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Huntington lo scontro delle civiltà

Un mondo di civiltà

La nuova era della politica mondiale

Bandiere e identità culturale. Gli anni successivi alla Guerra Fredda videro l’inizio di mutamenti drammatici nelle identità dei popoli e nei simboli che le incarnavano. Il quadro politico mondiale iniziò ad essere riconfigurato in base a criteri culturali. Per tutti i popoli intenti a ricercare un’identità e a reinventarsi un vincolo di appartenenza etnica, l’individuazione di un nemico costituisce un elemento essenziale, e i focolai di inimicizia potenzialmente più pericolosi scoppiano sempre lungo le linee di faglia tra le principali civiltà del mondo. La cultura e le identità culturali sono alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post-Guerra Fredda.

Un mondo multipolare e a più civiltà

Per la prima volta nella storia dell’epoca post-Guerra Fredda, il quadro politico mondiale appare al contempo multipolare e suddiviso in più civiltà. Per gran parte dell’esistenza umana i contatti tra le varie civiltà sono stati intermittenti o del tutto inesistenti, fino a che, con l’inizio dell’era moderna (1500) la politica mondiale assunse una duplice dimensione. Gli stati nazionali occidentali diedero vita a un sistema internazionale multipolare all’interno della civiltà occidentale e nell’ambito di tale sistema interagirono in perenne lotta gli uni contro gli altri. Nel contempo si espansero e conquistarono, colonizzarono e influenzarono fortemente le altre civiltà. Durante la Guerra Fredda il mondo si divise in 3 parti: un gruppo di società più ricche e democratiche guidate dagli Usa, in forte competizione con un gruppo di società comuniste più povere capeggiate dall’Urss, e gran parte del conflitto si svolse nel Terzo Mondo, costituito da paesi poveri, politicamente instabili, di recente indipendenza che si definivano non allineati. Nel mondo post-Guerra Fredda i principali raggruppamenti non sono più questi, ma le sette o otto maggiori civiltà del mondo. Le società non occidentali, particolarmente in Asia orientale, stanno sviluppando le loro potenzialità economiche e creano le basi per l’acquisizione di una maggiore potenza militare e influenza politica, tendendo a difendere sempre più strenuamente i propri valori culturali, e a rifiutare quelli imposti loro dall’occidente. In questo nuovo mondo la politica a livello locale è basata sul concetto di etnia e a livello globale, su quello di civiltà. La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà.

All’interno delle diverse civiltà si verificheranno guerre tribali e conflitti etnici. La violenza tra stati e gruppi appartenenti a civiltà diverse presenta il rischio di una possibile escalation, quando altri stati e gruppi corrono in aiuto dei rispettivi paesi fratelli. Gli scontri di civiltà in Bosnia, nel Caucaso, in Asia Centrale o nel Kashmir potrebbero degenerare in guerre di dimensioni più vaste, per motivi di affinità culturale. I conflitti culturali, ha osservato Havel, stanno aumentando e oggi sono più pericolosi che mai. E i conflitti culturali più pericolosi sono quelli che si sviluppano lungo le linee di faglia tra civiltà diverse. La cultura è una forza al contempo disgregante e aggregante: popolazioni divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee si unificano (le due Germanie, le due Coree); mentre società unite dall’ideologia o da circostanze storiche ma appartenenti a differenti civiltà finiscono per sgretolarsi (Urss, Jugoslavia, Bosnia). I paesi culturalmente affini cooperano sul piano economico e politico e le organizzazioni internazionali cui aderiscono hanno maggior successo. Tuttavia, le differenze più profonde nello sviluppo politico ed economico delle varie civiltà sono radicate nella diversità delle loro culture. L’occidente è e resterà la civiltà più potente, anche se in relazione ad altre civiltà si va indebolendo. Le società non occidentali si trovano a un bivio: emulare o contrapporsi all’occidente. Un elemento chiave diventa quindi l’interazione tra potere e cultura occidentale da un lato e potere e cultura delle civiltà non occidentali dall’altro.

Altri mondi?

Un solo mondo: euforia e armonia

Un modello estremamente diffuso era basato sul presupposto che la fine della Guerra Fredda significasse la fine dei grandi conflitti internazionali e la nascita di un mondo relativamente armonioso. La formulazione più discussa di tale modello è la tesi della fine della storia di Fukuyama che sostenne che si fosse giunti al capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità e all’universalizzazione della democrazia liberale occidentale quale forma ultima di governo dell’umanità. La guerra per motivi ideologici è finita, la democrazia liberale ha trionfato, non vi saranno più scontri ideologici, ma semmai finalizzati a risolvere problemi concreti economici e tecnici. Tale aspettativa di armonia era ampiamente condivisa, in un momento di euforia che generò un’illusione di armonia. All’inizio degli anni ’90 il mondo era effettivamente cambiato, ma non per questo più pacifico. L’illusione è stata presto dissipata dal proliferare di conflitti razziali e pulizie etniche, dal mancato rispetto della legge e dell’ordine, dall’insorgere di nuovi modelli di alleanze e conflittualità tra stati, dalla rinascita di movimenti neocomunisti e neofascisti, dall’intensificarsi del fondamentalismo religioso, dalla fine della diplomazia dei sorrisi e della politica del sì nei rapporti tra Russia e Occidente, dall’incapacità dell’Onu e degli Usa di sopprimere i sanguinosi conflitti locali e dall’atteggiamento sempre più determinato di una Cina in espansione.

Due mondi: noi e loro

La tendenza a pensare ad un mondo diviso in due, noi e loro, uguale e diverso, esiste da sempre. Alla fine della GuerraFredda degli studiosi americani divisero il mondo in “aree di pace” e “aree di disordini”: le prime comprendevano Occidente e Giappone, le seconde, tutti gli altri. Le divisioni più comuni, tra paesi ricchi e poveri (economie), Occidente e Oriente (differenze di valori, filosofia e modi di vita), presentano dei limiti: i paesi ricchi e moderni condividono alcune caratteristiche che li differenziano dai paesi tradizionali e poveri, i quali a loro volta hanno dei tratti in comune. Differenti livelli di benessere possono scatenare conflitti tra società, ma l’esperienza dimostra che ciò accade principalmente quando le società più ricche e potenti tentano di conquistare o colonizzare quelle più povere e arretrate. A un livello più generale, i conflitti tra paesi ricchi e poveri sono poco probabili, in quanto i secondi non hanno l’unità politica, la forza economica e le capacità militari per sfidare i primi, quindi la possibilità di una guerra di classe internazionale è surreale. Ancora meno utile risulta la divisione culturale Occidente/Oriente: il primo è coeso, ma non esiste un’unità del mondo non-occidentale, si tratta di un mito (contrapposizione est-ovest) creato dall’Occidente, che presenta i limiti della Teoria dell’Orientalismo di cui Said ha criticato la tendenza ad esaltare la differenza tra ciò che è familiare e ciò che è estraneo. Sarebbe più appropriato quindi parlare di Occidente e gli altri, data l’esistenza di più soggetti non occidentali.

184 stati, più o meno

Una terza idea scaturisce da quella che viene spesso definita teoria realista delle relazioni internazionali: gli stati, unici soggetti della scena internazionale, tentano, in un rapporto reciproco di anarchia, di accrescere quanto più possibile il proprio potere. Se uno stato ritiene che un altro possa, in questo processo, diventare una minaccia, tenterà a sua volta di rafforzare il proprio potere e/o allearsi con altri stati. Tale quadro spiega molti dei comportamenti adottati dai singoli stati, ma presenta grossi limiti anch’esso. Esso presume che tutti gli stati percepiscano i propri interessi e reagiscano allo stesso modo e si basa sul presupposto che il potere è tutto. Tuttavia, gli stati definiscono i propri interessi in termini di potere ma anche di molte altre cose: reagiscono a ciò che considerano una minaccia, valori, cultura e istituzioni li influenzano fortemente e i loro interessi vengono determinati anche da norme e organismi internazionali. Tipi di stati diversi definiscono i propri interessi in modi diversi, mentre stati con culture e istituzioni simili avranno un comune sentire. Nel mondo post-Guerra Fredda gli stati vanno sempre più definendo i propri interessi in termini di civiltà di appartenenza. Governanti e cittadini di uno stato si sentono meno minacciati da persone che ritengono culturalmente affini e affidabili in virtù di una comunanza di lingua, religione, valori, istituzioni e cultura. Infine, sebbene gli stati restino gli attori principali del sistema internazionale, gli organismi internazionali vanno erodendo parte della loro solarità, così da indurre numerosi analisti a prevedere la graduale fine dello “stato a palla da biliardo” e l’emergere di un variegato, complesso e multiforme ordine internazionale, simile a quello medievale.

Caos totale

L’indebolimento degli stati porta ad una quarta ipotesi, quella di un mondo dominato dall’anarchia. Tale modello, illustrato da Brzezinski e Moyhnian, presuppone: il crollo dell’autorità statale; la disgregazione degli stati; l’intensificarsi di conflitti tribali, etnici e religiosi; l’emergere di organizzazioni criminali internazionali; l’aumento dei rifugiati; la proliferazione delle armi nucleari e di distruzione di massa; il diffondersi del terrorismo; il moltiplicarsi di massacri e operazioni di pulizia etnica. Il paradigma del caos si avvicina molto alla realtà e sottolinea i significativi mutamenti avvenuti nel quadro politico mondiale con la fine della Guerra Fredda. Tuttavia esso pecca di un’eccessiva adesione alla realtà ed il mondo non è totalmente privo di ordine.

Mondi a confronto: realismo, norma, previsioni

Tutti e quattro i modelli offrono una diversa combinazione di realismo e norma, ma nessuno di essi è privo di limiti. Una soluzione potrebbe essere la coniugazione di più modelli, asserendo che il mondo è impegnato in un processo parallelo di frammentazione e integrazione. Ma i quattro modelli non sono incompatibili fra loro. Vedere il mondo in termini di sette o otto civiltà permette di superare molti problemi. Un simile approccio offre una cornice concettualmente semplice per comprendere il mondo, distinguere quali tra i molteplici conflitti in atto sono importanti e quali no, prevedere sviluppi futuri e offrire linee di indirizzo alle elite politiche. Un approccio basato sul concetto di civiltà, ad esempio, sostiene che:

  • L’impulso all’integrazione del mondo è reale e genera resistenza ai distinguo culturali.
  • Il mondo è diviso in due, ma fra Occidente e una miriade di altre entità non occidentali.
  • Gli stati sono i soggetti del sistema internazionale, ma i loro interessi, legami e conflitti sono influenzati dalla loro cultura e civiltà di appartenenza.
  • Il mondo è effettivamente dilaniato da anarchia e conflitti tribali e nazionali, ma i più pericolosi sono quelli tra civiltà diverse.

Un modello delle civiltà, dunque, mostra una mappa relativamente semplice per capire cosa accade nel XX secolo. I modelli sviluppano anche previsioni e più sono precise, più il modello sarà valido. Un modello statalista, ad esempio, induce John Mearsheimer a prevedere che la situazione tra Ucraina e Russia sia matura perché tra i due paesi esploda un’accesa rivalità in materia di sicurezza. Un approccio basato sulla civiltà invece, tende a sottolineare gli stretti legami storici, culturali e personali che uniscono i due paesi e il forte grado di assimilazione reciproca, e a rimarcare la profonda frattura culturale fra un’Ucraina orientale ortodossa e una occidentale uniate. Laddove l’approccio statalista evidenzia la possibilità di una guerra russo-ucraina, un modello fondato sulle civiltà la ritiene poco probabile e sottolinea la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due. Tale approccio incoraggerebbe la cooperazione fra Russia e Ucraina, esorterebbe l’Ucraina a disfarsi dell’arsenale nucleare, promuoverebbe forme di assistenza economica e altre misure volte al mantenimento dell’unità e dell’indipendenza ucraina e sponsorizzerebbe iniziative speciali per far fronte a un’eventuale spaccatura.

Molti importanti sviluppi successivi alla Guerra Fredda si sono dimostrati compatibili e prevedibili in base al modello della civiltà: il crollo di Urss e Jugoslavia, le guerre scoppiate nei loro ex territori, l’ascesa del fondamentalismo religioso, i conflitti di identità scoppiati in Russia, Turchia e Messico, l’intensificarsi dei conflitti commerciali tra Usa e Giappone, l’opposizione degli stati islamici alla pressione occidentale su Iraq e Libia, i tentativi degli stati islamici e confuciani di acquisire armi nucleari, l’ascesa della Cina, il consolidamento di nuovi regimi democratici e l’escalation militare in Asia orientale.

L’importanza del modello della civiltà per il mondo che va emergendo è dimostrata dal numero di eventi rientranti nel suo ambito concettuale verificatisi in sei mesi del 1993:

  • Il persistere e l’intensificarsi degli scontri tra croati, musulmani e serbi dell’ex Jugoslavia;
  • Il rifiuto occidentale di sostenere i musulmani bosniaci o denunciare le atrocità croate con la stessa fermezza con cui furono denunciate quelle serbe;
  • La riluttanza della Russia a unirsi al CdS Onu nel convincere i serbi della Croazia a siglare la pace con il governo croato, e la proposta di Iran e altri stati musulmani di inviare supporto militare ai musulmani bosniaci;
  • L’intensificarsi della guerra tra armeni e azeri;
  • Il perpetuarsi degli scontri tra russi e mujaheddin in Asia Centrale;
  • La spaccatura tra Occidente e paesi islamici alla Conferenza sui diritti umani di Vienna;
  • La riproposizione della minaccia proveniente da sud da parte degli strateghi russi e della Nato;
  • L’assegnazione delle olimpiadi 2000 a Sydney anziché Pechino;
  • La cooperazione nucleare tra Cina e Pakistan;
  • La ripresa dei test nucleari cinesi;
  • La rivelazione che gli Usa perseguivano una politica di doppio contenimento in Iraq e Iran;
  • La nuova strategia Usa per la preparazione di due grandi conflitti regionali, uno contro Corea del Nord e l’altro in Iran o Iraq;
  • L’appello dell’Iran per un’alleanza con Cina e India;
  • La nuova legislazione tedesca che limita drasticamente l’ingresso di profughi;
  • L’accordo fra Eltsin e Kravciuk (Ucraina) per la dislocazione della flotta del Mar Nero;
  • Il bombardamento di Baghdad sostenuto dall’occidente;
  • L’inclusione del Sudan fra gli stati terroristi;
  • Le migliori prospettive per l’ammissione nella Nato di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Le elezioni politiche russe che hanno dimostrato che il paese non sa se opporsi o assimilarsi all’occidente.

Le civiltà nella storia e nel mondo contemporaneo

La natura delle civiltà

Nel corso della storia le civiltà hanno rappresentato per l’uomo la maggior fonte di identificazione.

  • Esiste una distinzione tra civiltà al singolare e le civiltà al plurale. Il primo venne sviluppato dai pensatori francesi nel XVIII secolo in opposizione al concetto di barbarie: la società civilizzata era stanziale, urbana e colta; essere civili era bene, essere incivili era male. Il concetto divenne metro di giudizio delle società e nel XIX secolo vennero stabiliti criteri di base per decretare se una società fosse sufficientemente civilizzata da poter essere ammessa nel sistema internazionale. Contemporaneamente si iniziò a parlare di civiltà al plurale, rinunciando al concetto di civiltà come ideale e metro di giudizio. Esistevano molte civiltà, ciascuna delle quali, civilizzata a suo modo.
  • Eccetto che in Germania, una civiltà rappresenta sempre un’identità culturale. I pensatori tedeschi del XIX secolo distinguevano tra il concetto di civiltà, che implicava la meccanica, la tecnologia e altri fattori materiali, e il concetto di cultura, che implicava invece valori, ideali e le più alte qualità morali, artistiche e intellettuali di una società. Al di fuori dei confini tedeschi, civiltà e cultura fanno entrambe riferimento allo stile di vita generale di un popolo, e una civiltà non è altro che una cultura su larga scala. Per Braudel una civiltà è un’area culturale, Wallerstein la definisce una concatenazione di elementi che forma un’entità storica coesa, per Dawson una civiltà è un prodotto di uno specifico processo di creatività culturale, mentre per Durkheim e Mauss è una società morale che abbraccia nazioni la cui cultura è un’espressione del tutto. La cultura è quindi il tema comune a qualsiasi definizione di civiltà.

Gli elementi culturali di base che definiscono una civiltà vennero enucleati dagli ateniesi: sangue, lingua, religione e modo di vita. Il più importante è generalmente considerato la religione. Esiste poi una notevole corrispondenza tra la divisione in civiltà basata sulle caratteristiche culturali, e quella in razze, basata invece sulle caratteristiche fisiche, ma civiltà e razza non sono la stessa cosa e le distinzioni che caratterizzano le differenti comunità umane concernono valori, credenze e istituzioni sociali.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Barbara Pisciotta.
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