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Nuovi lavori, nuovo welfare II parte- Paci Appunti scolastici Premium

Questo appunto è un un breve schema-riassunto del testo Nuovi lavori, nuovo welfare, utilizzato nel corso Sociologia dell'organizzazione, tenuto dalla prof.ssa Pompili Pagliari.
All'inizio vi è una schema che riassume i processi e le conseguenze di un movimento che sta cambiando la società odierna: il processo storico di individualizzazione;... Vedi di più

Esame di SOCIOLOGIA DELL’ORGANIZZAZIONE docente Prof. M. Pompili Pagliari

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Cap. 3. Il lavoro flessibile, tra precarietà e realizzazione di sé.

La flessibilità non è niente di nuovo, ma la sua diffusione nell'ultimo periodo è cresciuta

enormemente.

Possiamo parlare comunque di tre diversi tipi di flessibilità:

1. oraria;

2. funzionale;

3. numerica.

La prima è quella che riguarda la mobilità intesa come tempo dell'impiego, variabile in teoria

secondo le necessità dell'impresa o del lavoratore.

La seconda è quella che riguarda la sfera dei ruoli e dei compiti, che potrebbe anche essere vista

come stimolante per lo svolgimento del lavoro.

La terza è invece quella che ci interessa. E' la flessibilità che si fonda sull'alternanza tra occupazione

e non occupazione. In Italia questa flessibilità è sfruttata dalle aziende come strumento per far

fronte alle esigenze del mercato. Il costo del lavoro quindi come strumento utile per gestire la

competitività nel mercato. A questo punto però possiamo parlare di "via bassa alla competitività",

per il caso italiano, e di "via alta", fondata su alti salari e alta qualificazione che è invece perseguita

altrove. In questa via alta, prevale la flessibilità funzionale, nella prima quella numerica.

Quanti sono e chi sono i precari è difficile a dirsi. Sappiamo con certezza però che gran parte degli

atipici sono giovani e donne e se pensiamo che a molti elementi, di queste fasce deboli, fino a

qualche tempo fa l'accesso al mercato del lavoro era compito assai arduo, non si può non pensare

che in qualche modo la flessibilità abbia influito positivamente sull'entrata nel mondo del lavoro. Il

punto è però se chi entra con queste forme riesce a uscire dal pantano della precarietà, oppure se

resta intrappolato nelle sue maglie.

Non riuscendo ancora a sapere quali sono le variabili che concorrono a determinare un esito

piuttosto che un altro, non possiamo che soffermarci all'idea che se alcuni vedono nello stato di

"precario" una crescita dei rischi, altri vedono una maggiore libertà di azione

nell'individualizzazione del rapporto di lavoro.

Nadel contribuisce al dibattito parlando del nuovo tipo di lavoro come un sistema di intrecci tra il

"saper essere" e del "saper fare" del lavoratore. Al lavoratore è cioè chiesta non solo competenza

tecnica, ma anche la capacità di portare un bagaglio di relazioni, di abilità sociali etc. insomma le

aziende avrebbero bisogno non più solo di uomini macchina, ma di collaboratori e collaboratrici.

Cap. 4. Le attività fuori mercato socialmente riconosciute.

Cosa si intenda per "lavoro" non è così scontato, dipende infatti dall'ottica con cui si guarda a

questo concetto. Per un economista lavoro è l'attività legata al profitto economico, al salario e alla

produzione. Per un sociologo lavoro è anche quello della casalinga. In sociologia quindi possiamo

dire che esista una concezione più larga di lavoro, che comprende quindi anche quella di "attività".

Distinguendole certo, ma considerandole entrambi pezzi importanti della sfera umana. Con

l'avvento della società dei servizi le attività oltre quella prettamente lavorativa sono cresciute di

significatività nella vita di molte persone. Tanto che autori come Gorz hanno avuto l'esigenza di

definire meglio i due concetti, sottolineando l'importanza della sfera dell'attività a fianco di quella

del lavoro, ma partendo dal presupposto che la prima non possa soppiantare la seconda. Darhendorf,

a metà tra l'analisi scientifica e la social critique, ha paventato la "fine" della società del lavoro a

beneficio di quella delle attività. Se i mutamenti di congiuntura hanno poi reso dubbia

l'interpetazione di Darhendorf così come anche l'idea del reddito di cittadinanza, autori come Alain

Touraine che pure hanno sottolineato la centralità del lavoro in senso economico, hanno poi

specificato che dobbiamo intendere il concetto di lavoro come qualcosa di più largo, che comprenda

cioè anche quelle attività fuori mercato che però si intrecciano con esso. Cadendo così forse

nell'eccesso opposto, omologando tutte le attività umane. L'analisi di Paci prosegue tentando di

ragionare su questi punti.

In questo senso possiamo prendere in esame l'evoluzione della funzione economica della famiglia.

Prima della rivoluzione industriale la funzione della famiglia era oltre che "sociale" anche

economica, essendo il luogo privilegiato di produzione. Con la rivoluzione industriale prima e con

lo sviluppo dei sistemi di welfare la famiglia sembra essersi svuotata di funzionalità e si è

cominciato a pensare la famiglia come un luogo di socializzazione per i figli e di compimento della

maturità della coppia adulta. Oggi possiamo invece riportare l'attenzione su tutte quelle attività

svolte nell'ambito familiare che acquistano un peso economico sempre più rilevante.

La Maurisson individua tre tipologie di modalità famigliari. La prima è quella basata sul modello

del male breadwinner, ovvero sulla divisione del lavoro in base al genere. C'è poi la famiglia a due

redditi, in cui però si ricorre all'aiuto di un altro membro della famiglia, come la "nonna" per quei

lavori di cura e socializzazione. Infine la famiglia a due redditi che ricorre però all'aiuto esterno

dalla famiglia stessa. Magari rivolgendosi ad una "badante" o ai servizi pubblici.

Nei paesi in cui è stato incentivato il lavoro part-time ovviamente si riscontra una doppia presenza

di almeno un membro della famiglia, sia sul mercato che all'interno della famiglia. In Italia siamo in

una fase di transizione in cui le donne stanno sempre più entrando nel mercato del lavoro con tempi

ridotti, e si rivolgono a membri della famiglia o all'esterno privato, vista la carenza del pubblico, per

l'aiuto in casa, riuscendo a mantenere la doppia presenza. Questo si pensa non possa valere per la

prossima generazione, le cui nonne o saranno stanche per aver fatto la doppia presenza, oppure

ancora occupate sul mercato del lavoro. In conclusione, i compiti di cura e assistenza sono ancora

oggi in Italia affidati al genere femminile, che siano membri interni o esterni alla famiglia.

Il riconoscimento sociale per le attività di cura può essere osservato pensando all'introduzione di

incentivi e aiuti da parte del sistema pubblico. Prendiamo per esempio i congedi, o gli sgravi fiscali

per il caregiver, nonché gli assegni dati a chi svolge lavoro di cura nell'ambito famigliare.

Comunque la famiglia resta il luogo privilegiato delle attività extra-lavorative, anche nelle famiglie

a doppio reddito e soprattutto nell'ottica della società pluri-attiva.

A supporto del concetto delle pluri-attività dobbiamo prendere in considerazione il lavoro

volontario, svolto da persone che sono disposte a mettersi a disposizione degli altri gratuitamente o

sopportando grossi livelli di flessibilità proprio per la solidarietà che li spinge. L'importanza che sta

acquisendo in Italia questo campo lo vediamo con l'incremento dei rapporti tra amministrazione

pubblica e Terzo Settore, esattamente cioè quel comparto presso il quale troviamo per lopiù

impiegati i volontari. In Europa si sta assistendo ad una sempre maggiore incentivazione del lavoro

volontario proprio per la funzione anche economica oltre che sociale, ci si pone il problema però se

l'incremento del contracting out delle amministrazioni, per gare di apalto, affidamento o con sistema

di voucher sia solo un modo per sfruttare indirettamente una manodopera a basso costo ed ultra-

precaria. Paci sostiene che solo il "reale radicamento nel tessuto sociale" possa distinguere il vero

volontariato da quello più prossimo allo sfruttamento della precarietà. E' comunque indubbio il

riconoscimento che sta ricevendo questo genere di attività, riconoscimento che ha spinto Rifkin,

Bech e Supiot ad auspicare ad un salario sociale da corrispondere a chi si mette a disposizione nel

campo delle attività di impegno sociale e civile.

Cap. 5. I dilemmi dell'occupazione nella società dei servizi.

Da più parti si è insistito nell'indicare la rigidità del mercato del lavoro europeo, così come certi

sistemi di welfare europei, come la principale causa dei problemi legati agli importanti tassi di

disoccupazione. Osservare questo dato è però a volte fuorviante, perchè molto dipende dal

"concetto" di disoccupato che cambia di paese in paese. Negli USA ad esempio, tipico termine di

paragone, non è considerata tra i disoccupati la popolazione carceraria, che raggiunge livelli

davvero non ignorabili. Anzi, ci si potrebbe chiedere se l'eccessiva flessibilità e inconsistenza del

welfare statunitense non sia la causa di un così alto numero di carcerati. Comunque, ai fini di una

comparazione è forse più utile considerare il tasso di occupazione. Sharpf ha comparato i tassi di

occupazione dei settori in concorrenza tra loro, separati da quelli protetti. Il risultato è stato che per

i primi i tassi di occupazione statunitensi sono simili o più bassi di quelli europei, ma che invece il

tasso di occupazione in USA accumula tutto il vantaggio nei confronti di quello europeo nei settori

dei servizi, cioè quelli protetti. Questo determina l'inconsistenza delle affermazioni con cui si è

iniziato.

Sharpf cerca di spiegare il "successo" dell'occupazione nei servizi facendo riferimento alla forte

disparità tra i redditi in USA, che determina una popolazione ristretta, ma con alti redditi che

possono così "domandare" una vasta tipologia di servizi costosi e qualificati. Dall'altra parte, il

grosso della popolazione, con redditi inferiori, provoca una domanda di servizi ben diversi, a basso

costo, generando così una domanda di lavoro sottopagato, non qualificato etc.. Quindi se da un lato

il sistema statunitense facilita la crescita dell'occupazione nel settore dei servizi, genera un grosso

aumento dei working poor, cioè lavoratori in povertà.

Le proposte per seguire l'esempio degli USA non possono non tener conto dei problemi che si

generano lì, ma molti insistono sulla diffusione dei lavori nei servizi a basso costo, magari con

operazioni fiscali, oppure coambiando le politiche pubbliche, passando dai trasferimenti a politiche

diverse, di empowerment.

Proprio in questo senso, un occhio di riguardo va tenuto sui servizi sociali e sulla domanda che si

sta generando in Europa di questo genere di servizi. Osservando una sempre maggiore

diversifcazione della domanda, è proposta una simile diversificazione dell'offerta. Certo parlando di

servizi sociali, quindi un settore ad alto livello di interazione personale, bisogna tener presente la

"malattia dei costi", di Boumol, che sottolinea quanto sia inconsistente la possibilità di aumenti

della produzione in questi settori con mezzi tecnologici moderni. Quindi la risposta dovrebbe venire

dal pubblico e non dal mercato, così come è in Svezia. Questa soluzione ammette ovviamente l'idea

che in mancanza di possibilità pubbliche, possano essere attivate politiche fiscali ad hoc per i privati

che offrono questo tipo di servizi. Ammettendo così anche la crescita di una fascia di lavoratori a

basso reddito, cosa che sta per altro già avvenendo in Italia con il ricorso, sempre più diffuso, ad

"aiuti" offerti da un mercato informale dei servizi, fatto di badanti... immigrazione clandestina e

lavoro in nero.

Alternativa a tutto ciò è la crescita del settore del così detto mercato "sociale dei servizi" composto

da volontari e lavoratori del terzo settore appunto. Sfruttare questo settore significa per

l'amministrazione rispondere ad una serie di problemi, come ad esempio il basso costo del servizio

e non di minore importanza, un controllo migliore sui fornitori di servizi, accreditando ad esempio

un'associazione o una cooperativa ad un sistema di voucher o cose simili. D'altra parte un sistema

del genere obbligherebbe l'amministrazione ad investire di più sull'empowerment del cittadino, che

dovrebbe essere messo in condizione di scegliere da solo il provider più adatto alle sue esigenze.

L'analisi del mercato dei servizi per essere completata, deve prendere in considerazione quelle

attività fuori mercato che però riguardano i servizi. Queste infatti, essendo svolte fuori dal mercato,

non sono toccate da quelle problematiche che invece attanagliano i provider di mercato di questi

servizi. Cap. 6. Il riallineamento dei tempi di vita e di lavoro.

Da sempre a cambiamenti del sistema produttivo si sono accompagnate con difficoltà inerenti la

piena occupazione, l'atipicità dell'occupazione se con non la disoccupazione. Questo processo è

generato da tre aspetti in particolare:

1. l'effetto dell'introduzione di nuove tecnologie che fanno risparmiare sulla manodopera

(labour saving);

2. la saturazione della domanda dei prodotti propri del precedente sistema;

3. la lentezza con cui si afferma la domanda dei nuovi beni o servizi.

Abbiamo già parlato della nostra fase economica come della società dei servizi alla persona e


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vipviper

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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo appunto è un un breve schema-riassunto del testo Nuovi lavori, nuovo welfare, utilizzato nel corso Sociologia dell'organizzazione, tenuto dalla prof.ssa Pompili Pagliari.
All'inizio vi è una schema che riassume i processi e le conseguenze di un movimento che sta cambiando la società odierna: il processo storico di individualizzazione; la crisi del sistema di welfare fordista; l’affermazione del lavoro flessibile; le nuove attività fuori mercato socialmente riconosciute e allo stesso tempo vengono elencate le proposte di politiche per ricostruire un nuovo welfare capace di rappresentare, tutelare e mettere in valore i nuovi lavori: l’occupazione nella società dei servizi; il prolungamento della vita attiva; un nuovo sistema di tutele del lavoro; un nuovo welfare per una cittadinanza attiva).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie della comunicazione (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di SOCIOLOGIA DELL’ORGANIZZAZIONE e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Pompili Pagliari Marcella.

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