Riassunto del canto XXIII del Purgatorio
Dante, appena entrato nella sesta cornice, si sofferma a scrutare l'albero, proprio come fanno i cacciatori stimolati dal richiamo degli uccelli, ma Virgilio, più che padre (v. 4), lo invita amorevolmente a procedere, poiché il tempo è prezioso.
Incontro con le anime dei golosi
I due poeti e Stazio riprendono il loro cammino e improvvisamente vengono raggiunti da una schiera di anime pensose che attorno all'albero piangono e cantano Labia mea, Domine (v. 11). Queste anime li guardano con stupore, ma tuttavia li superano continuando rapidi il loro cammino. Sono i golosi, la cui pena è quella di soffrire una fame e una sete insaziabili che ischeletriscono disumanamente i loro corpi, accresciute ancor di più dalla visione di frutti e acqua. Il volto è pallido, la pelle aderente alle ossa, gli occhi incavati in orbite oscure tanto da sembrare, come in un teschio, l'occhiaie anella senza gemme (v. 31), e a tal punto che nel loro viso si poteva tracciare la linea secca del naso tra le orbite vuote, e leggere così la parola 'omo' (v. 32). Essi sono paragonati a Erisittone che, privo di viveri, fu costretto ad addentare le proprie carni, e ricordano anche la fame provata dagli Ebrei durante l'assedio di Gerusalemme, in cui una donna, Maria, arrivò addirittura a divorare il proprio figlio.
Incontro con Forese Donati
Una delle anime si volge a Dante con un grido di affetto e di gioia, Qual grazia m'è questa? (v. 42); il poeta lo identifica dalla voce (il suo aspetto, infatti, non l'avrebbe di certo aiutato nel riconoscerlo): è l'amico fiorentino Forese Donati, il quale gli chiede perché si trovi nel Purgatorio e chi siano le altre due anime con lui. Dante, però, risponde con un'altra domanda, pregandolo di chiarirgli come mai lui e i suoi compagni siano...
Note sul canto e personaggi
- Albero: L'albero che i due poeti incontrarono alla fine del canto XXII. Si tratta di uno strano albero da cui pendono frutti dal profumo soave e dalle cui fronde si sparge l'acqua proveniente da una roccia vicina; ma, al contrario degli alberi della terra, esso ha rami e tronco che degradano all'ingiù; da essi esce una voce che grida: Di questo cibo avrete caro (v. 141), 'di questo cibo voi non ne avrete'.
- Stazio: L'ombra di Stazio era apparsa ai due poeti nel canto XXII a seguito di un terremoto: quando, infatti, un'anima si sente monda dal peccato e si avvia a salire al Paradiso, ecco che il monte del Purgatorio trema; non si tratta, quindi, di un evento atmosferico avvenuto per ragioni fisiche. Poeta latino del I secolo d.C., Stazio fu autore del poema epico in dodici libri dedicato a Tebaide, Domiziano, in cui è cantata la lotta tra Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo che si contesero il potere a Tebe, e la spedizione di Teseo contro Creonte; dell'Achilleide, poema che si proponeva di cantare le vicende di Achille (anche quelle tralasciate dall'Iliade), ma che rimase interrotto al secondo libro a causa della morte del poeta; e delle ignote durante tutto il Medioevo, una raccolta miscellanea in cinque Silvae, libri che riuniva trentadue poesie liriche. Sulla figura di Stazio e la sua produzione letteraria si veda A. Cavarzere - A. De Vivo - P. Mastrandea: Carocci (Roma 2003, Letteratura latina. Una sintesi storica, ristampa 2007), pp. 211-4.
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Purgatorio, canto III
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Purgatorio, canto XIII
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Appunti sul I Canto Purgatorio di Dante
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Appunti sul III Canto Purgatorio di Dante