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Gli impliciti in educazione: il peso delle nostre idee

Cottini in didattica speciale afferma che la costruzione di un’identità positiva per la persona in situazione di disabilità, che la porti a individuare e ricoprire ruoli attivi all’interno del contesto sociale, non dipende soltanto dalle sue caratteristiche personali, ma anche dall’immagine che diversi gruppi sociali di riferimento tendono a costruire intorno all’individuo.

Teoria delle rappresentazioni sociali

Gli individui tendono a dare senso a fenomeni nuovi e sconosciuti della propria esperienza, in questo caso situazioni di disabilità, assimilandolo a qualcosa di conosciuto, comprensibile e quindi gestibile. Questo rende familiari oggetti, individui ed eventi che si presentano come nuovi. I processi di ancoraggio e oggettivazione sono essenziali. Ancoraggio è effettuato attraverso processi di integrazione cognitiva di un nuovo oggetto nel sistema di pensiero preesistente in modo da renderlo familiare. Oggettivazione è il meccanismo attraverso il quale si attribuisce alla rappresentazione una dimensione concreta e rappresentabile, facendola diventare un’immagine familiare e comprensibile.

Sviluppo e stereotipi

Lo sviluppo non è una somma di elementi e non procede in maniera compatta e direttamente proporzionale. È un continuo intreccio delle aree di crescita; è fatto di stalli, momenti di crescita e di decrescita. Il processo che scatta è quello di voler ricondurre le persone ad alcuni quadri categoriali nel tentativo di dare un senso ad una determinata situazione sociale. Quando si percepisce qualcuno in modo stereotipato si tende ad attribuirgli tutte le caratteristiche che si ritengono condivise tra tutti i membri del gruppo. Molto spesso avviene un’ipersemplificazione della realtà e ricerchiamo dati che confermano le nostre conoscenze, andando a produrre saperi di ancoraggio, effetto Pigmalione.

Come ritroviamo nel libro Dinamiche inclusive di Salis e De Felice, si sviluppa la teoria delle rappresentazioni sociali perché attraverso esse si rende socialmente condiviso l’elemento percepito. Per favorire una rappresentazione sociale che identifichi la persona con disabilità semplicemente come persona, occorre riconoscere e dare adeguate risposte ai bisogni di normalità del soggetto, ancor prima di valutare i bisogni speciali.

Le conoscenze sociali rispetto alla disabilità: stereotipi e pregiudizi

Gli stereotipi hanno un grande peso all’interno delle relazioni tra gruppi: credenze legittimanti (giustificazione ideologica dello status quo), aspettative e profezie che si autoavverano. Alcuni stereotipi da eliminare sono:

  • Portatore di handicap: Visione cattivistica, l’handicap è uno svantaggio esterno incontrato nel contesto.
  • Diversamente abile: Visione buonista, finta benevolenza.

Ritroviamo anche alcune idee "grezze": disabilità = mondo della tristezza e dell’infelicità/mondo dell’impossibilità/mondo che fa paura e della malattia/mondo dell’estraneità/mondo dove non ci si può permettere di avere un "caratterino"/mondo dove si deve dimostrare in ogni occasione che si sta crescendo e ci si sta "normalizzando". L’educazione non va a riparare ma deve considerare gli aspetti positivi. Mondo degli eterni bambini, mai adulti e capaci di scegliere. Non bisogna trattarli come bambini, utilizzare un linguaggio adeguato per incrementare la loro adultità.

Come afferma Lepri, interagire con una persona con disabilità considerandola come un comune malato implicherà il fatto di inserirla in un sistema di relazioni e di attese per cui le esigenze di cura e accreditamento prevarranno sul resto. Allo stesso modo, ridurre la persona all’immagine dell’eterno bambino significherà predisporsi alla sua protezione al di là della sua età anagrafica. Queste condizioni hanno la conseguenza di mantenere chiusa la porta di accesso al mondo degli adulti. È più facile ricoverare una persona piuttosto che organizzare e indirizzare le risorse al servizio del personale progetto di vita.

Verso una nuova idea di disabilità

Lepri: La cultura cambia e con essa cambiano le rappresentazioni dei fenomeni sociali. Si sono andati modificando le immagini di malato e di bambino. Grazie a questi cambiamenti si è giunti all'elaborazione di un modello interpretativo della disabilità basato sull'idea che a disabilitare le persone fosse prima di tutto la società, con le sue barriere e i suoi ostacoli fisici e psicologici. Negli ultimi anni si è sempre più diffusa una concezione multifattoriale ed ecologica che tende a spiegare la disabilità come il risultato del rapporto tra fattori individuali (menomazione, personalità, motivazione, condizione economica) e fattori sociali (ambiente, rappresentazioni, discriminazioni).

Sul piano politico, l'esito più alto di questa riflessione è rappresentato dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità assunta dalle Nazioni Unite nel 2006. In questo documento la disabilità viene definita come il risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società sulla base di uguaglianza con gli altri.

Cominciare a pensare come reale l'adultità delle persone con disabilità intellettiva significa cominciare a riconoscere come reale il fatto che esse possono assumere ruoli adulti nella società. Ecco che attività come lavorare, amare, prendersi cura, insegnare, abitare, scegliere sono entrate nell'orizzonte di senso di queste persone, proprio perché riconosciute vere socialmente. Purtroppo siamo di fronte ad un fenomeno ancora troppo esile, poco metabolizzato a livello culturale, rispetto al quale non esiste una riflessione strutturata. L'idea che le persone con disabilità intellettiva possano assumere ruoli adulti è ancora ampiamente di minoranza all'interno della società. Possiamo dire quindi che una delle grandi sfide che si trova di fronte chi è impegnato nei processi di accompagnamento è proprio quella di dare corpo a questa nuova immagine sociale, cercando di comprendere con quali caratteristiche questa condizione esistenziale si sta concretamente determinando.

I concetti di diversità e di differenze

Diversità: Nel senso comune, significa ciò che manca di qualcosa, ciò che procede in un’altra direzione, un valore un po’ enigmatico. In pedagogia, è l’insieme delle condizioni esistenti consegnate a ciascuno e costituite dai fattori genetici, biopsicologici, socioculturali. Cos’è la diversità in un bambino? Tutto ciò che non ha scelto: il suo nome, il suo cognome, la sua famiglia, il suo corpo. Che fare della diversità? La diversità può solo essere riconosciuta e accettata. Per accettazione non intendiamo un giudizio positivo o salvifico, ma una presa d’atto e un’obbligata situazione di partenza...immodificabile. Al singolare perché è un dato dell’umanità, dato esistenziale.

Differenze: Nel senso comune, limite; disgrazia; risorsa. In pedagogia, è lo scarto tra il già dato (gettatezza-diversità) e il sempre possibile, la sua progettualità, la sua originalità, la sua potenzialità. Cosa sono le differenze in un bambino? Le sue potenzialità, i suoi bisogni, i suoi desideri, il suo essere “unico e irripetibile”, la categoria del possibile. Che fare delle differenze? Le differenze devono essere promosse; sono un obiettivo da scegliere perché ciascun bambino possa raggiungere la sua eccellenza, sono la sfida dell’educazione. Progettare a partire dalla diversità e differenze significa considerare ogni bambino o bambina che entra nel nostro servizio come l’ospite più atteso.

La nascita della pedagogia speciale

Quasi sempre è stata una storia scritta da altri (medico, psichiatra, infermiere, educatore...). Nell’antichità qualsiasi imperfezione fisica veniva infatti accostata al male e interpretata in chiave morale e/o religiosa come punizione e castigo. Con il Cristianesimo ci fu una prima rivoluzione. Gesù Cristo incontra molti malati e persone in situazione di disabilità. Secondo quanto riportato dai vangeli, dopo la guarigione miracolosa di un cieco ad opera di Gesù, gli apostoli gli chiesero: «Rabbi chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché egli nascesse cieco? Rispose Gesù: né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è nato cieco perché si manifestassero in lui le opere di Dio».

Nel Medioevo cominciano a diffondersi tre immagini della persona in situazione di disabilità: 1) Il buffone; 2) Il selvaggio; 3) Il malvagio. Donne che partorivano figli «malformi» accusate di avere avuto rapporti con diavolo, venivano catturate e uccise.

Con l’Illuminismo, l’idea che anche la persona malata può essere studiata si afferma. Diderot scrive «Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono» (incarcerato per tre mesi).

Con Itard, fine 1700, nasce la pedagogia speciale: documentario del “Ragazzo Selvaggio”: un bambino estrapolato da un contesto selvaggio ed è stato inserito in un contesto ordinario, quello di un medico e una governante. Si inizia a pensare che l’educazione è per tutti. Tutti i soggetti sono educabili, anche se per lui non proprio tutti tutti. Diversità tra deficit e handicap, bisogna considerare le condizioni e il contesto in cui vive. Importante è il dialogo tra il mondo medico e socio-pedagogico. Questa educazione può avvenire tramite un processo riabilitativo ed educativo. Centrale è l’attenzione alla cura educativa per realizzare pratiche inclusive.

Storia dell’integrazione in Italia: inserimento, integrazione, inclusione

La storia delle 3 «I»: ripercorriamo la storia (Inserimento, Integrazione, Inclusione). Legge 517/1977: l’inserimento è una pratica. È con tale legge che nasce l’inserimento. Si è guadagnato il diritto per le persone con disabilità ad essere inserite nei contesti scolastici e sociali senza ragionare sulla qualità di quell’esperienza. Ci si fermava ad un mero inserimento fisico. Logica assistenziale e normativa (venivano accolti con l’idea che non si dovevano fare del male, senza pensare ad un contesto educativo).

Inserimento: pratica. Il diritto per le persone con disabilità ad essere inserite nei contesti scolastici e sociali senza ragionare sulla qualità di quell’esperienza. Seguendo una logica assistenziale e normativa.

Integrazione: pratica. Garantire il rispetto dei bisogni della persona attraverso interventi individualizzati pensati ad hoc. Logica ancora centrata sul soggetto in situazione di disabilità e che di fatto non ha modificato la qualità di tutta la didattica.

Inclusione: orizzonte. Pensare spazi, ambienti educativi e sociali a partire dalla diversità e dalla differenze di ciascuno (non solo persone con disabilità); non scegliere una logica dell’emergenza ma pensare luoghi che nascono già pensando all’eterogeneità; l’intervento speciale è dentro una logica ordinaria e arricchisce la qualità della didattica ordinaria. Vignetta: bambino più piccolo non vedeva perché era basso, nella seconda veniva dato uno scalino per vedere oltre il muro, nella terza viene presentata una rete dove ognuno con le proprie caratteristiche e potenziali potevano vedere. L’intervento è avvenuto sul contesto, non si ragiona più sulla persona ma sulla modifica del contesto.

Allora la parola «Speciale»? Saper essere «speciali» in educazione, saper individualizzare, saper personalizzare, permettere all’Altro di portare a realizzazione le proprie differenze nel riconoscimento della propria diversità.

Le classificazioni: dall’ICIDH all’ICF

La prima classificazione elaborata dall’OMS, “La Classificazione Internazionale delle malattie” (ICD, 1970) risponde all’esigenza di cogliere la causa delle patologie, fornendo per ogni sindrome e disturbo una descrizione delle principali caratteristiche cliniche ed indicazioni diagnostiche. L’ICD si delinea quindi come una classificazione causale, focalizzando l’attenzione sull’aspetto eziologico (causa) della patologia. Le diagnosi delle malattie vengono tradotte in codici numerici che rendono possibile la memorizzazione, la ricerca e l’analisi dei dati.

Ezologia –> Patologia –> Manifestazione clinica

L’ICD rivela ben presto vari limiti di applicazione e ciò induce l’OMS ad elaborare un nuovo manuale di classificazione, in grado di focalizzare l’attenzione non solo sulla causa delle patologie, ma anche sulle loro conseguenze: “la Classificazione Internazionale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap” (ICIDH, 1980). L’ICIDH non coglie la causa della patologia, ma l’importanza e l’influenza che il contesto ambientale esercita sullo stato di salute delle popolazioni. Con l’ICIDH non si parte più dal concetto di malattia inteso come menomazione, ma dal concetto di salute, inteso come benessere fisico, mentale, relazionale e sociale che riguarda l’individuo, la sua globalità e l’interazione con l’ambiente.

L’OMS dichiara l’importanza di utilizzare l’ICD e l’ICIDH in modo complementare, favorendo l’analisi e la comprensione delle condizioni di salute dell’individuo in una prospettiva più ampia, in quanto i dati eziologici vengono integrati dall’analisi dell’impatto che quella patologia può avere sull’individuo e sul contesto ambientale in cui è inserito. L’ICIDH è caratterizzato da tre componenti fondamentali, attraverso le quali vengono analizzate e valutate le conseguenze delle malattie: la menomazione, come danno organico e/o funzionale; la disabilità, come perdita di capacità operative subentrate nella persona a causa della menomazione; lo svantaggio (handicap), come difficoltà che l’individuo incontra nell’ambiente circostante a causa della menomazione.

Malattia o disturbo –> Menomazioni –> Disabilità –> Handicap

La presenza di limiti concettuali insiti nella classificazione ICIDH ha portato l’OMS ad elaborare un ulteriore strumento, “La Classificazione Internazionale del funzionamento e delle disabilità" (ICIDH-2, 1999), che rappresenta l’embrione del modello concettuale che sarà sviluppato nell’ultima classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, Disabilità e Salute” (ICF, 2001). Il 22 maggio 2001 l’Organizzazione Mondiale della Sanità perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, denominato ICF.

Riabilitazione ed educazione: sentieri e confini

La riabilitazione è un processo nel corso del quale si porta una persona con disabilità a raggiungere il miglior livello di autonomia possibile sul piano fisico, funzionale, sociale, intellettivo e relazionale, con la minor restrizione delle sue scelte operative, pur nei limiti della sua menomazione. L’educazione è l’insieme dei processi e degli strumenti attraverso cui una società trasmette da una generazione all'altra il patrimonio di conoscenze, valori, tradizioni, comportamenti che la caratterizzano.

Modello medico, modello sociale e modello biopsicosociale

Modello medico: Focus: la disabilità è una caratteristica individuale avvenuta per causa «naturale» o accidentale; l’intervento educativo è rivolto soprattutto sul soggetto: riabilitare e normalizzare.

Modello sociale: Focus: la disabilità è una caratteristica sociale determinata da un contesto di svantaggio socioculturale; l’intervento educativo è rivolto soprattutto sul contesto: ridurre «l’handicap».

Entrambe le posture sono «zoppe» perché utilizzano un pensiero lineare (causa-effetto; determinismo) e privilegiano una lettura parziale dell’ «aut...aut» piuttosto che dell’ «et...et» (logica escludente).

Modello bio-psicosociale: Mette insieme il modello medico e quello sociale. Cerca di mettere in campo una lettura della salute e della disabilità che tenga conto tanto delle «condizioni» delle persone che delle «situazioni» dei contesti in cui le persone vivono. Riprende l’ottica dell’ICF: non classifica le persone; non classifica le conseguenze delle malattie; non classifica le disabilità ma descrive le situazioni di ciascuna persona all’interno di alcuni domini della salute.

ICF: concetto di disabilità, salute, funzionamento, attività, partecipazione, capacità, performance, fattori contestuali

ICF si delinea come una classificazione che vuole descrivere lo stato di salute delle persone in relazione ai loro ambiti esistenziali (sociale, familiare, lavorativo) al fine di cogliere le difficoltà che nel contesto socio-culturale di riferimento possono causare disabilità. Tramite l’ICF si vuole quindi descrivere non le persone, ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità. Lo strumento descrive tali situazioni adottando un linguaggio standard ed unificato, cercando di evitare fraintendimenti semantici e facilitando la comunicazione fra i vari attori coinvolti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Eleonora-Bolzani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia delle diversità e delle differenze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Sannipoli Moira.
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