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90, in modo lento ma percepibile e ineluttabile, le due cine si avvicinavano. Questo graduale processo si interruppe

bruscamente nel 1995 quando il governo di Taipei reclamò il riconoscimento diplomatico e l’ammissione del proprio paese

alle maggiori organizzazioni internazionali. In risposta il governo cinese condusse esperimenti missilistici nelle acque

adiacenti i maggiori porti taiwanesi ed effettuò esercitazioni militari in prossimità di alcune isole sotto il controllo di

Taiwan. Questi sviluppi hanno sollevato due quesiti: a) per il presente, è possibile che Taiwan resti democratica senza

acquisire un'indipendenza formale? B) per il futuro, è possibile che Taiwan resti democratica pur perdendo la sua

indipendenza di fatto? Per i primi anni del prossimo secolo, tuttavia, appare probabile che, attraverso la coercizione, il

compromesso o più probabilmente una combinazione di questi due elementi, per quanto verrà a integrarsi più strettamente

con la Cina continentale.

Fino alla fine degli anni 70, i rapporti tra Singapore e Repubblica popolare cinese sono stati gelidi. Quando tuttavia degli

anni 80 l'economia cinese decollò, Singapore iniziò opportunisticamente a orientare i propri interessi in quella direzione.

Gli investimenti all'estero di Singapore, fino ad allora fortemente incentrati su Malesia e Indonesia, presero la via della

Cina.

L'Islam: coscienza senza coesione

dell'Occidente moderno lo Stato nazionale ha rappresentato la massima espressione di fedeltà politica. Fedeltà più

circoscritte sono subordinate ed inglobati in essa. In tal modo, delle più circoscritte alle più ampie, le fedeltà occidentali

toccano l'apice dell'intensità al centro, disegnando una sorta di U rovesciata. Nel mondo islamico la gerarchia delle fedeltà

è stata strutturata in modo pressoché opposto. Le due strutture basilari, originarie e costanti, sono state da un lato la

famiglia, il clan e la tribù, e dall'altro quella costituita dalle unità della cultura, della religione e dell'impero su scala sempre

più vasta. Tribalismo e religione (l'Islam) hanno svolto e svolgono tutt'oggi un ruolo significativo è determinante negli

sviluppi sociali, economici, culturali e politici delle società e dei sistemi politici arabi. Le tribù sono state un elemento

centrale della vita politica degli Stati arabi. In Asia centrale non sono mai esistite precise identità nazionali: la fedeltà andava

alla tribù, al clan e alla famiglia allargata, non allo Stato. All'estremo opposto, i popoli avevano lingua, religione, cultura e

stili di vita in comune e l'islamismo era la maggiore forza di aggregazione tra i popoli. In tutto il mondo islamico, il piccolo

gruppo e la grande fede, la tribù e l’ummah, sono state i principali depositari di fedeltà e devozione, mentre lo Stato

nazionale ha avuto un ruolo meno significativo. Nel mondo arabo, gli Stati esistenti hanno problemi di legittimità in

quanto sono per la maggior parte dei casi il prodotto arbitrario dell'imperialismo europeo, e i loro confini spesso non

coincidono con quelli dei gruppi etnici. Inoltre, l'idea stessa di Stato nazionale sovrano è incompatibile con la fede nella

sovranità di Allah e nel primato dell’ummah. Il fondamentalismo islamico rifiuta l'idea di Stato nazionale a favore dell’unità

dell’Islam. La debolezza del concetto di Stato nazionale nel mondo islamico è altresì riflessa nel fatto che laddove durante

gli anni della seconda guerra mondiale i conflitti tra gruppi musulmani furono assai numerosi, tra stati musulmani sono

scoppiate solo due grandi guerre. Negli anni 70 e 80, gli stessi fattori che hanno dato vita alla rinascita islamica nei singoli

paesi hanno anche rafforzato l'identificazione con l’ummah, la civiltà islamica, nel suo complesso. Il senso di unità

musulmana, inoltre si è riflesso e ha trovato nuovo alimento nelle iniziative adottate dagli Stati e dalle organizzazioni

internazionali. Nel 1969 il leader dell'Arabia Saudita organizzarono, in collaborazione con quelli di Pakistan, Marocco, Iran,

Tunisia e Turchia, il primo summit islamico a Rabat, da cui prende vita l’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci).

Praticamente tutti gli Stati con un’ampia popolazione musulmana appartengono oggi a questo organismo. Inoltre, i governi

di Arabia Saudita, Pakistan, l'Iran e Libia hanno appoggiato e sponsorizzato organizzazioni non governative quali il

congresso mondiale musulmano e la lega mondiale dei musulmani. Il passaggio da una coscienza islamica ad una coesione

islamica, tuttavia, comporta due paradossi:

1. Il mondo islamico è diviso tra diversi centri di potere in competizione tra loro, ciascuno dei quali tenta di sfruttare

l'identificazione musulmana con l’ummah al fine di promuovere la coesione islamica sotto la propria leadership. La

competizione vede schierati i regimi tradizionali e le loro organizzazioni da un lato e i regimi islamici con relative

organizzazioni dall'altro. L'Arabia Saudita diede vita all’Oci anche per avere un contraltare alla Lega Araba,

all'epoca dominata da Nasser. Nel 1991, dopo la guerra del Golfo, i leader sudanese Hassan Al-Turabi creò la

conferenza popolare araba e islamica come contraltare all’Oci, dominata dall'Arabia Saudita. Oltre a queste

organizzazioni generali, la guerra afghana ha dato vita a una vasta rete di gruppi informali e clandestini di veterani

pronti a combattere per la causa musulmana o islamica in Algeria, Cecenia, Egitto, Tunisia, Bosnia, Palestina, nelle

Filippine e altrove. Gli interessi comuni di regimi e movimenti radicali hanno talvolta superato antagonismi più

tradizionali, e grazie al supporto iraniano sono stati creati dei contatti tra gruppi fondamentalisti sunniti e sciiti.

Tra Sudan e Iran esiste una stretta cooperazione militare.

2. Il concetto di ummah presuppone l'illegittimità dello Stato nazionale, e tuttavia l’ummah stessa può essere

unificata solo mediante le iniziative di uno o più Stati guida forti che al momento non esistono. Il concetto di

Islam in quanto comunità politico-religiosa coesa ha significato che in passato gli Stati guida si sono generalmente

materializzati solo quando autorità religiosa e politica si sono fuse in un'unica istituzione di governo. La ripresa

dell'Occidente indebolì si è impero ottomano che quello moghul, e la fine del primo lasciò l'Islam privo di uno

Stato guida. I suoi territori vennero in gran parte spartiti tra le potenze occidentali, che al momento di ritirarsi si

lasciarono alle spalle stati fragili, fondati su un modello occidentale estraneo alle tradizioni islamiche. E questo è il

motivo per cui per buona parte del 20º secolo nessun paese musulmano ha avuto sufficiente potere e legittimità

culturale e religiosa per assumere quel ruolo ed essere accettato come leader del mondo islamico da altri Stati

islamici e non islamici. 29

L'assenza di uno stato guida islamico è uno dei principali fattori che spiegano i costanti conflitti interni ed esterni che

caratterizzano l’Islam. La coscienza senza coesione è un elemento di debolezza per l’Islam e di minaccia per le altre civiltà.

Per poter assumere la leadership politica e religiosa dell’ummah, uno stato guida islamico deve possedere risorse

economiche, forza militare, capacità organizzative, nonché un’identità e un orientamento islamici. Sei stati vengono indicati

come possibili leader, ma nessuno di essi ha i requisiti necessari:

L’Indonesia è il più grande paese musulmano e la sua economia cresce rapidamente. Tuttavia, essa è dislocata alla

- periferia dell’Islam, il suo è un islamismo moderato e il suo popolo ha influenze autoctone, musulmane, indù,

cinesi e cristiane.

L’Egitto è un paese arabo, densamente popolato, situato nel cuore del Medio Oriente e sede del più importante

- istituto di cultura islamica, l’Università di Al-Azhar. È però un paese povero, economicamente dipendente dagli

Usa e controllato dall’occidente e dagli stati arabi ricchi di petrolio.

Iran, Pakistan e Arabia Saudita sono tutti dichiaratamente stati islamici e hanno tentato di imporre la propria influenza

sull’ummah assumendone la leadership.

L’Iran possiede le dimensioni, la posizione geografica, la popolazione, le tradizioni storiche, le risorse petrolifere e

- un livello medio di sviluppo economico, tuttavia, il 90% dei musulmani è costituito da sunniti, mentre gli iraniani

sono sciiti.

Il Pakistan ha le dimensioni, popolazione e capacità militari, e i suoi dirigenti hanno cercato costantemente di

- rivendicare il ruolo di promotori della cooperazione tra gli stati islamici e di portavoce dell’islam nei confronti del

resto del mondo. Tuttavia è un paese relativamente povero e lacerato da profonde divisioni interne, ha una lunga

tradizione di instabilità politica ed è ossessionato dal problema della propria sicurezza nei confronti dell’India.

L’Arabia Saudita era la casa originale dell’Islam, possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo e la

- conseguente influenza finanziaria in campo internazionale; negli anni ‘70 e ‘80 è stato il paese più influente nel

mondo musulmano. Tuttavia la popolazione relativamente esigua e la vulnerabilità geografica fanno sì che la sua

sicurezza dipenda dall’occidente.

Infine, la Turchia possiede la storia, la popolazione, il livello medio di sviluppo economico, la coesione nazionale,

- la tradizione e la competenza militare necessari a fungere da Prato guida. Ma il suo status di società laica ne ha

precluso la possibilità di espletare questo ruolo. Tuttavia, la Turchia potrebbe, prima o poi decidere di

riappropriarsi del suo ruolo storico di principale interlocutore islamico e antagonista dell'Occidente. Il

fondamentalismo è in rapida ascesa, sotto Ozal il paese ha tentato in modo pressante di identificarsi con il mondo

arabo, sfruttando i propri legami etnici e linguistici. Tra i paesi musulmani, la Turchia è l'unica che possa vantare

profondi legami storici con i musulmani dei Balcani, del medio oriente, del Nord Africa e dell'Asia centrale. La

Turchia potrebbe, quindi, abbandonare il proprio secolarismo trasformandosi in stato guida della propria civiltà

ma perché ciò possa accadere il paese dovrebbe ripudiare l'eredità di Ataturk che avrebbe bisogno di un leader del

suo calibro in grado di conquistare la legittimità religiosa e politica necessaria.

IV SCONTRI DI CIVILTà

VIII l’Occidente e gli altri: rapporti tra le civiltà

L’Universalismo occidentale

Nel mondo che sta nascendo, i rapporti tra Stati e gruppi appartenenti a civiltà diverse non saranno stretti e avranno

spesso carattere antagonista. Alcuni di essi tuttavia appaiono potenzialmente più conflittuali di altri. A livello regionale (o

micro livello) La linea di faglia più pericolosa sembra quella che separa il mondo islamico dagli stati adiacenti ortodossi,

indù, africani e cristiano-occidentali. A livello generale (o macro livello) la frattura principale è tra l'Occidente e gli altri. Tra

l'arroganza occidentale, l'intolleranza islamica e l'intraprendenza sinica. Il rapporto tra potere e cultura occidentali e potere

e cultura delle altre civiltà è l'elemento che maggiormente caratterizza il mondo delle civiltà. Il problema fondamentale nei

rapporti tra l'Occidente e le altre civiltà si può riassumere nella discrepanza esistente tra i tentativi dell'Occidente, e

dell'America in particolare, di promuovere una cultura occidentale universale e la sua sempre minore capacità di realizzare

questo obiettivo. Il crollo del comunismo ha accresciuto questa discrepanza, rinsaldando nell'Occidente la convinzione che

la propria ideologia del liberismo democratico avesse trionfato. Tuttavia, l'atteggiamento dominante delle culture non

occidentali varia da un diffuso scetticismo a una forte opposizione. L'Occidente tenta e continuerà a tentare di preservare

la propria posizione di preminenza e difendere i propri interessi identificandoli con quelli della comunità internazionale,

eufemismo d'uso comune impiegato per conferire legittimità globale ad azioni che riflettono gli interessi degli Stati uniti e

delle altre potenze occidentali. L'Occidente, ad esempio, sta tentando di integrare le economie non occidentali in un

sistema economico universale sotto il suo controllo. I non occidentali, inoltre, non esitano a contare l'indice sul divario

esistente tra i principi propugnate dall'occidente e i suoi comportamenti pratici. L'ipocrisia, politica dei due pesi e due

misure e dei distinguo sono il prezzo da pagare alle pretese universalistiche. Viene dedicata la democrazia, ma non se

questa manda poi al potere i fondamentalisti islamici; la non proliferazione delle armi per Iran e Iraq, ma non per Israele; il

libero commercio è l'essenza dello sviluppo economico, ma non nel settore agricolo; le violazioni dei diritti umani sono

motivo di scontro con la Cina, ma non con l'Arabia Saudita; l'aggressione contro il Kuwait possessore di petrolio, viene

stigmatizzata con veemenza, ma non quella contro i bosniaci, che di petrolio non ne hanno. Dopo aver conquistato

l'indipendenza politica, le società non occidentali desiderano affrancarsi da quello che considerano il dominio economico,

militare e culturale dell'Occidente. Le aspirazioni universali della civiltà occidentale, il declinante potere relativo

dell'Occidente e la sempre maggiore intraprendenza culturale delle altre città creano in linea generale rapporti difficili tra 30

l'Occidente e gli altri. La natura di tali rapporti e il grado di contrapposizione variano tuttavia considerevolmente e

possono essere suddivisi in tre categorie:

1. Con le civiltà antagoniste, islam e Cina, l'Occidente avrà probabilmente rapporti costantemente tesi e spesso

fortemente conflittuali;

2. I rapporti con America Latina e Africa, civiltà più deboli e più direttamente influenzate dall'occidente,

registreranno un livello di conflittualità di gran lunga inferiore;

3. I rapporti tra Occidente e la Russia, Giappone e india occuperanno probabilmente una posizione intermedia

rispetto ai primi due gruppi, e presenteranno di volta in volta elementi di cooperazione o conflittualità (civiltà

oscillanti).

Islam e Cina incarnano grandi tradizioni culturali molto diverse rispetto a quelle dell'Occidente. Mancando il mondo

islamico dello stato guida, i suoi rapporti con l'Occidente variano da paese a paese. A partire dagli anni 70 si è andata

tuttavia manifestando una costante tendenza antioccidentale caratterizzato dall'avvento del fondamentalismo, dal passaggio

di poteri nei paesi musulmani da governi filoccidentali a governi antioccidentali, dall’instaurarsi di uno stato di guerra

strisciante tra alcuni gruppi economici e l'Occidente e dall'indebolimento dei legami, fondati sulla sicurezza comune, tra

alcuni Stati musulmani e gli Stati Uniti. Al di là delle differenze su specifiche questioni rimane tuttavia il problema di fondo

circa il ruolo di queste civiltà in rapporto all'Occidente della futura organizzazione del paese. La teoria realista delle

relazioni internazionali sostiene che gli Stati guida delle civiltà non occidentali dovrebbero allearsi per controbilanciare il

potere dominante dell'Occidente. Quella di una grande coalizione antioccidentale, tuttavia, appare per l'immediato futuro

una possibilità alquanto remota. La civiltà islamica e quella sinica sono molto diverse tra loro: tuttavia in politica un nemico

comune crea interessi comuni. Tale cooperazione trova espressione concreta su molti punti: diritti umani, politica

economica, e soprattutto il tentativo di sviluppare il proprio potenziale militare in modo da controbilanciare la superiorità

militare convenzionale dell'Occidente. Nei primi anni 90 aveva preso vita una islamico-confuciano con Cina e Corea del

Nord o da un lato e Pakistan, l'Iran, Iraq, Siria, Libia e Algeria dall'altro, per far fronte all'Occidente questi problemi. I

problemi che vanno assumendo sempre maggiore rilevanza internazionale sono proprio quelli che dividono l'Occidente da

queste altre società e 3 di essi concernono i tentativi dell'Occidente di: preservare la propria superiorità militare mediante

strategie di non proliferazione e di contro-proliferazione delle armi nucleari, biologiche e chimiche e dei mezzi per renderle

operative; promuovere i valori e le istituzioni politiche occidentali sollecitando altre società al rispetto dei diritti umani così

come sono concepiti in Occidente e all'adozione del modello democratico di stampo occidentale; e di proteggere l'integrità

culturale, sociale e razziale delle società occidentali limitando il diritto d'asilo degli immigrati e rifugiati non occidentali.

La proliferazione degli armamenti

La diffusione del potere militare è la conseguenza diretta dello sviluppo economico e sociale su scala mondiale. In questi

ultimi decenni del 20º secolo, molte nazioni non occidentali hanno acquisito armi sofisticate dai paesi occidentali e hanno

inoltre costruito impianti per la produzione di armi altamente sofisticate. Ciò nonostante, per buona parte del prossimo

secolo l'Occidente resterà l'unica civiltà in grado di intervenire militarmente in ogni parte del mondo. E solo gli Stati Uniti

avranno il potenziale aeronautico in grado di bombardare pressoché ogni angolo del pianeta. Il tempo, lo sforzo che il

denaro necessari sono fattori che spingono gli Stati non occidentali a cercare altre vie, come l'acquisizione di armi nucleari,

biologiche e chimiche che consentano di stabilire il proprio dominio su altri Stati della stessa civiltà correzione che

scoraggino eventuali interventi nella propria regione o civiltà da parte degli Stati Uniti. Una lezione, questa, imparata dai

leader politici di tutto il mondo non occidentale.

Come risultato della nuova funzione di deterrenza volta dalle armi nucleari nel mondo post-guerra fredda, del 1993 la

Russia ha in pratica rinnegato l'impegno preso in passato a non usare per prima armi nucleari. Contemporaneamente,

anche la Cina, nello sviluppare la propria strategia nucleare post guerra fredda di deterrenza limitata, ha iniziato a mettere

in discussione il proprio impegno in tal senso proclamato nel 1964. Le armi nucleari può minacciare l'Occidente in maniera

diretta: Cina e Russia possiedono missili balistici a testata nucleare in grado di raggiungere l'Europa e il Nord America.

Inoltre le armi nucleari possono essere utilizzate anche in altro modo. Gli analisti militari hanno elaborato una sorta di

scala di valori della violenza, che partendo da un livello di conflittualità basso, passa alle guerre di carattere limitato, fino ad

arrivare alle guerre di dimensioni più generali con un massiccio impiego di armamenti convenzionali e nucleari. In passato,

i terroristi potevano esercitare soltanto un livello limitato di violenza. Singolarmente presi, terrorismo e ordigni nucleari

sono le armi dei deboli non occidentali. Se un giorno queste verranno utilizzate congiuntamente, i deboli del mondo non

occidentale diventeranno forti. Nel mondo post guerra fredda, i maggiori sforzi di sviluppare armi di distruzione di massa

e i mezzi per usarle si sono avuti negli Stati islamici e confuciani. Il Pakistan e la Corea del Nord già possiedono un piccolo

arsenale nucleare o quanto meno la capacità di realizzarlo brevemente. L'Iraq possiede un notevole arsenale di armi

chimiche e si sta dando da fare per procurarsi armi biologiche e nucleari. L'Iran ha avviato un vasto programma di

sviluppo di armi nucleari e sta ampliando il potenziale balistico.

La proliferazione degli armamenti che il settore nel quale l'asse islamico-confuciana ha prodotto i risultati più concreti, con

la Cina protagonista per quanto riguarda il trasferimento di armi convenzionali e non ha molti Stati musulmani

(costruzione segreta di un reattore nucleare nel deserto algerino, vendita alla Libia di componenti per armi chimiche,

fornitura di missili a medio raggio all'Arabia Saudita, fornitura di tecnologia poco materiale nucleare a Iraq, Libia, Siria e

piccole del Nord.). Perno centrale sono stati i rapporti tra Cina e Corea del Nord da un lato, e Pakistan e Iran dall'altro. Tra

il 1980 e il 1991 i due principali acquirenti di armi cinesi sono stati Iran e Pakistan, seguiti dall'Iraq. A partire dagli anni 70,

Cina e Pakistan hanno stabilito uno stretto rapporto di collaborazione militare seguito da un protocollo d'intesa decennale

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e un accordo supplementare per l'acquisto di armi. La Cina ha anche aiutato il Pakistan a creare strutture per la produzione

di aerei supersonici, carri armati, pezzi di artiglieria e missili. Ancora più importante è stato raggiunto che il Pakistan ha

ricevuto dalla Cina per la costruzione delle proprie armi nucleari. All'inizio degli anni 90 intensi rapporti di collaborazione

in campo militare erano in atto anche tra Cina e Iran. Durante la guerra tra Iran e Iraq la Cina fornì all'Iran il 22% del

totale delle importazioni iraniane di armi, e nel 1989 divenne il maggiore fornitore. Inoltre la Cina ha attivamente

partecipato agli sforzi iraniani, esplicitamente dichiarati, di acquisire armi nucleari. Dopo un primo accordo iniziale di

cooperazione sino-iraniano, nel 1990 i due paesi raggiunsero un'intesa decennale in materia di cooperazione scientifica e

trasferimento di tecnologia militare. Nel 1992 il presidente Rafsanjani firmò un altro accordo di cooperazione nucleare, in

base ai quali la Cina ha trasferito informazioni e tecnologia nucleare all'Iran, ha addestrato scienziati e ingegneri iraniani

che ha fornito all'Iran un calutrone. La Cina è anche stata una grande fornitrice di missili e tecnologia missilistica all'Iran.

Anche la Corea del Nord si è unita a questa forma di assistenza. Passando infine al terzo lato del triangolo, anche Iran e

Pakistan hanno avviato un'intensa cooperazione in campo nucleare, con l'addestramento di scienziati iraniani da parte del

Pakistan. La questione della proliferazione delle armi di distruzione di massa è passata quindi al primo posto nell'agenda

dei lavori dell'Occidente in materia di sicurezza.

Durante la guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica ingaggiarono una classica corsa al riarmo: si trattò di una duplice

escalation contrapposta. Nel mondo postguerra fredda la vera competizione è diversa: gli antagonisti dell'Occidente

tentano di procurarsi armi di distruzione di massa e l'Occidente tenta di impedirlo. Non è un processo di duplice

escalation, ma di escalation da un lato e contenimento dall'altro. Il risultato è prevedibile: gli sforzi profusi dall'Occidente

possono rallentare la crescita dell'arsenale di un paese, ma non fermarla. Lo sviluppo economico e sociale delle società non

occidentali, di incentivi economici per tutte le società, occidentali e non, derivanti dalla vendita di armi, tecnologia e know-

how, gli incentivi politici degli Stati guida e delle potenze regionali a difendere le proprie egemonie locali: tutto contribuisce

a vanificare il tentativo di contenimento da parte occidentale. Nel propagandare la non proliferazione delle armi come

qualcosa di vantaggioso per tutte le nazioni, l'Occidente fa dipendere da essa l'ordine e la stabilità internazionale. Altre

nazioni, tuttavia, ritengono che essa serva esclusivamente gli interessi egemonici continentali. Un esempio lampante al

riguardo è quello della Corea. Nel 1993 e 94 gli Stati Uniti furono colti da un attacco di schizofrenia all'idea che la Corea

del Nord potesse disporre di armi nucleari. L'amministrazione Bush discusse l'eventualità di un attacco preventivo, dato il

timore di una possibile proliferazione mondiale. Una simile eventualità limiterebbe e complicherebbe le possibilità di

intervento americano in Asia orientale; oltretutto, se la Corea del Nord decidesse di vendere la propria tecnologia e/o le

proprie armi nucleari, lo stesso problema si porrebbe per gli Stati Uniti anche in Asia meridionale e medio oriente. I

funzionari civili e l'ufficiale militare sudcoreani guardavano con esplicito favore all'idea della Corea unificata e dotata di tale

capacità. La combinazione di armi nucleari dal Nord e potenziale industriale del sud avrebbe consentito a una Corea

unificata di assumere il ruolo di protagonista sulla scena est-asiatica. Questa differenza di vedute fini col creare una sorta di

gap di panico tra le due capitali. I tentativi degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali di impedire la proliferazione delle

armi di distruzione di massa equilibratrici hanno avuto, e probabilmente continueranno ad avere scarso successo. Gli Stati

Uniti non sono stati in grado neanche di impedire o arrestare lo sviluppo di armi nucleari da parte di India e Pakistan, né di

ostacolare i progressi dell'Iran in questo senso.

Alla conferenza sul trattato di non proliferazione nucleare svoltasi nell'aprile 1995, gli Stati Uniti propugnavano un

prolungamento illimitato mentre molti altri paesi si dissero contrari a meno che l'estensione non fosse accompagnata da

una drastica riduzione dell'arsenale nucleare per le cinque potenze nucleari ufficiali. Inoltre l'Egitto si oppose al rinnovo del

trattato a meno che non avesse firmato anche Israele. Alla fine gli Stati Uniti riuscirono a coagulare un vasto consenso

intorno alla propria proposta grazie a pressioni, corruzione e minacce. Il trattato fu approvato all'unanimità, ma i

rappresentanti di sette Stati musulmani e uno africano, espressero il proprio dissenso. Nel 1993 la strategia dell'Occidente,

espressa nella linea politica americana è passata dalla non proliferazione alla contro proliferazione, riconoscendo

l'inevitabilità di un certo livello di proliferazione, verso una politica di accettazione e infine una che studia l'utilità della

promozione della proliferazione per gli interessi occidentali e americani.

Diritti umani e democrazia

Negli anni 70 e 80 oltre 30 paesi passarono da un sistema politico autoritario a uno democratico. Il motivo principale è

sicuramente lo sviluppo economico, ma oltre questo, le politiche e le iniziative degli Stati Uniti e delle maggiori potenze e

istituzioni europee occidentali hanno contribuito ad instaurare la democrazia in Spagna, Portogallo, molti paesi

latinoamericani, Filippine, Corea del sud e in Europa orientale. Il processo di democratizzazione ha avuto maggior

successo dei paesi dove era più forte l'influenza cristiana e occidentale. La stabilizzazione dei nuovi regimi democratici

appariva quindi più probabile in Europa centrale e meridionale, e nei paesi latinoamericani. Negli anni 90, ad eccezione di

Cuba, la transizione alla democrazia era avvenuta in quasi tutti i paesi, Africa esclusa, le cui popolazioni avevano

abbracciato il cristianesimo. Questo diffuse in Occidente la convinzione che fosse in atto una rivoluzione democratica

universale, quindi, promuovere la diffusione della democrazia divenne obiettivo primario per gli occidentali. A tutto il 1995

il successo registrato era però parziale: quasi tutte le civiltà non occidentali si sono dimostrate reticenti alle pressioni

occidentali. La resistenza più tenace arrivò dal mondo islamico e dall'Asia, grazie ai movimenti di autopromozione

culturale incarnati dalla rinascita islamica e l'affermazione asiatica. I fallimenti della politica americana in Asia derivano

principalmente dalla crescente prosperità economica e sicurezza di sé esibite dai governi asiatici. Dopo aver minacciato la

Cina di negarle lo status di nazione favorita se non si fosse mostrata più conciliante in materia di diritti umani,

l'amministrazione Clinton prima subì l'umiliazione inflitta a Pechino al proprio segretario di Stato, dopo di che rinunciò 32

alla propria linea politica, separando le due questioni (nazione favorita e diritti umani). Davanti a questa manifestazioni di

debolezza, la Cina mantenne il suo atteggiamento di ostilità. Diversi fattori hanno contribuito a rafforzare la capacità dei

regimi asiatici di resistere alle pressioni occidentali in materia di diritti umani. Gli imprenditori europei e americani

volevano espandere i loro commerci e investimenti in questi paesi, premendo sui propri governi affinché i rapporti

economici con questi non si guastassero. Il paesi asiatici hanno interpretato le pressioni occidentali come una violazione

della propria sovranità. Gli imprenditori giapponesi, di Taiwan e Hong Kong che avevano investito in Cina avevano

grande interesse a che questa preservasse il proprio status di nazione favorita rispetto agli Stati Uniti. Di norma il governo

nipponico ha preso le distanze dalla politica americana in materia di diritti umani, così come l’Asean, nel caso della

Birmania, e come Malesia e Indonesia. Nel complesso la crescente forza economica rende i paesi asiatici sempre più

immuni alle pressioni occidentali in materia di diritti umani e democrazia. La Crescita economica li sta rafforzando in

rapporto a quelli occidentali e nel lungo periodo rafforzerà anche le società asiatiche in rapporto al governi asiatici. Se la

democrazia prevarrà in altri paesi asiatici, sarà perché così hanno deciso le classi medie e borghesi asiatiche, la cui forza è in

costante ascesa. Gli sforzi occidentali di promozione della democrazia e della difesa dei diritti umani nell'ambito delle

Nazioni Unite sono sfociati in un nulla di fatto. Le risoluzioni in materia di diritti umani sono stati quasi sempre sconfitte

nelle votazioni alle Nazioni Unite. Ad eccezione di alcuni paesi latinoamericani, gli altri governo si sono mostrati riluttanti

ad appoggiare quella che molti hanno definito una forma di imperialismo dei diritti umani. La disparità di vedute tra

l'Occidente e le altre civiltà sul tema dei diritti umani e la ridotta capacità del primo di perseguire i propri obiettivi sono

apparse in tutta la loro evidenza in occasione della conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani svoltasi a

Vienna nel 1993. Da un lato c'erano i paesi europei e nordamericani, dall'altro, un blocco asiatico-islamico di circa 50 Stati

non occidentali, a capo del quale c'erano Cina, Siria e Iran. I principali temi su cui le nazioni si schierarono in base al

criterio della civiltà di appartenenza furono: universalismo contro relativismo culturale in materia di diritti umani; priorità

relativa dei diritti economici e sociali, compreso il diritto allo sviluppo, sui diritti politici e civili; rapporto tra assistenza

economica e il condizionamento politico; creazione di una commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani; limiti di

intervento delle organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani alla conferenza governativa; diritti particolari

che la conferenza avrebbe dovuto promuovere. Vi furono anche alcuni temi più specifici come ad esempio se consentire al

Dalai Lama di prendere la parola alla conferenza e se condannare esplicitamente gli abusi dei diritti umani perpetrati in

Bosnia. Su tutti questi temi emersero grandi differenze. Due mesi prima i paesi asiatici si erano riuniti al Bangkok e

avevano redatto una dichiarazione nella quale si sottolineava come la questione dei diritti umani dovesse essere considerata

nel contesto delle peculiarità regionali e nazionali e dei vari retroterra storici, religiosi e culturali. Le nazioni occidentali

furono numericamente surclassate, così, a parte un forte richiamo alla difesa dei diritti delle donne, la dichiarazione

approvata dalla conferenza conteneva obiettivi minimi. La grande vincitrice era stata chiaramente la Cina, grazie al peso

della propria presenza. L'Occidente riuscì comunque a ottenere pochi mesi dopo un importante rivincita nei confronti

della Cina con l’assegnazione delle Olimpiadi estive del 2000 a Sydney invece che a Pechino. Tuttavia, questa isolata

dimostrazione di autorità è servita solo a ricordare la debolezza dell'Occidente.

L'immigrazione

Nell'800 gli europei sono stati la razza dominante in materia di invasione demografica, conquistando e a volte spazzando

via altri popoli, hanno esplorato e colonizzando terre meno densamente abitate. L'esportazione di uomini e donne è stato

forse l'aspetto più importante della scienza dell'Occidente tra il 16º e il 20º secolo. L'ultima parte del nostro secolo ha

assistito ad un'esplosione diversa e ancora più forte del fenomeno della migrazione. Nel 1990, gli emigrati ufficiali nel

mondo erano circa 100 milioni, i rifugiati circa 19 milioni e gli emigrati clandestini probabilmente non meno di 10 milioni.

Questa nuova ondata migratoria in parte il prodotto della decolonizzazione, della creazione di nuovi Stati e di politiche di

governo che stimolavano o obbligavano la popolazione a partire. Tuttavia fu anche il frutto della modernizzazione e dello

sviluppo tecnologico. Quello dell'emigrazione è dunque un processo a catena: un flusso migratorio, una volta iniziato si ha

auto alimenta con il risultato di una crisi migratoria globale. Le opinioni occidentali in tema di migrazione si sono rivelate

variabili: fino agli anni 70, i paesi europei si sono mostrati generalmente ben disposte nei confronti dell'immigrazione,

anche incoraggiandola per ovviare alla carenza di manodopera locale. Alla fine degli anni 80, tuttavia, gli alti tassi di

disoccupazione, il lusso sempre crescente di immigrati e la loro provenienza prevalentemente non europea hanno prodotto

un profondo mutamento negli atteggiamenti e nelle politiche immigratorie degli europei. La maggior parte degli emigranti

e rifugiati di questi decenni si è spostata da una società non occidentale a un'altra. Il flusso immigratorio nelle società

occidentali a quasi raggiunto in termini numerici l'emigrazione occidentale del secolo scorso. I nuovi immigrati

provenivano prevalentemente da società non occidentali. In Germania, nel 1990 i residenti stranieri erano in maggioranza

turchi, seguiti da jugoslavi, italiani e greci; in Italia le principali fonti di immigrazione sono Marocco, Stati Uniti, Tunisia e

Filippine; in Francia, a metà degli anni 90 vivevano circa 4 milioni di musulmani; e negli Stati uniti i due terzi degli

immigrati provenivano da Europa e Canada. Negli anni 80, circa il 35% degli immigrati provenivano dall'Asia, il 45%

dall'America Latina e meno del 15% da Europa e Canada. La crescita demografica naturale è bassa negli Stati Uniti e

praticamente nulla in Europa. Le comunità di immigrati presentano invece alti tassi di fertilità e rappresentano dunque il

grosso della futura crescita demografica delle società occidentali, perciò gli occidentali hanno sempre più paura di essere

invasi da immigrati diversi, che ruberanno il lavoro, distruggeranno lo Stato sociale e minacceranno il loro stile di vita.

Queste fobie dice Stanley Hoffmann, sono fondate su reali scontri culturali e timori sul destino della propria identità

nazionale. La sfida è al contempo demografica e culturale. Inoltre, le comunità musulmane non si sono integrate nelle

culture dei paesi ospitanti, né mostrano segnali in tal senso, e questo suscita forti timori tra gli europei. L'opposizione 33

all'immigrazione e l'ostilità nei confronti degli immigrati da parte dell'opinione pubblica si è manifestata anche con atti di

violenza contro gli individui o comunità di immigrati, un fenomeno che nei primi anni 90 divenne in Germania un vero e

proprio caso nazionale. Ancor più sintomatica è stata la crescita elettorale dei partiti di destra, nazionalisti e anti-

immigrazione. Analoga, poi, è stata anche la risposta degli establishment politici sia in Europa che nel mondo musulmano.

In tutti i paesi musulmani, i governi hanno assunto orientamenti, simboli, connotati e indirizzi politici più marcatamente

islamici. In Europa, i partiti tradizionali hanno adottato il linguaggio e promosso le misure propugnate dal partiti anti-

immigrazione di destra. All'inizio degli anni 90, i leader politici europei hanno fatto a gara nel cavalcare i sentimenti anti-

immigrazione (Chirac, Mitterrand). Nel 1993 il governo francese mutò politica, rendendo più difficile per i figli di stranieri

acquisire la cittadinanza, per le famiglie di stranieri immigrare, per gli stranieri chiedere il diritto di asilo, e per gli algerini

ottenere il visto di ingresso in Francia. Gli immigrati clandestini vennero espulsi, e i poteri della polizia e di altre autorità di

governo incaricati di occuparsi del tema dell'immigrazione furono rafforzati. In Germania, Kohl ha emendato l'articolo 16

della costituzione tedesca e garantiva asilo a chiunque fosse perseguitato per motivi politici, riducendo altresì i benefici per

quanti chiedevano asilo. Tra il 1992 e il 1994 la Gran Bretagna ha drasticamente ridotto il numero di permessi di soggiorno

a rifugiati. Man mano che crollavano le barriere alla libera circolazione in Europa i timori britannici si sono focalizzati

principalmente sui pericoli dell'immigrazione non europea proveniente dal continente. Nel complesso, alla metà degli anni

90 i paesi europei occidentali stavano inesorabilmente avviandosi verso una drastica riduzione, se non all'eliminazione

totale dell'immigrazione dei paesi non europei. La questione dell'immigrazione è giunta alla ribalta con un certo ritardo

negli Stati Uniti e non ha provocato la stessa intensità emotiva. L'America è sempre stata un paese di immigrati, inoltre,

negli anni 80 e 90 il livello di disoccupazione era considerevolmente più basso di quello europeo, così che la paura di venire

travolti da uno specifico gruppo di elementi stranieri non aveva acquisito una dimensione nazionale. Anche il divario

culturale che separa i due maggiori gruppi di immigrati dalla cultura ospitante era minore rispetto alla situazione europea: i

messicani sono cattolici in lingua spagnola; i filippini sono cattolici e di lingue diverse. Nonostante questi fattori nei 25

anni successivi alla promulgazione della legge del 1965 che favoriva la possibilità di immigrazione dall'Asia e dall'America

Latina, i sentimenti dell'opinione pubblica americana al riguardo sono notevolmente cambiati. La crescente opposizione

dell'opinione pubblica all'ondata immigratoria dei primi anni 90 ha innescato una reazione politica paragonabile a quella

verificatasi in Europa. Non si era verificata alcuna crescita elettorale da parte dei partiti di destra e anti-immigrazione, ma

gli analisti e i gruppi di interesse anti-immigrazione sono diventati più numerosi, attivi e rumorosi. Anche qui la reazione

più forte si è avuta a livello statale e locale. Nel 1994 l'amministrazione Clinton ha cominciato ad inasprire i controlli

sull'immigrazione, al limitare il diritto d'asilo politico, ad espandere l'ufficio immigrazione e naturalizzazione, a rafforzare

gli organici della polizia doganale e ad issare barriere fisiche lungo il confine del Messico. A metà degli anni 90, il tema

dell'immigrazione era diventato una questione politica di grande rilevanza negli Stati Uniti e ad oggi questi seguono

l'esempio europeo, provvedendo a ridurre sostanzialmente l'ingresso di non occidentali.

Il problema non è capire se l'Europa verrà islamizzata o gli Stati Uniti ispanizzati, ma se le due finiranno col diventare delle

società divise, ciascuna costituita da due comunità distinte e separate provenienti da due diverse civiltà; e ciò dipende a sua

volta dal numero di immigrati presenti e dalla misura in cui essi verranno assimilati alle culture occidentali prevalenti in

Europa e America. In linea generale, le società europee o non intendono assimilare gli immigrati, o incontrano grandi

difficoltà a farlo, mentre non è chiaro fino a che punto gli immigrati musulmani e i loro figli desiderino essere assimilati. È

dunque probabile che una continua e sostenuta immigrazione musulmana finirà col produrre dei paesi divisi in due

comunità, una cristiana e l'altra musulmana. Ciò si può evitare se i governi dei popoli occidentali sono disposti a

sopportare i costi di una politica di limitazione di tale flusso migratorio comprendente costi finanziari per l'adozione di

misure anti-immigrazione; costi sociali causati dal crescente isolamento delle comunità di immigrati già esistenti; e i

potenziali costi economici di lungo periodo dovuti alla scarsità di manodopera e alla riduzione dei tassi di crescita. È

tuttavia probabile che il problema dell'invasione musulmana venga a ridursi via via che i tassi di crescita demografica delle

società nordafricane e mediorientali raggiungeranno la punta massima, per poi iniziare a scendere. Se l'immigrazione è

stimolata dalla pressione demografica, entro il 2025 quelle islamica potrebbe subire una notevole riduzione. Non

altrettanto si può dire dell'Africa sub sahariana: se vi sarà sviluppo economico e in questo stimolerà la mobilità sociale, in

Africa centrale e occidentale di incentivi e le possibilità di emigrare aumenteranno. L'avverarsi di questa minaccia

dipenderà anche dall'incidenza dell’Aids e di altre malattie sulle popolazione africane, nonché dalla forza di attrazione che

la Repubblica sudafricana saprà esercitare sugli immigrati da altre parti dell'Africa. Se per l'Europa il problema immediato

sono i musulmani, per gli Stati Uniti sono i messicani. Se le tendenze e le strategie politiche attualmente in corso

continueranno, entro la prima metà del 21º secolo la popolazione americana subirà una modifica sostanziale e sarà

composta per quasi il 50% da bianchi e per il 25% da ispanici. L'introduzione di modifiche alla linea politica attualmente

perseguita e una efficace attuazione delle misure anti-immigrazione adottate potrebbero modificare queste stime. Anche in

tal caso, tuttavia, resterà la questione principale: fino a che punto, cioè, di ispanici continueranno ad essere assimilati alla

società americana come è avvenuto in passato. Pressioni e incentivi perché anche gli ispanici della seconda e terza

generazione seguano questo modello sono molto forti.

Per poter ridurre al minimo i danni è necessario che l'Occidente:

Utilizzi con sagacia e abilità l'arma delle proprie risorse economiche nei rapporti con le altre società;

- Rafforzi la propria unità e coordini le proprie linee d'indirizzo politico in modo da sconfiggere il tentativo delle

- altre società di mettere paesi occidentali gli uni contro gli altri;

Fomenti e sfrutti a proprio vantaggio le differenze tra le nazioni non occidentali.

- 34

La capacità dell'Occidente di perseguire queste strategie dipenderà da un lato dalla natura e dall'intensità dei suoi conflitti

con le civiltà antagoniste, e dall'altro dalla sua capacità di identificare e sviluppare interessi comuni con le civiltà oscillanti.

IX lo scenario politico del mondo delle civiltà

Conflitti tra Stati guida e conflitti di paglia

Nel mondo si sta delineando, stati e gruppi appartenenti a due diverse civiltà potrebbero dare vita a blocchi e coalizioni

tattiche ad hoc, di carattere limitato, volte sia a promuovere i rispettivi interessi contro paesi appartenenti ad una terza

civiltà, sia ad altri fini comuni. Ciò nonostante, i rapporti tra gruppi di civiltà diverse saranno solo raramente cordiali,

generalmente freddi e spesso ostili. È probabile che i legami ereditati dal passato (esempio alleanze guerra fredda) verranno

ad attenuarsi o scomparire. I futuri rapporti fra le diverse civiltà oscilleranno di norma tra freddezza e violenza. In molti

casi è probabile che si avvicineranno alla pace fredda pronosticata da Boris Eltsin in merito all'futuri rapporti tra Russia e

Occidente. In altri casi, potranno invece avvicinarsi ad una condizione di guerra fredda. Il termine guerra fria fu coniato

nel 13º secolo dagli spagnoli per descrivere la difficile coesistenza con i musulmani nel Mediterraneo, e in questi ultimi 10

anni molti analisti hanno notato il ritorno ad una condizione di guerra fredda tra civiltà. Pace fredda, guerra fredda, guerra

commerciale, guerra strisciante, pace instabile, rapporti tesi, coesistenza competitiva, intensa rivalità, corsa agli armamenti:

sono i termini che meglio caratterizzano i rapporti tra entità appartenenti a civiltà diverse. La conflittualità tra civiltà

diverse assumere due forme distinte: a livello locale, o micro livello, si verifica nei cosiddetti conflitti di faglia (fault line

conflicts) tra Stati limitrofi appartenenti a civiltà diverse, tra gruppi di civiltà diverse che vivono all'interno di una stessa

nazione, e tra gruppi che, come nel caso dell'ex Unione Sovietica e Jugoslavia, tentano di costruire nuovi Stati dalle macerie

di quelli vecchi. A livello globale, o macro livello, i conflitti tra Stati guida coinvolgono gli Stati principali delle diverse

civiltà. I motivi alla base di questi conflitti sono quelli classici della politica internazionale:

Grado di influenza relativa nella determinazione degli sviluppi planetari e delle iniziative delle organizzazioni

- internazionali di livello mondiale;

Potere militare (proliferazione e controllo degli armamenti, corsa al riarmo);

- Potere e benessere economici (dispute di carattere commerciale, e finanziario e di altro tipo);

- Il fattore umano (proteggere popoli affini residenti in paesi di diverse civiltà, discriminare popoli di diversa civiltà,

- espellere popoli di altre civiltà);

Valori e di cultura causa di conflitti quando uno Stato tenta di promuovere o imporre i propri valori a popoli di

- un'altra civiltà;

Occasionalmente, questioni territoriali (stati guida coinvolti nei conflitti di faglia).

-

Nelle loro reciproca competizione gli Stati guida tentano di chiamare a raccolta tutti i membri della propria civiltà, di

ottenere l'appoggio di stati di una terza civiltà, di sobillare divisioni e defezioni all'interno delle civiltà rivali e di coniugare

nel modo più appropriato iniziative diplomatiche, politiche, economiche e spionistiche, azioni propagandistiche e misure

coercitive. Difficilmente, tuttavia, gli Stati guida ricorrono allo scontro militare diretto; in caso contrario, due circostanze

possono provocare una guerra fra due Stati guida:

1. Graduale escalation di un conflitto di faglia via via che i rispettivi Stati guida accorrono in aiuto. Tale rischio,

tuttavia, offre un forte incentivo a contenere o risolvere il conflitto di faglia;

2. Da un mutamento degli equilibri di potere a livello globale fra le diverse civiltà [all'interno della civiltà greca il

crescente potere di Atene (Tucidide) portò alla guerra del Peloponneso].

Che fattori simili incoraggino la conflittualità fra gli Stati guida in ascesa e in declino di civiltà diverse dipende in parte dal

modo in cui gli stati di quelli civiltà reagiscono all’ascesa di una nuova potenza, vale a dire se decidono di schierarsi a fianco

della potenza in ascesa o di contrastarne il potere.

L’Islam e l’Occidente

I rapporti tra islam e cristianesimo sono stati spesso burrascosi: a volte ha prevalso la coesistenza pacifica; più spesso il

rapporto è stato di intensa rivalità e di guerra calda a diversi livelli. L'iniziale espansione arabo-islamica protrattasi dall'inizio

del settimo alla metà dell'ottavo secolo impose il dominio musulmano in Nord Africa, nella penisola iberica, in medio

oriente, in Persia e nell'India settentrionale. Per circa due secoli i confini tra Islam e cristianesimo vennero quindi a

stabilizzarsi fino a che alla fine dell'11º secolo, i cristiani non ripresero il controllo del Mediterraneo occidentale,

conquistarono la Sicilia e occuparono Toledo. Nel 1095 il mondo cristiano lanciò le crociate tentando di stabilire il

dominio cristiano in terra Santa e nelle adiacenti aree mediorientali. Nel frattempo erano apparsi i turchi ottomani, i quali

dapprima indebolirono Bisanzio e quindi conquistarono gran parte dei Balcani e il Nord Africa, presero Costantinopoli nel

1453 e cinsero d'assedio Vienna nel 1529. L'Islam è l'unica civiltà ad aver messo in serio pericolo, e per ben due volte, la

sopravvivenza dell'Occidente. Nel 15º secolo i cristiani riconquistarono gradualmente la penisola iberica. Nel frattempo, le

innovazioni europee nel campo della navigazione oceanica consentirono dapprima al portoghesi e quindi ad altri paesi di

penetrare nell'oceano indiano, aggirando l'area mussulmana. Intanto, i russi mettevano fine a due secoli di dominio tataro.

Successivamente, gli ottomani compirono un ultimo tentativo di espansione cingendo nuovamente d'assedio Vienna nel

1683: il loro fallimento segnò l’inizio di una lunga ritirata. Al termine della prima guerra mondiale, Gran Bretagna, Francia

e Italia infersero il colpo di grazia perdendo il proprio controllo diretto o indiretto su tutte le restanti terre ottomane a

eccezione del territorio della repubblica turca. Nel 1920 solo quattro paesi musulmani, Turchia, Arabia Saudita, Iran e

Afghanistan mantenevano la propria indipendenza dal dominio non musulmano. La ritirata del colonialismo occidentale

iniziò a sua volta negli anni 20 e 30, per poi accelerare bruscamente dopo la seconda guerra mondiale. Anche il crollo

dell'Unione Sovietica diede l'indipendenza ad altre società musulmani. Nel 1995 molti territori erano tornati controllo 35

musulmano tramite mutamenti violenti (50% delle guerre tra il 1820 e 1929 furono tra musulmani e cristiani). Le cause di

questa conflittualità vanno ricercate nella natura stessa di queste due religioni e delle città su di esse fondate, delle loro

differenze e similitudini. Una differenza è ad esempio il precetto umano dell'islam inteso come stile di vita che trascende

unendole politica e religione in contrapposizione al precetto cristiano occidentale della separazione del regno di Dio da

quello di Cesare. Ma ci sono anche le similitudini: entrambe sono monoteiste, universalistiche (unica vera fede), e entrambe

sono religioni a forte vocazione missionaria (convertire). Sin dalle sue origini l’islam è stato diffuso attraverso la conquista,

e lo stesso è accaduto con il cristianesimo. I concetti di jihad e di crociata non solo si assomigliano, ma distinguono queste

due fedi dalle altre grandi religioni mondiali. Islam e cristianesimo, insieme all'ebraismo, hanno una concezione teleologica

della storia, a differenza di quella statica o ciclica prevalente in altre civiltà. Il livello di conflittualità violenta tra Islam e

cristianesimo è invariato nel tempo, influenzato dai tassi di crescita e declino demografico, dagli sviluppi economici, dal

progresso tecnologico e dal livello di ardore religioso. La diffusione dell'Islam nel settimo secolo fu accompagnata da

massicce migrazioni di popoli arabi nei territori degli imperi bizantino e sassanide. Alcuni secoli dopo le crociate furono in

larga parte un prodotto della crescita economica, dell'espansione demografica e della rinascita cluniacense nell'Europa

dell'11º secolo, che consentirono la mobilitazione di massa. Nel 19º secolo una spettacolare crescita demografica produsse

una nuova eruzione europea, il più impetuoso flusso migratorio della storia, che invase le terre musulmane e non. Una

combinazione di fattori simile ha accresciuto la conflittualità tra Islam e Occidente alla fine di questo secolo:

1) La crescita della popolazione musulmana ha prodotto un altissimo numero di giovani disoccupati ed esasperati che

abbracciano la causa islamista, premono sulle società confinanti ed emigrano in Occidente;

2) La rinascita islamica ha dato ai musulmani nuova fiducia nella superiorità della propria civiltà e dei propri valori

rispetto a quelli dell'Occidente;

3) I paralleli tentativi dell'Occidente di universalizzare i propri valori e le proprie istituzioni, di mantenere la propria

superiorità militare ed economica e di intervenire nei confronti del mondo musulmano provocano nei musulmani

un forte sentimento;

4) Il crollo del comunismo ha eliminato un nemico comune rendendo più acuta in entrambi la percezione della

reciproca minaccia;

5) Il sempre maggiori contatti e rapporti tra musulmani e occidentali stimolano in ciascuna delle due parti un senso

nuovo della propria identità e delle differenze che le separano.

Le cause della rinnovata conflittualità tra Islam e l'Occidente si riassumono nelle due questioni fondamentali di potere e di

cultura (chi comanda chi?). In questo caso, tuttavia, si aggiunge poi l'ulteriore elemento di conflittualità tra due diverse

concezioni del bene e del male non che della ragione e del torto. Ad accrescere la tensione nei rapporti si aggiungono poi

alcune questioni quali il controllo del territorio, oggi relativamente trascurabile. Dei 28 conflitti di faglia scoppiati nella

prima metà degli anni 90 tra musulmani e non musulmani, solo quello tra croati bosniaci è esploso lungo le linee di faglia

che separa, l'Islam dall'Occidente. I conflitti tra Occidente e Islam, quindi, non toccano tanto i problemi territoriali, quanto

più ampi temi di confronto tra civiltà come ad esempio la proliferazione delle armi, i diritti umani, democrazia, migrazione,

terrorismo islamico, e interventismo occidentale. Sulla scia della guerra fredda, questo antagonismo storico appreso nuova

vita. Buzan vedeva molti motivi per l'emergere di una guerra fredda come lo scontro fra valori laici e religiosi, la storica

rivalità, la gelosia della potenza occidentale, il risentimento suscitato dal dominio esercitato dall'Occidente sulla

strutturazione politica post-coloniale del medio oriente. Inoltre una guerra fredda aiuterebbe a rafforzare l'identità europea,

in un'epoca cruciale del processo di costruzione dell'Unione Europea. Nel 1990 Bernard Lewis ha analizzato le radici del

furore musulmano concludendo che fossimo di fronte ad uno scontro di civiltà dotato di profonde radici storiche e che

fosse di fondamentale importanza non reagire. Osservazioni dello stesso tenore sono giunte anche dalla comunità islamica.

Negli ultimi trent'anni la tendenza generale prevalente nel mondo islamico è andata in direzione antioccidentale come

conseguenza della rinascita islamica e della reazione è quella che viene percepita come una intossicazione da Occidente. I

musulmani temono e odiano il potere dell'Occidente e la minaccia che essa rappresenta per la loro società e la loro fede.

Giudicano cultura occidentale materialistica, corrotta, decadente, immorale, ma anche seducente e questo accresce

l'urgenza di opporsi. I musulmani accusano l'Occidente perché non aderisce a nessuna religione. Il secolarismo e quindi

l’immoralità degli occidentali sono nemici peggiori del cristianesimo occidentale che li ha prodotti. All'epoca della guerra

fredda, l'Occidente definito il campo rivale comunismo ateo; nel compito di civiltà dell'epoca posto-guerra fredda, i

musulmani definiscono proprio campo rivale come l'Occidente ateo. Questa immagine è propria anche di coloro che molti

occidentali considererebbero loro alleati e sostenitori naturali. Il Islam and Democracy di Fatima Mernissi, generalmente

accolto in Occidente come l'audace testimonianza di una donna musulmana liberale e moderna, l'Occidente è militarista e

imperialista ed ha traumatizzato le altre nazioni ricorrendo al pretore coloniale. L'individualismo è l'origine di tutti i mali.

Per affrancarsi da questo asservimento, l'Islam deve produrre ingegneri e scienziati propri, costruirsi le proprie armi e

liberarsi dalla dipendenza militare dell'Occidente. La reazione contro l'Occidente non si manifesta solo il grande fenomeno

intellettuale della rinascita islamica, ma anche nei mutati atteggiamenti dei governi di paesi musulmani nei confronti

dell'Occidente. I primi governi post coloniali erano di un'arma occidentali per ideologia e strategie politiche ed economiche

e il filoccidentali in materia di politica estera. Uno dopo l'altro, tuttavia, i governi filo occidentali hanno ceduto il passo al

governi meno strettamente identificati con l'Occidente o esplicitamente arti occidentali in Iraq, Libia, Yemen, Siria, Iran,

Sudan, Libano e Afghanistan. Mutamenti nella stessa direzione, sono avvenuti nell'orientamento e allineamento di altri

Stati tra cui Tunisia, l'Indonesia e Malesia. I due maggiori alleati militari musulmani degli Stati Uniti all'epoca della guerra

fredda, Turchia e Pakistan, sono oggetto di forti pressioni interne di segno islamista, e i loro legami con l'Occidente 36

soggetti a tensioni sempre maggiori. Nel 1995, l'unico Stato musulmano palesemente più filo occidentale era il Kuwait. Gli

amici dell'Occidente nel mondo arabo dipendono dall'Occidente o militarmente o economicamente. Alla fine degli anni 80

i regimi comunisti dell'Europa orientale crollarono quando fu chiaro che l'Unione Sovietica non avrebbe più potuto o

voluto sostenerli. Se diventasse chiaro che l'Occidente ha intenzione di smettere di assistere i propri regimi satelliti

musulmani, è molto probabile che questi andrebbero incontro al medesimo destino. Al crescente antioccidentalismo

musulmano ha fatto riscontro da parte occidentale il crescente timore della minaccia islamica e in particolare

dell'estremismo. Il mondo islamico è considerato una fonte di proliferazione nucleare, di terrorismo nonché di

immigrazione indesiderata. Con la virtuale scomparsa della minaccia militare da est, l'attenzione della Nato è venuta

sempre più incentrandosi su potenziali minacce da sud, per far fronte alle quali i membri meridionali (Italia, Francia,

Spagna e Portogallo) hanno avviato programmi e operazioni militari congiunte coinvolgendo al tempo stesso i governi

maghrebini in consultazioni su come far fronte agli estremisti islamici. Queste presunte minacce sono servite inoltre da

giustificazione per mantenere una sostanziosa presenza militare americana in Europa. Alla luce delle opinioni prevalenti tra

musulmani e occidentali sulla parte opposta, nonché dell'avvento dell'estremismo islamico, non sorprende che a seguito

della rivoluzione iraniana del 1979 si sia venuta a creare tra civiltà islamica e occidentale una situazione di guerra strisciante.

Strisciante per tre motivi:

1. Non si tratta di uno scontro fra tutto l'Islam e tutto l'Occidente;

2. Ad eccezione della guerra del Golfo del 1990-91, questa guerra è sempre stata combattuta con mezzi limitati

(terrorismo, raid aerei, operazioni segrete e sanzioni);

3. Gli atti di violenza, pur ripetuti non sono continui.

Tuttavia, è pur sempre una guerra: il numero dei morti è nell'ordine delle migliaia ogni anno dal 1979. Inoltre, entrambe le

parti hanno riconosciuto questo conflitto è una guerra. In passato l'ayatollah Khomeini dichiarò, senza mezzi termini, che

l’Iran è di fatto in guerra con l'America. Da parte occidentale, gli Stati Uniti hanno classificato come Stati terroristi sette

paesi di cui cinque musulmani (Iran, Iraq, Siria, Libia, Sudan). In questa guerra strisciante, ciascuna parte ha tratto

vantaggio dalla propria forza e dalla debolezza altrui. Dal punto di vista militare, si è trattato prevalentemente di uno

scontro tra azioni terroristiche da un lato e terra ed aerei dall'altro. I militanti islamici sfruttano le società aperte

dell'Occidente e piazzano a auto-bomba su obiettivi selezionati. Il militari occidentali sfruttano i cieli aperti dell'Islam e

lanciano bombe intelligenti su bersagli mirati. A tutt'oggi, ciascuna delle parti belligeranti ha mantenuto, eccezione fatta per

la guerra del Golfo, un profilo ragionevolmente basso astenendosi dal dichiarare gli atti di violenza subiti come atti di

guerra ai quali rispondere in modo globale. Tuttavia, i protagonisti di questa guerra adottano entrambi tattiche molto più

violente di quelle impiegate da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda. Tranne rare eccezioni, nessuna

delle due superpotenze ha ucciso premeditatamente unità civili e militari della parte opposta, cosa che invece si verifica

ripetutamente nella situazione di guerra strisciante in corso. In tutti i paesi musulmani non si è avuto il benché minimo

cenno di protesta contro gli atti di violenza antioccidentale e sul versante opposto, l'opinione pubblica e governi europei

hanno piamente avallato le iniziative americane. Nei conflitti tra civiltà, a differenza di quanto avviene con quelli ideologici,

si sta sempre dalla parte della propria razza. Il vero problema dell'Occidente non è il fondamentalismo, ma l'Islam in

quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo

scarso potere di cui dispongono. Il problema dell'Islam è l'Occidente, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte

del carattere universale della propria cultura e credono che il maggiore potere detenuto imponga loro l'obbligo di

diffondere quella cultura in tutto il mondo. Sono questi gli ingredienti di base che alimentano la conflittualità tra Islam e

Occidente.

Asia, Cina e America

I mutamenti economici verificatisi in asia rappresentano uno degli sviluppi più significativi a livello globale della seconda

metà del 20º secolo. Nei primi anni 90 lo sviluppo economico aveva generato una sorta di euforia economica: l'ottimismo

era fondato dubbio presupposto che l'interscambio commerciale fosse invariabilmente una forza di pace. Purtroppo non è

così. La crescita economica genera instabilità politica sia sul piano interno che nei rapporti internazionali, alterando gli

equilibri di potere. L'interscambio economico mette gli uomini a contatto, ma non li avvicina. Il commercio produce

profitti ma anche conflitti. Lo sviluppo economico dell'Asia e la sempre maggiore autostima delle società asiatiche stanno

disgregando l'ordine politico internazionale in almeno tre modi:

1. Lo sviluppo economico consente agli Stati asiatici di espandere il proprio potenziale militare, genera incertezza dei

rapporti futuri tra quei paesi e porta alla luce vertenze e rivalità rimaste sopite durante la guerra fredda,

accrescendo così la probabilità di conflitti e instabilità nella regione;

2. Lo sviluppo economico accresce l'intensità dei conflitti tra le società asiatiche e l'Occidente e aumenta le possibilità

per le società asiatiche di prevalere;

3. La crescita economica della Cina rafforza l'influenza cinese nella regione e la probabilità che la Rpc riaffermi la

propria tradizionale egemonia in Asia orientale, costringendo così altre nazioni o ad allinearsi o a fare da

contrappeso e tentare di contenere l'influenza cinese.

L'Asia è il crogiolo delle civiltà. La sola Asia orientale ospita società appartenenti a sei civiltà: giapponese, sinica, ortodossa,

buddista, musulmana e occidentale, cui l'Asia meridionale aggiunge l'induismo. Gli Stati guida di quattro civiltà (Giappone,

Cina, Russia e Stati Uniti) svolgono un ruolo di primo piano in Asia orientale; l'Asia meridionale di aggiunge l'India mentre

l'Indonesia è un'altra potenza musulmana in ascesa. L'Asia orientale contiene inoltre diverse potenze di medio livello di un

certo prestigio economico, quali Corea del sud, Taiwan e Malesia, cui si aggiunge un Vietnam potenzialmente forte. Il 37

risultato è un modello di relazioni internazionali molto complesso, paragonabile per molti aspetti a quello esistito in

Europa tra il 18º e il 19º secolo, e contenente tutti i fattori di instabilità e di incertezza che caratterizzano le situazioni molti

polari. La natura composita, in termini di cultura e potere, dell’Asia orientale differenzia nettamente quest'area dall'Europa

occidentale; e queste differenze si aggiungono a quelle economiche e politiche. Tutti i paesi dell'Europa occidentale sono

democrazie stabili, hanno economie di mercato e presentano alti livelli di sviluppo economico. A metà degli anni 90 l'Asia

comprendeva una democrazia stabile, diverse democrazie di recente formazione e instabili, quattro dei cinque regimi

dittatoriali comunisti ancora rimaste al mondo, più alcuni regimi militari, dittature personali e i sistemi autoritari mono

partitici. In generale è in atto una tendenza all'apertura economica e al regime di mercato, anche se i sistemi economici

variano dall'economia pianificata della Corea del Nord a varie combinazioni di controllo statale ed imprenditoria privata,

fino ad arrivare all'economia liberista di Hong Kong. A parte l'ordine occasionale e relativo garantito in passato nella

regione dall'egemonia cinese, una società internazionale non era mai esistita in Asia orientale, ad eccezione dell’Asean, che

però non comprende nessuna delle maggiori potenze, ha di norma evitato di affrontare questioni legate al tema della

sicurezza e sta appena iniziando a sviluppare le prime forme di integrazione economica. Negli anni 90 è stata creata l’Apec,

molto più ampia, ed era rivelata un forum di dibattito ancora più inconsistente. Inoltre, in Asia orientale i germi di

conflittualità tra gli Stati sono numerosissimi: due aree calde notoriamente pericolose sono quelle che coinvolgono le due

Coree e le due Cine, retaggi della guerra fredda si stanno perdendo di significato. Sebbene un'esplosione di violenza fra le

due coree e le due cine resti un'eventualità possibile, è probabile che la comunanza culturale la renda col passare del tempo

sempre più remota. Ai contrasti ereditati dalla guerra fredda si vanno sostituendo altre possibili conflitti sotto di vecchie

rivalità e di nuovi rapporti economici. A differenza dell’Europa occidentale, a metà anni 90 l'Asia orientale presentava

ancora vertenze territoriali irrisolte, le più importanti delle quali erano quelle tra Russia e Giappone sulle isole

settentrionali, e tra Cina, Vietnam, Filippine e forse altri Stati dell'Asia sudorientale su un Mar cinese meridionale. Le

dispute di confine tra Cina da un lato e Russia, India e altri paesi dall'altro, a metà degli anni 90 sembravano sopite, ma

potrebbero riesplodere in ogni momento. Lo stesso vale per le rivendicazioni cinesi sulla Mongolia. Inoltre, se a metà degli

anni 90 negli Stati dell’Asia orientale regnava la pace, nei precedenti cinquant'anni Corea e Vietnam avevano combattuto

delle vere e proprie guerre, e la maggiore potenza asiatica, la Cina, era stata in guerra sia contro gli Stati Uniti sia contro

quasi tutti i popoli limitrofi. Dinamismo economico, dispute territoriali, rivalità riesumate e incertezze politiche hanno

alimentato negli anni 80 e 90 significativi aumenti delle spese e degli arsenali militari in Asia orientale. Sfruttando la

prosperità economica da poco acquisita nonché, nella maggior parte dei casi, una popolazione ben istruita, i governi est-

asiatici hanno provveduto a rimpiazzare i propri enormi eserciti di contadini male equipaggiati con forze armate di

dimensioni minori ma più professionali e dotate di armi sofisticate. Col moltiplicarsi dei dubbi sull'intensità dell'impegno

statunitense in Asia orientale, i paesi di quest'area mirano a una sorta di autosufficienza militare. Pur continuando a

importare grandi quantitativi di armi, di Stati est-orientali hanno privilegiato le importazioni di tecnologia per costruirsi in

proprio aerei, missili e apparecchiature elettroniche altamente sofisticate. È stata data molta importanza alla proiezione

verso l'esterno e al potenziale aereo e navale. Infine, questa escalation militare è stata caratterizzata da un bassissimo livello

di trasparenza.

Le guerre fredde fra Asia e America

Tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 i rapporti tra Stati Uniti e paesi asiatici sono diventati sempre più conflittuali, e la

capacità statunitense di prevalere in tali controversie è andata sempre più riducendosi. In particolare nei confronti delle

grandi potenze dell'Asia orientale Cina e Giappone, motivo per cui si è parlato di guerre fredde. Tali sviluppi simultanei

ebbero origine sotto l'amministrazione Bush e si sono quindi acutizzati durante l'amministrazione Clinton. Nei primi anni

90, i rapporti tra Giappone e Stati Uniti sono andati sempre più deteriorandosi su un'ampia gamma di questioni, tra cui il

ruolo del Giappone nella guerra del Golfo, la presenza militare statunitense Giappone, l'atteggiamento nipponico verso le

iniziative americane nei confronti di Cina e altri paesi sulla questione dei diritti umani, la partecipazione nipponica alle

missioni delle forze di pace Onu e, soprattutto, i rapporti economici e quelli commerciali in particolare (guerra

commerciale). I funzionari americani chiesero Giappone concessioni sempre maggiori e funzionari nipponici si opposero

con sempre maggior veemenza. Ogni nuova controversia commerciale che scoppiava prego paesi era più aspra. Nel marzo

del 1994 Clinton firmò un decreto che gli conferiva l’autorità di inasprire le sanzioni commerciali contro il Giappone. Poco

tempo dopo quest'ultimo rispose con un velenoso attacco contro gli interessi economici americani, al che gli Stati Uniti

accusarono formalmente il Giappone di discriminare le aziende americane nell'assegnazione delle commesse statali. Tra i

due paesi era chiaramente in atto qualcosa di molto simile a una guerra commerciale. In questi anni l'opinione pubblica dei

due paesi ha sviluppato un atteggiamento reciprocamente sempre meno favorevole. Al mutato atteggiamento dell'opinione

pubblica ha fatto riscontro quello delle rispettive élite. L'immagine del Giappone proiettata da mass media, saggi e romanzi

è diventata sempre più negativa. Allo stesso modo, in Giappone è venuta alla ribalta una nuova generazione di leader

politici immemore della potenza esibita dall'America durante la seconda guerra mondiale e della benevolenza da essa

mostrata nell'immediato dopoguerra. Tali oppositori nipponici rappresentano il contraltare dei revisionisti americani.

Tra la fine degli anni 80 e primi anni 90 hanno assunto carattere sempre più conflittuale anche le relazioni tra America e

Cina definite da Deng Xiaoping una nuova guerra fredda. I funzionari cinesi cominciarono a denunciare regolarmente

presunte ingerenze americane nei loro affari interni. Nel 1995 esisteva un ampio consenso tra i leader politici e gli analisti

cinesi sul fatto che negli Stati Uniti stessero tentando di dividere la Cina dal punto di vista territoriale, sovvertirla da quello

politico, contenerla da quello strategico e frustrarla da quello economico. Tutte queste accuse erano suffragate da prove.

Gli Stati Uniti avevano consentito al presidente taiwanese Lee di recarsi nel loro paese, avevano venduto a Taiwan 150 38

caccia F-16, avevano definito il Tibet un territorio sovrano occupato, avevano denunciato la Cina per gli abusi dei diritti

umani, negato a Pechino le Olimpiadi del 2000, normalizzato i rapporti con il Vietnam, accusato la Cina di vendere all'Iran

componenti per la costruzione di armi chimiche, e imposto sanzioni commerciali alla Cina vietandole al tempo stesso

l’ammissione all'organizzazione mondiale per il commercio. I due paesi si accusavano a vicenda di malafede. Il più

importante gruppo sociale cinese ostile agli Stati Uniti sono le forze armate, che pare abbiano esercitato costanti pressioni

sul governo per indurlo ad assumere una posizione più intransigente nei confronti degli americani. In parte, il crescente

antagonismo tra Cina e Stati Uniti era motivato, in entrambi i paesi, da considerazioni di politica interna: l'opinione

pubblica americana era divisa; molti esponenti dell'establishment sostenevano una politica di collaborazione costruttiva;

altri invece sottolineavano la potenziale minaccia. Il governo americano ha spesso compiuto gesti simbolici, ad esempio la

visita di Lee a Cornell e l'incontro di Clinton con il Dalai Lama, che hanno fatto infuriare cinesi, ma al tempo stesso ha

preferito sacrificare principi come la difesa dei diritti umani sull'altare degli interessi economici, com'è accaduto per

l'estensione del trattato che accorda alla Cina lo status di nazione favorita. Da parte cinese, il governo aveva bisogno di un

nuovo nemico per puntellare i propri appelli nazionalistici. Nel corso di un decennio, dunque, si è verificato un

deterioramento dei rapporti americani sia con la Cina che con gli Giappone, che ha coinvolto tali e tante aree di conflitto

da far escludere che le sue cause siano riconducibili a singoli conflitti di interesse. Inoltre il peggioramento simultaneo dei

rapporti con entrambe le potenze asiatiche andava chiaramente a detrimento degli interessi americani. Le più elementari

regole della diplomazia e della politica di potenza suggerivano agli Stati Uniti di cercare di mettere Cina e Giappone uno

contro l'altro. Ciò tuttavia non è avvenuto e fattori di carattere più generale hanno stimolato la conflittualità nei rapporti

asiatico-americani e complicato la risoluzione dei singoli punti di contrasto. Questo fenomeno generale aveva cause più

generali:

1. L’accresciuta interazione tra società asiatiche e Stati Uniti sotto forma di un maggiore livello di comunicazioni,

scambi commerciali, investimenti e conoscenza reciproca ha moltiplicato i campi di un possibile scontro di

interessi, rendendo minacciosi usi e costumi altrui;

2. La minaccia sovietica degli anni 50 portò alla firma del trattato di nippo-americano di reciproca sicurezza. La fine

della guerra fredda ha fatto venir meno l'interesse comune;

3. Lo sviluppo economico dei paesi est-asiatici ha mutato gli equilibri di potere complessivi tra tali società e gli Stati

Uniti.

Il mutato contesto internazionale ha portato alla luce le differenze culturali di fondo. L’ethos confuciano celebra autorità,

gerarchia, subordinazione dei diritti e degli interessi dell'individuo nonché la supremazia dello Stato sulla società e della

società dell'individuo. Gli asiatici, inoltre tendono a privilegiare successi a lungo termine. Tutto ciò contrasta

profondamente con la fede americana in valori quali libertà, uguaglianza, democrazia e individualismo e con la loro

propensione a sfruttare al massimo i successi a breve termine. Le cause della conflittualità sono dunque da ricercare nelle

differenze di fondo che caratterizzano le rispettive culture e società. I diplomatici americani si sono prodigati in tutti i modi

per risolvere i conflitti economici con il Giappone, caso unico tra paesi industrializzati, che nei primi anni 90 vantava un

avanzo di bilancio. Nel complesso, l'economia nipponica ha operato secondo il dettato delle presunte leggi universali

dell'economia occidentale. La soluzione delle controversie economiche tra Giappone e Stati Uniti è subordinata ad un

mutamento di fondo della natura di una o di entrambe le economie, e questo è a sua volta subordinato a un mutamento di

fondo delle società e della cultura di uno o di entrambi i paesi. Ciò può accadere in conseguenza di una grande evento

traumatico, tuttavia questo appare improbabile. Se i conflitti tra Stati Uniti e Asia avevano origine nelle differenze culturali,

il loro esito rispecchiava fedelmente i mutati rapporti di potere tra di essi. Il trend generale è stato favorevole all'Asia, e

questo mutamento dei rapporti di forza ha contribuito ad acuire ancora di più i conflitti. Gli asiatici diventavano sempre

più consapevoli e fieri dei loro successi, si aspettavano di essere trattata alla pari e tendevano a considerare gli Stati Uniti

alla stregua di un'indebolita governante internazionale, cosicché le aspettative americane hanno finito col porsi sempre più

in rotta di collisione con quelle asiatiche. Il punto di svolta simbolico e forse individuabile in quello che viene definito il

primo grande deragliamento avvenuto nella 1994 quando il primo ministro giapponese rifiuta la richiesta del presidente

Clinton di stabilire delle quote per le importazioni nipponiche di manufatti statunitensi. Il graduale adattamento americano

ai mutati equilibri di potere è riscontrabile nella linea politica perseguita dal governo statunitense nei confronti dell'Asia

negli anni 90:

1. Riconoscendo di fatto di non avere la volontà o la capacità di esercitare la necessaria pressione sulle società

asiatiche gli Stati Uniti hanno separato le aree di confronto nelle quali potevano esercitare una certa autorità da

quelle più spiccatamente conflittuali. Clinton separò il problema dei diritti umani dagli affari economici

rinunciando al tentativo di utilizzare lo Status di nazione favorita come strumento per influenzare la condotta

cinese nei confronti dei dissidenti politici. Al tempo stesso il governo americano ha separato nei rapporti con il

Giappone le questioni in materia di sicurezza da quelle commerciali ed economiche dove i rapporti erano più

conflittuali. Così gli Stati Uniti hanno rinunciato ad armi che avrebbero potuto utilizzare per la difesa dei diritti

umani in Cina e per ottenere concessioni commerciali dal Giappone.

2. Gli Stati Uniti hanno costantemente adottato nei confronti delle nazioni asiatiche una politica di reciprocità

presunta, facendo loro varie concessioni nella speranza che ciò le avrebbe indotte ad un comportamento analogo.

Tuttavia queste concessioni sono state interpretate come segno di debolezza e quindi come stimolo a perseguire

ancora di più la politica di rifiuto delle richieste americane. 39

3. Nei ricorrenti conflitti commerciali tra Giappone e Stati Uniti si era creato un modello ricorrente in base al quale

gli Stati Uniti avanzavano determinate richieste Giappone minacciando sanzioni in caso di rifiuto. Ciò innescava

una lunga serie di negoziati fin quando, un minuto prima dell'entrata in vigore delle sanzioni, veniva annunciato il

raggiungimento di un accordo i cui termini erano solitamente così ambigui da permettere agli Stati Uniti di

proclamare una vittoria di principio ed alla Giappone di metterlo in atto o meno; dopo di che tutto continua come

prima.

Queste differenze culturali, sommate al mutato equilibrio dei poteri hanno incoraggiato la società asiatiche a sostenersi a

vicenda. Nel 1994, ad esempio, praticamente tutti i paesi asiatici schierarono a fianco del Giappone nella sua opposizione

alla richiesta americana di stabilire delle quote per le importazioni americane. Un uguale spianamento si verificò

simultaneamente a favore della concezione alla Cina dello status di nazione favorita.

La fine della guerra fredda, crescente interazione tra America e continente asiatico che il relativo declino della potenza

americana hanno dunque portato alla luce il divario culturale tra Stati Uniti e società asiatiche; l’ascesa della Cina ha

lanciato una nuova sfida, data l'inconciliabilità delle differenze e il radicamento dei conflitti nelle diverse culture. Il

principale motivo di conflittualità tra America e Cina sta nella loro diversa visione di fondo di quelli che dovrebbero essere

i futuri equilibri di potere in Asia orientale.

L'egemonia cinese: allineamento e contrapposizione

Storia, cultura, tradizioni, dimensioni, dinamismo economico e autostima spingono la Cina ad assumere una posizione

egemonica in Asia orientale come naturale conseguenza del suo impetuoso sviluppo economico. Tutte le altre grandi

potenze hanno avviato un processo di espansione e imperialismo esterni parallelamente o immediatamente dopo l'avvio di

un processo di rapida industrializzazione e crescita economica. Per 2000 anni la Cina è stata la potenza dominante in Asia

orientale, e i cinesi vanno oggi manifestando sempre più esplicitamente l'intenzione di tornare ad assumere quel ruolo

storico e mettere fine al secolo di umiliazioni e di sottomissione all'Occidente e al Giappone iniziato con l'imposizione

britannica del trattato di Nanchino nel 1842. Alla fine degli anni 80 la Cina ha cominciato a convertire le proprie crescenti

risorse economiche in potenza militare e influenza politica. Se il suo sviluppo economico continuerà questo processo di

conversione assumerà dimensioni ancora maggiori. Secondo le cifre ufficiali, per buona parte degli anni 80 le spese militari

cinesi sono diminuite. Tra il 1988 e il 1993, tuttavia, sono cresciute del 100% in termini di denaro corrente e del 50% in

termini reali. Alla fine degli anni 80 la Cina ha ridisegnato la propria strategia militare, passando dalla difesa contro il

pericolo di un'invasione sovietica in caso di conflitto globale a una strategia regionale basata sulla proiezione all'esterno del

proprio potere. Coerentemente, la Cina ha cominciato così a sviluppare un proprio potenziale navale, ad acquisire aerei da

guerra moderni e a lungo raggio, a sviluppare una propria tecnologia di rifornimento in volo, ed ha deciso di acquistare una

portaerei. Ha inoltre stipulato con la Russia un accordo reciprocamente vantaggioso per l'acquisto di armi. La Cina si sta

avviando a diventare la potenza dominante in Asia orientale e lo sviluppo economico est-asiatico sta sempre più

orientandosi verso di essa. Cosa più pericolosa, la Cina avanza pretese sempre più esplicite sul Mar cinese meridionale.

Essa ha inoltre revocato il proprio tacito assenso alla presenza militare americana in Asia orientale ed ha cominciato ad

opporsi attivamente ad essa esprimendo poi sempre maggior preoccupazione per l'escalation militare nipponica. La Cina

sta tentando di eliminare qualunque ostacolo al raggiungimento della supremazia militare nella regione. Tranne poche

eccezioni, come il Mar cinese meridionale, è poco probabile che l'egemonia cinese in Asia orientale implichi un'espansione

territoriale mediante il ricorso alle armi. Di certo, invece, la Cina si aspetterà che altri paesi atlantici compiano in varia

misura una o tutte le seguenti azioni:

Appoggiare l'integrità territoriale cinese (Tibet, Taiwan e Hong Kong);

- Accettare la sovranità cinese sul Mar cinese meridionale e forse sulla Mongolia;

- Sostenere la Cina nei conflitti con l'Occidente su temi quali economia, diritti umani e proliferazione delle armi;

- Accettare il predominio militare cinese nella regione e astenersi dal acquisire armi nucleari o forze convenzionali in

- grado di minacciare tale predominio;

Adottare politiche commerciali e finanziarie compatibili con gli interessi cinesi e propulsive per lo sviluppo

- economico della Cina;

Delegare alla Cina la soluzione dei problemi regionali;

- Aprire i confini all'immigrazione cinese;

- Vietare o sopprimere movimenti anticinesi;

- Rispettare i diritti dei cinesi residenti nel loro territorio;

- Astenersi da formare alleanze militari o coalizioni anticinesi;

- Promuovere l'uso del mandarino come lingua di comunicazione dell'Asia orientale.

-

In generale, gli Stati possono reagire in tre modi all'avvento di una nuova potenza: da soli, o coalizzandosi con altri Stati,

possono tentare di salvaguardare la propria sicurezza cercando di controbilanciare la potenza nascente, contenerla o

sconfiggerla; possono tentare di allinearsi alla potenza emergente e assumere un ruolo subordinato; infine, possono

adottare una via di mezzo con il rischio di inimicarsi la potenza emergente e non avere adeguata protezione. Secondo la

concezione occidentale la politica della contrapposizione è solitamente un'opzione più desiderabile, tuttavia, in certe

condizioni, ammette Walt, gli Stati possono decidere di allinearsi alla potenza nascente, ed anzi è probabile che gli Stati

revisionisti scelgano questa soluzione perché insoddisfatti. Inoltre, suggerisce Walt, una politica di allineamento richiede

indubbiamente un certo grado di fiducia nella pacificità delle intenzioni dello Stato più potente. Nella strategia di equilibrio

dei poteri gli Stati possono svolgere un ruolo primario oppure secondario: lo Stato A può tentare di controbilanciare il 40

potere dello Stato B, ritenuto un avversario potenziale o reale, stipulando alleanze con C e D, accrescendo la propria forza

militare (corsa agli armamenti), oppure mediante una combinazione di questi due misure. In una situazione simile, A e B

sono definiti i reciproci equilibratori primari. In secondo luogo, A potrebbe non vedere minacce ma avere interesse a

promuovere un equilibrio tra B e C, ciascuno dei quali potrebbe costituire una minaccia per A: in questo caso A funge da

equilibratore secondario rispetto a B e C. Le reazioni dei vari Stati nel caso in cui la Cina iniziasse l'emergere varieranno da

un caso all'altro. Poiché la Cina ha indicato nell'America il suo principale nemico, questa tenderà ad agire da equilibratore

primario e ad ostacolare l'egemonia cinese. Se intende contrastare il dominio cinese in Asia orientale, l'America dovrà

riformulare l'alleanza con il Giappone, sviluppare stretti legami militari con altre nazioni asiatiche, accrescere la propria

presenza militare in Asia. Se invece non è disposta a sfidare l'egemonia cinese, dovrà abbandonare il proprio universalismo,

imparare a convivere con l'egemonia cinese e accettare l'idea di una forte riduzione della propria capacità di determinare gli

eventi sulla sponda asiatica del Pacifico. Entrambe le soluzioni implicano costi e rischi: il pericolo maggiore è che gli Stati

Uniti non prendano alcuna netta decisione e si avventurino in una guerra contro la Cina.

In teoria, gli Stati Uniti potrebbero tentare di contenere la Cina porgendo un ruolo di contrapposizione secondario nel

caso in cui qualche altra grande potenza agisse da equilibratore primario, ovvero il Giappone, ma ciò implicherebbe un

radicale mutamento degli indirizzi politici giapponesi. Se, da un lato il Giappone potrebbe forse accettare di prendere parte

a una coalizione guidata dagli Stati Uniti per controbilanciare la Cina, dall'altro è molto improbabile che ne diventi

l'equilibratore primario. Inoltre gli Stati Uniti non hanno mai mostrato particolare interesse o attività a svolgere il ruolo di

equilibratore secondario. Infine, è probabile che tra le potenze asiatiche prevalga una tendenza all'allineamento con la Cina,

che precluderebbe qualsiasi possibilità per l'America di fare da equilibratore secondario.

Se la scelta politica dell'allineamento un paese emergente dipende dalla fiducia, ne conseguono tre postulati: innanzitutto è

più facile che si verifichi tra Stati appartenenti alla stessa civiltà o comunque culturalmente affini; in secondo luogo, il

livello di fiducia può cambiare a seconda del contesto, ne consegue che una maggiore interazione tra Stati di diverse civiltà

induce a una politica di allineamento all'interno delle varie civiltà; infine, la propensione all'allineamento o alla

contrapposizione può variare da una civiltà all'altra in quanto diverso è il grado di fiducia tra i suoi membri. Oltre a questi

fattori, la propensione alla contrapposizione o all'allineamento dipende dalle aspettative di ciascuno Stato in merito alla

distribuzione del potere. Le società europee hanno attraversato una fase di assolutismo, ma non hanno mai conosciuto i

prolungati imperi burocratici o i vari dispotismi orientali, di conseguenza, anche a livello internazionale l'equilibrio dei

poteri fu considerato cosa naturale e desiderabile. Negli imperi burocratici asiatici, viceversa, c'era poco spazio per il

pluralismo sociale o politico e per la divisione del potere. Rispetto all'Europa, la politica di allineamento sembra abbia

avuto in Cina un ruolo molto più importante di quella della contrapposizione. Storicamente, i cinesi non hanno mai

operato una distinzione netta tra politica interna ed estera. La loro visione dell'ordine mondiale non era altro che un

corollario dell'ordine moderno: monarchi e Stati stranieri erano considerati tributari del regno di mezzo. Di conseguenza i

cinesi non hanno mai avuto simpatia per una concezione di sicurezza in senso multipolare. Il modello asiatico di politica

internazionale basato sulla gerarchia dei poteri contrasta profondamente con il modello europeo di equilibrio dei poteri.

Secondo questa immagine di ordine mondiale, la propensione cinese all'allineamento in politica interna si manifesta anche

nel campo delle relazioni internazionali. I mutamenti di politica estera dei singoli Stati secondo questa inclinazione

dipendono da quanto questi ultimi condividono la cultura confuciana e dal tipo di rapporto che essi hanno

tradizionalmente avuto con la Cina. La Corea ha molto in comune con la Cina che ha sempre guardato a Pechino a causa

del sentimento di rivalità e del timore nei confronti del Giappone. Per Singapore la Cina comunista fu una nemica. Negli

anni 80 tuttavia iniziò a modificare la propria posizione e a metà 90 era diventata una delle maggiori imprese tipici in Cina.

Anche la Malesia è fortemente orientata verso Pechino mentre la Tailandia è riuscito a preservare la propria indipendenza.

Indonesia e Vietnam sono i due paesi del sud-est asiatico maggiormente inclini ad adottare una politica di

contrapposizione e contenimento della Cina. L'Indonesia è un paese musulmano, geograficamente vasto e distante dalla

Cina, ma senza l'aiuto di altri Stati (come ad esempio l'Australia con la quale ha firmato nel 1995 un accordo in materia di

sicurezza) non può contrastare le pretese cinesi di controllare il Mar cinese meridionale. Il Vietnam ha una cultura

prevalentemente confuciana, ma storicamente ha sempre avuto rapporti fortemente antagonistici con la Cina, con la quale

ingaggiò nel 1979 perfino una breve conflitto armato. Sia Vietnam che Cina hanno dichiarato la propria sovranità sulle

isole Spratly, con episodici scontri navali negli ultimi 20 anni. Negli anni 90, la capacità militare vietnamita è calata rispetto

a quella cinese. Dunque il Vietnam aveva buoni motivi di cercare dei partner per controbilanciare la Cina e il suo ingresso

nell’Asean e la normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti sono stati due passi in tale direzione. Le divisioni interne

all'organizzazione e la sua riluttanza a contrastare la Cina rendevano tuttavia remota la possibilità che essa potesse

trasformarsi in un'alleanza anti-cinese o che avrebbe fornito adeguato sostegno al Vietnam. Certamente più incline a

contenere la Cina è l'America, ma a metà degli anni 90 non era ancora ben chiaro fino a che punto essa fosse disposta a

spingersi.

Negli anni 90 praticamente tutte le nazioni est asiatiche a eccezione di Cina e Corea del Nord, si sono espressi a favore

della presenza militare americana nella regione. In concreto, tuttavia, a eccezione del Vietnam, hanno tutte tentato di

compiacere la Cina.

L’ascesa della Cina rappresenterà una grande sfida per il Giappone, che non potrà non dividersi profondamente sulla

strategia da seguire. Perno centrale di un qualsiasi tentativo sensato di contenere e contrastare la Cina dovrebbe essere

un'alleanza militare nippo-americana e questa soluzione dovrebbe fondarsi sulla fiducia del Giappone 1) nella capacità

globale degli Stati Uniti di sostenere il ruolo di unica superpotenza mondiale e di guida dinamica delle relazioni 41

internazionali; 2) nell'impegno americano a mantenere la propria presenza in Asia e a contrastare i tentativi cinesi di

espandere la propria influenza; 3) e nella capacità, propria degli Stati Uniti, di contenere la Cina evitando alti costi in

termini di risorse, o alti rischi in termini militari. In assenza di un'esplicita manifestazione di fermezza in tal senso da parte

degli Stati Uniti, è probabile che il Giappone decide di allinearsi alla Cina.

Il modello di alleanze tradizionalmente perseguito dal Giappone è stato fondamentalmente di allineamento, non

contrapposizione, e di adeguamento alla potenza dominante. Via via che il ruolo degli Stati Uniti in Asia si riduce e quello

della Cina si amplia, la politica giapponese si regolerà di conseguenza è già ha iniziato a farlo con la visita dell'imperatore in

Cina nel 1992. Dal punto di vista ideale, élite e opinione pubblica giapponese preferirebbero indubbiamente restare sotto

l'ala protettrice dell'America, ma con la graduale riduzione dell'impegno americano in Asia, tuttavia, le forze interne

sostenitrici di una ri-asianizzazione del Giappone acquisteranno forza sempre maggiore.

L'egemonia cinese ridurrà instabilità e conflittualità in Asia orientale; ridurrà l'influenza americana ed europea costringendo

gli Stati Uniti ad accettare il dominio di una regione chiave del mondo da parte di un'altra potenza. Se questa egemonia

minaccerà gli interessi degli altri paesi asiatici, tuttavia, dipende da quanto accadrà in Cina: la crescita economica genera

forza militare e influenza politica, ma può anche stimolare lo sviluppo politico e il passaggio a un sistema più aperto,

pluralistico e possibilmente democratico, come accaduto in Corea del sud e Taiwan, i cui leader erano però cristiani. La

tradizione confuciana della Cina crea ostacoli alla democrazia. Lo sviluppo economico fa tuttavia creando nella Cina

meridionale livelli di benessere sempre più alti, una borghesia dinamica, potentati economici fuori dal controllo

governativo è una classe media in rapida espansione. Inoltre il popolo cinese è fortemente integrato con il mondo esterno

in termini di commercio, investimenti e istruzione. Tutto ciò crea una base sociale per il passaggio al pluralismo politico.

Solitamente la precondizione per cui si verifichi un'apertura politica all'interno del sistema autoritario è l'ascesa al potere di

elementi riformisti e questo potrebbe verificarsi non con l'immediato successore di Deng Xiaoping, ma con quello ancora

successivo. La scelta, per l'Asia, è tra un equilibrio dei poteri al prezzo di un alto tasso di conflittualità oppure una pace

garantita al prezzo dell'egemonizzazione.

Civiltà e Stati guida: schieramenti emergenti

L’odierno mondo post-guerra fredda non rappresenta più un’unica grande linea di demarcazione: i governi dei paesi

musulmani avranno rapporti probabilmente sempre meno amichevoli con l'Occidente e i rapporti tra Stati Uniti da un lato

e Cina, Giappone e altri paesi asiatici dall'altro, saranno fortemente conflittuali. In queste condizioni, l'asse islamico-

confuciana è destinata a durare e, forse, ad espandersi e intensificarsi. Alla sua base c'è la cooperazione in funzione

antioccidentale. Suo nucleo originario sono stati gli stretti rapporti tra Pakistan, l'Iran e Cina, ufficializzati nei primi anni

90. La cooperazione tra questi tre Stati ha incluso scambi regolari di esponenti politici, governativi e militari, e l'impegno

comune in una vasta gamma di settori civili e militari tra cui la difesa, nonché il trasferimento di armi dalla Cina agli altri

Stati. Lo sviluppo di questi rapporti è stato fortemente appoggiato in Pakistan da rappresentanti della scuola di pensiero

musulmana o indipendentista, autori di una Teheran-Islamabad-Pechino, mentre a Teheran si pensava all'inclusione anche

del Kazakistan. A metà degli anni 90 era nata fra i tre paesi qualcosa di simile a un'alleanza informale fondata

sull'opposizione all'Occidente, sul timore dell'India e sul desiderio di contrastare l'influenza turca e russa in Asia centrale.

Un'alleanza islamico-confuciana potrebbe realizzarsi, sostiene Fuller, come veicolo di sfogo a problemi dei quali

l'Occidente è parzialmente responsabile. L'entusiasmo è stato trattenuto dalla Cina e nel 95 dichiarò che non avrebbe

stretto alleanze con nessun paese. Tuttavia i conflitti tra Cina e Occidente indicano che i cinesi favoriranno legami con altri

Stati antioccidentali, di cui i più numerosi e potenti appartengono al mondo islamico. Inoltre, il crescente fabbisogno di

petrolio indurrà probabilmente la Cina ad ampliare i propri rapporti con l'Iran, Iraq e Arabia Saudita nonché, con

Kazakistan e Azerbaigian. I rapporti delle altre civiltà e dei rispettivi Stati guida nei confronti dell'Occidente e della civiltà

che ad esso si oppongono varieranno notevolmente. Le civiltà meridionali non hanno un paese guida, sono state

assoggettate all'Occidente e sono relativamente deboli dal punto di vista militare ed economico, quindi è probabile che esse

imboccheranno direzioni opposte all'Occidente: è possibile che i latinoamericani mal sopportino il dominio militare

statunitense, ma non mostrano alcuna intenzione di sfidarlo. Intanto, la rapida ascesa del protestantesimo in molti di questi

paesi li sta rendendo più simili alle società miste cattolico-protestanti dell'Occidente e stringe tra l'America Latina e

l'Occidente legami religiosi che non devono più passare per Roma. Allo stesso modo l'arrivo negli Stati Uniti dei messicani,

centroamericani e caraibici e la conseguente influenza ispanica sulla società americana promuovono la convergenza

culturale. Anche se l'unione sarà lenta e difficoltosa, e potrebbe non realizzarsi mai, le differenze tra Occidente America

Latina saranno sempre inferiori a quelle che dividono l'Occidente dalle altre città. I rapporti tra Occidente e Africa

dovrebbero comportare livelli di conflittualità solo leggermente maggiori. Il nucleare, diritti umani, l'immigrazione,

economia e terrorismo sono i temi di confronto tra Africa e Occidente. Nonostante sembri che in Africa sia in atto un

processo di de-occidentalizzazione, sia questa che l'America Latina restano dipendenti dall'Occidente e incapaci di

influenzare in modo decisivo l'equilibrio tra l'Occidente e i suoi sfidanti.

È questo il caso delle tre civiltà oscillanti: i loro Stati guida sono attori di primo piano nell'arena internazionale ed è

probabile che mantengano con l'Occidente e le civiltà ad esso contrapposte rapporti mutevoli e ambivalenti. Altrettanto

variabili appaiono poi i rapporti reciproci. Nel mondo postguerra fredda è la Russia ad avere una carta da giocare:

un'alleanza con la Cina farebbe pendere definitivamente la bilancia eurasiatica a sfavore dell'Occidente e le sveglierebbe

tutti timori di una possibile relazione con un'immagine. D'altra parte, una Russia operante a stretto contatto con

l'Occidente farebbe da ulteriore contraltare all'asse islamico-confuciana. La Russia da parte sua ha problemi con entrambe

le civiltà confinanti: per quanto riguarda l'Occidente i problemi sono più a breve termine, dato che c'è la necessità di 42

ridefinire gli equilibri tra Russia e Occidente e di trovare un accordo sul reciproco status paritario e sulle rispettive sfere di

influenza. In pratica ciò significherebbe:

L’accettazione da parte russa dell'espansione dell'Unione Europea e della Nato agli Stati cristiani occidentali e

- dell'Europa centrale ed orientale, l'impegno da parte dell'Occidente di non ampliare ulteriormente la Nato, se non

nel caso in cui l'Ucraina dovesse spaccarsi;

Un trattato di associazione tra Russia e Nato che prevede un patto di non aggressione, regolari consultazioni,

- sforzi congiunti per evitare una competizione nel campo degli armamenti e la negoziazione dei corpi sul controllo

degli armamenti;

Il riconoscimento da parte dell'Occidente, della Russia quale responsabile del mantenimento della sicurezza tra i

- paesi ortodossi e nelle aree in cui l'ortodossia è predominante;

Il riconoscimento da parte occidentale della minaccia posta alla Russia dai popoli musulmani lungo il proprio

- confine meridionale;

Un accordo di cooperazione paritaria su temi quali la Bosnia, che toccano interessi di entrambi.

-

Nel caso in cui si giunga a un accordo come questo è probabile che né la Russia ne l’Occidente costituiranno una minaccia

reciproca.

Tuttavia nell'immediato periodo postguerra fredda i rapporti tra Cina e Russia sono diventati molto più cooperativi, le

dispute sui confini sono state risolte, il volume degli scambi è aumentato e si è trovato interesse comune nella lotta contro

il fondamentalismo islamico. Cosa più importante, la Russia ha trovato nella Cina un acquirente di tecnologia e attrezzature

militari. Ciò è derivato da una cosciente decisione russa di fare della Cina il proprio partner in Asia, ma è stata anche una

reazione alle vertenze in atto con l'Occidente su temi quali: espansione della Nato, riforma economica, controllo degli

armamenti, assistenza economica e l'ingresso nelle organizzazioni internazionali occidentali. Da parte sua la Cina ha potuto

dimostrare l'Occidente di non essere sola nel mondo e di poter conseguire la capacità militare per porre in atto una

strategia di supremazia regionale. Un asse russo-cinese è, per entrambi, un mezzo per contrapporsi al potere e

all'universalismo occidentale. La sopravvivenza di questa dipende da quanto i rapporti tra Russia e Occidente riusciranno a

stabilizzarsi su una base di reciproca soddisfazione, e dall’ascesa della Cina a potenza egemone dell'Asia orientale ed alla

conseguente minaccia per gli interessi russi da un punto di vista economico, democratico e militare.

I rapporti della Russia con il mondo islamico sono segnati da secoli di espansione militare contro i turchi, le popolazioni

nord-caucasiche e gli emirati centro asiatici. Oggi la Russia collabora con Serbia e Grecia, alleati ortodossi, nel tentativo di

contrastare l'influenza turca nei Balcani, è altrettanto fa con l'Armenia per limitare questa influenza in Transcaucasia. Di

interesse centrale della Russia sono le riserve di gas e petrolio del Mar Caspio. La Russia è anche impegnato in una guerra

nel Caucaso settentrionale contro i musulmani della Cecenia, e in un'altra in Tagikistan a sostegno del governo contro

un'insurrezione che vede la presenza dei fondamentalisti islamici. Simili timori costituiscono un ulteriore incentivo per la

cooperazione con la Cina nonché un'importante stimolo ad un riavvicinamento con l'Iran, che metta freno alla diffusione

del fondamentalismo in Asia centrale e collabori al contenimento dell'influenza turca nella stessa Asia centrale e nel

Caucaso.

Durante la guerra fredda l’india, il terzo Stato guida oscillante, è stata alleata all'Unione Sovietica e ha sostenuto una guerra

contro la Cina e più di una contro il Pakistan. I suoi rapporti con l'Occidente erano tiepidi, quelli con il Pakistan

probabilmente resteranno fortemente, soprattutto sulle tematiche relative a armi nucleari, Kashmir ed equilibri militari

nella regione. È perciò probabile che il paese si adopererà per persuadere singoli paesi musulmani ad allontanarsi dalla

partita. La diminuzione di tensione con la Cina sembra però non dover durare a lungo, essendo essa orientata verso

Pakistan e Birmania. Inoltre, l'India potrebbe decidere di espandersi come la Cina, quindi appaiono elevate le probabilità di

conflitto. Messa di fronte a un'alleanza tra Cina e Pakistan, l'India avrà interesse a mantenere contatti con la Russia. Nel

lungo periodo, è probabile che il raffreddamento dei rapporti tra Stati Uniti e Pakistan e l'interesse comune a contenere la

Cina porteranno ad un avvicinamento tra India e Stati Uniti.

La gran parte dei paesi appartenenti a una città seguirà le orme del proprio Stato guida nella determinazione dei rapporti

con paesi di civiltà diverse. Questa, tuttavia, non è una regola fissa: interessi comuni e un nemico comune possono dar vita

a orme di cooperazione tra paesi di civiltà diverse. Conflitti possono scoppiare anche all'interno della stessa civiltà. Inoltre,

i rapporti tra i gruppi di civiltà diverse possono divergere in modo significativo da quelli intercorrenti tra Stati guida di una

stessa civiltà. Comunque la tendenza generale appare molto chiara ed è evidente che il bipolarismo relativamente semplice

della guerra fredda cedendo il posto ai ben più complessi rapporti di un mondo multipolare e suddiviso in civiltà.

X Dalle guerre di transizione alle guerre di faglia

Guerre di transizione Afghanistan e Golfo

La premiere guerre civilizationelle

Così Mahdi Elmandjra definisce la Guerra del Golfo, anche se in realtà è stata la seconda, e la prima è stata quella

sovietico-afghana nel 1979-1989. Entrambi i conflitti sono nati dall'invasione militare di un paese da parte di un altro, per

poi trasformarsi ed essere ridefiniti in termini di guerre di civiltà. In realtà, si è trattato di guerre di transizione verso

un'epoca dominata da conflitti etnici e da guerre di faglia tra gruppi appartenenti a civiltà diverse. Il conflitto afghano

nacque dal tentativo dell'Unione Sovietica di sostenere un regime satellite. Si trasformò in guerra fredda quando gli Stati

Uniti reagirono organizzando, finanziando ed equipaggiando i ribelli afghani. Per gli americani, la sconfitta sovietica

rappresentò il trionfo della dottrina reaganiana di sostegno all'opposizione armata ai regimi comunisti. La sconfitta non

sono profonde ferite nella società e nell’establishment politico sovietici, contribuendo in modo significativo alla 43

disintegrazione dell'impero. Per i nemici dei sovietici la guerra afghana fu la prima lotta di resistenza vittoriosa contro una

potenza straniera, basata sui principi islamici, combattuta come jihad e che fornì un'incredibile spinta propulsiva al senso di

autostima e al potere islamici. I dollari e i missili americani furono indispensabili, così come lo sforzo sostenuto dall'intero

mondo islamico. Il sostegno finanziario venne principalmente dall’Arabia Saudita, superiore a quello americano (3 miliardi

circa). Alla guerra circa 25.000 volontari provenienti da paesi islamici prevalentemente arabi, addestrati dai servizi segreti

pakistani; il Pakistan fornì alla resistenza anche l'indispensabile base di appoggio esterna, non solo in senso logistico, e fece

da tramite per l'arrivo del denaro americano. Alla fine i sovietici furono sconfitti da tre fattori: tecnologia americana,

denaro saudita, al dolore ed esuberanza demografica musulmani. La guerra ha lasciato dietro di sé una complessa

coalizione di organizzazioni islamiste votate alla promozione dell'Islam contro le tutte forze non musulmani. Ha lasciato in

eredità anche un'ampia congerie di unità di guerriglia, accampamenti, campi di addestramento e strutture logistiche,

complesse reti interislamiche di rapporti e una notevole quantità di apparecchiature militari (missili Stinger). Ma soprattutto

ha lasciato una sensazione di potere e sicurezza e un'irrefrenabile desiderio di altre vittorie. La guerra afghana di una guerra

di civiltà perché tale la considerarono i musulmani. La guerra del Golfo divenne una guerra di civiltà dell'Occidente

intervenne militarmente in un conflitto musulmano, perché i paesi occidentali appoggiarono a larga maggioranza

l'intervento, e perché i musulmani di tutto il mondo la interpretarono come una guerra contro di loro. In un primo

momento i governi arabi e musulmani si mostrarono divisi: Saddam Hussein aveva violato la sacralità dei confini e

nell'agosto 1990 la Lega araba condannò la sua iniziativa. Egitto e Siria contribuirono con ingenti forze alla coalizione anti-

irachena organizzata dagli Stati Uniti. La Turchia chiuse l’oleodotto che collegava l’Iraq al Mediterraneo e permise alla

coalizione di utilizzare le proprie basi aeree, in cambio aumentò le pressioni per essere ammessa in Europa; Pakistan e

Marocco riconfermarono i loro stretti legami con l'Arabia Saudita; l'Egitto vide cancellati i propri debiti, e la Siria ebbe il

Libano. Sul versante opposto i governi di Iran, Giordania, Libia, Mauritania, Yemen, Sudan e Tunisia nonché

organizzazioni quali l’Olp, Hamas e il Fis, nonostante il sostegno finanziario ricevuto dall'Arabia Saudita sostennero l’Iraq

e condannarono l'intervento occidentale. Se i governi musulmani si mostrarono divisi, l'opinione pubblica araba e

musulmana fu dal primo momento prevalentemente antioccidentale. Milioni di musulmani, dal Marocco alla Cina, si

schierarono al fianco di Saddam Hussein proclamandolo eroe musulmano. Il sostegno a Saddam fu più fervente e diffuso

in quei paesi arabi il cui sistema politico era più aperto e la libertà di espressione soggetta a minori restrizioni. In Marocco,

Pakistan, Giordania, Indonesia e altri paesi vi furono imponenti manifestazioni di denuncia contro l'Occidente e contro

Hassan, Benazir Bhutto e Suharto, considerati lacchè dell'Occidente. L'opposizione alla coalizione emerse anche in Siria,

dove una parte dei cittadini si oppose alla presenza di forze straniere nel Golfo. Gli arabi e gli altri musulmani

ammettevano in linea di massima e Saddam Hussein potesse essere un tiranno sanguinario, ma sostenevano che comunque

era il "loro tiranno sanguinario" (parafrasando Roosevelt): si trattava di un affare interno e quindi andava assolto

internamente; chi sosteneva una qualche forma di giustizia internazionale lo faceva solo per proteggere i propri interessi e

perpetuare la subordinazione degli arabi all'Occidente. Come i protagonisti di altre guerre di faglia, Saddam Hussein

identificò il proprio regime con la causa capace di guadagnarsi il più ampio sostegno: l’Islam, quale ideologia politica per la

mobilitazione del sostegno. I gruppi fondamentalisti denunciarono il conflitto in atto come una guerra contro l'Islam e la

sua civiltà scatenata da un'alleanza di crociati e sionisti. Il rettore dell'università islamica a La Mecca dichiarò che la guerra

non vedeva schierati il mondo contro l'Iraq, bensì l'Occidente contro l'Islam; allo stesso modo re Hussein di Giordania

sostiene che si trattava di una guerra contro tutti gli arabi e tutti i musulmani. Inoltre, come sottolinea Fatima Mernissi, le

frequenti invocazioni a Dio a protezione degli Stati Uniti lanciate dal presidente Bush rafforzarono negli arabi la

convinzione che si trattava di una guerra religiosa. L'identificazione della guerra come un conflitto tra Islam e Occidente

facilitò la riduzione o l'accantonamento degli antagonismi esistenti nel mondo musulmano. La guerra avviò inoltre il

processo di riconciliazione tra Iran e Iraq. Un nemico esterno riduce anche il livello di conflittualità interna di un paese.

Man mano che l'opinione pubblica si pronunciava sempre più fermamente contro la guerra, i governi che si erano schierati

a fianco della coalizione fecero marcia indietro, o si spaccarono, sviluppando complesse argomentazioni a supporto delle

loro scelte. I governi che avevano fornito truppe sostennero che ciò era necessario per bilanciare e soppiantare le forze

occidentali in Arabia Saudita e che comunque sarebbero state impiegate esclusivamente a scopi difensivi e a protezione dei

luoghi sacri. In Turchia e in Pakistan esponenti militari di primo piano denunciarono esplicitamente l'allineamento dei

propri governi con la coalizione. Il governo egiziano e quello siriano avevano sulle rispettive società un controllo tale da

permettere loro di sopprimere o ignorare le pressioni antioccidentali; quelli dei paesi musulmani più aperti furono viceversa

indotti a prendere le distanze dall'Occidente e adottare posizioni sempre più nettamente antioccidentali. L'opinione

pubblica tunisina si mostrò fortemente antioccidentale, così come forte fu il sentimento nel Maghreb. Il governo

marocchino fornì in un primo momento un contingente di 150 soldati alle forze della coalizione, ma a seguito della

mobilitazione dei gruppi antioccidentali proclamò anche uno sciopero generale a favore dell'Iraq. In Algeria una

manifestazione filo irachena indusse il presidente, che in un primo momento aveva esibito un atteggiamento filo

occidentale, a mutare posizione. Nell'agosto del 1990 i tre governi maghrebini avevano votato in seno alla lega araba una

mozione di condanna contro l'Iraq; nell'autunno dello stesso anno votarono a favore di una mozione di condanna

dell'intervento americano. Lo sforzo militare occidentale ottenne scarso sostegno anche dalle popolazioni non occidentali e

non musulmane (giapponesi, induisti). La guerra del Golfo, dunque, iniziata come un conflitto tra Iraq e Kuwait, si

trasformò in una guerra dapprima tra Iraq e Occidente, quindi tra Islam e Occidente, e alla fine fu vista come una guerra

tra est e ovest. Kuwaitiani a parte, nessuna popolazione islamica si mostrò entusiasta della guerra e quasi tutte si opposero

all'intervento occidentale. La conclusione della guerra non offrì alcun motivo di gioia tra gli arabi e l'atmosfera prevalente

44

fu di intensa frustrazione, sgomento, umiliazione e risentimento. Dopo quella guerra, l'opinione pubblica araba diviene

sempre più ostile alla presenza militare americana nel Golfo. Anche in paesi come l'Egitto l'opinione pubblica divenne

sempre più solidale con l’Iraq. Nel giugno del 1993, quando il presidente Clinton ordinò di bombardare Bagdad in risposta

al tentativo iracheno di assassinare l'ex presidente Bush, la reazione internazionale si divise, rispecchiando le civiltà di

appartenenza: Israele e i governi europei occidentali sostennero fortemente il raid aereo; la Russia lo accettò in quanto atto

di autodifesa; la Cina espresse profonda preoccupazione; l'Arabia Saudita e gli emirati del Golfo non dissero nulla; altri

governi musulmani, compreso l'Egitto, lo denunciarono come un ulteriore esempio della politica dei due pesi e due misure

percepita dagli occidentali, mentre l’Iran lo definì una flagrante aggressione guidata dal neo-espansionismo e dall'egotismo

americani. Prima della guerra Iran, Iraq, il Consiglio per la cooperazione del Golfo e gli Stati Uniti competevano per

l'acquisizione di influenza nel Golfo, al termine del conflitto il Golfo Persico era diventato un lago americano.

Caratteristiche della guerra di faglia

Le guerre di clan, tribù, gruppi etnici, comunità religiose e nazioni sono sempre scoppiate in ogni epoca e in qualsiasi

civiltà in quanto affondano le proprie radici nelle identità dei popoli. Questi conflitti tendono ad essere particolaristici, nel

senso che non implicano questioni ideologiche o politiche di interesse per le parti non direttamente coinvolte. Essi

tendono ad essere particolarmente violenti e sanguinosi, in quanto vi sono in gioco basilari questioni di identità. Infine,

tendono a protrarsi nel tempo nonostante tregue e accordi; d'altro canto, una decisa vittoria militare di una delle due parti

accresce la possibilità di genocidio. I conflitti di faglia sono conflitti tra Stati o gruppi appartenenti a diverse civiltà e

assumono un carattere violento. Simili guerre possono verificarsi tra Stati, tra gruppi non governativi, oppure tra Stati e i

gruppi non governativi. I conflitti di faglia all'interno di uno Stato possono coinvolgere gruppi prevalentemente localizzati

in aree specifiche del paese, nel qual caso il gruppo che non controlla il governo lotta solitamente per la propria

indipendenza e può essere disposto a sedare il conflitto per un obiettivo un po’ inferiore. I conflitti di faglia all'interno di

uno Stato possono anche coinvolgere gruppi geograficamente interconnessi, nel qual caso rapporti costantemente tesi

erompono di tanto in tanto in scontri violenti, come accade tra indù e musulmani in India, oppure possono sfociare in

guerre globali dando luogo a tentativi violenti di separazione coatta di popolazioni. A volte i conflitti di faglia riguardano

lotte per il controllo di popolazioni o territori da conquistare o liberare, mediante espulsione coatta o pulizia etnica. Simili

conflitti tendono ad essere particolarmente violenti e brutali (massacro, terrorismo, stupro e tortura). Pezzo di territorio

oggetto di contesa è per uno o per entrambi i contendenti un simbolo vitale della propria storia e d'identità, come la West

Bank in Palestina, il Kashmir, il Nagornyj-Karabach, la valle del Drina, il Kosovo.

Le guerre di faglia possiedono alcune ma non tutte le caratteristiche comuni delle altre guerre locali: si tratta di conflitti

prolungati nel tempo (durata in media sei volte più delle guerra tra Stati); poiche implicano questioni fondamentali quali

l'identità e il potere dei gruppi che sono coinvolti, sono difficilmente risolvibili mediante negoziato o compromesso;

quando si riesce a raggiungere degli accordi accade spesso che questi non vengano sottoscritti da tutte le parti e solitamente

non durano a lungo; sono guerre a singhiozzo. In conseguenza del loro carattere prolungato, le guerre di faglia producono

un elevato numero di vittime e rifugiati. Molte di queste sono l'ultima fase di guerre storiche e sanguinose: ad esempio il

conflitto in Sudan scoppiò nel 1956, si protrasse fino al 1972, quando venne raggiunto un accordo, per poi tornare a

divampare nel 1983; solo nel 1995 venne raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, ma quattro mesi dopo la guerra di

riesplose con maggiore violenza. La ribellione nelle Filippine ebbe inizio nei primi anni 70, si affievolì dopo sei anni

raggiungendo un accordo, e tornò a crescere nel 1993. Nel luglio 1995 i dirigenti russi e ceceni hanno raggiunto un accordo

di smilitarizzazione per porre fine al violenti scontri iniziati l'anno prima; la situazione si è placata per un po', per poi

riprendere con gli attacchi ceceni contro i dirigenti russi o filorussi, la risposta russa all’incursione cecena in Daghestan nel

96 e la massiccia offensiva russa nei primi mesi dello stesso anno.

Se da un lato le guerre di faglia condividono la lunga durata, la violenza, e l'ambivalenza ideologica delle altre guerre tra

gruppi rivali, dall'altro se ne differenziano per due aspetti:

1. Le guerre locali possono scoppiare tra gruppi etnici, religiosi, razziali o linguistici, mentre poiché la regione è il più

importante elemento caratterizzante le civiltà, le guerre di faglia scoppiano quasi sempre tra popoli di religione

diversa.

2. Le altre guerre tendono ad essere particolaristiche, quindi relativamente poco inclini a diffondersi e coinvolgere

altri, mentre le guerre di faglia si hanno tra gruppi che fanno parte di più ampie entità culturali, all'interno delle

quali è possibile mobilitare il sostegno di gruppi affini. L'espansione dei mezzi di trasporto e comunicazione ha

facilitato la creazione di queste connessioni, quindi l'internazionalizzazione dei conflitti di faglia e la creazione di

reti internazionali di sostegno, le quali consentono di prolungare il conflitto. Tale caratteristica è definita sindrome

dei paesi fratelli.

Incidenza: i confini insanguinati dell'Islam

Le guerre di identità hanno rappresentato circa la metà di tutte le guerre civili scoppiate negli anni 40 e 50, ma nell'arco di

tempo che va dai primi anni 50 ai tardi anni 80 l'intensità delle ribellioni che hanno come protagonisti gruppi etnici è

triplicato; con la fine della guerra fredda si è verificato qualcosa di molto simile a una impennata della conflittualità etnica.

Conflitti etnici e guerre di faglia non hanno avuto una distribuzione uniforme tra le varie civiltà del pianeta: grandi scontri

si sono verificati tra serbi e croati nella ex Jugoslavia e tra buddisti e induisti nello Sri Lanka, mentre conflitti meno violenti

sono occorsi tra gruppi non musulmani in altre parti del mondo. La grande maggioranza delle guerre di comunità, tuttavia,

ha avuto luogo lungo il confine tra Eurasia e Africa che separa i musulmani dai non musulmani. Se a livello globale, o

macro livello, il principale scontro di civiltà è tra l'Occidente e gli altri, a livello locale, o micro livello lo scontro è tra 45

l'Islam e gli altri. In Bosnia i musulmani hanno combattuto una sanguinosa guerra contro i serbi ortodossi e sono stati

coinvolti in altri scontri violenti contro i croati cristiani; nel Kosovo, i musulmani albanesi patiscono il dominio serbo e

sostengono il proprio governo parallelo clandestino; i governi albanese e greco sono ai ferri corti in merito ai diritti delle

rispettive minoranze; turchi e greci sono per tradizione acerrimi nemici; a Cipro, turchi musulmani e greci ortodossi

mantengono due stati separati e ostili; nel Caucaso, Turchia e Armenia sono nemici storici, mentre azeri e armeni sono

stati in guerra per il controllo del Nagornyj-Karabach; nel caso settentrionale, da duecento anni ceceni, ingusci e altri

popoli musulmani combattono per la propria indipendenza dalla Russia. Per tutto il 19º secolo la Russia apre la mente

spesso con la forza il proprio controllo sulle popolazioni musulmane dell'Asia centrale. Negli anni 80 russi e afghani hanno

combattuto una vera e propria guerra, e lo stesso è accaduto in Tagikistan. Nello Xinjiang, uiguri e altri gruppi musulmani

lottano contro il processo di cinesizzazione in atto. Nel subcontinente indiano, Pakistan e India hanno combattuto tre

guerre, una ribellione musulmana sfida il dominio indiano nel Kashmir, gli immigrati musulmani combattono contro le

popolazioni tribali dell’Assam, e in tutta l'India musulmani e induisti danno luogo a periodici scontri. Il Bangladesh, i

buddisti denunciano le discriminazioni subite dalla maggioranza musulmana, mentre in Birmania avviene esattamente il

contrario. Il Malesia e Indonesia i musulmani insorgono periodicamente contro i cinesi. Nel sud della Tailandia, gruppi

musulmani esplodono in ricorrenti rivolte contro il governo buddista, mentre nel sud nelle Filippine un'insurrezione

musulmana lotta per l'indipendenza da un paese e un governo cattolici. In Indonesia, i cattolici di Timor orientale lottano

contro la repressione del governo musulmano. Il Medioriente, la conflittualità tra arabi ed ebrei in Palestina risale alla

costituzione della nazione ebraica (quattro guerre). Il Libano, i cristiani maroniti hanno combattuto e perso una guerra

contro gli sciiti e altri musulmani. In Etiopia, gli amhara ortodossi hanno tradizionalmente soppresso i gruppi etnici

musulmani e affrontano oggi un'insurrezione da parte degli oromo musulmani. In tutta l'Africa occidentale sono stati

numerosi conflitti tra arabi e musulmani al Nord e tra popolazioni arabe e popolazioni cristiane e animiste di razza nera al

sud. La guerra più sanguinosa tra cristiani musulmani si è avuta in Sudan. La politica nigeriana è stato dominato dal

conflitto tra i fulani-hausa musulmani del Nord e le tribù cristiane del sud. In Ciad, Kenya, Tanzania, scontri simili sono

scoppiati tra gruppi musulmani e cristiani.

In tutti questi luoghi, i rapporti tra musulmani e le popolazioni di altre civiltà sono stati generalmente antagonistici. Tale

modello di conflittualità tra gruppi musulmani e non musulmani non vale per i rapporti tra gruppi di alta civiltà. I

musulmani costituiscono circa un quinto della popolazione mondiale, ma negli anni 90 la loro percentuale di

coinvolgimento in atti di violenza tra comunità locali è superiore a quella di qualsiasi civiltà. Le indicazioni al riguardo sono

evidenti:

1. I musulmani sono stati coinvolti in 26 dei 50 conflitti e etno-politici scoppiati nel 1993-94 e analizzati da Gurr. 20

tra questi erano tra gruppi di civiltà diverse e 11 tra musulmani e non musulmani. Il numero dei conflitti tra civiltà

che ha coinvolto i musulmani è tre volte superiore a quello dei conflitti tra civiltà non musulmane. Anche il

numero di conflitti scoppiati all'interno del mondo islamico è maggiore di quelli verificatisi nell'ambito di qualsiasi

altra civiltà. Inoltre le guerre che hanno musulmani come protagonisti per non aver elevato numero di vittime.

2. Il New York Times ha individuato 48 luoghi teatro nel 1993 di circa 59 conflitti etnici e in metà di essi i

musulmani si scontravano con altri musulmani o con non musulmani.

3. In una terza analisi del 1992 Sivard ha individuato 29 guerre in corso: nove su 12 erano tra musulmani e non

musulmani.

Le differenze analisi giungono dunque alla stessa conclusione: nei primi anni 90 i musulmani erano coinvolti più di

qualsiasi altra comunità in conflitti con gruppi diversi, e dai due terzi ai tre quarti di tutte le guerre tra civiltà in corso nel

mondo vedevano contrapposti musulmani e non musulmani. La propensione musulmani alla conflittualità violenta risalta

inoltre dal grado di militarizzazione delle civiltà musulmane, negli anni 80 significativamente più alto di quello di altri paesi,

all'incirca doppio dei paesi cristiani. Di musulmani hanno dimostrato un'alta propensione alla violenza in occasione di crisi

internazionali. Tra il 1928 e il 1979 vi hanno fatto ricorso per risolvere 76 20 su 142. Infine in tutti i casi in cui gli stati

musulmani hanno fatto ricorso alla violenza, il suo livello è sempre stato altissimo.

Cause: storia, demografia, politica

Queste guerre affondano le proprie radici nella storia: scoppi intermittenti di violenza tra gruppi di civiltà diverse sono

avvenuti in passato ed erano ben presenti nella memoria, provocando a loro volta paure e insicurezze da entrambe le parti.

Una storia fatta di ripetute carneficine, tuttavia, non basta a spiegare la violenza della fine di questo secolo; in fin dei conti,

serbi, croati e musulmani hanno vissuto in pace per decenni fianco a fianco in Jugoslavia e lo stesso hanno fatto indù e

musulmani in India, e tamil e singalesi.

Uno degli altri fattori, intervenuti negli ultimi decenni, è certamente individuabile nei mutati equilibri demografici:

l'espansione numerica di un gruppo genera pressioni politiche, economiche e sociali sugli altri gruppi, induce a

contromisure e produce pressioni militari su gruppi demograficamente meno dinamici. Il crollo, nei primi anni 70 del

trentennale ordine costituzionale in Libia come in gran parte conseguenza dello spettacolare aumento della popolazione

sciita rispetto ai cristiani maroniti. Nello Sri Lanka i punti culminanti dell'insurrezione nazionalista singalese del 1970 e

della rivolta tamil di fine anni 80 coincidono perfettamente con gli anni in cui all'interno di ciascuno dei due gruppi etnici la

fascia di popolazione compresa tra i 15 e i vent'anni superano il 20% del totale. Analogamente accadde per le guerre di

faglia scoppiate tra russi e popolazioni musulmane lungo confini meridionali della Russia. Negli anni 80 la popolazione

cecena è cresciuto del 26%, producendo emigrati e guerriglieri. Allo stesso modo, alti tassi di natalità e di emigrazione

musulmana nel Kashmir dal Pakistan hanno stimolato la nascita dell'opposizione al dominio indiano. 46

I complicati processi che sfociarono nelle guerre della ex Jugoslavia hanno avuto molte cause, tuttavia, il maggior fattore

scatenante è stato probabilmente il mutamento demografico verificatosi nel Kosovo, provincia autonoma della Repubblica

serba. Nel 1961 la sua popolazione era composta per il 67% da musulmani albanesi e per il 24% da serbi ortodossi; il tasso

di natalità degli albanesi, tuttavia, era il più alto d'Europa e il Kosovo divenne l'area più densamente popolata della

Jugoslavia: i serbi cominciarono ad emigrare. La conseguenza fu che nel 1991 il Kosovo era abitato per il 90% da

musulmani e solo per il 10% da serbi, che comunque la consideravano la loro terra Santa. Alla fine degli anni 80, questo

mutato equilibrio demografico indusse gli albanesi a rivendicare per il Kosovo lo status di Repubblica di Jugoslava. La

protesta dei serbi dal Kosovo riecheggiò in Serbia, sfociando nel 1986 in una dichiarazione firmata da intellettuali, politici,

leader religiosi e ufficiali militari serbi, nella quale si chiedeva l'adozione da parte del governo di vigorose misure che

mettessero fine al genocidio contro i serbi in atto nel Kosovo. Questa apparve come un evidente esagerazione e scatenò il

nazionalismo serbo, nel quale Milosevic vide un'opportunità da non perdere e nel 1987 e salutati i serbi a rivendicare la

propria terra e la propria storia. Due anni dopo egli tornò nel Kosovo insieme a più di 1 milione di serbi per celebrare il

600º anniversario della grande battaglia simbolo della loro guerra infinita contro i musulmani. Le paure e

l'internazionalismo serbi commentati dall'incessante aumento del numero e del potere degli albanesi vennero ancor più

accresciuti dai mutamenti demografici registrati in Bosnia. Nel 1961 i serbi costituivano il 43% e i musulmani il 23% della

popolazione della Bosnia Erzegovina. Nel 1991 le percentuali risultavano invertite. L'espansione di un gruppo etnico ha

portato alle operazioni di pulizia etnica del gruppo rivale. Lo scontro tra serbi e croati però non può essere spiegato solo da

fattori demografici e in parte dalla storia: qui, come altrove, ulteriore motivo di scontro è stato offerto dalla politica. Il

crollo degli imperi austro-ungarico, ottomano e russo al termine della prima guerra mondiale stimolò conflitti etnici e di

civiltà tra popolazioni e tra gli Stati che sostituirono quegli imperi. Risultati analoghi produsse la fine degli imperi

britannico, francese e olandese dopo la seconda guerra mondiale. E così è stato anche per la caduta dei regimi comunisti in

Unione Sovietica e in Jugoslavia alla fine della guerra fredda. Tutti coloro che non poterono più identificarsi come

comunisti, cittadini sovietici o jugoslavi avvertirono il disperato bisogno di acquisire nuove identità, e le trovarono nei

vecchi baluardi dell'etnia e della religione. Tale processo fu poi esacerbato dalla necessità, da parte delle entità politiche

emergenti, di adottare il modello democratico. Quando l'Unione Sovietica e la Jugoslavia iniziarono a sfaldarsi, le élite al

potere non indissero elezioni nazionali: ciò spinse i leader politici a scagliarsi contro l'autorità centrale, appellandosi al

nazionalismo etnico e promuovendo l'indipendenza delle proprie repubbliche. In quasi tutte le repubbliche sovietiche e

jugoslave, le prime elezioni libere furono vinte da leader politici che si erano appellati ai sentimenti nazionalisti. La

competizione elettorale incoraggia gli appelli nazionalisti, e provoca così la degenerazione dei conflitti di faglia invece

proprie guerre: quando, secondo l'espressione di Bogdan Denitch, l’ethnos diventa demos, il risultato è polemos.

È possibile evidenziare sei cause del perché, sul finire del secolo, i musulmani risultino coinvolti molto più di altre civiltà in

scontri violenti con altre comunità: tre spiegano soltanto la violenza tra musulmani, le altre tre anni quella nei confronti di

altre civiltà; inoltre, tre di esse, vengano solo l'attuale propensione dei musulmani alla violenza, mentre le altre tre le

spiegano anche le radici storiche:

1. È stato sostenuto che l'islamismo è sempre stato, sin dalle origini, una religione bellicista, che glorifica le virtù

militari. Le dottrine islamiche, si dice, predica la guerra contro gli infedeli; quando l'iniziale spinta espansionistica

dell'Islam si affievolì, i gruppi musulmani cominciarono a farsi guerra tra loro. Il rapporto tra fitna, o conflittualità

interna, e jihad mutò drasticamente a favore della prima. Il Corano e altri testi religiosi musulmani contengono

poche proibizioni riguardo alla violenza, e il concetto di nonviolenza è assente dai precetti e dalle tradizioni

musulmane.

2. Sin dalle sue origini, l'Islam si diffuse rapidamente in Africa settentrionale e in gran parte del medio oriente, e

successivamente in Asia centrale, nel subcontinente indiano e nei Balcani. L'espansione portò i musulmani a

contatto diretto con molte e variegate popolazioni che furono conquistate e convertite. Sull'onda delle conquiste

ottomane nei Balcani, di slavi meridionali delle aree urbane si convertirono spesso all’islam, a differenza di quanto

invece accade per i ceti rurali. Proprio da qui ebbe origine la distinzione tra bosniaci musulmani e serbi ortodossi.

Viceversa, l'espansione in direzione del Mar Nero, del Caucaso e dell'Asia centrale portò per diversi secoli l'impero

russo in costante conflitto con una varietà di popoli musulmani. Il contributo dell'Occidente alla nascita di una

nazione ebraica nel medio oriente gettò le basi dell'interminabile antagonismo tra arabi e israeliani. L'espansione

via terra di popolazioni musulmane e non musulmani produsse perciò una stretta contiguità critica tra le due in

tutta l'Eurasia. Viceversa, l'espansione via mare dell'Occidente non creò di norma situazioni di stretta convivenza

tra popoli occidentali e non occidentali: questi ultimi vennero o asserviti al dominio europeo oppure decimati.

3. Una terza possibile fonte di conflittualità tra musulmani e non musulmani chiama in causa quella che è stata

definita l’indigeribilità dei musulmani: si tratta di un fenomeno doppio senso, i paesi musulmani manifestano nei

confronti delle minoranze non musulmane problemi paragonabili a quelli dei paesi non musulmani hanno con le

minoranze musulmane. L'Islam è una fede assoluta, che fonde in sé religione e politica e traccia un netto confine

tra appartenenti al Dar-al-Islam e appartenenti al Dar-al-harb. Confuciani, buddisti, induisti, cristiani occidentali e

cristiani ortodossi hanno meno difficoltà ad adattarsi gli uni agli altri e a vivere bianco a fianco.

Militarismo, indigeribilità e contiguità con gruppi non musulmani sono caratteristiche costanti dei musulmani e potrebbero

spiegare la loro propensione storica alla conflittualità.

Tre altri fattori, più limitati dal punto di vista temporale, possono ulteriormente spiegare l'esplosione della violenza islamica

nel tardo 20º secolo. Una prima motivazione, avanzata dei musulmani, è che l'imperialismo occidentale e l'asservimento 47

delle società musulmane nel 19º e 20º secolo hanno prodotto un'immagine di debolezza militare ed economica dei

musulmani inducendo i gruppi non islamici a vedere nei musulmani un facile bersaglio. Questi ultimi, secondo tale

interpretazione sono vittime di un diffuso pregiudizio. La tesi dei musulmani come vittime, tuttavia, non piega la

conflittualità tra maggioranze musulmane e minoranze non fa molto male in paesi quali Sudan, Egitto, Iran e Indonesia. Il

secondo elemento, più convincente, è l'assenza nel mondo islamico di uno o più Stati guida. I paesi che aspirano al ruolo di

leader dell'Islam sono in competizione per la leadership nel mondo musulmano; nessuno di essi è però in posizione

sufficientemente forte da poter mediare i conflitti all'interno dell’Islam. Infine, cosa più importante, l'esplosione

demografica nelle società musulmane e la presenza di moltissimi maschi, e sui disoccupati, di età compresa tra i 15 e i 30

anni è una naturale fonte di instabilità e violenza sia all'interno dell'Islam sia contro i non musulmani.

XI La dinamica delle guerre di faglia

Identità: l'emergere di una coscienza di appartenenza

Le guerre di faglia attraversano processi di intensificazione, espansione, contenimento, interruzione e, raramente,

soluzione. Iniziano solitamente in ordine sequenziale, ma spesso si sovrappongono e possono anche il ripetersi. Una volta

iniziate tendono ad assumere vita propria e a sviluppare un precipuo modello di azione/reazione. Identità fino ad allora

sfumate e occasionali vengono a precisarsi e irrigidirsi, tanto che i conflitti tra gruppi rivali vengono definiti guerre di

identità. Col crescere della violenza, le vertenze iniziali tendono a cristallizzarsi e il livello di coinvolgimento e coesione di

gruppo diventa sempre più alto. Il leader politici moltiplicano e intensificano i loro appelli all'unità etnica e religiosa, e la

coscienza della propria civiltà di appartenenza si rafforza. Emerge così una dinamica dell'odio dove paura, sfiducia e odio si

alimentano reciprocamente. Ciascuna parte accentua e drammatizza la distinzione tra bene e male e tenta di trasformarla

nella distinzione ultima deve vivere e morire. I moderati non riescono a raggiungere i loro obiettivi limitati tramite il

negoziato e vengono affiancati o soppiantati da forze radicali votate al perseguimento di obiettivi più estremi attraverso il

ricorso alla violenza. Nel conflitto tra il Fronte Moro e il governo filippino, il principale gruppo insurrezionale, il Moro

National Liberation Front, prima affiancato dal più radicale Moro Islamic Liberation Front, e quindi dal gruppo Abu

Sayyaf, attestato su posizioni ancor più estremistiche. In Sudan, negli anni 80 il governo assunse posizioni islamiste sempre

più radicali fino a che, nei primi anni 90, il movimento insurrezionale cristiano si spaccò e un nuovo gruppo, il movimento

di indipendenza del Sudan meridionale, cominciò a rivendicare l'indipendenza anziché la semplice autonomia.

Nell'interminabile conflitto tra arabi e israeliani, non appena l’Olp ha avviato una politica di negoziati con il governo

israeliano, l'organizzazione estremista Hamas ha iniziato a fare proseliti fra i palestinesi. Con l'intensificarsi del conflitto

ceceno con la Russia nel 1992-93, il governo Dudaev finì con l'essere dominato dalle fazioni più radicali dei nazionalisti

ceceni, mentre le forze più moderate furono relegate all'opposizione. Un fenomeno analogo si era verificato in Tagikistan,

dove il messaggio islamista acquistò toni progressivamente più radicali. In Bosnia, all'interno del partito musulmano di

azione democratica (Sda), la fazione nazionalista più estrema guidata da Izetbegovic acquisì più influenza rispetto a quella

più tollerante e meno settaria guidata da Silajdzic. Comunque via via che il prezzo della guerra si fa sempre più alto in

termini di morte e distruzione senza offrire in cambio risultati concreti, è probabile che i moderati di entrambi gli

schieramenti tornino a far sentire la propria voce, a denunciare l'insensatezza di quanto accade e a propugnare un nuovo

tentativo di negoziato. Nel corso della guerra, molte identità scompaiono, sovrastate da quella che risulta più autorevole

che quasi sempre è quella religiosa dato che offre la giustificazione più piena e motivante per la lotta agli infedeli,

considerati una minaccia; la comunità religiosa e quella più vasta alla quale il gruppo coinvolto in un conflitto può chiedere

sostegno, potendo sperare di ricevere supporto significativo solo dei propri confratelli (questo si è sempre verificato ad

eccezione dei bosniaci musulmani). Le guerre di faglia sono per definizione guerre locali tra gruppi locali dotati di più

ampie connessioni e che quindi stimolano tra le parti belligeranti una più stretta identificazione con le rispettive civiltà di

appartenenza. Questo rafforzamento di identità è stato particolarmente pronunciato tra i musulmani poiché le identità nel

mondo musulmano vengono generalmente una curva a U, via via che conflitto progredisce i belligeranti musulmani

tentano rapidamente di ampliare la propria identità appellandosi all'intero mondo islamico. Persino un laicista

antifondamentalista come Saddam Hussein non appena entrò in conflitto con l'Occidente adottò rapidamente un'identità

musulmana. Allo stesso modo il governo dell’Azerbaigian e del Tagikistan. Negli anni 90, Dudaev sfruttò la rinascita

islamica diffusasi nel Caucaso: si guadagnò l'appoggio dei credenti musulmani nei partiti islamisti, prestò giuramento di

fedeltà al paese sul Corano e nel 1994 propose che la Cecenia divenisse uno Stato islamico governato dalla sharia. E

ancora, il Kashmir, in cui l'insurrezione del 1989 contro l'India fu inizialmente guidata da un'organizzazione relativamente

laica, sostenuto dal governo pakistano, ma il sostegno in seguito passò a gruppi fondamentalisti islamici che finirono col

prevalere. Una drammatica intensificazione delle identità culturali si è manifestata in Bosnia. Storicamente le identità di

gruppo non erano mai state forti in Bosnia: serbi, croati e musulmani vivevano pacificamente e i matrimoni misti erano

pratica comune. Una volta frantumatasi la più ampia identità jugoslava, tuttavia, le identità religiose tornarono ad assumere

grande importanza e gli scontri, una volta iniziati, si diffusero e intensificarono rapidamente. Quando la Bosnia è diventata

indipendente il nazionalismo musulmano, in contrapposizione al nazionalismo multietnico bosniaco, ha trovato sempre

più spazio nei mezzi di comunicazione. L'insegnamento religioso si è espanso nelle scuole e la lingua bosniaca viene

promossa come distinta da quella serbo-croata. I funzionari governativi si scagliano sempre più contro i matrimoni misti. Il

governo ha incoraggiato la religione islamica e privilegiate musulmani nelle assunzioni e promozioni. Fatto significativo,

l'esercito bosniaco è stato islamizzato. Dal punto di vista politico, il partito musulmano Sda ha esteso il proprio controllo

sullo stato e la società bosniaca. L'intensificazione dell'identità religiosa prodotta dalla guerra e dalle operazioni di pulizia 48

etnica, le inclinazioni dei suoi leader, il sostegno e le pressioni di altri Stati musulmani hanno lentamente ma

inesorabilmente trasformato la Bosnia dalla Svizzera dei Balcani nell'Iran dei Balcani.

Nelle guerre di faglia, ciascuna delle due parti in causa ha interesse a rimarcare non solo la propria identità culturale, ma

anche quella dell'antagonista. I due contendenti si considerano in guerra non solo contro un altro gruppo etnico, ma

contro un'altra civiltà. Così la minaccia viene dilatata e accresciuta in virtù delle risorse messe a disposizione da una grande

civiltà, e la sconfitta comporta conseguenze non solo per la parte direttamente in causa, ma per la l'intera civiltà cui essa

appartiene. La guerra locale si ridefinisce quindi come guerre di religione. Nei primi anni 90, quando la religione e la chiesa

ortodossa tornarono ad essere elementi centrali dell'identità nazionale russa, i russi ebbero interesse a definire che conflitto

tra clan e regioni in corso in Tagikistan e la loro guerra contro la Cecenia come parti di 1un più generale e secolare contro

tra ortodossia e islam. Nel Jugoslavia, i croati si considerarono i prodi guardiani delle frontiere dell'Occidente contro gli

assalti dell'ortodossia e dell'Islam. I serbi definirono i rapporti con i propri nemici non semplicemente come croati bosniaci

e musulmani, bensì come il Vaticano, fondamentalisti islamici, e turchi infedeli. I paesi guida delle rispettive civiltà hanno

cercato di scongiurare il pericolo di una sconfitta in un conflitto locale che avrebbe rischiato di innescare una sequenza di

altre sconfitte e condurre al disastro. La ferma posizione assunta dal governo indiano sul Kashmir è motivata in gran parte

dalla paura che la perdita di quel territorio avrebbe incoraggiato la lotta per l'indipendenza di altre minoranze etniche e

religiose e portato alla disgregazione dell'India. Se la Russia non avesse posto fine alla violenza in Tagikistan, questa

sarebbe dilagata probabilmente in Kirghizistan e in Uzbekistan. Gli europei, dal canto loro, espressero il timore che la

creazione di uno Stato musulmano nel Jugoslavia potesse fare da Canale di diffusione dell'immigrazione mussulmana e del

fondamentalismo islamico. I confini della Croazia sono, in sostanza i confini dell'Europa.

Man mano che la guerra di faglia cresce, ciascuna parte in causa demonizza i propri avversari, spesso dipingendoli come

subumani, e dunque giustificando la loro eliminazione. L'odio etnico continua senza posa ad autoalimentarsi e tutto

diventa giustificabile. I simboli e i prodotti caratteristici della cultura opposta diventano obiettivi da colpire in quanto

depositari di cultura.

La chiamata a raccolta delle città: paesi fratelli e diaspore

Quando coinvolgono gruppi appartenenti civiltà diverse, i conflitti locali tendono ad espandersi e a crescere d'intensità.

Ciascuna parte tenta di conquistarsi il sostegno di paesi e gruppi appartenenti alla propria civiltà, sostegno che non manca

mai di arrivare. Più una guerra di faglia si prolunga, più alto è il numero di paesi che verrà probabilmente coinvolto. A

causa di questa sindrome dei paesi fratelli di conflitti di faglia presentano un rischio di escalation molto maggiore e il loro

contenimento richiede solitamente la cooperazione delle rispettive civiltà di appartenenza.

Nelle guerre di faglia, i vari stati e gruppi hanno livelli di coinvolgimento diversi. A livello principale troviamo i

contendenti veri e propri, quelli che si uccidono a vicenda: può trattarsi di Stati (India e Pakistan, Israele e Stati arabi) ma

anche di gruppi locali (stati a livello embrionale). Vi sono poi i partecipanti di secondo livello, solitamente gli Stati più

intimamente legati agli attori principali (Serbia e Croazia nell'ex Jugoslavia, Armenia e Azerbaijan nel Caucaso). Seguono

poi gli Stati di terzo livello che vantano legami culturali con le parti belligeranti; questi sono spesso gli Stati guida delle

rispettive civiltà e laddove esistono, le diaspore dei partecipanti di primo livello svolgono spesso anch’esse un ruolo attivo.

Un sostegno esterno relativamente modesto in denaro, armamenti o volontari sortisce spesso un effetto significativo sulle

sorti del conflitto.

Gli interessi in gioco degli altri partecipanti al conflitto non sono uguali aquile di primo livello: il sostegno maggiore e più

partecipe proviene di norma dalle comunità della diaspora, le quali si identificano strettamente con la causa dei propri

confratelli. Più complessi sono invece gli interessi dei governi di secondo o terzo livello: anch'essi forniscono sostegno alle

parti, e anche là dove ciò non avviene e si sono comunque sospettati di farlo dalle parti rivali. Al tempo stesso i governi di

secondo e terzo livello hanno interesse a contenere lo scontro e a non farvisi coinvolgere direttamente. Perciò, pur

sostenendo i protagonisti di primo livello, essi tentano di frenarli e indurli a moderare i loro obiettivi e negoziare con le

controparti di secondo e terzo livello. In un modo o nell'altro, tutte le guerre locali scoppiate negli anni 90 hanno coinvolto

le diaspore e i paesi loro consanguinei, i governi e le associazioni musulmane risultano i più frequenti partecipanti di

secondo e terzo livello. I governi più attivi sono stati quelli di Arabia Saudita, Pakistan, l'Iran, Turchia e Libia, che insieme

hanno assicurato un livello variabile di sostegno ai musulmani impegnati in Palestina, Libano, Bosnia, Cecenia,

Transcaucasia, Tagikistan, Sudan, nel Kashmir e nelle Filippine. Oltre a sostegno di vari governi molti gruppi musulmani di

primo livello sono stati aiutati da una Internazionale islamica di guerriglieri provenienti dalla guerra afghana e che ha preso

parte ad una lunga serie di conflitti che vanno dalla guerra civile in Algeria alla Cecenia alle Filippine. L’Internazionale

islamica è stata coinvolta in Afghanistan, nel Kashmir e in Bosnia; in guerra di propaganda contro governi ostili agli

islamisti in vari paesi; nella creazione di centri islamici tra la comunità della diaspora, con funzione di quartier generale

politici per tutte queste fazioni. Anche la Lega Araba e l’Organizzazione della Conferenza Islamica hanno contribuito a tal

fine rafforzando i gruppi musulmani impegnati nei diversi conflitti di civiltà.

L'Unione Sovietica è stata una protagonista diretta nella guerra contro l'Afghanistan e negli anni successivi alla guerra

fredda è stata una partecipante il primo livello nella guerra cecena, di secondo livello negli scontri in Tagikistan e di terzo

livello nell'ex Jugoslavia. L’India ha avuto un coinvolgimento diretto nel Kashmir e secondario in Sri Lanka. I principali

Stati occidentali sono stati partecipanti di terzo livello in ex Jugoslavia. Le diaspore hanno avuto un ruolo fondamentale in

entrambe le parti del conflitto arabo-israeliano, nonché di sostegno ad armeni, greci, e ceceni.

Nella guerra del Kashmir il Pakistan ha fornito sostegno diplomatico e politico ai ribelli nonché ingenti somme di denaro e

armi, addestramento, supporto logistico e rifugio politico. Inoltre ha esercitato pressioni per loro presso altri governi 49

musulmani che inviarono guerriglieri mujaheddin, missili stinger e altre armi. L’insurrezione Moro nelle Filippine ricevette

fondi e mezzi dalla Malesia e da governi arabi. In Africa, il Sudan fornì costante aiuto ai ribelli musulmani eritrei contro

l’Etiopia, che per ritorsione fornì supporto logistico e asilo ai cristiani ribelli in Sudan, aiutati anche dall’Uganda. Il governo

sudanese ricevette dall’Iran armi di fabbricazione cinese, nonché consiglieri e addestratori militari, che gli permisero nel

1992 di scagliare una grande offensiva. Un gran numero di organizzazioni cristiane occidentali fornirono cibo, medicine,

vettovaglie e, secondo il governo del Sudan, armi ai ribelli cristiani.

Nella guerra tra i ribelli tamil induisti e il governo buddista in Sri Lanka, le autorità indiane fornirono inizialmente un

significativo sostegno ai ribelli, con addestramento, armi e denaro. Nel 1987, quando il governo era sul punto di

sconfiggere le tigri tamil, venne mobilitata l’opinione pubblica contro il genocidio in atto e il governo indiano inviò aiuti

alimentari e il chiaro segno che era disposto ad utilizzare la forza. I due governi raggiunsero, quindi, un accordo in base al

quale lo Sri Lanka avrebbe concesso ampie autonomie ai ribelli e questi avrebbero riconsegnato le armi al governo indiano;

le tigri si rifiutarono e le forze indiane schierate sull’isola si ritrovarono in guerra. Nel 1988 iniziò il ritiro delle truppe e nel

1991 Rajiv Gandhi fu assassinato dalle tigri tamil, che sostenute dall’opinione pubblica vennero autorizzate ad operare nel

proprio stato ed inviare supporto logistico alle tigri in Sri Lanka.

Dal 1979, i sovietici e quindi i russi sono stati coinvolti in 3 grandi guerre di faglia lungo i confini meridionali con i loro

vicini musulmani: la guerra afghana del 1979-89, il suo proseguimento con la guerra tagika (1992) e la guerra cecena iniziata

nel 1994. Dopo il crollo dell’Urss, in Tagikistan salì al potere un nuovo governo comunista, osteggiato da gruppi etnici

rivali, sia laici che islamici. Nel 1992 l’opposizione, alimentata dalle armi provenienti dall’Afghanistan, rovesciò il governo

filosovietico e temendo il diffondersi del fondamentalismo islamico, i governi russo e uzbeko intervennero. Grazie a ciò

l’ex governo riconquistò la capitale e ristabilì il controllo su gran parte del paese. Seguì poi un’operazione di pulizia etnica. I

governi musulmani meridionali protestarono: Iran, Pakistan e Afghanistan aiutarono l’opposizione con denaro, armi e

addestramento. La Russia rispose dislocando ulteriori truppe in Tagikistan e scagliando attacchi aerei su obiettivi afghani. I

governi arabi, tuttavia, fornirono fondi necessari all’acquisto di missili stinger per far fronte agli attacchi aerei. La terza

guerra anti-musulmana condotta dai russi nel Caucaso settentrionale, ebbe un prologo negli scontri del 1992-93 tra osseto

ortodossi e ingusci musulmani (popoli contigui). Questi ultimi, deportati in Asia centrale durante la IIGM, nel 1956-57

poterono tornare e subito sorsero dispute per il controllo del territorio. Nel 1992 gli ingusci lanciarono una serie di attacchi

per riconquistare la regione di Prigorodnyj, che il governo sovietico aveva assegnato agli osseti. I russi risposero con un

massiccio intervento di unità cosacche a sostegno degli osseti ortodossi: i sopravvissuti al bombardamento vennero uccisi

o deportati. Una conflagrazione più ampia e intensa, scoppiò invece nel 1994 quando la Russia lanciò un massiccio attacco

militare contro la Cecenia. I leader di due repubbliche ortodosse, Georgia e Armenia, appoggiarono l’iniziativa russa,

mentre l’Ucraina mantenne la neutralità. L’azione russa trovò l’appoggio anche del governo ortodosso dell’Ossezia del

Nord. Viceversa i musulmani si schierarono nella stragrande maggioranza dei casi coi ceceni. L’Internazionale islamica

inviò immediatamente guerriglieri dall’Azerbaigian, Afghanistan, Pakistan, Sudan e altri paesi gli stati musulmani

abbracciarono in blocco la causa cecena ed in particolare Turchia e Iran. Un flusso costante di armi per i ceceni cominciò a

penetrare nella federazione russa dall’Azerbaigian, costringendo la Russia a chiudere le frontiere. I popoli musulmani della

Federazione russa si schierarono a favore dei ceceni. I leader delle sei repubbliche centroasiatiche chiesero alla Russia di

mettere fine all’intervento militare e rappresentanti delle repubbliche musulmane del Caucaso invocarono una campagna di

disobbedienza civile contro il dominio russo. Il presidente della repubblica ciuvascia dispensò i soldati d leva ciuvasci

dall’intervenire contro i loro fratelli musulmani. Gli ingusci attaccarono le truppe russe in marcia per la Cecenia. Attacchi

alle forze russe si verificarono anche in Daghestan e i russi risposero bombardando i villaggi ingusci e daghestani. La causa

cecena fu aiutata anche dai ceceni della diaspora, che raccolse fondi, procurò armi e fornì volontari, dimostrandosi

particolarmente forte in Turchia e Giordania. Ciò spinse la Giordania a prendere fermamente posizione contro i russi e

rafforzò l’inclinazione filocecena dei turchi. Nel 1996 la guerra si allargò alla Turchia: con l’aiuto del leader ceceni, il

governo turco negoziò la soluzione della crisi causando un’ulteriore peggioramento nei già precari tra Turchia e Russia.

L’incursione cecena in Daghestan, la reazione dei russi e l’assalto alla nave russa all’inizio del 1996 misero in luce i possibili

rischi di allargamento del conflitto in una conflagrazione generale tra i russi e le popolazioni montane sulla falsariga della

lotta perpetuatasi per decenni nel XIX secolo.

Un’altra guerra tra ortodossi e musulmani ha visto gli armeni residenti nell’enclave del Nagornyj-Karabach in lotta per

l’indipendenza contro il governo e il popolo dell’Azerbaigian. Il governo dell’Armenia era un partecipante di secondo

livello, mentre Russia, Turchia e Iran erano attori di terzo livello. Un ruolo importante è stato svolto anche dalla diaspora

armena in Europa occidentale e Nord America. Lo scontro iniziò nel 1988, prima del crollo dell’Unione Sovietica, si

intensificò nel 1992-93 per placarsi in una tregua nel 1994. Turchi e altri popoli musulmani si schierarono con

l’Azerbaigian, mentre la Russia sostenne gli armeni. Durante tutto il conflitto la Turchia fornì all’Azerbaigian sostegno

materiale e finanziario e addestramento militare. Con l’intensificarsi dello sconto nel ’92 e con l’avanzata degli armeni in

territorio azero, l’opinione pubblica turca insorse e il governo turco fu sollecitato a sostenere i propri fratelli etnico-

religiosi. La Turchia, spalleggiata dall’Iran, ammonì gli armeni che non avrebbero tollerato alcun mutamento dei confini:

Ozal bloccò i rifornimenti, portando la popolazione armena alla carestia. Nonostante la minaccia di una terza guerra

mondiale da parte russa, un anno dopo Ozal mostrava ancora propositi bellicosi. Nel 1993 l’offensiva armena ai confini

con l’Iran scatenò ulteriori reazioni sia da parte della Turchia che dell’Iran. La Turchia chiese il ritiro delle truppe armene

dall’Azerbaigian e rafforzò militarmente i propri confini con l’Armenia; anche l’Iran fece entrare le proprie truppe in

Azerbaigian e indusse i turchi a credere di poter promuovere ulteriori misure senza scatenare reazioni da parte russa, 50

stimolandoli inoltre ad inasprire la competizione con l’Iran per la preminenza sull’Azerbaigian. Alla fine la crisi si allentò a

seguito dei negoziati, delle pressioni americane sul governo armeno e di quelle del governo armeno sugli armeni del

Nagornyj-Karabach. Quando l’Unione Sovietica fu sul punto di crollare e gli armeni del Nagornyj-Karabach iniziarono la

loro lotta di indipendenza, il regime di Gorbaciov respinse le loro richieste e inviò proprie truppe nella regione a sostegno

del governo comunista di Baku. Dopo la dissoluzione l’Azerbaigian accusò il governo russi di aver operato un’inversione e

sostenere attivamente l’Armenia cristiana. L’assistenza militare russa agli armeni era in realtà iniziata già da tempo;

l’Armenia, da parte sua non ebbe altra scelta se non quella di allearsi con i russi. Il sostegno russo agli armeni accrebbe

l’influenza dei russi sullo stesso Azerbaigian. Nel 1993 il leader nazionalista azero Elchibej fu rovesciato e sostituito dall’ex

comunista Alijev che ammise la necessità di propiziarsi la benevolenza russa per frenare l’Armenia: egli accettò di aderire

alla Csi e acconsentì allo stazionamento di truppe russe sul proprio territorio; aprì, inoltre, la strada alla partecipazione

russa in un consorzio internazionale per l’estrazione del petrolio azero. In cambio, la Russia, si prese carico

dell’addestramento di truppe azere e fece pressione sull’Armenia perché cessasse di appoggiare le forze armate del

Karabakh. La Russia è riuscita ad ottenere risultati positivi anche per l’Azerbaigian e a controbilanciare l’influenza iraniana

e turca nel paese. Il sostegno all’Armenia, dunque, non solo ha rafforzato il più stretto alleato della Russia nel Caucaso, ma

ha anche indebolito i suoi principali rivali musulmani in quella regione. Russia a parte, la maggiore fonte di sostegno per

l’Armenia fu la sua nutrita diaspora in Europa Occidentale e Nord America che offrì non solo denaro e rifornimenti per

sopravvivere all’embargo turco, ma anche funzionari per il governo e volontari per le forze armate. Questi esercitarono

anche una notevole influenza politica sui governi dei rispettivi paesi di residenza (California, Massachusetts, New Jersey)

inducendo il congresso Usa a proibire qualunque forma di aiuto all’Azerbaigian e a fare dell’Armenia il terzo maggiore

beneficiario di aiuti americani. Tale sostentamento dall’estero si rivelò essenziale per la sopravvivenza dell’Armenia.

L’ex Jugoslavia è stato il teatro del più complesso, confuso e variegato intreccio di guerre di faglia nei primi anni ’90. Al

livello primario, in Croazia, governo popolo croato hanno combattuto contro i serbi di Croazia, mentre in Bosnia-

Erzegovina il governo bosniaco si è opposto a serbi bosniaci e croati bosniaci, che a loro volta si combattevano

reciprocamente. Al secondo livello, il governo serbo propugnava la creazione di una Grande Serbia aiutando serbi bosniaci

e serbi croati, mentre il governo croato aspirava a una Grande Croazia e sosteneva i croati bosniaci. Al terzo livello si è

verificato un massiccio schieramento di civiltà: Germania, Austria, Il Vaticano, altri paesi e gruppi cattolici europei, nonché

gli Stati Uniti, dalla parte della Croazia; Russia, Grecia e altri paesi e gruppi ortodossi dalla parte dei serbi; Iran, Arabia

Saudita, Turchia, Libia, l’Internazionale islamica e i paesi islamici dalla parte dei musulmani bosniaci. Questi ultimi hanno

anche ricevuto l’anomalo supporto degli Usa. La diaspora croata in Germania e in quella bosniaca in Turchia sono accorse

in aiuto delle rispettive madre patrie. Chiese e gruppi religiosi sono stati attivi in tutti e tre gli schieramenti. Le iniziative di

numerosi governi sono state fortemente influenzate da gruppi di pressione e dall'opinione pubblica. Il sostegno offerto dai

partecipanti di secondo e terzo livello è stato fondamentale per il corso della guerra e le restrizioni da imposte

fondamentali per la sua conclusione. I governi serbo e croato hanno fornito armi, vettovagliamenti, denaro, rifugio e a

volte con militari ai rispettivi popoli in lotta in altre repubbliche. Sia i serbi, croati, musulmani hanno ricevuto dalle

rispettive popolazioni residenti al di fuori della ex Jugoslavia sostanziosi aiuti, volontari, addestramento militare e sostegno

politico e diplomatico. In serbi e i croati direttamente impegnati nel conflitto (primo livello) sono stati in generale i più

estremisti nelle loro nazionalismo, i più inflessibili nelle loro rivendicazioni e i più pugnaci nel perseguimento dei loro

obiettivi. I governi serbo e croato (secondo livello) in un primo tempo hanno fortemente sostenuto i rispettivi popoli,

dopo di che i loro interessi più complessi li hanno indotti a un ruolo di maggior mediazione e contenimento. Allo stesso

modo i governi russo, tedesco e americano (terzo livello hanno indotto i governi di secondo livello da essi appoggiati a una

posizione di moderazione e compromesso. Il crollo della Jugoslavia ebbe inizio nel 1991, quando Slovenia e Croazia

decisero per l'indipendenza e chiesero il sostegno delle potenze europee. La risposta dell'Occidente fu decisa dalla

Germania, e la risposta della Germania dalla Chiesa cattolica. In media bavaresi in particolare con un ruolo fondamentale

nella campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica tedesca. La Germania esercitò forti pressioni sull'Unione

Europea affinché questo riconoscesse l'indipendenza di Slovenia e Croazia e si precipitò a sancirne il riconoscimento a

titolo personale, senza attendere quello ufficiale dell'Unione Europea. Austria e Italia fecero altrettanto, seguiti da altri

paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti. Anche il Vaticano ebbe un ruolo di primo piano: il Papa definì la Croazia il baluardo

del cristianesimo occidentale, riconoscendo i due stati ancor prima dell'Unione Europea. La conseguenza si vide nel 1994

quando il Papa decise di recarsi in visita nelle tre repubbliche. L'opposizione da parte della chiesa serba ortodossa di

impedì di recarsi a Belgrado, e l’indisponibilità serba a garantire per la sua sicurezza indussero il Vaticano a cancellare la

visita a Sarajevo. Il Papa si recò tuttavia a Zagabria dove le rese omaggio a Septinac, un uomo associato al regime croato

fascista che all'epoca della seconda guerra mondiale perseguitò e massacrò serbi, zingari e ebrei. Conquistato dunque il

riconoscimento occidentale della propria indipendenza, la Croazia iniziò a rafforzare il proprio apparato militare a dispetto

dell'embargo delle Nazioni Unite. Le armi giunsero da Germania, Polonia, Ungheria, Panama, Cile e Bolivia. Con

l'intensificarsi della guerra nel 1991 le esportazioni di armi spagnole (controllate dall’Opus Dei) aumentarono in breve

tempo di ben sei volte. Le file delle forze di difesa croate furono ingrossate da centinaia e migliaia di volontari provenienti

dall'Europa centrale, dalla diaspora croata e tre paesi cattolici dell'Europa orientale (crociata cristiana contro il comunismo

serbo e il fondamentalismo islamico). Il sostegno occidentale la Croazia comportò anche che si chiudesse un occhio su

operazioni di pulizia etnica e violazioni dei diritti umani. Anche la Croazia poté contare sull'aiuto della propria diaspora,

ricevendo denaro e rifornimenti da facoltosi croati residenti in Europa occidentale e Nord America. Particolarmente

importanti e influenti furono i 600.000 croati residenti in Germania. Nel 1994 anche gli Stati Uniti contribuirono 51

all'escalation militare croata fornendo addestramento militare ai croati e autorizzando generali americani intenzione ad

assumere l'incarico di consiglieri militari. Nel 1995 i governi americano e tedesco diedero il loro assenso alla polizia la

croata in Krajina. Consigliere militare americani parteciparono alla progettazione dell'attacco compiuto in perfetto stile

americano e supportato da satelliti spia americani. Alla fine il conflitto jugoslavo produsse una chiamata a raccolta

pressoché unanime del mondo ortodosso a difesa della Serbia. Nazionalisti, ufficiali militari, esponenti parlamentari e i

leader della chiesa ortodossa russa manifestarono apertamente il loro sostegno alla Serbia, il loro disprezzo per i turchi

bosniaci e le loro critiche all'imperialismo Nato e occidentale. I nazionalisti russi e serbi si adoperarono congiuntamente

per sobillare in entrambi i paesi l'opposizione al nuovo ordine mondiale occidentale. I gruppi nazionalisti russi reclutavano

giovani russi in diverse grandi città alla causa della fratellanza slava. Nonostante l'embargo, i serbi ricevettero dai propri

alleati ortodossi le armi e l'equipaggiamento necessari. Tecnici militari russi furono inviati ad addestrare i serbi all'uso di

queste armi. La Serbia acquistò armi da altri paesi ortodossi, con la Romania e Bulgaria tra i fornitori più attivi, seguiti

dall'Ucraina. Nonostante le sanzioni economiche, la Serbia poté mantenere condizioni di vita ragionevolmente alzate grazie

al massiccio contrabbando di carburante e altri beni da Timisoara e Albania. Rifornimenti alimentari, prodotti chimici,

computer e altre attrezzature giunsero dalla Grecia attraverso la Macedonia. Durante tutto il conflitto il governo greco

prese le distanze dalle misure adottate dai membri occidentali della Nato, si oppose all'intervento militare Nato in Bosnia,

sostiene i serbi in sede Onu e fece pressioni sul governo americano perché revocasse le sanzioni economiche contro la

Serbia. In qualità di leader di un paese partecipante di terzo livello Eltsin era spinto dal bisogno da un lato di mantenere,

espandere e trarre profitto dai buoni rapporti con l'Occidente e dall'altro di aiutare i serbi e spuntare così le armi dei suoi

oppositori politici sempre pronto ad accusarlo di sottomettersi all'Occidente. Quest'ultima preoccupazione finì col

prevalere, assicurando in tal modo ai serbi il fermo e costante sostegno diplomatico russo. Ma la chiamata a raccolta più

significativa per effetto e dimensioni fu quella del mondo musulmano a favore dei musulmani bosniaci: i governi

musulmani e in particolare quelli iraniano e saudita fecero a gara nel sostenere i bosniaci. Il sostegno musulmano spaziò

dagli aiuti umanitari all’appoggio diplomatico, all'assistenza militare, ad atti violenti come l'assassinio di 12 croati nel 1993

in Algeria da parte di estremisti islamici. La chiamata raccolta ebbe un grosso impatto sugli esiti della guerra, risultando

essenziale per la sopravvivenza dello Stato bosniaco e permettendogli di riguadagnare il territorio perduto in seguito alle

prime vittorie dei serbi. Inoltre stimolò fortemente l’islamizzazione della società bosniaca e l’identificazione dei musulmani

bosniaci con la comunità islamica internazionale. Infine, convinse gli Stati Uniti ad avere un occhio di riguardo per le

esigenze bosniache. L’Iran fece da apripista ad altre potenze musulmane come la Turchia e l'Arabia Saudita.

L'organizzazione della conferenza islamica interviene in prima persona creando un gruppo di pressione a favore della causa

bosniaca presso le Nazioni Unite. A nome dell’Oci la Turchia presentò una risoluzione nella quale si chiedeva l'intervento

militare dell'Onu. All'inizio del 1993 i paesi musulmani stabilirono un termine massimo entro la quale l'Occidente sarebbe

dovuto intervenire a difesa dei bosniaci, scaduto il quale si sarebbero sentiti liberi di fornire armi alla Bosnia. L’Oci riuscì a

ottenere che la conferenza delle Nazioni Unite per i diritti umani approvasse una risoluzione che denunciava l'aggressione

serba e croata e chiedeva la fine dell'embargo sulle armi. Nell'estate dello stesso anno l'organizzazione si offrì di rafforzare

il contingente di pace delle Nazioni Unite con 18.000 uomini provenienti da Iran, Turchia, Malesia, Tunisia, Pakistan e

Bangladesh. I primi ministri di Turchia in Pakistan compirono una pubblicizzata visita a Sarajevo al fine di dare maggior

risalto alla questione musulmana e l’Oci reiterò le sue richieste di assistenza militare al bosniaci. Se la condizione dei

musulmani bosniaci suscitò in tutto il mondo islamico un sostegno unanime quale mai si era visto prima, essa acquisì

tuttavia una rilevanza particolare in Turchia, dato che la Bosnia aveva fatto parte dell'impero ottomano e i bosniaci erano il

5% della popolazione turca. Simpatia per la causa bosniaca e rabbia per l'incapacità dell'Occidente di difenderli furono

sentimenti molto diffusi tra il popolo turco, e il partito islamista all'opposizione li seppe sfruttare indirizzandole contro il

governo, che da parte sua sottolineò le responsabilità della Turchia dinanzi ai musulmani dell'intera regione balcanica,

chiedendo l'intervento militare Onu a difesa dei musulmani bosniaci. L'aiuto di una lunga più importante fornito

dall’ummah ai musulmani bosniaci con l'assistenza militare: subito dopo l'inizio della guerra il governo bosniaco chiese

l'intervento dei mujaheddin. Le organizzazioni religiose saudite finanziarono un gran numero di volontari e l'assemblea

mondiale della gioventù musulmana si incaricò di far rientrare i combattenti feriti a Jidda perché fossero curati.

Nell'autunno del 1992 giunsero in Bosnia i guerriglieri appartenenti all'organizzazione libanese sciita Hezbollah col

compito di addestrare l'esercito bosniaco. I ricchi stati della ummah, guidati dall'Arabia Saudita e comprendenti Iran e

Libia, profusero immense quantità di denaro a favore delle forze militari bosniache, che poterono così comprare migliaia di

tonnellate di armi, provenienti dall’Iran, dalla Turchia e dalla Malesia. La maggior parte giunse attraverso la Croazia ed in

cambio i croati acquisiva una parte di armamenti. Sfruttando la loro nuova forza militare, i bosniaci ruppero la tregua e

scagliarono vittoriose offensive prima contro i miliziani croati e poi contro i serbi. Nell'autunno 1994 il quinto reggimento

bosniaco ricacciò indietro le forze serbe, registrando la più importante vittoria fino ad ora contenuta.

La guerra in Bosnia è stata una guerra di civiltà: i tre contendenti principali appartenevano a civiltà differenti e seguivano

religioni differenti. La partecipazione degli attori di secondo e terzo livello ha seguito esattamente questo modello di

schieramento. Gli Stati e le organizzazioni musulmane hanno fatto quadrato intorno ai musulmani bosniaci contro croati e

serbi. I paesi e le organizzazioni ortodosse si sono tutti schierati a fianco dei serbi contro croati e musulmani. I governi e le

classi dirigenti occidentali hanno sostenuto i croati, frenato serbi e manifestato indifferenza o timore nei confronti dei

musulmani. Con il protrarsi del conflitto gli odi e le spaccature tra i gruppi si sono accentuati. Nel complesso, le lezioni da

trarre dalla guerra in Bosnia sono:

1. I partecipanti diretti alle guerre d di faglia possono contare sull'aiuto dei paesi appartenenti alla propria civiltà; 52

2. Questo aiuto può influenzare il corso della guerra;

3. I governi e i popoli di una civiltà non versano sangue o denaro per aiutare a combattere una guerra di faglia un

popolo appartenente a una diversa civiltà; unica parziale eccezione degli Stati Uniti con la sostegno illimitato ai

musulmane: una possibile spiegazione è che si sia trattato di una forma attentamente calcolata di realpolitik

culturale. Schierandosi a fianco dei bosniaci e proponendo la fine dell'embargo, gli Stati Uniti tentarono di ridurre

l'influenza di paesi musulmani fondamentalisti sui bosniaci, un popolo di inclinazione laica filoeuropea. Una

spiegazione alternativa è che il governo statunitense abbia subito forti pressioni dai suoi amici del mondo

musulmano, ovvero Turchia e Arabia Saudita e che abbia ceduto al fine di salvaguardare i rapporti. Tuttavia questi

rapporti affondano le loro radici in una convergenza di interessi indipendenti dalla Bosnia e appare improbabile

che potessero essere compromessi da un rifiuto americano. Inoltre, ciò non spiega perché gli Stati Uniti abbiano

implicitamente approvato la fornitura alla Bosnia di enormi quantità di armi iraniane in un momento in cui era

impegnata a contrastare l'Iran su altri fronti e in cui l'Arabia Saudita competeva con l'Iran per l'acquisizione di

influenza sulla Bosnia. Altri fattori sembrano aver avuto maggior rilevanza: in qualsiasi conflitto esterno gli

americani tendono a operare una netta separazione tra bene e male e schierarsi con il primo. Le atrocità perpetrate

dai serbi nelle prime fasi del conflitto finirono con il conferirgli l'immagine di cattivi mentre i bosniaci erano

vittime disperate. Anche le élite americane furono favorevolmente disposte nei confronti dei bosniaci poiché gli

piaceva l'idea di un paese multiculturale, nonostante si trattasse di un'immagine rifiutata da serbi bosniaci e i croati

bosniaci. Al tempo stesso l'assenza in Bosnia di significativi interessi di sicurezza americani e di un qualsiasi

collegamento culturale non diede al governo americano alcun motivo di sforzarsi per aiutare i bosniaci al di là della

concezione, fatta a iraniani e sauditi, di armarli. Rifiutandosi di riconoscere la guerra per quello che era, il governo

americano di con l’alienarsi i propri alleati, prolungando il conflitto e contribuendo a formare nei Balcani uno

Stato musulmano fortemente filo-iraniano.

Guerre di faglia: soluzioni possibili

La violenza di questo tipo può arrestarsi completamente per un certo periodo di tempo, ma ben di rado cessa per sempre.

Le guerre di faglia sono caratterizzate da frequenti tregue e armistizi, ma non da trattati di pace globali capaci di risolvere i

nodi politici di fondo. Ciò dipende dal fatto che queste guerre affondano le proprie radici nei rapporti antagonistici tra

gruppi di civiltà diverse e nei conflitti culturali che li sottendono. Questi conflitti hanno a loro volta origine dalla contiguità

geografica, dalle diverse religioni e culture, da strutture sociali diverse e dalle memorie storiche delle varie società. Nel

corso dei secoli le diversità possono ricomporsi e la conflittualità latente dissolversi. Oppure la conflittualità potrebbe

scomparire rapidamente e repentinamente nel caso in cui un gruppo sterminasse l'altro. Se non si verifica nessuna di queste

due eventualità, la conflittualità permane. Se dunque, le guerre di faglia sono intermittenti, i conflitti che le generano sono

senza fine. La cessazione anche temporanea di una guerra di faglia dipende da due fattori: il primo è l'esaustione delle parti

belligeranti. La gente non ne può più, gli esponenti radicali non sono più in grado di fomentare la furia popolare, i

negoziatori ricompaiono e i moderati prevalgono. Nella primavera del 1994 la guerra nel Nagornyj-Karabach in corso

ormai da sei anni aveva stremato tanto gli armeni quanto gli azeri, che concordarono, dunque, una tregua. Così nel 95 in

Bosnia si giunse ad un accordo di Dayton. Queste tregue, tuttavia, hanno un carattere limitato, servono per recuperare le

forze e riorganizzarsi, dopodiché, la guerra ricomincia. Il raggiungimento di una tregua richiede anche che siano coinvolti i

partecipanti degli altri livelli e che questi abbiano interesse e l'autorevolezza necessari per riuscire a mettere le parti

belligeranti intorno a un tavolo. La distanza culturale, gli odi feroci, il ricordo delle reciproche violenze rendono

estremamente improbabile che le parti in causa decidano di avviare colloqui produttivi per raggiungere a una tregua. I

conflitti tra paesi o gruppi di cultura comune possono a volte essere risolti attraverso la mediazione di una terza parte

appartenente anch'essa a quella cultura, e che quindi ha legittimità di trovare una soluzione coerente con i loro valori. Il

Papa, ad esempio, poté mediare con successo la disputa sui confini tra Cile e Argentina. Nei conflitti tra gruppi di civiltà

diverse, non esistono parti terze disinteressate. Le guerre di faglia vengono risolte dagli interessati partecipanti di secondo e

terzo livello che hanno la capacità da un lato di negoziare accordi con la controparte, e dall'altro di indurre la propria parte

a far rispettare. Sebbene lo schieramento in gruppi contrapposti intensifichi e prolunghi la guerra, esso è anche di norma

una condizione necessaria per contenerla e porvi fine. Di norma i partecipanti di secondo e terzo livello non desiderano

trasformarsi in belligeranti di primo livello e tentano quindi di mantenere il conflitto sotto controllo. Essi hanno inoltre

interessi diversificati e i loro rapporti reciproci non sono esclusivamente limitati allo scontro in atto. È quindi probabile

che a un certo punto considerino proprio interesse porre fine al conflitto. Essendo accorsi in aiuto dei rispettivi paesi

fratelli, esercitano su questi una certa influenza e sono soggetti qualificati a moderare e porre fine alla guerra. Le guerre che

non coinvolgono partecipanti di secondo o terzo livello hanno meno probabilità di espandersi, ma sono più difficili da

fermare. Particolari problemi pongono le guerre di faglia che scatenano una rivolta all'interno di uno Stato sovrano senza

produrre però stiramenti di parte generalizzati. Il governo rifiuta di coinvolgimento di parti esterne in quello che considera

un problema puramente interno. La definizione di questione interna data allo scontro fornisce inoltre agli altri Stati la scusa

per non farsi coinvolgere, com'è avvenuto per le potenze occidentali nel caso della Cecenia. Questi problemi possono

essere aggravati quando le civiltà coinvolte mancano di Stati guida. La guerra in Sudan, ad esempio, scoppiata nel 1956

ebbe fine del 1972 per la completa esaustione di entrambe le parti che permise al consiglio mondiale delle chiese e al

consiglio delle chiese panafricane di negoziare l'accordo di Addis Abeba che dava l'autonomia al Sudan meridionale. 10

anni dopo, tuttavia, il governo approvò l'accordo, la guerra riesplose, gli obiettivi degli insorti assunsero un profilo più alto,

la posizione del governo si irrigidì e i tentativi di negoziare una nuova pace fallirono. In generale i negoziati per un cessate

53

il fuoco progrediscono se esiste un uguale e parallelo coinvolgimento dei partecipanti di secondo e terzo livello di entrambi

gli schieramenti. In alcune circostanze, tuttavia, un singolo stato guida può risultare abbastanza potente da mettere fine a

un conflitto. Nel 1992 la Csce tentò di mediare il conflitto tra Armenia e Azerbaigian: venne creato un comitato (il Gruppo

di Minsk) comprendente i partecipanti di I, II e III livello (armeni del Karabakh, Armenia, Azerbaigian, Russia e Turchia)

più Francia, Germania, Italia, Svizzera, Repubblica Ceca, Bielorussia e Usa. Russia, Turchia e Usa misero a punto un piano

che però fu respinto e la Russia sponsorizzò negoziati a Mosca tra Armenia e Azerbaijan che fecero naufragare gli sforzi

della comunità internazionale. Alla fine, essendo giunti i partecipanti di primo livello allo sfinimento ed essendo la Russia

riuscita ad ottenere il sostegno dell'Iran, si giunse alla cessate il fuoco. In quanto partecipanti di secondo livello, Russia e

Iran collaborarono anche al tentativi di organizzare un cessate il fuoco in Tagikistan.

Robert Putnam ha ben sottolineato come i negoziati tra Stati siano giocati su due livelli in cui i diplomatici negoziano al

contempo con l'elettorato del proprio paese e con le controparti dell'altro paese. Huntington ha dimostrato come i

riformatori di un governo autoritario impegnati a negoziare una transizione alla democrazia con i moderati all'opposizione,

debbano al contempo negoziare o opporsi alla fazione di irriducibili presente nel governo e lo stesso devono fare i

moderati con le frange radicali dell'opposizione. Una simile partita a due livelli coinvolge come minimo quattro

partecipanti. Una guerra di faglia complessa, tuttavia, implica una partita a tre livelli con almeno sei partecipanti e almeno

sette tipi di relazioni tra loro. Tra le coppie di partecipanti del primo, secondo e terzo livello si stabiliscono rapporti

orizzontali. Tra i partecipanti di diverso livello all'interno di ciascuna civiltà si sviluppano rapporti verticali. La cessazione

delle ostilità in una guerra di tipo completo richiede dunque probabilmente le seguenti condizioni:

L’attivo coinvolgimento dei partecipanti di secondo e terzo livello

- La negoziazione da parte dei partecipanti di terzo livello dei termini generali per la cessazione delle ostilità

- Il ricorso da parte dei partecipanti di terzo livello, alla politica del bastone e della carota per indurre i partecipanti

- di secondo livello ad accettare i termini stabiliti e fare pressione dei partecipanti di primo livello perché li accettino

Il ritiro dell'appoggio che il tradimento dei partecipanti di primo livello da parte di quelli di secondo livello

- Infine, come risultato, l'accettazione delle condizioni da parte dei partecipanti di primo livello, che ovviamente

- sovvertiranno non appena avranno interesse a farlo.

Il processo di pace in Bosnia implicò tutti questi elementi. Tutti i tentativi dei protagonisti di giungere a un accordo

fallirono. Le potenze occidentali si mostrarono riluttanti a includere la Russia quale partner a pieno titolo nel processo di

pace. I russi protestarono vivamente per l’esclusone, sostenendo di avere legami storici con i serbi, nonché interessi diretti

nei Balcani, maggiori rispetto a qualsiasi altra grande potenza la Russia insistette per partecipare a pieno titolo nei tentativi

di risoluzione del conflitto e denunciò la tendenza degli stati uniti a voler dettare le proprie condizioni. La necessità di

includere la Russia divenne palese quando la Nato, senza consultarla, aveva lanciato un ultimatum ai serbi bosniaci:

allontanare la loro artiglieria pesante dall’area circostanze Sarajevo o subire gli attacchi aerei Nato. I serbi si rifiutarono,

quindi il governo russo prese l’iniziativa e persuase i serbi a ritirare le armi in cambio del dislocamento di forze di pace

russe a Sarajevo. Il successo dell'operazione diplomatica evitò l'escalation del conflitto, rese evidente agli occidentali

l'influenza russa sui serbi e portò le truppe russe nel cuore dell'area contesa da musulmani bosniaci e serbi. Con tale

manovra, la Russia sostanziò con grande efficacia la propria rivendicazione a una partnership paritaria con l'Occidente in

merito alla crisi bosniaca. Successivamente, tuttavia, la Nato autorizzò nuovamente il bombardamento delle postazioni

serbe senza consultare la Russia. Vi furono reazioni estremamente negative tra tutte le forze politiche russe e l'opposizione

nazionalista ne uscì rafforzata. Subito dopo i maggiori protagonisti di terzo livello (Inghilterra, Francia, Germania, Russia e

Stati Uniti) costituirono un gruppo di contatto incaricato di elaborare i termini di un possibile accordo, che fece da base ai

successivi accordi di Dayton. Gli accordi raggiunti partecipanti di terzo livello dovettero quindi essere fatti accettare a

quelli di secondo e primo livello. Nelle prime fasi della guerra jugoslava, la Russia aveva fatto un'importante concessione

acconsentendo alle sanzioni economiche contro la Serbia. In quanto paese di uguale razza e di cui quindi la Serbia poteva

fidarsi, la Russia fu talvolta anche in grado di porre un freno alla serbi e indurli ad accettare compromessi che sarebbero

altrimenti stati rifiutati. Pur appoggiando e sostenendo la Croazia, la Germania e gli altri Stati occidentali furono anche in

grado di moderarne la condotta. Questi sfruttarono sia il sostegno diplomatico, economico e militare offerto alla Croazia,

sia il desiderio croato di entrare in Europa per indurre Tudjman ad accettare alcuni compromessi, come lo stazionamento

della forza di protezione Onu in Krajina, moderare le operazioni di pulizia etnica in quel territorio e in qualsiasi altra area

abitata da serbi e conquistata dal suo esercito, nonché guardarsi dall'estendere la propria offensiva alla Slavonia orientale.

In quanto principale fonte di sostentamento finanziario per la Croazia, la Germania era in una posizione particolarmente

propizia per influenzarne il comportamento e anche di stretti rapporti con gli Stati Uniti contribuirono a impedire a

Tudjiman di mettere in atto il suo disegno di spartire la Bosnia Erzegovina tra Serbia e Croazia. A differenza di Russia e

Germania, gli Stati Uniti non avevano alcun legame culturale con i bosniaci e mancavano quindi della forza per indurre i

musulmani al compromesso. Inoltre, l'aiuto statunitense si limitò a chiudere un occhio sulle violazioni all'imbarco sulle

armi perpetrate dall’Iran e dagli altri Stati musulmani, così che i musulmani bosniaci si sentirono sempre più grati e si

identificarono sempre di più con la grande comunità atlantica, accusando gli Stati Uniti di applicare due pesi e due misure.

Questo compromise ancora di più le possibilità degli Stati Uniti di moderare i musulmani. Il rifiuto del compromesso è

particolarmente forte tra i partecipanti di primo livello come la federazione rivoluzionaria armena (Dasnak) che dominò la

regione del Nagornyj-Karabach. Al pari di Eltsin, il presidente armeno dovete scegliere tra le pressioni esercitate dalle forze

nazionaliste interne e una posizione di moderazione nei confronti degli altri Stati suggerita da più generali interessi di

politica estera, cosicché alla fine del 94 il suo governo mise fuori legge il partito del Dasnak. Serbi croati bosniaci si


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in consulente esperto per i processi di pace, cooperazione sviluppo
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Barbara Pisciotta.

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