets che sono

facilmente prezzabili, perché sono monetizzabili in mercati profondi e quindi hanno un mercato sia

primario che secondario, ma soprattutto il secondario che ne consente la negoziabilità e la liquidabilità in

tempi molto brevi. Questi assets però dovrebbero avere una bassa correlazione con le attività, viceversa

che sono altamente rischiose, per eccellenza sono le obbligazioni emesse dagli istituti di credito, se

andiamo a vedere la dinamica della quotazione di un obbligazione emessa da una banca, vediamo che è

estremamente volatile almeno in certi periodi, nel senso che laddove c’è un surriscaldamento

dell’economia e quindi ci sono ipotesi di rischio di credito latente nei portafogli creditizi della banca,

vediamo che il funding primo a generare un peggioramento della qualità, ha resettato gli strumenti per la

raccolta della banca, per eccellenza le obbligazioni. Le obbligazioni secondarie sono estremamente volatili,

vediamo che quelle che sono maggiormente sensibili e quelle che presentano maggiore reattività sono le

obbligazioni delle banche. Quindi diciamo che questi strumenti di alta qualità devono presentare una bassa

correlazione con questa tipologia di strumenti. Un altro aspetto importante è che non devono essere dati a

garanzia per le operazioni di funding, quindi la logica è che sono: liquidabili prontamente sul mercato

secondario, facilmente prezzabili, diciamo sono non-scarsamente correlate con assets ad alto rischio, non

sono utilizzati o non sono vincolati come garanzia a fronte di un’emissione per la raccolta e in ultima

istanza questi assets sono stanziabili presso la BCE per ottenere funding in ultima istanza.

Quindi la stanziabilità di questi assets è importante perché in ogni caso, anche in presenza di un mercato

secondario, non molto profondo, facendo riferimento all’obbligazione corporate, stanziando queste

obbligazioni in un’istanza presso la BCE io ho la possibilità di generare liquidità aggiuntiva a costi contenuti

per la copertura dei miei fabbisogni.

Quali possono essere i liquidi facilmente esigibili, queste riserve? Sicuramente cassa per eccellenza, poi

attività a brevissimo termine, attività stanziate presso BCE che sono liquidabili, costituiscono le riserve di

liquidità aggiuntiva, titoli emessi da stati sovrani (possibilmente da pesi OCSE), oppure emessi da organismi

internazionali come il fondo monetario internazionale, la banca dei regolamenti internazionale (tutti

strumenti altamente liquidi e facilmente monetizzabili), sono considerate riserve di prima linea. Poi ci sono

i titoli emessi dal corporate, sono stanziabili presso la BC per ottenere liquidità aggiuntiva.

Questi corporate non possiamo considerare il valore nominale, sono di seconda linea perché

evidentemente nel momento che li vado ad utilizzare per generare liquidità aggiuntiva devo applicare degli

haircut, normalmente la possibilità su un 100% del valore nominale dello strumento corporate un 40%,

posso ottenere come valore di realizzo. Quindi diciamo che sulla base di queste riflessioni, le

caratteristiche desunte, io sono in presenza, di riserve di prima e seconda linea sono in realtà

caratterizzate da strumenti che presentano una differenza in termini di liquidabilità a copertura dei

fabbisogni di cassa della banca.

La normativa dice che abbiamo un buon rapporto di breve termine quando le attività di alta qualità

rapportate a questi flussi di cassa netti di uno stress equity relative a 30 giorni è maggiore o uguale a 1.

In nota integrativa troviamo tali informazioni, nella parte relativa ai rischi bancari.

L’altra indicatore il NSFR, in realtà è un indicatore di medio-lungo termine: Vado a confrontare le risorse

finanziarie, il funding stabile della banca, le risorse finanziarie che sono stabilmente disponibili per la

banca, con i fabbisogni finanziari durevoli della banca, quindi confronto le risorse stabili necessarie con che

i fabbisogni durevoli della banca, cioè gli investimenti durevoli.

Quali potrebbero essere le fonti permanenti? Le fonti che stabilmente possono considerarsi stabili,

disponibili per la banca e per i propri investimenti durevoli? Il proprio capitale. Ricordiamoci che il concetto

di stabilità viene ravvisato in una scadenza normalmente superiore l’anno. Questa stabilità diciamo che

viene anche ponderata ad una percentuale, un haircut. Nel senso che quelle stabili vengono considerate al

100% e quelle che sono meno stabili, ossia prettamente liquidii verranno ponderate allo 0%, perché non

hanno quella forma di permanenza durevole da destinare ai fabbisogni durevoli della banca; quindi

lavorano al contrario, il patrimonio, i prestiti subordinati, possiamo considerare delle forme stabili

ponderate al 100%, così come le preferred share (azioni privilegiate), gli ibridi, sono strumenti che in

sostanza fanno parte del TIER1 e TIER2. Quindi tutti gli strumenti che sono imputabili al tier1 e tier2 ed altri

che hanno sempre la stessa tipologia ma che non fanno parte del patrimonio, non sono computabili al

patrimonio, ma che sono della stessa natura, noi li consideriamo come fonti durevoli che vengono

ponderati al 100%.

Viceversa debbo considerare altre forme di raccolta e delle forme di raccolta dovrei fare operare una

distinzione tra le forme stabili, come possono essere i depositi, e meno stabili. È chiaro che la forma stabile

può essere un deposito vincolato superiore all’anno; abbiamo detto che deve essere una forma superiore

all’anno della scadenza come lo strumento di raccolta. Però sono in presenza, di forma cosiddetta “di

raccolta dormiente”, che in relazione al comportamento dei miei risparmiatori permangono durevolmente

presso la banca; ecco l’importante è il modello di analisi di questi comportamenti rispetto ai quali poter

differenziare questa raccolta in stabile e non stabile. È chiaro che se siamo in presenza di raccolta stabile io

li vado a ponderare al 90%, questa è l’aliquota che il regolatore mi applica, come ponderazione; mentre

per quelli che non sono meno stabili l’80%. Poi ci sono i depositi a vista, presso le banche 0%, i depositi di

intermediari di enti o enti non finanziari come stati sovrani o banche centrali vengo ponderate al 50%.

Considerazione prof: un deposito a vista, non essendo stabile non posso considerarlo una risorsa durevole

di raccolta. Le forme durevoli di raccolta sono il patrimonio, le subordinate, gli ibridi, le preferred share, le

azioni privilegiate, queste sono fonti permanenti per la banca. Poi ci sono le obbligazioni ordinarie, che

sono una fonte durevole se con scadenza superiore all’anno. Poi mi trovo una massa significativa

rappresentata dalla raccolta, dal punto di vista contrattualistico è una forma stabile.

È pur vero che ci sono però dei modelli, modelli statistici, che vengono applicati per lo studio del

comportamento del risparmiatore, presentano una serie di elementi qualitativi che vengono presi in

considerazione. Rispetto a questi fattori, io (banca) sono in grado di distinguere quella che è la raccolta

stabile o non stabile: la raccolta stabile è quella che evidentemente non è suscettibile di monetizzazione

entro l’anno da parte dell’investitore, da parte del depositante; questo tipo di raccolta viene inclusa

nell’ambito delle risorse finanziarie stabili e disponibili per la banca nel lungo termine. Viene applicato un

haircut, di molto poco, si parla del 90%, quindi diciamo che mentre il patrimonio viene valutato al 100%

queste vengono considerati come fonti durevoli nella misura del 90% del valore nominale depositato.

La stabilità si riduce sensibilmente quando si tratta di disponibilità depositante presso investitori

istituzionali.

NB: Quando si tratta di disponibilità presso il sistema bancario, quindi i depositi trattenuti nell’ambito dei

rapporti interbancari questo è 0%, perché abbiamo visto che è estremamente volatile. Abbiamo visto che

nel momento che si genera un rischio reputazionale, viene percepita una difficoltà e quindi una maggiore

rischiosità, la prima cosa è che non sono monetizzabili i fondi che alimentano i rapporti inter creditizi,

questi vengono valutati allo 0%.

Bisogna tener ben presente questo elemento di permanenza, durevolezza, della fonte rispetto alla

à

tipologia dei fabbisogni che questa fonte deve essere utilizzata. Ricordiamoci del concetto di correlazione

temporale della durata-impieghi-fonti.

Oggetto di attenzione e già esistente prima di Basilea 3, riguarda il discorso della ALM (Assett and Liabilies

Management), non è altro che una gestione integrata dell’attivo e del passivo per le scadenze.

Sostanzialmente preso un certo tempo t, io vado a posizionare sullo scadenziario a brevissimo termine, a

medio-lungo termine, tutte le mie attività e passività e vedo per ogni scadenza quale è il mio saldo e vedo

se è positivo o negativo. L’ALM è estremamente importante.

Con l’ALM sono in grado di capire se effettivamente rispetto allo scadenziario, non c’è altro che una

ridistribuzione dei flussi di cassa attesi in entrata e in uscita per le diverse fasce temporali con i quali ho

identificato i fabbisogni potenziali della banca; quindi ho le mie attività e passività, ho individuato le fasce

potenziali di scadenze e di cui ridistribuisco tutti i flussi che andranno a scadere sia in entrata che in uscita

su ogni scadenza e ciò in termini di proiezione prospettica è estremamente importante per capire quali

sono i miei fabbisogni futuri di liquidità.

Un altro problema da non sottovalutare riguarda la concentrazione, che è un problema non indifferente

per il sistema bancario; Cos’è la concentrazione? Io vado a verificare l’ammontare delle passività

finanziarie nei confronti di una singola controparte sul totale delle passività finanziarie della banca; posso

considerare l’ammontare complessivo sul singolo prodotto, rispetto al complesso dell’ammontare del

funding relativamente ai prodotti della banca e altrettanto posso farlo per quanto riguarda la valuta.

Quando è avvenuta la crisi di liquidità che ha coinvolto queste 4 banche: Monte dei Paschi di Siena in

à

aggiunta e le altre 2 banche Venete che hanno fatto richiesta di ricapitalizzazione con denaro pubblico e

che hanno anch’esse avuto problemi di liquidità, quale è l’elemento fondamentale?

Nel poter capire la difficolta di queste banche in termini prospettici che potranno avere nel futuro, vado a

vedere il livello di concentrazione dei primi dieci depositanti e vedo quale è il livello di concentrazione di

essi sul totale dei depositi; se io ho il 50% concentrato in dieci esposizioni, un conto è avere dieci

esposizioni da uno cada uno, supponendo che dieci sia il totale: un conto è avere dieci esposizioni da un

euro, un conto è avere una posizione sola di dieci; quindi sapere la concentrazione che viene anche dal lato

dei prestiti, un grado di concentrazione molto elevato è estremamente complesso.

Nel rischio di mercato ciò che è stato sottovalutato è il rischio di controparte, cioè le cartolarizzazioni (i

salsicciotti) e le ri-cartolarizzazioni che hanno alimentato quella cessione di portafoglio di crediti, erano

state inserite nel portafoglio di trading e quindi erano state oggetto di particolare attenzione per quanto

riguarda il rischio di mercato, ossia di variabilità del valore di questi assets con le quali venivano strutturate

le operazioni di cartolarizzazione, poca rilevanza era stata data al rischio di controparte.

Nel rischio di mercato, quindi, non ho solo il rischio di prezzo che è legato alle variazioni che sono

specifiche del mercato e fattore di rischio che caratterizza un determinato strumento, ma bisogna anche

considerare il rischio di controparte, ossia quel rischio specifico che può generare una variazione aggiuntiva

del prezzo. La volatilità, la variazione inattesa di uno strumento finanziario di trading, non è solo imputabile

al fattore di rischio che può essere in un’obbligazione la Duration, che può essere il beta per un’azione, ma

lo devo legare anche al rischio emittente il cui deterioramento genera una variazione di prezzo dello

strumento stesso; questo elemento che è stato sottovalutato in Basilea 2 e che conseguentemente ha

generato dei default molto significativi.

Ciò ha poi portato una grande attenzione in Basilea 3 per quanto concerne le misure da adottare per il

rischio specifico nel rischio di mercato; Vedremo 2 metodologie:

• Metodologia standard: il rischio specifico viene considerato come una percentuale del valore

nominale dell’esposizione, che ho detenuto in portafoglio, e che viene differenziato a secondo

dello strumento. Il peggioramento di questa percentuale si è registrato soprattutto nelle

cartolarizzazioni: per quanto riguarda i titoli azionari era ipotizzabile un 8% del valore

dell’esposizione per il calcolo del rischio specifico nei fini della determinazione dei coefficienti

patrimoniali. Questo 8% era riducibile al 4% laddove il portafoglio fosse molto diversificato e

questo 4% è stato eliminato lasciando l’8% indipendentemente dalla diversificazione del

portafoglio. Ci ritorneremo

• Metodologia dei modelli interni o metodologia var;

C’è stato un sensibile peggioramento per quanto riguarda le cartolarizzazioni: in questo caso parlando del

patrimonio gli elementi di deducibilità del patrimonio, abbiamo portato a detrazione le cartolarizzazioni, le

trance equity: sono le trance che hanno il livello di rischio maggiore ovvero a più alto rischio e che hanno il

rating più basso, sono portate direttamente e per intero importo a detrazione del patrimonio.

Per le altre, invece, in considerazione del range della classe di rating, tante più alte e tanto la percentuale

del rischio specifico si riduce, quindi in relazione alla qualità e alla computabilità, assegnazione della

tranche la classe di rating, varia il coefficiente di calcolo per il rischio specifico, ovvero sarà minimo per

quelle trance di cartolarizzazioni che sono ricomprese nelle classi tra la AAA e la AA, ed è massima per

quelle che sono CCC a maggior rischio che possono essere portare a detrazione del patrimonio.

Per le operazioni ri-cartolarizzate queste aliquote si raddoppiano e il rischio specifico richiede un maggior

assorbimento di patrimonio attraverso aliquote che sono il doppio di quelle che vengono applicate per

classi di rating nell’ambito delle operazioni di cartolarizzazione del credito.

Una misura penalizzante per quanto riguarda l’utilizzo dei modelli var, nel calcolo del rischio di mercato:

ovvero questi modelli hanno presentato una memoria corta, ciò sono stimati su un database in cui è rivolta

particolare attenzione ai dati più vicini e meno attenzione è stata data ai dati di periodi passati, periodi in

cui potevano esserci forte perdita e forte volatilità.

Nel modello var il patrimonio veniva calcolato come il maggior valore tra il var decadale, considerato un

intervallo di confidenza del 99% in t-1 ed il valore medio relativo agli ultimi 60 giorni, quindi il valore medio

significava che questo valore relativo ai 60 giorni lo dividevo per 60 e poi moltiplicato per un coefficiente

pari a 3 o 4, questo 3 o 4 significava che il livello di assorbimento massimo del patrimonio in una situazione

di stress, il che non è vero perché è stato dimostrato che quel patrimonio in realtà copriva la volatilità del

fattori specifici inerenti al rischio di mercato ma non mi copriva il rischio specifico. (Vedremo in futuro)

Allora è stato considerato uno stressed var, che è stato sommato al maggior valore tra i due, è stato

sommato un var stressato calcolato ad una certa maniera; calcolando un var nelle condizioni ottimali e un

var nelle condizioni da stress, e il maggior valore lo applico come coefficiente patrimoniale, NO, non è così.

Perché calcolo il var ordinario, lo sommo al var nelle condizioni di stress ed il risultato è il coefficiente

patrimoniale che si deve detenere per il rischio di mercato. Misura molto onerosa oggi per le banche.

Inoltre nel modello var è stato aggiunto un'altra quota crescente di assorbimento di patrimonio, il così

detto “incremental default and downgrading risk change”, quando questi investimenti riguardano

strumenti di debito il rischio di default che si ha su essi richiede un requisito addizionale di capitale.

È molto stringente in termini di misure aggiuntive il rischio di controparte, relativamente al portafoglio del

trading; questo rafforzamento del patrimonio è volto a considerare il rischio di controparte che

sottovalutato ha determinato grandi rischi di solvibilità del sistema bancario.

(Ai fini dell’esame parliamo della qualità del capitale, della pro ciclicità, di leva finanziaria, del rischio di

liquidità, rischio di mercato con riferimento al rischio di controparte).

Gli 5 elementi analizzati sono fattori di criticità in Basilea 2 che hanno generato la crisi finanziaria, rispetto

alla quale il regolatore ha attivato una serie di misure che hanno caratterizzato la struttura del framework

di Basilea 3. Rischio di credito

Cos’è il rischio di credito?

La controparte non fa fronte al rimborso del debito contratto risultando inadempienteàpeggioramento

del merito creditizio.

Parlando di rischio è necessario che sia ben chiaro che il rischio è un qualcosa inatteso, una variazione

inattesa del patrimonio, in particolare c’è un elemento che determina questa improvvisa variazione, che

determina la variazione inattesa del valore di un prestito, del rimborso del prestito, visto che stiamo

parlando di una banca e di un portafoglio di credito.

Questa variazione si può avere sia al momento dell’erogazione, sia nel momento del monitoraggio

andando a valutare il monitoraggio nel tempo dell’esposizione creditizia, e queste variazione sono quindi

attribuite all’andamento del merito creditizio di un soggetto (sua situazione economico e patrimoniale).

La valutazione del merito creditizio richiede una serie di informazioni che devono essere di natura quali-

quantitativa sul modello imprenditoriale, per quanto riguarda il bilancio ecc. queste informazioni devono

essere organizzate all’interno di una “entity” e queste vanno ad alimentare un modello interno ai fini della

stima di questa variazione inattesa che si può generare. Delimitazione dell’oggetto-Organizzazione e

modellizzazione.

EGB Promemoria: Il rischio di credito si trova quindi in qualsiasi tiptologia di prestito, ed indica la possibilità

che venga meno la capacita di rimborso da parte della controparte debitrice per insolvenza, oppure per il

manifestarsi di eventi che non consentono al debitore di far fronte ai propri impegni verso la banca.

Il rischio di credito infatti non si identifica solamente nella manifestazioni di perdite derivanti

dall’insolvenza (default) del debitore, ma può esserci anche la possibilità che la capacita di rimborso del

cliente subisca un deterioramento in tempi successivi a quello di concessione del prestito, senza che si

manifesti uno stato di default. Ecco che per la banca è di importanza fondamentale misurare in maniera

corretta il rischio di ciascun debitore.

Quando voi parlate di i rischi dovete sempre tenere presente il campo d’indagine, l’impatto organizzativo e

dovete considerare il modello di riferimento ai fini della stima della misurazione del rischio.

Questo è molto importante come approccio, in maniera che vi garantisce omogeneità e conformità

nell’analisi che dovete sviluppare. Siamo partiti sottolineando e portando alla nostra attenzione quale

aspetto? Che il rischio è sempre questa variazione inattesa, allora vogliamo riprovare, stante ciò che avete

detto, a dare una prima definizione di rischio legandolo a questo concetto di variazione inattesa.

È evidente che il rischio è legato al fatto che un soggetto non è in grado a scadenza ad adempiere alle

proprie obbligazioni; quindi l’aspetto del rischio è legato al default del soggetto.

Però oltre all’incapacità di adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali, dobbiamo anche considerare

altri elementi, come è stato fatto da voi, di un peggioramento che si può manifestare nell’ambito del

monitoraggio di un rapporto della possibilità o quindi quantomeno della solidità finanziaria di questo

soggetto. Allora, se io dovessi dare quindi una definizione di rischio, vogliamo mettere insieme questi

elementi: variazione inattesa, default e deterioramento della solidità finanziaria del soggetto;

“Quale tipo di definizione potrei configurare con questi 3 elementi?”

Risponde BUBU: “Il rischio è una variazione inattesa del merito creditizio (sia in caso di default che di

variazione della solidità finanziaria), di un soggetto nei confronti del quale la banca ha un’esposizione cui

corrisponde una variazione inattesa del valore di mercato dell’esposizione.

Quindi, una variazione inattesa del merito creditizio cui corrisponde la perdita, che è una riduzione di

valore, ma non è sufficiente dire “la perdita” perché la perdita se è attesa la vado a spesare a CE, c’è una

perdita inattesa; quindi c’è una variazione inattesa del merito creditizio della controparte, cui corrisponde

una variazione inattesa del valore di esposizione al mercato, perché oggi li calcoliamo tutti al fair value o al

costo ammortizzato. Variazione inattesa, quindi, c’è una variazione inattesa del merito creditizio della

controparte, cui corrisponde una variazione inattesa del valore di mercato dell’esposizione creditizia.

Allora, nelle sue diverse fattispecie lo possiamo determinare questo rischio di credito, come? Il rischio che

il soggetto non assolva agli obblighi contrattuali e quindi non corrisponde i flussi di cassa, capitale e

interesse che sono dovuti. Abbiamo poi detto che il rischio di un deterioramento della solidità finanziaria

del soggetto e quindi quel rischio che noi abbiamo chiamato rischio di downgrading.

1) Rischio di insolvenza

2) Rischio di downgrading.

Ho un altro rischio: da una parte c’è una variazione inattesa del merito creditizio o peggioramento della

solidità di questo soggetto, dall’altra parte potrei avere una variazione inattesa di che cosa? Che io

recupero un importo minore di quello che avevo stimato, quindi non solo c’è il rischio che questa vada in

default e c’è un rischio di credito perché diciamo che c’è un downgrading su un suo stato di salute, ma

posso avere anche un rischio del recupero perché ho una variazione inattesa nel recupero che avevo

stimato su quella esposizione a seguito del default del soggetto prenditore.

Allora, le componenti del rischio di credito sono di 2 tipi:

• La perdita attesa

• La perdita inattesa

La perdita attesa si calcola in merito a 3 variabili:

- Il valore dell’esposizione;

- La probabilità di default;

- Il tasso di perdita attesa: ossia praticamente il tasso di perdita sul caso di default al netto del

recupero. Quindi, dato il recupero dell’esposizione, la differenza tra valore nominale esposizione e

recupero dell’esposizione è il tasso di perdita nel caso di default.

La perdita inattesa che è il grado di dispersione intorno al valore medio atteso, noi lo indichiamo come il

livello di dispersione dei tassi di perdita. Quindi, la perdita che si può generare, essendo inattesa, dovrebbe

essere superiore a quella attesa, nel momento in cui si manifesta questo rischio di credito; quindi questo

rischio di variazione inattesa rispetto al valore medio atteso per effetto o del default o del deterioramento

del merito creditizio.

Domanda BUBU: “Variazione inattesa può esser vista come qualcosa di positivo? Nel senso che recupero

più di quanto pensavo di aver perso?”

Allora, sul discorso del mercato dal punto di vista di rischio è evidente che nel caso di rischio del mercato è

più palese che il fair value del valore in relazione al fattore di rischio può essere sia positivo o negativo e

quindi evidentemente generare una variazione inattesa positiva che aumenta il valore, come una

variazione inattesa negativa che invece determina una perdita come una riduzione del valore.

Nel caso del rischio di credito, io dico che il rischio sia nel caso del downgrading, ma può esserci anche un

miglioramento del mio merito creditizio, è evidente che se questo determina una variazione dello spread il

mio valore fair value aumenta.

Però il problema è questo: nel momento in cui parlo di rischio di credito, parlo di quella variazione

à

inattesa che determina una perdita del valore inatteso del valore di mercato dell’esposizione, perché se c’è

rischio associo una perdita, non associo il guadagno. Il rischio della variazione inattesa che mi determina

una perdita inattesa sul valore dell’esposizione (questo è il rischio), per quella attesa (la perdita) io c’ho gli

accantonamenti. Se è rischio non può considerarlo come un guadagno.

Il problema fondamentale è se il rischio è inatteso, allora il rischio in quanto tale e se è atteso tutti gli

elementi li approssimo per cui reputo che devono essere stimati e contabilizzati a CE, se è inatteso devo

avere quella garanzia in termini di “cuscinetto” di adeguatezza di patrimonio che laddove dovesse

manifestarsi mi permette di mantenere la solvibilità della mia banca.

Allora, vi faccio un esempio: Per determinati strumenti, tipo i derivati, l’ammontare della perdita non è

determinabile. Nel caso del rischio di credito, l’ammontare massimo della perdita è il valore

dell’esposizione, dopo di che non si può perdere.

Quindi, devo capire lo strumento devo capire il fattore di rischio e rispetto a questo devo andare a valutare

quelli che sono gli elementi attesi ed inattesi che possono essere prodotti da questo fattore di rischio,

quindi c’è un momento di mappatura e di identificazione, ce un momento che poi riguarda la misurazione,

gestione e controllo, queste sono le fasi del processo di management con le quali vado a gestire i rischi.

Davanti al rischio di credito l’analisi che adesso dobbiamo sviluppare riguarda evidentemente l’analisi di

questi 3 driver:

1) L’esposizione

2) La probabilità di default

3) Logica di default

Prima di iniziare un’analisi di questi 3 driver, io vorrei portare la vostra attenzione su quelli che sono alcuni

aspetti che hanno caratterizzato il rapporto di affidamento nell’ambito dell’azione banca-cliente.

Allora, in passato, e la letteratura ha sempre ipotizzato un approccio dicotomico, cioè sostanzialmente un

rapporto che potevo avere in termini di rischio era soltanto identificabile in un rapporto dove la posizione

del soggetto prenditore era solvibile o non solvibile, quindi erano queste solo le possibilità e l’approccio

dicotomico era basato su valutazioni soggettive, le valutazioni soggettive sono basate su un flusso di

informazioni, informazioni che sono legate a cosa? Come andiamo a valutare il merito creditizio? Solvibile

o non solvibile? Se è solvibile lo affido, se non solvibile non lo affido. Questo dipende da che cosa? Dalla

reputazione del soggetto che sono gli elementi che poi vengono utilizzati come flussi di informazioni dalle

agenzie di rating, dalla struttura finanziaria, quindi del leverage del soggetto che debbo affidare, dalla sua

capacità di reddito e dalla presenza di garanzie, i famosi collaterali.

Questo approccio dicotomico può ruotare su 4 elementi di informazione:

1) La reputazione

2) La struttura finanziaria

3) La a capacità di reddito

4) I collaterali

L’altro approccio, cardinale/ordinale, è un approccio, viceversa, diverso, in un’ottica discreta noi possiamo

valutare diversi livelli del merito creditizio del soggetto a seconda dell’assegnazione di questo soggetto ad

una determinata classe di rating. Nell’ambito dell’approccio ordinale, io assegno una certa classe di rating e

mi baso su una serie di elementi di valutazione di tipo qualitativo, mentre nell’approccio cardinale

attraverso le metodologie quantitative sono in grado di disporre di una stima quantitativa di solvibilità in

corrispondenza di quella classe di rating. Quindi l’assegnazione alla classe su base qualitativa con modelli

desumo poi quello che è la stima della probabilità di default associata a quella determinata classe di rating.

Domani ci occuperemo dell’analisi dei 3 driver.

Ciao a tutti da Franca <3 Rischi 9 Lezione 22-03-2017

Allora oggi vediamo di focalizzare l’attenzione sui driver che qualificano la perdita attesa e inattesa relativi

al rischio di credito.

Ieri accennavamo ai 3 driver:

1) Probabilità di Default (PD)

2) Valore dell’esposizione (EAD)

3) Loss Given default (LGD)

La perdita attesa, l’expected loss è data dal prodotto di questi tre elementi in cui consideriamo

l’esposizione, la probabilità di default ed il tasso di perdita per il mancato recupero dei crediti nel caso di

default.

Per capire gli elementi che dobbiamo considerare, le informazioni necessarie, è bene affrontare degli

approfondimenti. Nello specifico:

Discorso della esposizione: deve essere chiaro, avendo fatto economia degli intermediari ed

Ø economia e gestione della banca, che l’esposizione non è altro che il risultato di un processo

attraverso il quale la banca, a seguito di una istruttoria di fido, delibera l’affidamento laddove

valuta in maniera positiva il merito creditizio, l’importo, la forma tecnica, la durata.

Questa procedura viene attivata a seguito della “domanda elettronica” che viene inoltrata ed in

ambito di tale domanda sono acquisite tutta una serie di informazioni, le quali sono inerenti al

modello imprenditoriale, agli aspetti manageriali di governance, che sono inerenti ai bilanci, ai

budget che sono elementi di estrema rilevanza per poter accertare la capacità di rimborso

dell’affidato. Dunque a parte l’istruttoria, l’aspetto rilevante è l’affidamento, ovvero le forme

tecniche che consentono a noi di chiarire alcuni aspetti inerenti in merito ai valori che vado ad

imputare a queste esposizione.

Problema: Capire qual è l’ammontare di esposizione al momento del default.

Per capire ciò io devo ritornare quindi alle origini dell’affidamento e capire qual è l’importo, la

durata, i collaterali, la forma tecnica in sé, perché sono tali elementi che mi permettono di

determinare l’ammontare dell’esposizione al momento del default.

NB: Sintesi sull’affidamento: modalità fido, forma tecnica, scadenza, rimborso, profilo di rischio.

L’utilizzo del fido è per cassa e di firma. Quelli per cassa sono importi che sono utilizzati nelle diverse

tipologie che possono essere uno scoperto in conto corrente, uno smobilizzo crediti, finanziamenti.

Poi abbiamo quelli di firma: reali e chirografari.

Approfondimento:

Il fido bancario, o affidamento, è definito come l'impegno assunto da una banca a mettere una somma a

disposizione del cliente, o di assumere per suo conto un'obbligazione nei confronti di un terzo.

Gli affidamenti bancari si articolano in diverse forme tecniche che potremmo riassumere nelle seguenti

categorie:

1. Fidi di cassa ed assimilati: si tratta principalmente del classico scoperto di conto corrente, la linea di

credito più utilizzata, e anche più costosa per il cliente. Essa consente di avere un'apertura di

credito sul proprio conto corrente, che si esplicita nella possibilità per il cliente di utilizzare in

qualsiasi momento ed in qualsiasi modo le somme messe a disposizione da parte dell'istituto di

credito affidante, di norma senza preavviso e senza particolari obblighi di restituzione in termini

temporali. Si tratta sicuramente di una linea di credito comoda per l'impresa o il privato che ne

beneficia, tuttavia le banche affidanti preferiscono un utilizzo elastico di detta linea di credito, e

tendono a ridurre o a revocare gli affidamenti caratterizzati da utilizzi pieni e statici.

2. Smobilizzo crediti, definito anche come castelletto bancario: è una categoria piuttosto ampia che

riguarda quelle linee di credito che consentono lo smobilizzo dei crediti che il soggetto richiedente

vanta nei confronti di soggetti terzi. In tale categoria si ravvisano principalmente i seguenti tipi di

affidamento:

a. i fidi cosiddetti di portafoglio composti da anticipo, sconto e credito effetti, dove si

intendono per effetti le ricevute bancarie e le classiche cambiali.

b. l'anticipo fatture, a sua volta articolato in anticipo fatture con cessione e senza cessione del

credito.

3. Fidi di firma: si tratta di garanzie prestate dall'istituto di credito a favore di terzi per conto del

soggetto richiedente, la forma tecnica più diffusa è sicuramente la fideiussione bancaria. Esistono

fideiussioni del dare e del fare. Le fideiussioni del dare garantiscono il capitale che la garanzia

espone come valore facciale di incasso. Le fideiussioni del fare garantiscono l'adempimento di

lavori e prestazioni anche in forma finanziaria ma finalizzati a questi precisi scopi.

4. Fidi estero: rientrano in questa categoria tutte quelle linee di credito che consentono di supportare

un'azienda nella sua attività commerciale con l'estero. Si evidenziano in tale categoria gli anticipi di

fatture all'esportazione, le lettere di credito, i finanziamenti all'importazione.

5. Fidi per derivati: è una categoria molto in voga negli ultimi anni in quanto riguarda tutte quelle linee

di credito necessarie per supportare l'operatività in derivati (ad es. futures, options, swap).

6. Finanziamenti: si tratta di tutte quelle operazioni di finanziamento a breve, medio o lungo termine

caratterizzate dall'erogazione di una somma capitale e dal rimborso effettuato mediante un piano

di ammortamento prefissato. I più diffusi in tale categoria sono i mutui ipotecari e chirografari.

Le aziende richiedono ed utilizzano le diverse linee di credito a seconda della particolare esigenza

da finanziare e a seconda della struttura e della strategia finanziaria pianificata.

7. Fidi di anticipazione di fideiussioni bancarie: sono quelle linee di credito che vanno ad anticipare

fideiussioni e garanzie bancarie che portano come beneficiario la società del cliente richiedente

l'anticipazione che le gira alla banca per l'eventuale incasso che avviene o al verificarsi di

determinate condizioni o a scadenza predefinita (expiry date).

Prof:

Nello scoperto del c/c è la banca che mette a disposizione degli importi che possono essere utilizzati

nell’anno della movimentazione del c/c, sono decisi e definiti dal prenditore; quindi evidentemente in

questo caso l’importo, le modalità e tempi sono definiti dal prenditore, cosa diversa dai finanziamenti

secondo prestiti in cui il rimborso viene definito da un piano di ammortamento per la quale si definisce la

data e conseguentemente entità rimborso capitale e quota interessi, a seconda del calcolo della banca

stessa, che è ben diverso da una forma di smobilizzo. La forma di smobilizzo si hanno sullo sconto di

portafoglio, sull’anticipo ricevute bancarie o sulle fatture. L’elemento peculiare di questo caso è che noi

abbiamo anche una duplice firma nel senso che abbiamo quella del prenditore affidato dalla banca, ma

anche il soggetto (nel caso della cambiale), che è l’obbligato della cambiale se non paga il trattario (che è

l’obbligato) nelle modalità quindi io anticipo la somma a scadenza, la banca ha la duplica la firma, quella

del trattario principale e quella del debitore se il trattario non adempie.

Per quale motivo la banca non eroga in un’unica soluzione il fido nel momento della delibera ma lo eroga

per forme tecniche e per importo differenziato? Diversificazione del rischio da parte della banca?

La possibilità di usare linee diverse di credito con una forma tecnica adeguata per il fabbisogno,

rendendolo maggiormente strutturato il fabbisogno da un lato e la forma tecnica dall’altro adeguata a

copertura del fabbisogno. Ma rende anche altrettanto importante verificare la possibilità o meno del

default, e al momento di esso la modalità di recupero. In un’analisi di fabbisogno durevole, è importante

che la forma tecnica risponde alle caratteristiche del fabbisogno. Forme rispondenti alla natura, dinamica

del mio fabbisogno (fonte durevole=investimento durevole). Questo è il principio di sana gestione e

correttezza, ma allo stesso tempo io devo ipotizzare che a questa modalità di strutturare le forme tecniche

in relazione alle esigenze che ho anche la possibilità nel momento di recupero di rientrare e ridurre quella

percentuale di credito che evidentemente rischio di perdere. Quindi diminuisco quel tasso di perdita che è

la quota parte di credito che non ho recuperato.

Per quanto riguarda le firme, la forma più utilizzata sono le fideiussioni bancarie che sono rilasciate per

consentire all’imprenditore per partecipare all’appalto, per consentire anche nel ramo retail per poter

usufruire di alcuni locali in locazione, quindi è una forma dove la banca si impegna, ma laddove il

prenditore non onera le sue obbligazioni l’escussione genera un rischio sulla cassa, quindi c’è la possibilità

che accanto a quel valore su cui mi impegno, vi corrisponde un finanziamento per cassa a cui deve

ottemperare la banca.

Allora alla luce di ciò mi trovo in una situazione per alcune forme tecniche ho certezza di rimborso, per

altre no. Secondo voi per quali ce l’ho e per quali no?

Perdita Attesa= EAD * PD * LGD il mio problema è il valore dell’esposizione al momento del default, quindi

dobbiamo capire il rischio assunto sull’esposizione.

Esempio scoperto:

Apertura credito C/C 100 è accordato, in un momento ho prelevato 30 (utilizzato), quindi rimane 70 sul

à

c/c. In tutto ciò faccio un versamento di 10, e vado quindi ad 80. I 10 di versamento che ho effettuato,

sono rimborso del prestito oppure ricostituzione della provvista dell’accordato originare?

Se avessi uno scoperto di conto, non nella forma dell’apertura di credito e ho un saldo dare 80 e verso 10

in avere e il saldo dare si riduce a 70, sono diversi i 10 dell’apertura di credito da quelli versati sulla linea di

fido utilizzabili sul c/c. Fare attenzione: se il versamento tratta la restituzione di fido non lo ricostruisci,

mentre nell’apertura di credito parliamo di modalità di utilizzo e non trattasi di rimborsi in quanto sono

modalità con cui ripristino la linea di fido nel suo ammontare originale con l’ipotesi sottesa che il fido è pari

a 100. Ma qual è l’esposizione al momento del default? Questo è il problema. Certo o non incerto. Non è

l’ammontare del prestito, sarebbe eccessivo ovviamente dal punto di vista patrimoniale.

Supponiamo che ho un fido di 1 milione, ne utilizzo il 60%. Poi ho una PD = 10% e un LGD=60%;

EL = (60%*1 milione) *(10%)*(60%)=36.000

Bisogna fare delle assunzioni in base all’utilizzo medio, oggi so che l’utilizzo medio è del 60%, potrei

tuttavia ipotizzare dal comportamento del passato secondo i vari soggetti, classi di rischi, settori potendo

dire che mediamente potrà utilizzare un altro 40% della differenza tra l’ammontare e l’utilizzato.

Su 1 milione totale avrò: EL = (600.000 + 40% di 600.000)*0,1*0,6=50400 . Quindi da qui al momento del

default il soggetto prenditore potrà usufruire di un’ulteriore linea di fido, fino a concorrenza del milione.

NB: Nella mia formula in caso di incertezza tengo in considerazione la quota di fido non utilizzata (quindi

non solo quella utilizzata!) sono in presenza di una formula di carattere generale.

L’expected Loss è uguale alla quota di credito usata + la quota di credito non utilizzata, moltiplicata per la

stima di tiraggio (coefficiente del 60% nel nostro esempio). Tutto ciò è moltiplicato per PD e LGD, nel caso

di esposizione con utilizzo incerto. (abbiamo trattato dell’EAD).

La LGD, è un tasso, è la perdita sul valore dell’esposizione al momento del default (PERDITA/EAD).

Però potrei dire che siccome la perdita è data da un valore e da quello che recupero, quindi posso scrivere:

1 - (valore di recupero/EAD), rapporto che rappresenta il tasso di recupero.

Quindi diciamo che è giusto che prendendo LGD è quel tasso di perdita per la parte relativamente a quella

parte non recuperata, io ho quindi il valore dell’esposizione, verifico la parte in valore che ho recuperato,

evidentemente la differenza che è la perdita rapportata al valore dell’esposizione al momento del default

mi da la mia LGD.

LGD È subito determinabile? Che problemi ci possono essere? Lo sappiamo quant’è il tasso di perdita?

Io non so quando va in default e quanto sarà la perdita, io non so quanto perderò. Perché tutto ciò che

diciamo sulle forme tecniche poi incidono. Considerate una esposizione chirografaria rispetto ad una

esposizione collateralizzata, c’è una bella differenza nel recupero.

Il problema che riguarda la perdita e la sua determinazione, va affrontato su tutti gli elementi che bisogna

considerare ai fini dell’analisi della LGD. Allora già abbiamo visto che è fondamentale il nozionale del

prestito e la sua forma tecnica, quindi nozionale e forma tecnica da cui si è originato il finanziamento.

Un altro aspetto è il fatto che in realtà c’è un cut-off rispetto al quale si è determinata una situazione di

default. È vero che io vado a calcolarmi, a seguito del mancato rimborso del prenditore, gli interessi che

non ho percepitoàcosto opportunità per via che il prenditore non abbia pagato, sugli importi non pagati

devo considerare dei ricavi da interesse maturati non percepiti, ma non sono solo gli interessi che sono

maturati, ma sono interessi aggiuntivi che vado a considerare relativamente a quello che è il mio funding

per finanziare l’esposizione. (Quando io parlo del mio costo opportunità, esso matura anche in relazione al

fatto che quella operazione bisogna capire l’interesse come viene fissato se fisso o variabile e bisogna

capire anche che quell’operazione, supponiamo un finanziamento più lungo, non è che emetto obbligazioni

come avveniva 40 anni fa in controvalore dell’obbligazione finanziavo quella linea di finanziamento, dovete

comprendere che faccio ricorso ad un funding il cui costo può variare e quindi questo determinerebbe un

riallineamento di CaR per mantenere i margini di profitto, devo considera il mancato pagamento come

costo opportunità, io ho una somma immobilizzata che non viene rimborsata, finanziata con il funding il cui

costo è variato, quindi ho dei costi che sono generati dalla variazione del costo del funding.)

C’è un problema anche di garanzie, che generalmente si chiamano collateral, combinati nella forma

contrattuale di fido. Nelle operazioni di leasing, per esempio, il contratto poggia sull’esistenza della

garanzia sul collaterale che può essere strumentale o immobiliare, facendo parte del contratto e delle

modalità dell’operazioni disciplinate dalla contrattualistica.

Altro problema che non potete sorvolare delle componenti dell’LGD riguarda la procedura concorsuale: ci

sono forme diverse per accompagnare le imprese nella cessazione dell’attività qualora il passivo superi di

gran lunga con certezza l’attivo. Il problema è che tali procedure sono molto lunghe e generano costi

amministrativi di recupero del credito molto elevati, quindi bisogna considerare oltra al costo opportunità,

i collaterali, ma anche i costi amministrativi che bisogna sostenere nel recupero del credito, oltre che i costi

per avviare le azioni giudiziarie necessarie (per il recupero credito), come i decreti ingiuntivi, escussione

delle garanzie; ci sono giudizi anche in via stragiudiziaria per il recupero del credito). Il valore di recupero

non è dato da quello che realizzerò alla fine dell’esito della procedura che ho attivato ai fini del recupero,

ma debbo considerare spese legali, amministrative, della struttura etc. etc. che mi consentiranno di

pervenire al credito (in termini di recupero). Ma ciò deve sottolineare anche il tempo necessario per il

recupero credito, con dei tempi molto lunghi per i processi, andando a determinare un cambiamento del

valore (un conto recupero 10 oggi un conto recupero 10 tra 10 anni), quindi è evidente che il tempo

rappresenta un fattore decisivo e rilevante per il recupero del credito, quindi il tempo che devo

considerare va dal momento di default a quello di recupero effettivo del valore dell’esposizione finale.

Significa che i flussi che riscuoto nel tempo in relazione all’esito di questi giudizi pendenti dovranno essere

scontati, secondo un tasso di sconto. Le componenti per la LGD da considerare non è solo il valore finale

che recupero, ma il valore al momento del default, costi amministrativi, costi opportunità, tempo,

collaterali, tasso di sconto (omogeneità finanziaria, il tasso di sconto incorpora vari elementi, soprattutto

anni 80-90 dove l’inflazione era un problema molto serio secondo una svalutazione che avveniva dovuto al

mancato rimborso, oggi incide di meno anche se la perdita cambia in relazione all’inflazione). Altri elementi

da rilevare sempre per la LGD le caratteristiche del debitore, finanziatore, del finanziamento (appena

trattate) e fattori di nature esogena.

Le caratteristiche del debitore: diciamo che è importante il paese e il settore di appartenenza del

à

debitore. Se il default arriva negli USA, i NPLs hanno un mercato secondario e provocheranno determinate

situazioni. Ma se la cosa avviene in Italia il contesto è diverso, ma ho tempi completamente diverse, perché

per il tribunale e le durate delle procedure sono diverse, ho una serie di situazioni che incidono molto sulla

stima della LGD.

Uno dei problemi delle banche a cui si è applicata la procedura di risoluzione della crisi bancaria, di fatto

era quasi inesistente l’organizzazione del recupero crediti. È vero che c’è un sistema paese-Italia che

secondo la giurisdizione ha dei grossi problemi, secondo la durata, organizzazione, dei processi, però se

andiamo a declinare l’organizzazione della banca, lo esternalizza o lo internalizza il recupero crediti?

È competenza dell’ufficio legale? Qual è il sistema dei controlli che sono effettuati? La prof ha assistito che

nel caso di default molto significativi (25%-30% del valore del portafoglio) erano caratterizzati al 50% da

una struttura polverizzata di crediti in sofferenza. Ma conviene recuperare o no? Perché ho dei costi legali

molto elevati, esternalizzo perché ho tanti legali. Vado ad esternalizzare avendo così costi legali molto

elevati e tale azione ha un esito molto negativo, molto basso, importi minimi, per il fatto di non avere la

giusta organizzazione dedicata. (Tema del recupero richiede organizzazione)

È necessario considerare prima gli importi, quali abbandonare e quali no, quali abbandonare quindi, per

quali trovare soluzioni transattive. La questione recupero crediti è anche imputabile ad una assenza di

organizzazione da parte della banca. Oggi il recupero crediti è un business, estremamente proficuo e

fondamentale per la banca; Il sistema dei controlli funziona? Vi è un problema di trasmissione dei

documenti, discorso della compliance, dei rischi operativi sottesi per cui le procedure danno esiti negativi

perché regola i documenti che sono stati acquisiti nell’ambito del fido concesso e che rende difficile il

recupero del credito, aspetto organizzativo quindi rilevante nella banca, non si da adeguata attenzione alle

procedure interne di recupero credito (organizzazione).

I fattori di natura esogena sono dati dal ciclo economico, un conto è un periodo positivo, un conto è un

periodo di tensione del ciclo economico, componenti inflattiva, tassi di interesse che vanno ad incidere sul

valore finale di recupero. Discorso del settore è importante, secondo la maturità o meno, prospettive

dinamiche future del settore di appartenenza. Parlando del paese di appartenenza (in riferimento

all’esempio usa-Italia) va a incidere sul tasso di recovery.

Supponiamo ci sia un mercato secondario molto spesso degli NPLs (caso USA), come potrei desumere il

tasso di recupero? L’associo al prezzo dell’NPLs? È possibile se il mercato è efficiente. Se io sul secondario

ogni euro “vale” 30 centesimi, io posso dire che la perdita su 1 euro di VN io ho 0,70 di perdita, 0,30 è il

tasso di recupero. Sono stati utilizzati tali prezzi del secondario e il modello statistico matematico ha

trovato positivi riscontri. In Italia non c’è il secondario, ho la necessità così, non avendo dati di mercato, di

usare le serie storiche dei debitori divenuti insolventi.

Quindi devo valutare la LGD dei debitori che sono stati indicati insolventi, e devo disporre di una serie di

informazioni quali importi, tempi, procedure (fallimentare, decreto ingiuntivo), garanzie, che vengono

trattate nell’ambito di questo.

Quali sono le variabili che devo tenere in considerazione per il calcolo della mia LGD rispetto ciò di cui

abbiamo parlato? LGD = 1 - (importo recuperato/EAD).

Ci sono poi una serie di altri elementi (prescindendo dal costo opportunità) ovvero costo amministrazione,

tempo, tasso di sconto per rispettare la omogeneità finanziaria. A questo punto metto insieme tali

componenti, come si modifica la formula? Il valore nominale del recupero sul valore dell’esposizione è il

tasso di recupero (RR); lavorando poi sui costi amministrativi rapportati ad EAD (Ca); infine un tasso di

sconto da applicare.

Avrò quindi LGDR = 1 - ((RR-Ca)/EAD)*((1/(1+i)^t).

Se sto sul secondario vale il prezzo=valore recuperato, la differenza invece la perdita; se non ho il

secondario considero tali componenti. Rischi 10 Lezione 23-03-2017

Ieri all’interno della formula abbiamo messo al numeratore il tasso di recupero (RRa è il valore di recupero già

rapportato al valore dell’esposizione), ma invece Ca non è il costo in assoluto, ma sono i costi di amministrazione per

le azioni poste in essere ai fini del recupero, ed anche quello è un valore percentuale già rappotato con il valore

dell’esposizione; non possiamo porre a confronto un valore monetario con una percentuale. Quindi Ca rappresenta

la percentuale dei costi amministrati rispetto al valore delle esposizioni. Naturalmente, poi dobbiamo attualizzarlo

usando un certo tasso per il periodo di tempo che noi ipotizziamo sia necessario ai fini del recupero.

Facciamo una piccola esemplificazione. Prendiamo in considerazione:

1. L’importo di recupero (percentualizzato e quindi rapportato all’esposizione);

2. Il tempo stimato;

3. I costi di amministrazione (percentualizzati rispetto all’esposizione, Ca di cui abbiamo parlato);

4. Il tasso di recupero;

5. Il rate del LGD.

Supponiamo che si recuperi il 100% del valore delle esposizioni; il tempo stimato del recupero sia 5 anni; il costo di

amministrazione rispetto al valore dell’esposizione sia pari al 10%; devo stimare il tasso di recupero, ma

contemporaneamente anche la mia LGDR (Loss Given Default Rate).

Quest’ultima abbiamo detto che è data da:

Valore di recupero

rispetto all’esposizione Costi amministrazione


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DESCRIZIONE APPUNTO

Sunti per l'esame di Analisi e gestione dei rischi degli intermediari, basati su appunti (sbobine) personali presi costantemente alle lezioni della prof. Leone e dei suoi collaboratori (Dott. Polimeni, Dott. Proietti) e su studio autonomo del testo consigliato dal docente.

1. Capital adequacy
- La funzione del capitale nelle banche e le diverse configurazioni - La regolamentazione del capitale
- L’accordo di Basilea del 1988
- Il framework di Basilea 2 e la Circolare 263 del 2006
- Il framework di Basilea 3 e il rafforzamento del capitale
- Pregi e limiti degli Accordi
2. Tassonomia dei rischi negli intermediari finanziari
3. Il processo ICAAP e lo SREP
4. Il rischio di credito
- Definizione: il concetto di default
- I driver del rischio di credito
- Il sistema di rating: cenni
- Approccio binomiale per la stima della perdita attesa e inattesa - Regole di vigilanza prudenziale
5. Il rischio di mercato
- Rischio-rendimento e pricing di strumenti finanziari
- Indicatori di rischio di tipo deterministico
- I rischi di mercato
- Introduzione al Value at Risk: l’approccio varianze e covarianze - VaR parametrico:
6. Rischio di tasso di interesse del portafoglio di banking - Gap analysis
- Immunizzazione
7. Introduzione agli strumenti derivati
- Tassi Zero Coupon e Tassi Forward
- Contratti a termine, swap,
- Opzioni: caratteristiche contrattuali, pricing e greche - Basis point value
- Coperture dei rischi
8. Rischi operativi, liquidità, strategici e reputazionali: aspetti introduttivi delle regole di vigilanza
9. Gestione del capitale e creazione di valore
- La gestione del capitale
- Capital Active Management
- Performance e misurazione delle performance: dall’approccio tradizionale (processo additivo e moltiplicativo)ai modelli di performance corretti per il rischio


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze aziendali
SSD:
Docente: Leone Paola
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mattia.citro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Analisi e gestione dei rischi degli intermediari e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Leone Paola.

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