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linguaggi audiovisivi - manuale di storia del pensiero politico Appunti scolastici Premium

Appunti per l'esame di linguaggi audiovisivi del professor Mauro Gervasini, corso di laurea in scienze della comunicazione. Tra gli argomenti trattati l'ordine tradizionale, Platone, l'antichità greca e romana, Aristotele, Dante, Marsilio da Padova, la modernità...

Esame di Linguaggi audiovisivi docente Prof. M. Gervasini

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ESTRATTO DOCUMENTO

In quegli stessi anni in Inghilterra si consolida anche un altro gruppo di pensatori che segue

l’esperienza repubblicana con attenzione alle dinamiche politico istituzionali.

E’ un nutrito gruppo di repubblicani che pensavano ad una convivenza capace di realizzare valori quali

la libertà personale, la partecipazione diretta e appassionata alla vita politica e l’autogoverno collettivo.

Sostenevano una libertà come assenza di dominio, quindi come autogoverno, a livello istituzionale

sostenevano un governo misto e una forte opposizione alla tirannide fino al tirannicidio

Due erano i punti di riferimento teorico:

annullare le differenze costruite dal pensiero tra forma regale e tirannide

- incompatibilità tra libertà e monarchia, quindi l’eccellenza sta nella repubblica

-

L’autogoverno è possibile solo attraverso una generale diffusa presenza di virtù politica tra i cittadini

insieme all’eccellenza morale della partecipazione; queste convinzioni fanno del repubblicanesimo una

vera e propria filosofia politica, che circa un secolo dopo sarebbe trionfata con la nascita degli Stati

Uniti d’America.

Il più importante esponente di questo pensiero fu Milton

2. MILTON (1608 – 1674)

Vita: nel 1608

nasce di grande fama e grandi opere politiche (aereopagidica (1644), Paradise lost (1667) con adesione

poeta

ai principi puritani

fu segretario di stato e difese la repubblica con l’azione (a favore del regicidio e della restaurazione)

 morì nel 1674

a) La libertà di stampa

La sua opera più importante è l’Aeropagitica in difesa della libertà di stampa e di opinione.

Sostiene la tolleranza e la libertà contro un decreto del parlamento che istituiva la cnsura sulla stampa.

Due erano le sue convinzioni:

la fiducia che la verità abbia bisogno di dialogo e anche dell’errore per crescere

- non vi può essere libertà politica senza pluralità di opinioni

-

Con queste sue convinzioni sostiene anche che l’errore , scoperto e combattuto, è di grande aiuto per la

conquista del vero

b) L’ideale della molteplicità

Sostiene anche la libertà di parlare e discutere liberamente secondo coscienza, non solo, ma è anche il

paladino delle varietà e delle differenze estendendo la critica pure alla Chiesa e allo Stato.

c) Critica alla monarchia

In contrasto con chi sosteneva la sacralità della figura del re, sostiene la legittimità e la legalità della

deposizione e dell’uccisione di un tiranno o di un re malvagio.

Re e magistrati non sono padroni e signori di un popolo, ma incaricati dal popolo e vincolati al rispetto

delle leggi

L’idea centrale è “l’originaria appartenenza del potere al popolo” che quando decideva di

trasferirlo al re non se ne alienava, ma glielo affidava nella forma di rapporto fiduciario, glielo delegava.

Milton avvicina molto la figura del re a quella del tiranno. Tiranno non è solo il re che si macchia

di delitti, tiranno è il re come tale, perché la monarchia ereditaria trasforma il re da funzionario dello

stato in padrone dello stato, svincola il re da promesse e patti lo mette in posizione di superiorità

rispetto agli altri uomini contravvenendo all’uguaglianza naturale e alla libertà

d) Libertà come autogoverno

Il venir meno di questa distinzione non è solo una polemica politica, ma è la logica conseguenza di una

teoria della libertà come autogoverno: la deposizione del sovrano è la premessa indispensabile per

realizzare il valore politico della libertà.

Indipendentemente dal problema economico, il peso dei costi della corte regale, Milton pone l’accento

sull’aspetto etico e politico. La repubblica è quella forma di governo che dà valore all’uguaglianza,

- 18 -

dà preminenza al pubblico e all’universale rispetto al familiare e al privato, che richiede l’esercizio

costante delle virtù morali e politiche da parte dei cittadini che si assumono l’onere della libertà.

La Repubblica quindi realizza la giustizia e la l’equità, non solo, ma induce alla nobiltà d’animo,

all’abolizione della servitù e del servilismo.

e) Principi del repubblicanesimo

Il repubblicanesimo di Milton è lontano sia dal radicalismo democratico dei livellatori, ma anche da

quella carica libertaria che dovrebbe essere tipica del modello repubblicano.

Ad esempio Milton sostiene che organizzare la libertà non sia necessari por mano ad una radicale legge

agraria.

L’istituto che deve incarnare i principi di un governo libero è un Consiglio generale degli uomini più

capaci, scelti dal popolo, perché si occupino di volta in volta degli affari pubblici in vista del bene

comune. (una specie di Senato).

Le sue attribuzioni e la sua durata devono essere perpetue.

Accanto a questo Consiglio vi devono essere ampi poteri locali federativi in grado di bilanciarlo, secondo

i meccanismi di quello Stato misto tipico del Repubblicanesimo.

Nello stesso tempo Milton rivela seri dubbi sulla naturale bontà del popolo, per questa ragione è

contrario alla rotazione delle cariche, anche parziale, perché così facendo si escluderebbero persone

migliori e capaci per inserirne incapaci, immature ed inesperte

In conclusione oscilla tra l’accettazione dell’elezione come forma originaria della repubblica e la

speranza che la selezione tramite l’elezione dia vita ad un’aristocrazia permanente.

3. MORO (1478 – 1535)

Vita:

-- nato nel 1611

-- compose La repubblica Oceana nel 1656 (durante prettorato di Comwell)

-- nel 1660 (periodo della restaurazione ) compose numerose opere e si dedica alla politica

-- nel 1661 subisce l’esilio da Carlo II

-- dopo l’esilio non fu più un unto di riferimento teorico e morì nel 1677

Il termine Utopia è legato ad un libro pubblicato da Tommaso Moro ed indica un luogo che non esiste,

ma in cui esiste il benessere, la felicità dei suoi membri, e soprattutto la giustizia

a) La situazione inglese

E’descritta nella prima parte del libro ed è miserevole:

non si riesce a far diminuire il numero dei ladri

- i contadini sono cacciati dei nobili che recintano le terre e se ne appropriano

- i politici preparano guerre pensando che la gloria che deriva dalle imprese militari valga più

- delle attività fatte in pace

Moro critica questa orribile brama di possesso che si incarna nella proprietà privata.

b) Il sistema economico dell’Utopia

Viene affrontato nella seconda parte del libro E’ un mondo felice e la felicità risiede proprio nella

abolizione del danaro e della proprietà privata.

Tutti a rotazione fanno tutti i mestieri necessari per sei ore al giorno. I prodotti vengono portati ad un

mercato comune dove ciascuno prende ciò che serve senza pagarlo. I pasti sono presi in comune, e tutti

gli abitanti vegliano sui malati. Poche sono le leggi, tutti credono in una religione che scoraggia le lotte

e l’odio tra le sette e che, pur nella diversità dei culti, è unificata dalla credenza nell’immortalità

dell’anima e nell’esistenza della provvidenza.

c) La felicità

Il più importante dei saperi è la saggezza e i consigli della saggezza sono di un uso moderato dei piaceri.

Deve essere un piacere orientato alla virtù. Questo conduce alla felicità

d) Problemi - 19 -

Nonostante tutto sembri positivo, i problemi insorgono quando si tratta di definire il potere politico. Si

parla di una guerra giusta per liberare i popoli dalla tirannide, dell’esistenza di schiavi, di magistrati:

tutto questo fa pensare ad una presenza forte e manifesta del potere.

Tuttavia le cariche sono elettive e il dialogo tra la popolazione e le istituzioni molto forte.

In Moro la politica è mescolata da un lato con al morale e dall’altro con l’amministrazione tanto da far

pensare che il legame sociale intenso e totalizzante sostituisca il potere politico.

4. L’UTOPIA IN EUROPA

a) Contraddizioni dell’Utopia

Utopia e modernità

L’utopia è una protesta contro il disagio della modernità, contro la rottura dei legami tradizionali

imposti dal capitalismo nascente, contro l’ascesa dei prezzi, la formazione di monarchie nazionali, le

guerre di conquista con la scia di fame e di morte che lasciano dietro di sé.

D’altro lato la modernità dell’Utopia sta nella volontà di affermare la potenza e l’estensione della

signoria del pensiero umano sulla società e sulla storia sottraendola a qualunque influsso.

La possibilità di realizzazione dell’Utopia

Da una parte l’Utopia si concepisce come realistica, dall’altra le soluzioni che presenta, anche se sono

razionali quanto gli obiettivi, non lo sono per i mezzi: anzi non c’è un’analisi dei mezzi per raggiungerla.

Di conseguenza l’Utopia più che un progetto politico è l’espressione di un’esigenza che non si sa come

realizzare. Quindi si colloca tra sogno e realtà e, nelle sue varie forme, sembra incapace di uscire dalle

contraddizioni in cui nasce a da cui trae alimento.

b) L’utopia in Europa

La fortuna di queste teoria fu impressionante ed è testimoniata da numerosi scritti apparsi in

Germania, Spagna, Francia Italia. Tra i tanti teorici dell’Utopia ricordiamo Tommaso Campanella e

Francesco Bacone

TOMMASO CAMPANELLA (1568 – 1639)

Vita:

-- nasce in calabria nel 1568

-- studia a Napoli ed entrò nell’ordine dei domenicani

-- venne arrestato nel 1594 per eresia e rimase 3 anni in carcere.

-- nel 1599 guidò la congiura antispagnola, si finse pazo e rimase in carcere fino al 1627

-- nel 1634 si recò in Francia dove attese alla pubblicazione di molte sue opere composte in carcere

-- morì nel 1639

La sua opera è “La città del Sole”. Inizia con la descrizione architettonica della città, cinta da mura e

in cui tutti i palazzi sono uniti … “tanto che puoi dire che tutti siano uno”. In questo modo incarna il

dominio della unità e della totalità

L’immaginare a livello politico una repubblica dove tutto è in comune e non vi è proprietà privata

rappresenta il principio metafisico dell’unità e il disprezzo della scellerata brama di possesso che è

causata dall’amor proprio.

Emerge ancora una volta l’antica concezione per cui pubblico e privato hanno tra loro un rapporto di

opposizione.

Il sistema di potere

Se la repubblica della Città del Sole è “cosa comune”, non lo è il sistema politico e istituzionale. E’ invece

una vera e propria monocrazia, con il governo dell’Uno. “E’ il principe e sacerdote tra loro che s’appella

al Sole e si chiama Metafisico” E’ lui il capo spirituale a cui tutti devono fare riferimento. E’ affiancato

da tre collaboratori (Potenza, Sapienza, Amore) … e questo fa pensare ad un governo aristocratico, ma

se si riflette sul fatto che devono sempre assecondare il Metafisico si capisce che è solo il governo

dell’Uno, perché solo l’Uno è adatto a dar voce alla verità

- 20 -

FRANCESCO BACONE (1561 – 1626)

Vita:

-- nasce nel 1561

-- ebbe incarichi nella vita politica sia sotto Elisabetta che sotto Giacomo I

-- 1621 viene processato per corruzione e escluso dalla vita politica

-- Tra le opere abbiamo Novum Organum e Nuova Atlantide (1627 pubblicata)

-- Mori nel 1626

La sua opera è la Nuova Atlantide. Campanella intendeva redimere i mali del mondo attraverso una

forma di comunismo, Bacone invece pensa di poterlo fare attraverso l’applicazione delle conoscenze

scientifiche.

Quindi Bacone non rivolge il suo pensiero alla rigenerazione sociale della comunità, ma alla

pianificazione della scienza e alla sua applicazione alla società

Bacone pertanto è poco incline a rivoluzionare i rapporti politici, al contrario rivoluziona la modalità di

produzione e di applicazione della scienza all’intera società.

La scienza non deve più essere affidata ad un genio solitario, ma organizzata socialmente e disciplinata.

Il suo punto d’appoggio è la Casa di Salomone in cui la ricerca delle cause e dei principi delle cose è fin

dall’inizio strettamente legata alla possibilità della sua applicazione.

Ecco che nella Nuova Atlantide appariranno miniere, macchine utili (aerei, sottomarini, refrigeratori) e

tutto grazie alla divisione del lavoro

Sembra che da tutto ciò debba scaturire il benessere collettivo, visto che epidemie e terremoti potranno

essere previsti e fronteggiati.

Il benessere individuale è però un’altra cosa e pare che Bacone non lo consideri molto importante, visto

che è attratto dall’idea della potenza della scienza.

6. LA PRIMA MODERNITA’

1. BODIN (1530 – 1596)

Vita:

-- nasce nel 1529-1530

-- giurista e uomo di cultura

-- scrisse : Methodus ad facilem historiae cognizione (1566); Demonomanie des sorciers (1580)

Colloquium heptoplomeres; L’universae naturae theatrum (dove tratta spaziando su quasi tutte le

scienze umane.

-- conquista il ruolo di pensatore politico pubblicando Six livres de la republique, unsciti el 1576 in

francese e in latino nel ’86.

-- Morì nel 1596

Il punto di partenza di Bodin è la crisi dello Stato e dell’autorità, per cui è necessaria una

restaurazione del comando e dell’obbedienza; ma la restaurazione dello Stato in Bodin è una vera

innovazione, perché il centro del suo pensiero è il concetto, nuovo, di sovranità assoluta.

a) Definizione di sovranità

Lo Stato è come “il governo giusto che si esercita con potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che

esse hanno in comune tra di loro”

Il primo presupposto è quindi che l’associazione familiare sia originaria e naturale.

Il secondo è che la sovranità è il cardine su cui poggia la struttura dello Stato.

Ne deduce che la sovranità è quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato.

perpetuo: non deve essere sottoposto a vincoli temporali, perché ne limiterebbero l’esercizio

- - 21 -

assoluto: non deve avere un’istanza superiore; il re non deve essere sub lege, è lui che dà le leggi

- Deve essere anche indivisibile, non deve cioè condividerlo con nessuno e inalienabile, non

deve cederlo ad altri

b) Limiti della sovranità

Bodin non si interessa solo del problema della sovranità, ma allarga le sue riflessioni alla difesa del

diritto privato, dell’intangibilità della proprietà e della giustizia

E’ questa difesa che gli permette di distinguere la sovranità assoluta dall’arbitrio e a farne vedere i

limiti.

I limiti della sovranità sono: il diritto divino, il diritto naturale, le leggi del regno, l’autonomia della

proprietà privata dei sudditi.

Il pensiero di Bodin oscilla quindi tra due principi entrambi assoluti:

i diritti irrevocabili della famiglia

- il potere legislativo assoluto del sovrano

-

Lo Stato cui Bodin guarda è quello monarchico, dove il potere di Uno è regale, cioè legale.

I sudditi devono obbedienza al re ed il re deve obbedienza alle leggi della natura.. Il re diviene tiranno

quando non rispetta l’autonomia della proprietà, che è il fulcro delle garanzie della libertà.

Il monarca, infine, affida ai magistrati potere di comando a tutela della libertà pubblica, ma devono

sempre eseguire gli ordini ricevuti.

c) Forme di Stato e di Governo

Nega la validità della forma mista, perché produrrebbe solo corruzione. Distingue anche tra forma di

Stato e forma di Governo. Ammette che in regime monarchico può coesistere una forma di governo

democratica, quando il re ammette tutti a partecipare alle assemblee degli stati e alle magistrature, agli

uffici, alle ricompense

d) Forme di giustizia

Individua tre forme tipiche di giustizia, relative altre classiche forme di governo:

commutativa, o aritmetica, tipica degli stati popolari che vogliono uguale divisione delle

-

cariche, onori, uffici, danari comuni, paesi conquistati

distributiva, o geometrica, tipica degli stati aristocratici, dove potere e onori vengono affidati

-

ai gentiluomini, mentre al popolo minuto solo uffici che non comportano potere

quella regia, o armonica, che tiene conto di tutto armonicamente e fa in modo che onori e

-

dignità vadano ai ricchi, mentre i profitti ai poveri.

L’esigenza di armonizzazione percorre il pensiero di Bodin e indica il desiderio di costruire la

sovranità senza sovvertire alle radici l’ordine civile.

2. LA RAGION DI STATO

La trattatistica della Ragion di Stato nasce in Italia e si diffonde in Europa ed ha le sue ragioni nella

volontà di mediare tra due istanze insopprimibile dell’età barocca:

la politica non deve abbandonare il riferimento ai principi etici religiosi

- la politica non deve essere indebolita dal legame con la religione

-

In quel tempo infatti il riferimento erano le opere di Machiavelli e Tacito. Machiavelli, che aveva

dissociato la politica dalla morale cristiana, fu messo all’indice.

Si sviluppò il tacitismo che elogiava, parlando dell’imperatore Tiberio, la sua capacità di simulare, di

maneggiare … e così giungeva a giustificare la frode. Questa moda del tacitismo crebbe tanto da

impensierire coloro che la vedevano come una nuova versione della cattiva Ragion di Stato.

2.1. BOTERO (1544 – 1617)

Vita:

-- nasce nel 1544 (gesuita e insegnante in Francia e Italia)

-- segretario di San Carlo Borromeo e consigliere di Federico

-- scrisse opere religiose: Idel dispregio del mondo, de predicatore verbi dei, del purgatori;

-- le più importanti opere politiche sono: de regia sapienza (1583), il delle cause della grandezza e

magnificenza della città (1588); il della ragion di Stato (1589); le relazioni Universali (1590)

- 22 -

-- morì nel 1617.

a) Critica a Machiavelli e a Tacito

Botero polemizza contro la barbara maniera di governo desunta dal Machiavelli e da Tacito. Definisce la

Ragion di Stato come un dominio fermo sopra i popoli, riecheggiando a Bodin.

Punto fermo di Botero è anche la conservazione dello Stato e dice che uno stato si acquista con la forza,

ma si mantiene con la prudenza.

b) Conservazione del potere

Per conservare il suo potere il re dovrà procurarsi l’affetto dei sudditi attraverso il ricorso alle virtù e in

particolare alla giustizia. Deve essere però la prudenza a guidare tutte le sue azioni.

c) Etica e politica

E’ necessario riconciliare l’etica cattolica con la politica, per cui è necessaria anche una prudenza

politica, che ha le sue radici nella conoscenza della storia, della geografia, e nella filosofia morale.

La prudenza deve essere anche agile e flessibile. Il primo insegnamento della prudenza è che le

deliberazioni del sovrano dovranno seguire l’interesse pubblico e non di parte.

La Ragion di Stato è una contravvenzione alle regole ordinarie in vista del Bene Pubblico.

Tra gli esempi che fa vi è anche questo: è nell’interesse del principe aiutare i poveri, perché

diversamente vi sarà pericolo per la tranquillità pubblica.

Ancora: se i popoli conquistati hanno tendenza a ribellarsi, il principe dovrà fare in modo che abbiano

interesse a restare sotto il suo governo.

Così facendo, da un lato garantirà la pace pubblica, dall’altro favorirà l’accrescimento dei benessere.

d) Il governo della società

All’interno di questa strategia colloca il governo economico della società. Botero salvaguarda l’iniziativa

economica dei sudditi, non solo, ma spinge il sovrano ad essere lui la forza regolatrice dell’economia.

Per mantenere il popolo all’obbedienza, il sovrano deve procurargli benessere, ma deve anche ingrandire

il proprio stato attraverso l’accrescimento di persone e forze, la conseguenza sarà anche l’accrescimento

della potenza militare. Per fare ciò dovrà promuovere l’agricoltura, il commercio…

In sintesi si può dire che il pensiero di Botero è sia rigorosamente cattolico che rigorosamente mondano.

2.2. NAUDE’ (1600 – 1653)

Naudè si rifà a Machiavelli e dice che la necessità ha una sua legge intrinseca che spinge a violare

le leggi positive. Poiché lo Stato si identifica col principe, ne consegue che questi ha la libertà di

svincolarsi da ogni rapporto giuridico con i suoi sudditi.

Il principe inoltre è l’unico interprete della legge; è l’unico titolare dell’azione politica all’interno dello

stato.

Naudè propone quindi di intendere la Ragion di Stato come la trasgressione del diritto comune

per il bene comune.

Ma così sostenendo, dà per scontata la divisione tra politica e morale sostenuta da Machiavelli e

criticata da Botero.

Naudè sottolinea anche il principio che la conservazione del popolo sia la legge suprema che giustifica il

principe dall’allontanarsi dalle formalità cui la giustizia lo obbliga.

Infine si dilunga anche sulla simulazione e sulla dissimilazione, sull’uso della religione per atti politici e

giunge a mettere sullo stesso piano i segreti di Stato e di Governo, i Colpi di stato e i segreti connessi

all’esercizio del comando. - 23 -

MANUALE DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO

Parte Terza: LA MODERNITA’ DISPIEGATA

7. Il soggetto e lo stato

* Hobbes

* Locke

* Spinosa

8. L’Antico regime e l’Illuminismo

* Montesquieu

* L’Italia

- Vico

* Hume

* La rivoluzione americana

9. Ragione Rivoluzione

* Rousseau

* Kant 7. IL SOGGETTO E LO STATO

- 24 -

1. HOBBES (1588 – 1679)

Vita:

nasce nel 1588

 entrò come precettore nella casa di W. Cavendish

 tra il 1610-1634 fece viaggi soprattutto in Francia e Italia entrando in contatto con Galilei e

Marsenne.

Pubblica nel 1628 una traduzione dell ‘opera Storia della guerra dl Peloponneso di Tucidide

 Nel 1640 (vicino alla riv. Inglese) pubblico varie reazioni a causa delle opera Elements of Law e si

rifugiò a Parigi dove pubblicò De Cive (1642) e il Leviathan (1651)

Rientrò dopo il leviathan in Ighilterra e pubblicò De corpore (1655) e il De nomine (1658); dopo la

restaurazione degli Stuart , Carlo II (Hobbes suo insegnante a Parigi)gli garantì una pensione.

Nel 1666 pubblicò Dialogue between a Philosopher and a Student of the Common Law of England

per difendersi dall’eresia.

Nel 1670 scrisse Bahamuth sulla guerra civile inglese e tradusse Iliade e Odissea.

 Nel 1678 pubblicò Il decameron physiologicum

 muore nel 1679

La filosofia politica di Hobbes è incentrata sul conflitto mortale da evitare e sull’ordine da

ricostruire.

Non si tratta della ricerca del sommo bene, ma della fuga dal sommo male

La risposta ai problemi che pone la dà in forma compiuta nel Leviatano, preso dal libro di Giobbe. Ciò

che gli interessa del Leviatano, non è la mostruosità, quanto le seguenti caratteristiche:

è il potere più alto che esista

- è stato creato per incutere paura

- signoreggia e tiene a freno i superbi

- con lui non si possono stringere patti

-

Queste sono le caratteristiche dello Stato, indicato non come un mostro ma come un grande uomo

artificiale.

1.1. NATURA, PATTO, ARTIFICIO

a) L’uomo

Riflettendo sull’esistenza dei conflitti, Hobbes sostiene che il conflitto avviene non tra i gruppi, ma fra i

singoli individui, e questo è un dato naturale.

La natura è senza ordine, morale o politico, presente o finalistico. L’uomo è parte della natura e questo

disordine è presente anche in lui e consiste nell’uguaglianza naturale tra gli uomini. In natura vi è

solamente il cosiddetto diritto naturale che è la libertà

L’uomo è quindi sempre “uguale”, ma cerca nello stesso tempo di esercitare il proprio diritto, cioè di

appagare il desiderio di ricchezze, onore e comando

b)) La conflittualità naturale

La conseguenza è che l’uomo è anche naturalmente conflittuale, da qui nasce ogni forma di conflitto fino

alla guerra. E’ “homo homini lupus” di Plauto.

Con questa affermazione Hobbes considera tramontata l’immagine antica di origine aristotelica di un

uomo come essere razionale che orienta la politica al bene comune.

Il bene non realtà oggettiva, ma solo il nome che si dà a diversi interessi soggettivi.

La scarsità dei beni rende troppo alto il tasso di conflittualità, per cui è necessario uscire da questo

stato di natura, ma non per il bisogno di giustizia, ma per l’utilità di ciascuno.

Il ragione ci fa poi comprendere che l’interesse di ciascuno è la pace. Questa razionalità è la legge

naturale, che è un comando della ragione che vieta all’uomo di fare ciò che è lesivo della sua

vita.

c) Le leggi di natura

La legge naturale della pace è il comando morale che costituisce il quadro entro cui si legittima la

politica. - 25 -

E’ un pensiero molto lontano da Mac, tuttavia hanno in comune l’abbandono della morale cristiana

come fondamento della politica.

La legge naturale si specifica in diciannove altre leggi che sono riassumibili nella massima “non fare

agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”

L’obiettivo della politica è costruire le condizioni che consentano a tutti di obbedire alle leggi naturali e

quindi di vivere in pace.

A tal fine Hobbes introduce i concetti di:

- Autore: colui a cui il popolo ha ceduto la propria autorità

- Attore: lo stesso, che di conseguenza agisce per conto loro, è il loro rappresentante

Quell’uomo è il sovrano.

d) Il patto e la rappresentanza

Risolto il problema di chi sia il sovrano, bisogna ora capire da dove ha origine il suo potere. Secondo

Hobbes ha origine dalla logica del patto e dalla rappresentanza politica moderna

Il patto è un accordo politico vero e proprio, ed è distinto dal contratto. Infatti il contratto è un

trasferimento di diritto, mentre il patto si proietta nel futuro ed implica una reciproca fiducia.

La rappresentanza è la cessione del diritto naturale di ciascuno ad un terzo

Il prodotto del patto è il Leviatano, il Dio mortale, che rappresenta in sé il potere di tutti.

Il Leviatano è il mezzo che rende possibile la vita associata, perché è un patto tra uguali, è un patto di

unione e non di soggezione. Il potere del sovrano non deriva da una superiorità naturale o metafisica,

ma dal patto che noi stessi abbiamo stabilito con lui.

Questa concezione fa di Hobbes il padre del razionalismo politico moderno, perché il potere è costruito

secondo ragione.

Con Hobbes nasce anche uno dei problemi della politica moderna: la sua teoria razionale fa sì

anche che non vi sia più la tradizionale distinzione tra autorità e potere, fra Giustizia e legge positiva.

Non c’è nulla che il sovrano possa fare e che possa essere chiamato ingiustizia, perché ogni suddito è

l’autore di ogni atto del sovrano. Quindi non c’è differenza fra regno legittimo e tirannide.

e) Negazione del diritto di resistenza al sovrano

Un’altra conseguenza del patto di unione fa sì che non ci si possa opporre al Leviatano. Non ci si può

rifiutare di obbedire allo stato appellandosi ai patti che non ci sono mai stai, perché lo stato è la

conseguenza del cittadino. Vero è che esiste la disobbedienza, ma questa distrugge lo stato

Hobbes si oppone al calvinismo, sostenendo che non ci sono patti diretti o indiretti con Dio.

La pace, ecc. si paga al prezzo di una alienazione irreversibile e quasi completa: il popolo non esiste

autonomamente se non grazie all’unità del rappresentante

Con questo il pensiero moderno abbandona l’antichissima idea che la politica consista nel governo del

diverso sul diverso, del migliore sul peggiore.

1.2. IL SOVRANO

a) Potere del sovrano

Il sovrano, in quanto ha il potere di tutti, ha un potere indivisibile, incondizionato, irresistibile.. Quindi

non è possibile separare i tre poteri: il sovrano ha potere legislativo esecutivo e giudiziario. Può

nominare i ministri e dichiarare la guerra e non deve rendere conto a nessuno del suo operato.

b) Potere legislativo

Il sovrano è soprattutto colui che fa le leggi, le quali sono legittime per il solo fatto che sono

l’espressione della volontà della persona che rappresenta la razionalità di tutti.

La sovranità legislativa è assoluta ma non arbitraria, perché è vincolata alla logica per cui è stata

istituita “la pace dei sudditi con se stessi e la loro difesa contro un comune nemico”

c) Il diritto di condannare a morte

Non è ammissibile, se non nel caso in cui dalla morte di quell’uomo dipenda la vita del Leviatano.

Allo stesso modo il Leviatano non può costringere a fare la guerra, perché andare in guerra vuol dire

correre il rischio di morire (il diritto naturale all’autodifesa è irrinunciabile) a meno che dalla sconfitta

in guerra ne derivi la distruzione del Leviatano. - 26 -

d) Obbedienza e Libertà

Il Leviatano è nato dall’unità dei singoli e non dalla loro libertà. Pertanto non vi è libertà all’interno

dello stato, infatti la legge è “la restrizione della libertà naturale, senza la quale non vi può essere alcuna

possibilità di pace”

Tuttavia obbedire non è credere; con questa affermazione neutralizza il conflitto con la religione

lasciando libera l’interiorità dell’uomo.

e) Pace e guerra

Data la pluralità dei Leviatani, tra di loro la guerra è sempre possibile, come avveniva tra gli uomini

allo stato di natura.

Hobbes distingue tra ciò che si fa dentro e ciò che si fuori dallo stato. Il crimine avviene dentro lo stato,

mentre il male che si fa ad un nemico non è un crimine, ma un atto di guerra.

La guerra è un atto di sovranità, perché gli stati sono tra di loro in uno stato di natura

f) Morte del Leviatano

Lo stato è un Dio mortale: è un artificio fatto dagli uomini che errori e casualità possono distruggere.

Le cause sono molte: l’incomprensione della necessità dell’assolutezza del potere del sovrano e

dell’obbedienza che gli è dovuta e nella pretesa di avere diritti che precedono lo stato, come il diritto alla

libertà, alla proprietà privata.

Benché gli si debba obbedienza, però, lo stato non è che uno strumento e merita obbedienza finché

funziona … una sconfitta in guerra libera i sudditi dalla leatlà verso il sovrano.

1.3. TEOLOGIA POLITICA

a) La religione

Per Hobbes le religioni hanno avuto origine dalle superstizioni, dall’ignoranza dei fenomeni naturali,

dalla paura, ecc. Fa eccezione la religione cristiana, che definisce la nostra religione.

Il problema è: come si può obbedire al Dio cristiano e non essere in contrasto col Leviatano?

b) Lo Stato cristiano

Lo stato non può prescindere dalla religione, anzi lo stato può nascere solo dalla retta comprensione del

comando divino. Quindi la politica laica deve presentarsi come teologia politica

L’obiettivo di Hobbes è di presentare la sua politica razionalistica come l’unico modo corretto di

interpretare la religione cristiana. Il rapporto con Dio è tenuto soltanto dallo stato, cioè da l sovrano,

che è il vicereggente di Dio sulla terra.

c) Interpretazione delle scritture

Hobbes sostiene che regno di Dio significa in realtà regno civile di Dio che regna su un popolo. In un

primo momento direttamente (i profeti di Israele) poi indirettamente (già con Israele nel periodo dei

Re).

Attualmente Dio continua a regnare sugli uomini per natura, cioè attraverso le leggi razionali. Dio è

inconoscibile e l’unico modo per rendergli onore è obbedire alle sue leggi. Ma la legge fondamentale è

quella della pace … e l’obbedienza al Leviatano è l’unico modo per vivere in pace. Quindi chi

obbedisce al Leviatano, obbedisce a Dio.

Le scritture contengono la parola di Dio, ma hanno bisogno di interpretazione, ma quella del sovrano

per essere decifrate e obbedite. La Bibbia è legge solo dove i sovrani civili l’hanno resa tale. Nonostante

questa posizione Hobbes riconosce che in cuor suo ogni suddito è libero di credere o di non credere

d) Polemica anticattolica

Hobbes confuta le posizioni del Bellarmino che sostiene che il papa, avendo un potere sulle anime può

fare appello alla coscienza dei fedeli e anche incitarli a disobbedire alle leggi dei sovrani che ritiene

contrarie alle leggi di Dio.

Per Hobbes è inaccettabile. La Chiesa non è la gerarchia, ma l’insieme dei fedeli che credono in Cristo;

la gerarchia ha avuto il compito di insegnare le verità di fede e di obbedire al sovrano.

- 27 -

La Chiesa di Roma è uno stato come gli altri, pretendere che i cittadini di uno stato obbediscano al Papa

è come pretendere che i cittadini di uno stato obbediscano a uno stato straniero..

Il cristianesimo è la fonte del potere politico di uno stato e i re sono i supremi pastori del gregge

cristiano, il che significa che potere politico e potere religioso sono la stessa cosa.

e) Neutralizzazione politica della religione

Il pensiero di Hobbes è quindi il contrario della tradizionale fondazione religiosa della politica, è

semmai una politicizzazione della religione, ma nel senso che il controllo dello stato sulla religione serve

solo a impedire che la religione abbia effetti politici conflittuali.

2. LOCKE (1632 – 1704)

Vita:

-- nasce nel 1632

-- segretario di Lord Ashley (le sue vicende lo costringono all’esilio due volte)

1672 Francia 1679 olanda

-- si associa con Gugliemo D’orange (tornando dall’esilio), e non sid edica dopo essere rientrato in patria

all’attovità politica diretta

-- pubblica I saggi sulla legge di natura, Epistola sulla tolleranza, i due trattati sul governo , il saggio

sull’intelletto umano. I pensiero dell’educazione, la ragionevolezza del cristianesimo.

-- vissee gli ultimi annia Oates e morì nel 1704.

Rispetto a Hobbes Locke ha un diverso obiettivo politico

Hobbes mirava alla costruzione di uno Stato assoluto capace di neutralizzare le guerre civili di

- religione

Locke ha per obiettivo la rivoluzione antiassolutistica

-

Quindi Locke costruisce un modello di ordine politico che possa limitare il potere del sovrano, a

beneficio del cittadino.

Introduce la suddivisione dei poteri e alcuni concetti chiave del costituzionalismo moderno

I due trattati sul governo sono il manifesto del Parlamentarismo e della limitazione per costituzione del

potere del re, contro l’assolutismo cattolico degli Stuart (e contro R. Filmer che teorizzava il diritto

divino del re).

L’obiettivo di Locke era:

colpire la modernità cattolica (di Filmer che teorizzava il diritto divini dei Re) estranea al

- contratto(primo trattato)

rendere le dottrine moderne del contratto di Hobbes, prospettate in modo assolutistico, adatte a

- rispettare le libertà sociali e individuali (secondo trattato)

2.1. IL PRIMO TRATTATO SUL GOVERNO

Anche Locke in questo primo trattato fa una sorta di “teologia politica” come Hobbes contro le tesi del

Bellarmino riprese da Filmer.

Filmer sostiene che nessun uomo nasce naturalmente libero, ma soggetto ad un re. Questo perché Dio

ha dato ad Adamo un’autorità paterna sul genere umano. L’autorità del re Adamo si è trasmessa

attraverso i Patriarchi fino ai re di Israele ed è il titolo che grazie al quale ogni re regna.

Locke dimostra che Adamo non ebbe da Dio alcun potere sugli uomini né sulle cose. Quindi Adamo non

è sovrano, né per creazione, né per donazione divina, né per paternità.

Inoltre l’eredità di Adamo, se ci fosse stata, non sarebbe trasmissibile ai suoi eredi, perché ogni figlio di

Adamo, ogni uomo, avrebbe potuto goderne.. Quindi se la regalità fosse di diritto divino, non sarebbe

trasmissibile, e anche se fosse stata trasmessa, la discendenza di Adamo sarebbe irriconoscibile.

Quindi non è Dio ma la ragione umana a costituire la base e il fondamento di legittimità del potere

politico.

2.2. IL SECONDO TRATTATO SUL GOVERNO

2.2.1. Lo stato di natura e i diritti - 28 -

a) Lo stato di natura

Lo stato di natura è la condizione umana naturale di perfetta libertà ed uguaglianza.. Pertanto gli

uomini non devono nuocersi a vicenda. Non solo, ma ciascun uomo è giudice ed esecutore della legge di

natura e può punire chi la trasgredisce, ed ha diritto a chiedere riparazione.

b) Instabilità dello stato di natura e differenze da Hobbes

La posizione di Locke è più complessa di quella di Hobbes

La guerra: lo stato di natura può trasformarsi in stato di guerra, essendo essa un diritto di

- autodifesa, ma una volta iniziata la guerra ben difficilmente trova fine o soluzione. Per Locke

non è la condizione normale dell’umanità, ma si presenta come ingiusta aggressione o come

giusta resistenza a questa ingiusta aggressione.

La proprietà privata: Per Locke è un diritto naturale come la libertà e la vita. L’uguaglianza di

- natura viene modificata nel tempo da lavoro, che consente la disuguaglianza tra gli uomini

proprio a causa della diversa quantità che ciascuno compie.

L’autorità: per natura gli uomini sono sottoposti a una sola autorità, quella dei genitori,

- che si esercita sui figli minorenni. Locke sostiene anche la superiorità del marito sulla

moglie, ma nello stesso tempo afferma che ciò vale per la vita privata e non per quella

pubblica.

2.2.2. ll corpo politico

a) La legge morale naturale

Locke ha una visione più positiva di Hobbes, infatti sostiene anche che lo spirito umano è in grado di

controllare impulsi e desideri, quindi già in natura vi è una legge morale di reciproco rispetto degli

uomini e della proprietà.

Quindi l’ordine politico, artificiale, non è l’opposto dello stato di natura, i due ordini possono coesistere.

Il contratto razionale non azzera la natura, la migliora.

b) Difetti dello stato di natura e loro superamento

Lo stato di natura ha tre difetti: non vi è legge certa (ognuno la interpreta soggettivamente), non vi è un

giudice riconosciuto ed imparziale, infine non vi è un potere esecutivo

Pertanto è necessario che ogni uomo rinunci al suo potere naturale e lo rimetta nelle mani della

comunità, che diventa arbitra delle controversie. Questa comunità è la repubblica.

Quindi emerge un patto, in senso moderno, fondato sulla logica dell’autorizzazione: ciascun cittadino

autorizza la società politica a fare le leggi.

E’ un patto tra uguali. A differenza di Hobbes questo patto non richiede che la logica dell’autorizzazione

dia vita all’istituzione di un sovrano

c) I diritti naturali

Quando un individuo entra in una società rinuncia sia al proprio diritto alla vita, libertà e proprietà,

sia al diritto di giudicare ed applicare la legge naturale, cioè al diritto di fare giustizia. Ma solo

quest’ultimo è veramente ceduto al corpo politico, mentre gli altri diritti sono ceduti solo per vederseli

restituiti garantiti dalla legge, trasformati in diritti civili e politici.

d) Creazione del sovrano

Il potere legislativo non può essere assoluto, perché un sovrano assoluto è sottratto alla legge … e

nessuno può essere così stupido da darsi in pasto al Leviatano. La storia dimostra invece che gli ordini

politici nacquero da contratti adatti a salvaguardare la libertà naturale degli uomini associati

2.2.3. I poteri

a) La tripartizione

Locke sostiene la tripartizione dei poteri:

il potere legislativo: appartiene al popolo che lo delega ai suoi rappresentanti riuniti in

- parlamento; non può essere in contraddizione con i diritti naturali della libertà e della

proprietà - 29 -

il potere esecutivo: il governo che ha il potere di applicazione delle leggi e di punire i

- trasgressori, quindi anche il potere giudiziario

il potere federativo: ha il compito di gestire la politica estera

-

Poiché nello stato di natura lockeano vige la legge naturale di giustizia, si può parlare, contrariamente

che in Hobbes, di guerra giusta e ingiusta.

Altra differenza è che il re non è il sovrano assoluto, perché il re ha il potere esecutivo e, quindi è

subordinato a quello legislativo. Inoltre l’esecutivo ha un incarico fiduciario e, se rompe questo rapporto

di fiducia, diventa illegittimo e il popolo può reagire.

b) Teoria della rivoluzione

Il re può deliberare anche in assenza di legge, ma solo se va a vantaggio del popolo, mentre se lo

danneggia il popolo può ricorrere all’appello del cielo, cioè ribellarsi.

Locke tratta anche della tirannide, che l’esercizio illegale, abusivo o eccessivo del potere. Contro la

tirannide c’è diritto di resistenza. In questo caso il popolo sovrano torna ad affidare ad altri l’incarico di

governare. Il punto centrale del pensiero di Locke è quindi che il sovrano ha un potere in quanto gli

è delegato dal popolo, in quanto lo rappresenta.

c) Nascita del liberalismo moderno

In Locke, e per il liberalismo, esiste una dimensione pubblico-sociale che non è del tutto occupata dalle

istituzioni, cioè dallo Stato.

Diversità dalla tradizione repubblicana:

pensiero liberale: libertà privata e sociale da esercitare con la garanzia delle leggi;

- pensiero repubblicano: la libertà è assenza di dominio e partecipazione diretta del cittadino

- virtuoso alla vita politica.

2.3. LA TOLLERANZA

a) Politica e religione

Per Locke la tolleranza religiosa si attua attraverso due strategie:

la separazione tra stato e chiesa

- l’impossibilità di stabilire quale sia la vera religione

-

b) Separazione tra stato e chiesa

Locke sostiene che la politica:

non può legittimarsi appoggiandosi alla religione

- non è accettabile la interpretazione laica della religione di Hobbes

- la società politica ha come scopo la conservazione della vita, della libertà e della proprietà, non

- rientra quindi nella sfera politica la materia religiosa

In conclusione sostiene che la religione è un fatto libero e privato, perché la cura dell’anima spetta al

singolo e non alle autorità esterne, stato o chiesa che siano.

La religione ha anche la forza di porsi come un diritto pubblico di libertà, del singolo e della comunità

ecclesiastiche. E il potere politico non solo non può coartare la libertà di coscienza, ma non può neppure

interferire nella libertà di culto delle varie chiese.

c) Limiti della tolleranza

Sette e chiese religiose devono essere tollerate dal potere politico, tuttavia vi è un limite da porre: il

potere politico non può tollerare le chiese che si fondino su dogmi contrari alla società umana e ai buoni

costumi, né le sette che pretendono di avere il monopolio della verità e di fondare su di esso il potere

politico, né i cattolici, perché papisti, cioè obbediscono al pontefice di Roma anziché al loro sovrano

3. SPINOZA ( 1632 – 1677)

Vita:

nasce nel 1632 in Portogallo

 - 30 -

filosofo olandese di famiglia eraica

 nel 1652 viene espulso dalla comunità ebraica di amsterdam con accusa di eresia

 si guadagnò da vivere come levigatore di lenti e telescopi

 le sue opere principali sono: “l’etica ordine geometrico demonstrata”; “il trattato teologico politico”; “il

trattato politico”.

Occupa una posizione anomala nella filosofia politica occidentale.

La sua è una filosofia della vita e della gioia dell’uomo che non è guidato dalla paura della morte, ma

desidera direttamente il bene. Nel suo pensiero si ricollega al Mac dei Discorsi, teorico della Repubblica

tumultuaria e apporta un contributo importante ad una variante del pensiero repubblicano: non si

tratta di neutralizzare gli antagonismi tra gli uomini, ma di conciliare il massimo ordine con il massimo

disordine.

L’indagine di Spinosa non riguarda tanto le forme di stato e di governo, ma le forme di liberazione

3.1. NATURA E POLITICA

a) Potentia e potestas

Spinosa prende le distanze da Hobbes in quanto mantiene integro il diritto naturale, non solo ma

rivendica il primato del diritto sull’autorità.

Il diritto viene definito potentia e l’autorità potestas. Il primato del diritto è l’elemento costituente della

forma politica, non è una limitazione del potere del sovrano ma è qualcosa di assoluto

b) Diritto naturale

Il diritto naturale sta nella complessa trama che si crea fra affetti e ragione e deve essere mantenuto

integro anche all’interno dello stato. Il diritto naturale è la radice dell’eguaglianza tra tutti i cittadini, è

il motore delle relazioni tra le persone che sono anche contrassegnate dalla possibilità di collisione tra i

diversi diritti naturali, cioè la guerra.

c) Composizione delle potenze individuali

Spinosa riconosce una spontanea tendenza a degli uomini ad associarsi. Da ciò sorge un potere che trae

la propria forza dalla dinamica della composizione delle potenze individuali.

3.2. L’IMMAGINAZIONE

a) Monarchia e democrazia

Partendo dalla critica ai pregiudizi che riguardano la religione, Spinosa mostra un nesso strettissimo

tra: timore, superstizione e regime monarchico, il cui segreto sta nel mantenere gli uomini

- nell’inganno e nel dominarli con la paura … e …

pubblica libertà e libero giudizio del singolo , che sono il fondamento di una comunità

- democratica

b) Immaginazione e potenza

La paura non è sufficiente a sostenere un regime politico, è necessario invece stringere un rapporto

costitutivo con il popolo.

Decisiva è in questo caso l’immaginazione. A questo proposito cita i profeti dell’antico testamento,

che hanno colto le rivelazioni divine attraverso l’immaginazione e ne hanno fatto un racconto in forma

tale da suscitare l’immaginazione del popolo e motivarne l’animo all’obbedienza e alla devozione.

L’immaginazione collettiva del popolo è l’elemento costitutivo della democrazia.

Non è superstizione, perché la superstizione pone il popolo nella soggezione a potenze esterne, la cui

origine è sconosciuta.

c) Il cristianesimo come cesura

La grande divisione portata dal cristianesimo è valorizzata da Spinosa nella misura in cui rende

possibile il superamento della superstizione. La venuta di Cristo innesca un duplice movimento:

l’universalizzazione della fede,

- la sua interiorizzazione

- - 31 -

In termini politici rende possibile la democrazia in cui “tutta quanta la comunità deve tenere

collegialmente il potere in modo che tutti in ultima analisi obbediscano a se stessi e nessuno sia tenuto

ad obbedire al suo uguale.”

3.3. LA DEMOCRAZIA

Il regime democratico è quello che si accosta di più all’ordinamento naturale e che meglio corrisponde a

quella libertà che la natura concede a ciascuno.

Nel regime democratico nessuno cede il suo diritto a favore di un altro, ma a favore della totalità del

corpo sociale. Per questo tutti gli individui restano uguali come lo erano prima nello stato di natura.

L’asserzione più importante di Spinosa è che la democrazia è la forma politica per eccellenza perché è

quella che maggiormente si avvicina allo stato di natura.

a) Potenza e collettività

La democrazia non è un trasferimento di diritti, ma uno spostamento delle potenze individuali per

comporre una potenza collettiva

Il potere sovrano si limita ad esprimere questo spostamento e sarà tanto più potente quanto più ampio

sarà l’aggregato dei poteri individuali. La libertà di pensiero e di espressione sarà l’indice di una vera

democrazia.

b) Libertà in campo politico

Prima che l'uomo si consociasse in forma politica, il diritto di ognuno era misurato dalla forza.

Quando gli uomini si sono accordati per instaurare una regola comune è nato lo stato e perché i

patti siano rispettati, ognuno deve cedere la propria potenza, il proprio diritto, al potere comune.

Lo stato deve essere però finalizzato alla libertà. Se il potere è assoluto, il suo uso può essere dispotico

o moderato e solo in quest'ultimo caso il potere dello stato sarà saldo.

Più uno stato limita la libertà del cittadino, più deve impegnarsi a prevenire e punire.

Tuttavia uno stato deve guardarsi dall'emanare leggi che è impossibile rispettare. E' questo il caso

delle leggi che proibiscono la libertà di pensiero e la sua diffusione. Infatti uno stato che proibisce la

libera circolazione delle idee è uno stato fragilissimo, perché proibisce un comportamento naturale

dell'uomo. Di conseguenza dovrà provvedere ad un controllo esasperato sui cittadini, sarà dispotico e

avrà durata aleatoria.

E' vero che i cittadini hanno ceduto ogni loro diritto allo stato, ma non senza condizione: la condizione

che l'uso del potere sia finalizzato alla massima utilità

Veramente forte è lo stato che persegue la felicità dei cittadini e che concede libertà di

pensiero e di critica. Un cittadino libero di esporre il proprio pensiero non diverrà mai un sovversivo.

La libertà di stampa è il migliore antidoto contro la sovversione

8. L’ANTICO REGIME E L’ILLUMINISMO

1. MONTESQUIEU ( 1689 – 1755)

Vita:

nasce nel 1689

 consigliere del parlamento di Bordeaux

 le sue opere principali sono: “Disserzione sulla politica dei Romani nella religione” (influenza

Machiavelli); “lettere persiane”; “Riflessioni sulla monarchia universale in Europa”; “Considerazioni

sulle cause edella grandezza dei Romani e della loro decadena”; La più importante opera è : lo spirito

delel leggi (scritto nel 1748)

morì nel 1755

a) Lo spirito delle leggi

“Molte cose governano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, le massime del governo, gli esempi

dell’antichità, le usanze: se ne forma uno spirito generale che ne è il risultato”.

Questo è lo spirito delle leggi

Mont introduce nel campo della politica un nuovo metodo per determinare il concetto di legge: cogliere

i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose. In altre parole un metodo capace di spiegare la

- 32 -

relazione che intercorre tra le leggi naturali (determinate dalle condizioni geografiche, economiche,

culturali) e le leggi umane.

b) Formazione delle istituzioni politiche

Gli ordini politici non si costruiscono artificialmente, ma evolvono lungo il corso della storia.

E’ perciò necessario ordinare il conflitto, che deriva dal vivere in società, con la legge. Gli uomini non

potrebbero vivere senza leggi, perché sono le leggi che sorreggono la trama dei loro rapporti.

Uscendo dallo stato di natura si sono formate delle istituzioni politiche, e la legge positiva diventa

perciò necessaria

c) Dialettica di natura e principio

La teoria delle forme di governo viene elaborata secondo la dialettica di natura e principio. La

differenza tra natura e principio è la seguente:

la natura è ciò che lo fa essere ciò che è

- il principio è ciò che lo fa agire

-

Le forme di governo legittime sono tre:

monarchica: il principe ha il potere sovrano e lo esercita secondo le leggi.

- Il principio che la regge è l’onore

repubblicana: il popolo detiene il potere sovrano. La repubblica può essere

- * democratica: il principio che la muove è la virtù

* aristocratica: il principio è la moderazione

dispotica: un uomo solo governa arbitrariamente

- Il principio che la regge è la paura

Allargando lo sguardo all’Oriente, lo considera lo specchio negativo dell’Europa, per il suo dispotismo.

d) L’Inghilterra

Considera l’Inghilterra come lo stato in cui vi è il massimo riconoscimento della libertà politica. La

costituzione inglese è un modello esemplare in cui leggi e libertà costituiscono la libertà della nazione.

Soprattutto la distinzione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario sono la condizione ideale perché

possa esistere libertà politica

e) Francia

Mon sostiene con forza la funzione dei parlamenti nei confronti del potere monarchico. Il suo ideale è

una monarchia moderata che richiede la formazione istituzioni intermedie (i parlamenti) a baluardo

della libertà della nazione. Si devono quindi ricercare freni e contrappesi al potere del sovrano per

garantire la libertà dell’individuo.

f) Funzione della religione

Mente Hobbes affida al sovrano anche il potere di determinare il culto pubblico, Mon afferma la

tolleranza, il pluralismo religioso, come il male minore. Lo stato ha comunque il dovere che non si

introducano nella compagine politica nuove religioni.

Mon dà così alla tolleranza una connotazione di elemento di civiltà, che anticipa Voltaire. Per Mon la

tolleranza non è più solo una esigenza politica, ma un valore civile ed etico.

2. L’ITALIA

In Italia l’Illuminismo si sviluppa soprattutto a Milano e a Napoli. In Italia vi è però una differenza

rispetto alla Francia:

i principali esponenti del pensiero illuminista partecipano al governo delle loro città

- la necessità di stabilire un rapporto di confronto politico con la chiesa cattolica.

-

I principali esponenti furono:

a) Antonio Muratori

In Muratori, storico, il tema illuministico della felicità viene declinato alla luce del tema cristiano della

carità e dell’amore del prossimo, che da un punto di vista politico altro non è che la volontà del bene

pubblico. Tutti devono collaborare al miglioramento del mondo.

- 33 -

b) Pietro Verri

Verri vede alla base dell’unione fra gli individui un contratto sociale stipulato in nome della libertà.

Questo porta a sostenere uno stretto legame fra libertà politica e libertà economica: gli uomini sono

guidati in ogni ambito della vita dalla ricerca dell’utile e del piacere. E’ indispensabile anche una

riforma della giustizia. Gli uomini del Caffè sostenevano la difesa della dignità umana, la centralità

della libertà economica e civile, il primato dell’opinione pubblica, contro il governo asburgico che

tendeva a rinnovarsi centralizzando il potere.

Verri sostiene quindi uno stato con ordinamento costituzionale, basato sulla rappresentanza nazionale,

in accordo con i principi della rivoluzione francese.

c) Cesare Beccarla

Importante figura dell’illuminismo francese, che ha affrontato soprattutto il problema della giustizia e

della riforma del diritto privato. Famoso è il suo trattato Dei delitti e delle pene.

Oltre a questo sostiene una visione utilitaristica e contrattualistica del corpo sociale, fondata su un

principio di egualitarismo di tutti di fronte alla legge, in polemica con i privilegi della nobiltà. Lo stato

riformato secondo il Beccarla deve garantire la massima felicità possibile divisa nel maggior numero

di persone e il sovrano è inteso come depositario e garante delle leggi stesse.

2.1. VICO (1688 – 1744)

Vita:

nasce nel 1668

 Filosofo e insegnò a Napoli (università)

 rimase estraneo ai circoli illuministici dell’epoca e al dibattito su dimensione europea

 le sue opere più importanti sono: De antiquissima italorum sapentia; De rebus gestis Antonj

Caraphei; Diritto Universale; L’autobiografia; la più centrale opera: Principj di Scienza nuova d’intorno

alla comune natura delle Nazioni.

morì nel 1744.

Un posto a parte merita il pensiero di Giovanni Battista Vico. Contro la ragione Cartesiana e il metodo

delle idee chiare e distinte sostiene una ragione che comprende sia l’azione dell’uomo, che è creatore

della propria storia, sia la guida della Provvidenza.

Rifiuta quindi i motivi illuministici

a) Politica e sapere

Sostiene la contrapposizione tra politica e sapienza. La politica infatti è il risultato di una istintività

del carattere, è machiavellicamente l’uso della forza senza alcuna fondazione sapienziale.

Cerca però di mettere d’accordo la forza con le tradizionali virtù cristiane: chi conquista il potere è il più

forte , ma è il più forte chi è il migliore anche dal punto di vista delle virtù morali.

b) Il ciclo delle forme di governo (corsi e ricorsi storici)

Sostiene che vi è un cerchio eterno (ciclo) della storia. I cerchio è quello delle tre età: degli dei (governo

teocratico), degli eroi (governo aristocratico), degli uomini (governi monarchici e democratici

caratterizzati dall’uguaglianza o dall’obbedire alle stesse leggi).

Il concludersi di un ciclo storico non è però prodotto da fato ma dalla responsabilità umana. La teoria

dei corsi e ricorsi storici è elaborata da Vico per spiegare che tutte le civiltà umane compiono gli stessi

passaggi. Il ricorso avviene quando i due principi che reggono la vita sociale , la verità e i fatti concreti,

non coincidono più.

3. HUME (1711 – 1776)

Vita.

nasce nel 1711

 filosofo scozzese

 compose le seguenti opere: trattato sulla natura umana (nella quale studia la natura umana) Saggi

morali e politici, Discorsi politici (dalle conclusioni del trattato ne trae tale opere); Enquiries concerning

Human Understanding and te Principles of Moral , Dialogues concernine NAtural Religion (nella quali

- 34 -

analizza la fonte religiosa); History of England ( nella quale studia gli effetti dela religione sullo siluppo

della società) .

la riflessione di hume porta al superamento dell’innururalità di qualsiasi forma religiosa

 muore nel 1776

Hume sostiene che alla base dell’ordine sociale:

non vi è un contratto stipulato da individui liberi e razionali, ma necessitato da un ordine

- diverso da quello naturale

vi è invece la conseguenza dell’evoluzione lungo il corso della storia dell’ordine naturale stesso.

-

Secondo Hume infatti non vi è profonda diversità tra uomo presociale e uomo sociale, perché l’uomo di

natura è sostanzialmente sociale e mosso da empatia verso gli altri

a) La società civile

Quindi l’uomo sociale si identifica con l’uomo di natura e il principio che guida l’azione umana è

l’utilità sociale che è la fonte anche del sentimento morale.

La naturale socievolezza dell’essere umano è una necessità, è il modo in cui possono essere soddisfatti i

desideri in modo più sicuro. L’utilità è legata ad ogni azione umana ed è fondata sul criterio

dell’esperienza, non è un postulato a priori.

b) Società politica

L’aumento dei bisogni dell’uomo, lungo il corso dell’evoluzione rende necessaria la costituzione di un

sistema organizzativo per regolamentare una struttura sociale sempre più complessa, così ha origine la

società politica e il governo. Questo perché la naturale socievolezza e la simpatia tra gli uomini sono

troppo deboli per garantire spontaneamente un ordine pacifico. Così il governo e una teoria della

giustizia che tutelino in particolare la proprietà sono indispensabili.

Quindi il governo non è l’origine della struttura politica, ma solo un suo aiuto per il buon

funzionamento. Di conseguenza la società politica non nasce da un contratto, ma è solo un

miglioramento di ciò che già c’era in natura.

c) Virtù naturali e civili

Nella società civile coesistono le virtù naturali e le virtù civili. Questa mescolanza è il principio e il

fondamento della giustizia, che è razionale, in quanto fondata sull’utilità ed emerge nelle società

complesse soprattutto come difesa della proprietà

d) Autorità e libertà

Hume poi indaga il problema della stabilità della società politica e il rapporto tra autorità e libertà.

Modifica quello che è uno dei problemi centrali della politica moderna: la necessità dell’autorità come

garante dell’ordine e della pace sociale. Riconosce tuttavia la necessità di una forma di coazione per

salvaguardare la convivenza civile, ma nello stesso tempo afferma l’imprescindibile dovere di

salvaguardare la libertà del singolo

4. LA RIVOLUZIONE AMERICANA

a) La Dichiarazione di indipendenza (4 Luglio 1776)

E’ uno dei testi fondamentali della modernità occidentale. Fu redatta da Jefferson e corretta da

Franklin e Adams.

Pur situandosi nella tradizione giuridica inglese, in realtà è un documento politico del tutto nuovo,

perché distrugge il legame tradizionale tra sovrano e sudditi, proclamando il diritto del popolo di

scegliere la forma di governo, oltre ai diritti naturali alla vita, alla libertà e al perseguimento della

felicità.

E’ distinta in due parti:

nella prima si parla dell’eguaglianza tra gli uomini, dei diritti naturali e della sovranità

- popolare

nella seconda vi è l’elenco dei torti subiti dal re, che viene accusato di tirannia e la constatazione

- che ha abdicato. Ciò determina la necessità di una secessione tra inglesi e americani e

l’indipendenza delle tredici colonie. - 35 -

b) L’elemento repubblicano

Le Cato’s Letters sono uno dei più importanti testi del repubblicanesimo inglese, in esse il tema centrale

è la virtù politica, la difesa della libertà contro la tirannide.

Nessuna nobiltà di nascita, nessuna competenza legittimano il dominio di una minoranza, perché il

popolo è in grado di governarsi da sé.

c) Influenza di Locke

Il questo testo troviamo i temi lokeani del contratto, del rapporto fiduciario che lega i governanti e

governati, della necessità del controllo su chi esercita il potere, della proprietà come principio primo di

ogni potere.

Nel testo della Dichiarazione vi è tuttavia una innovazione, in quanto la proprietà viene sostituita con

la felicità

d) Creazione di un popolo nuovo

Vi è anche un elemento teologico: la fuga dalla chiesa d’Inghilterra verso una Nuova Israele, verso un

mondo nuovo e selvaggio fuori dalla civiltà e quindi civilizzabile.

La Dichiarazione di Indipendenza rende così possibile sia la creazione di un popolo universale, il popolo

americano, sia l’introduzione del concetto di nazione in cui non sono riconosciuti, e quindi esclusi, gli

inglesi, i negri e le donne.

e) Tassazione e rappresentanza

Burke in due scritti afferma la necessità del nesso tra tassazione e rappresentanza. E’ a favore di un

compromesso che riconosca ai coloni il diritto alle libertà inglesi e tenda conto della comune utilità

4.1. La Costituzione federale

L’indipendenza americana riconosceva anche l’indipendenza dei tredici stati, ognuno dei quali si diede

una costituzione scritta basata sul principio della sovranità popolare.

Si trattava ora di ratificare una nuova costituzione degli Stati Uniti nella forma di federazione

a) Il Federalist

Dal dibattito nacque una forma politica nuova: quella della repubblica federale. Con la federazione

saltava la logica della sovranità perché all’interno di uno stesso sistema politico (gli Stati Uniti)

venivano a coesistere assemblee legislative indipendenti: quella federale e quelle statali, non sovrane,

ma fornite di competenze per lo più fiscali e amministrative. Il grande propugnatore di questo sistema

fu Hamilton che scatenò una campagna giornalistica per convincere l’opinione pubblica che all’inizio

era ostile a riconoscere una costituzione valida per tutti gli stati.

Con Hamilton collaborarono anche Jay e Madison.

- Di Jay erano gli articoli sulla politica internazionale in cui emerge il concetto di nazione

- Di Madison quelli in cui si pone l’accento sulla necessità di limitare il potere, anche quello

federale e sull’esigenza di stabilire strumenti di controllo e di bilanciamento su di esso

- Di Hamilton gli articoli che sostengono l’esigenza di un potere federale forte e in grado di agire.

b) Democrazia e Repubblica federale

Gli articoli del Federalist presentano sempre un ragionamento fondato sul buon senso.

La Federazione deve essere scelta perché è la forma politica più adatta a mantenere la pace, non solo

ma è anche un antidoto contro possibili fazioni interne, perché permette l’accentramento degli interessi

di carattere generale e il decentramento di quelli locali.

Fondamentale è anche la distinzione tra Democrazia e Repubblica. Un regime democratico, infatti può

esistere anche in uno stato monarchico, mentre il regime Repubblicano è una democrazia in cui opera il

regime di rappresentanza, cioè la partecipazione diretta dei cittadini al governo.

Ciò che poi contraddistingue la virtù del popolo americano è la lotta contro la tirannia del monarca

inglese. Il sistema repubblicano deve anche prevedere elezioni a brevi periodi di distanza, in modo da

esercitare uno stretto controllo del popolo sui suoi rappresentanti.

In conclusione emerge una costituzione repubblicana, democratica per quanto riguarda il principio

fondante, ma non rigorosamente unitaria, anzi bilanciata nell’articolazione dei poteri:

- 36 -

bicameralismo (Congresso e Senato)

- potere di veto del presidente nei confronti del Congresso

- consenso del senato per l’esercizio di determinati poteri presidenziali: ad es. la politica estera è

- decisa dal Presidente, mentre la dichiarazione di guerra spetta al senato

c) Il Bill of Rights

La costituzione venne in seguito emendata con successivi 21 articoli. I primi 10 costituiscono il Bill of

Rights. Di fatto inseriscono nella costituzione la Dichiarazione dei diritti dell’Individuo, in particolare il

1° emendamento che afferma le garanzie di libertà di parola, di stampa e di religione

4.2. PAINE

Vita:

nasce nel 1737

 origine inglese ed emigra in America e prende parte alla rivoluzione

 si trasferisce poi In fRancia dove su incarcerato tempo dopo nel periodo di Robespierre (del terrore)

poi torno nel 1802 negli Stati Uniti.

le sue opere più imposrtanti: The common Sense; The Right of man; The age of Reason.

 Morì nel 1809.

Paine nelle sue opere distingue tra società e governo: la società è frutto dei bisogni dell’individuo, il

governo nasce dalla perversità umana, quindi è un male necessario.

Da ciò deriva la necessità di staccarsi dal governo della monarchia inglese. Il governo migliore è

certamente la Repubblica e le colonie americane così facendo devono mostrare al mondo le possibilità di

una nuova via segnata dalla libertà e dalla salvaguardia dei diritti umani.

Ritorna anche sul tema dei diritti degli individui che sono la conseguenza dell’uguaglianza e, contro il

privilegio della nobiltà, afferma il primato della costituzione, emanazione della volontà del popolo

sovrano sul governo. 9. RAGIONE E RIVOLUZIONE

1. ROUSSEAU (1712 – 1778)

Vita:

nasce a Ginevra nel 1712

 si sposta tra Il Piemonte e la Svizzera poi si trasferisce a Parigi; va a Venezia per poi tornare come

ambasciatore nella capitale francese.

scrisse le seguenti opere: Enciclopedie (con Diderout); discorso delle scienze e delle arti; Il discorso

sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini; Nuova eloisa; Contratto sociale e l’emilio (che vengono

entrambi condannati dal parlamento francese e di Ginevra).

muore a Ermononville nel 1778; durante la rivoluzione le sue ceneri sono trasferite al Pantheon di

Parigi.

1.1. LA CRITICA DELLA CIVILTA’

Il pensiero di Rousseau è in aperta frattura con il suo tempo, perché rovescia l’immagine positiva e

ottimistica dell’illuminismo: l’epoca presente, dice, è il regno della falsità, in essa la verità delle cose è

nascosta. Le scienze e le lettere non sono altro che mezzi di occultamento dell’ingiustizia.

Il suo è il primo grande gesto critico contro la società del suo tempo.

Le sue riflessioni prendono lo spunto dalla tradizione, cioè da Seneca, Plutarco, ma anche da

Montaigne e Montesquieu. Il centro della sua critica è nella coppia antinomica apparenza-realtà.

L’idea costante della sua riflessione è la visione della società come ciò che corrompe la natura umana..

I veri mali della società sono la diseguaglianza economica, lo sfruttamento sociale, il dispotismo politico.

Bisogna perciò ricercarne le cause, perché la diseguaglianza non esiste in natura, è un prodotto del

- 37 -

progresso e delle leggi, quindi è contraria al diritto naturale. Questa sua tesi sarà esposto nel “Discorso

sull’origine e sui fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini”.

1.2. “DISCORSO SULL’ORIGINE ... DELLA DISUGUAGLIANZA ...”

1.2.1. Prefazione

Nella prefazione esamina il concetto di “stato di natura”.

Secondo Rousseau vi è sempre stato un errore di fondo nel considerare lo stato di natura, ed è consistito

nel proiettare sull’uomo naturale le caratteristiche dell’uomo civilizzato. Anche l’idea di legge naturale

dei giusnaturalisti suppone un uomo razionale. Ma quali erano i caratteri originari dell’uomo naturale?

Per rispondere al quesito bisogna liberarsi dal pregiudizio per cui l’uomo attuale sia il modello dal

quale partire. Bisogna invece dare uno sguardo dentro l’anima umana.

Poiché non esistono testimonianze circa l’uomo naturale, bisogna utilizzare ragionamenti ipotetici

che ci aiutino a mostrare la vera origine dell’uomo.

Anche lo stato di natura, poiché non esiste più, va inteso come ipotesi teorica e non come dato storico.

1.2.2. Prima parte: i caratteri dell’uomo naturale

Rousseau attribuisce all’uomo naturale una duplice differenza rispetto agli animali:

- la possibilità di esercitare una volontà e una scelta

- la facoltà di perfezionarsi.

Questa capacità di perfezionarsi rivela una tragica ambivalenza:

- il progresso

- la corruzione.

In altre parole l’enorme sviluppo della potenzialità umane va di pari passo con la rottura definitiva e

irreversibile dell’equilibrio originario dell’unità naturale.

1.2.3. Seconda parte: civilizzazione, progresso, decadenza

Il progresso è una crescita straordinaria delle capacità tecniche e intellettuali dell’uomo, cui però

corrisponde un deterioramento progressivo delle relazioni sociali e delle condizioni morali e spirituali.

E’ in questo processo che si istituisce la disuguaglianza, che, nello stato di natura, era molto

modesta tra individuo e individuo.

Con lo sviluppo della produzione e dell’economia e con l’istituirsi della proprietà privata della terra, la

divaricazione tra ricchi e poveri non solo si forma, ma tende ad aumentare sempre di più.

Solo a questo punto l’usurpazione e la sopraffazione generano quello stato di conflitto che Hobbes ha

erroneamente fatto risalire alla natura stessa dell’uomo.

Solo a questo punto si rende necessaria la stipulazione di un patto, un patto che vede protagonisti i

ricchi e che non è altro che la legalizzazione del sopruso e dell’arbitrio.

Vi è quindi una profonda diversità tra il pensiero dei giusnaturalisti e quello di Rousseau.

- I Giusnaturalisti muovono dalla concezione dell’uomo naturale come essere morale razionale,

titolare di diritti inalienabili; la conseguenza è che la società si fonda:

. sul contratto come strumento per il pieno esercizio di questi diritti

. su un diritto positivo come prolungamento di quello naturale

- Rousseau sostiene che l’uomo naturale non è sociale né morale, quindi:

. il contratto è un momento istitutivo, una novità, dell’uomo sociale

. se è iniquo, come quello descritto, non può che produrre una socializzazione malvagia,

. decreta perciò la piena soppressione della libertà naturale.

1.3. IL CONTRATTO SOCIALE

Con queste riflessioni Rousseau non intende sostenere che bisogna tornare alla natura, ma vuole

indicare se, attraverso la politica, sia possibile la creazione di una nuova società e di un nuovo uomo.

Il modello di questa nuova società legittima, è esposto nel “Contratto sociale”

1.3.1. Il contratto come patto di associazione

Rousseau respinge come illegittima ogni autorità politica fondata sul divino o sul paterno, sulla legge

del più forte ... Il diritto si fonda sulla convenzione, la legittimità dell’autorità politica richiede il

consenso espresso da un patto.

Anche per Rousseau l’autorità si fonda su un contratto, però la sua concezione è diversa da quella

- 38 -

degli altri “contrattualisti”, ed è innovativa

Costoro, infatti sostenevano che il contratto si fondava su un duplice atto:

- pactum unionis: la decisione degli individui di costituirsi in società,

- pactum subiectionis: la decisione di assoggettarsi al sovrano rinunciando in tutto (Hobbes) o in

parte (Locke) alla propria libertà e ai diritti originari.

Rousseau non ammette il pactum subiectionis come cessione al sovrano della libertà di cui ogni

individuo è titolare per natura, sarebbe una schiavitù.

Il patto è di ciascun individuo con se stesso, poiché consiste nella cessione del proprio potere

individuale alla comunità, che non è altro che l’insieme, il corpo sociale degli individui che hanno deciso

di consociarsi.

Si tratta quindi di un patto di associazione, è così che va inteso il contratto.

In questo modo produce una trasformazione qualitativa: produce un corpo morale che riceve da

quest’atto unità, io comune, vita, volontà.

In questo “io comune” ogni “io particolare” ritrova assicurata la garanzia dei propri diritti e della

propria libertà.

Perché ciò avvenga è necessaria un’unica condizione: che la cessione di tutti i diritti

dell’individuo alla comunità sia totale, senza riserve, solo così sarà garanita un’uguaglianza

assoluta, non vi sarà dipendenza fra gli individui, ma solo dipendenza di ciascuno dal corpo politico.

1.3.2. La volontà dei cittadini in quanto corpo comune

Ciascun individuo ha una volontà particolare, volta all’interesse personale. La decisione di costituirsi

in società crea una volontà generale, che non è la semplice sonmma delle volontà particolari; vi è una

differenza qualitativa perché si definisce rispetto all’oggetto, cioè al fine, che è il bene pubblico,

l’interesse collettivo. Solo l’interesse comune rende possibile l’accordo degli interessi personali.

1.3.3. La sovranità popolare come fondamento del potere politico

La sovranità è l’esercizio della volontà generale e la sua espressione è la legge.

La sovranità appartiene al popolo e non può essere alienata, né divisa, né rappresentata.

Rinunciare alla sovranità significa rinunciare alla libertà e quindi alla qualità stessa di uomo

Quindi: rifiuto del principio della delega: ogni legge che non sia stata ratificata dal popolo non è

una legge.

La rappresentanza può aver luogo su atti particolari, ma non sul piano della legislazione generale.

Di qui il rifiuto della divisione dei poteri; come Hobbes, sostiene che la sovranità è indivisibile.

1.3.4. La separazione tra sovranità e governo

Rousseau separa nettamene sovranità e governo:

- il governo non è titolare di alcuna sovranità, quindi non può legiferare

- è semplicemente incaricato dell’esecuzione delle leggi

- non è istituito da un contratto, ma da una legge

La conseguenza è che Rousseau diventa possibilista verso le varie forme di governo:

- la democrazia, è idealmente la migliore, ma poco praticabile e poco opportuna, perché confonde

legislazione con esecuzione

- l’aristocrazia elettiva è l’ordinamento migliore, i più saggi devono governare

- la monarchia, invece, è fortemente criticata perché il suo fine non è la pubblica felicità; i re

hanno solo interessi personali (contrario quindi anche all’assolutismo illuminato).

1.3.5. Il significato del contratto: stato e libertà

Rousseau intende trovare una forma di associazione che difenda e protegga, con tutta la forza comune,

la persona e i beni di ciascun associato, ma che nello stesso tempo faccia sì che un individuo obbedisca

solo a se stesso e resti libero come prima.

Sicurezza e libertà sono ciò che il cittadino deve ricevere dalla comunità politica. In questo modo si

contrappone all’assolutismo di Hobbes.

1.3.6. La libertà del cittadino

La società politica è il luogo in cui l’individuo realizza la sua libertà.

Lo stato civile, diverso da quello di natura, produce un nuovo concetto di libertà: la libertà civile, che

non è l’indipendenza dell’uomo originario, ma la libertà possibile entro rapporti sociali.

Mentre la dipendenza da un singolo o da un gruppo è schiavitù, la dipendenza dalla volontà generale è

- 39 -

libertà civile.

Il patto sociale trasforma così l’uomo in un cittadino che sviluppa le virtù sociali, che lo stato deve

contribuire a formare

1.3.7. I limiti della disuguaglianza

La società così creata legittima alcuni aspetti, che diversamente potrebbero degenerare:

- la proprietà da usurpazione diviene proprietà di diritto

- la disuguaglianza, di rango, potere, ricchezza, esiste senza alcun dubbio, ma l’uguaglianza va

posta accanto alla libertà, come i due massimi beni che la legge deve perseguire. Perciò la

disuguaglianza è ammissibile solo sino al punto in cui non mette in pericolo la libertà di

qualcuno, finché ad es. un cittadino non sia così ricco da poterne comprare un altro.

2. KANT (1724 – 1808)

Vita:

nasce a Koninsberg (Prussia Orientale) nel 1724;

 uscito dal collegio studia filosofia matematica e teologia sempre all’università di Koninsberg; diventa

sottobibliotecario presso la biblioteca reale, poi professore ordinario a Koninsberg.

le sue opere più importanti sono: Critica della ragione pura; L0idea per una storia universale dal

punto di vista cosmopolitico; Che cos’è l’illuminismo; la critica della ragione pratica; la Critica del

giudizio; La metafisica dei costumi; Per la pace perpetua ; Il conflitto della Facoltà

morì nel 1804.

Anche Kant, come Rousseau, ha l’obiettivo di rigenerare la società con la ragione e di affermare la virtù

attraverso la politica, ma con caratteristiche diverse.

Il pensiero di Kant sta nella rigorosa applicazione della ragione alla politica e nella tesi che se la

politica non coincide con la morale razionale della libertà, tuttavia:

non ne può essere il contrario

- non può godere di morale autonoma (Mac)

- non può fondarsi su una morale utilitaristica (Hobbes)

- 2.1. Morale, diritto, politica

a) La morale: il dovere

La morale kantiana sta nella perfetta coincidenza tra libertà assoluta e dovere incondizionato,

conseguenza dell’imperativo categorico.

La morale consiste nel dovere che il soggetto ha nei confronti degli altri: deve trattare ciascun uomo

come se fosse un fine in sé e non uno strumento.

b) La politica: il diritto

Il potere deve essere sottomesso al diritto che regola la convivenza tra gli individui.

Il diritto deriva dalla ragione pura pratica intesa come la facoltà di agire secondo leggi universali. Nella

forma politica il diritto è legge. Il comando della legge è però solo esterno ed è obbligante.

Il fine della politica è promuovere il regno del diritto in modo che sia riconosciuta ciascuno una sfera di

indipendenza personale protetta dalle leggi.

2.2. Stato di natura e contratto originario

a) Origine dello stato

Per Kant vi è una doppia origine dello stato: una reale, dalla forza, e una ideale, dal contratto.

Lo stato deve comportarsi come se fosse nato da contratto.

Stato di natura

Lo stato di natura non è una condizione pregiuridica, ma è l’orizzonte del diritto privato, cioè naturale.

E’ una ipotesi intellettuale, perché nello stato di natura non esiste un’autorità legittima che dirima le

controversie in maniera giuridicamente vincolante. Poiché il diritto è una forma di relazione tra uomini

liberi dettata dalla ragione, il superamento dello stato di natura è necessario secondo ragione.

Il contratto - 40 -

Questo superamento coincide con l’affermazione della volontà generale uscendo dallo stato di natura

ove ognuno fa di testa sua. Lo stato di diritto è la comunità razionale che garantisce a ciascuno la

libertà e affida la decisione sul diritto al potere pubblico e non a persone private.

Per questa ragione Kant ricorre allo strumento concettuale del “contratto originario” che stabilisce

una costituzione giuridica tra uomini che hanno deciso di rinunciare allo stato naturale.

Come in Rousseau: il contratto ha luogo tra individui che si riuniscono attraverso la comune

sottomissione alle leggi, per superare lo stato naturale

A differenza di Rousseau: la volontà comune si esprime attraverso il principio della rappresentanza

secondo la regola della maggioranza e senza che venga eliminata la distinzione tra legalità e moralità,

tra sfera pubblica e privata.

b) Il sovrano rappresentativo

Il sovrano è obbligato a fare leggi in modo non arbitrario, ma come se dovessero derivare dalla volontà

comune di tutto il popolo, che la riconosce come sua. Di conseguenza il popolo è tenuto ad obbedire alla

legge.

A differenza di Hobbes: Kant riconosce al popolo diritti inalienabili, derogando ai quali il sovrano

commette un’ingiustizia nei confronti dei cittadini.

Il popolo non ha alcun diritto di resistenza: avanzare pretese personali non è altro che lo stato di natura

contrapposto allo stato di diritto pubblico ordinato dalla ragione.

c) Libertà del cittadino

Nonostante questo il cittadino ha la possibilità di esprimere pubblicamente il proprio motivato dissenso

nei confronti dei decreti del sovrano. Il sovrano può essere criticato, ma se la critica non dovesse

raggiungere il suo scopo l’obbedienza deve sempre essere dovuta.

d) Razionalità del potere

Per superare il dispotismo assoluto Kant sostiene che il sovrano, anche se non nasce da un patto, deve

comportarsi come se da un patto fosse in realtà legittimato, perché attraverso il sovrano si realizza la

volontà generale razionale.

Come in Hobbes: la politica scaturisce dalla necessità di uscire dallo stato di natura

Diversamente da Hobbes: L’idea di contratto ha valore regolativo, non segue la logica utilitaristica, ma

serve ad attuare l’idea stessa di diritto. Una seconda differenza sta nel fatto che per Kant è necessario

che i singoli rinuncino alla libertà selvaggia dello stato di natura per riprenderla nella società civile.

2.3. Stato e democrazia

a) Stato di diritto

Lo stato di diritto è quello a cui pensa Kant e la politica è la pratica del diritto. In sintesi lo stato cui

pensa Kant è un ordine politico che renda possibile l’accordo fra libertà esterna e l’interiore riserva

morale.

Lo stato di Kant è teorico, non tratta del diritto positivo, ma traccia le linee teoriche di uno stato

conforme ai principi della ragione.

Lo stato deve garantire:

la libertà di ogni membro della società, come uomo,

- l’uguaglianza di ogni membro con ogni altro, come suddito, di fronte alla legge

- L’indipendenza di ogni membro di un corpo comune, come cittadino; pertanto lo stato deve

- offrire al cittadino l’opportunità di godere della propria indipendenza economica. La

conseguenza è che la proprietà privata diviene di importanza centrale

b) Naturalità della proprietà

Hobbes: la proprietà è creazione dello stato

Locke: è fondata sul lavoro

Kant: preesiste allo stato e si fonda sul possesso. In un primo momento è un rapporto naturale e fisico

tra l’uomo le cose; in seguito si trasforma in un rapporto regolato da diritto.

Per Kant la proprietà nasce dallo stato di natura e lo stato civile si costituisce per difendere la proprietà

privata, non solo, ma solo il proprietario ha la qualità di cittadino.

Bisogna quindi osservare che quella di Kant non è una vera democrazia, perché per godere

integralmente dei diritti politici bisogna possedere un certo censo

- 41 -

c) Forme di governo

Kant accoglie il principio della divisione dei poteri. Per lui l’alternativa fondamentale è tra forma

repubblicana e forma dispotica.

Il regime ideale è quello repubblicano, perché si fonda sulla divisione dei poteri, che è il fondamento del

principio rappresentativo. La democrazia è invece dispotismo, perché in essa ognuno vuole essere

signore, per cui è impossibile la rappresentanza.

Ogni forma di governo che non sia rappresentativa e non conosca la divisione dei poteri è un non-stato.

Il vero potere sovrano è quello legislativo, che può anche deporre o riformare l’esecutivo; ma né il

sovrano (legislativo) né il reggitore (esecutivo) possono giudicare

d) Repubblica e democrazia

Qualche anno dopo Kant muta il suo pensiero nei confronti della democrazia e sostiene che può essere

avvicinata alla forma di governo repubblicano, quindi certamente compatibile con il principio della

rappresentanza. Bisogna però evitare che coloro che vengono eletti annullino la separazione tra i tre

poteri e pertanto facciano degenerare la democrazia in dispotismo

2.4. La storia, l’illuminismo e l’ordine razionale.

Per Kant vi è un disegno naturale, un filo conduttore nella storia umana: un cammino dell’umanità

verso un ordine civile razionale.

a) Interpretazione della rivoluzione francese

Come forma violenta: non può essere giustificata

Come obiettivo giuridico e storico: è un atto di entusiasmo e di passione che nasce dal diritto di un

popolo di darsi una costituzione che esso crede buona

b) Uso pubblico della ragione

L’illuminismo, che per Kant è lo scopo della storia, non esprime tanto il desiderio di emancipare

l’umanità dai vincoli giuridici, ma da quelli politici, ossia a indebolire la tutela che il potere esercita

sull’uomo.

Bisogna distinguere tra uso privato e pubblico della ragione. L’uso pubblico è quello degli studiosi, è cioè

l’uso che ne fa uno studioso dinanzi all’intero pubblico dei lettori e che deve poter contare sulla piena

libertà; l’uso privato coincide con l’impiego o la funzione civile che gli viene affidata, in questo caso

devono ispirare la propria condotta alla volontà del governo

c) La guerra

Non vi è solo il rapporto tra i cittadini all’interno dello stato, ma anche quello tra stati, che non hanno

tra loro rapporti necessariamente pacifici. E’ proprio questa conflittualità tra gli stati ad essere

immorale, irrazionale ed ingiusta. L’unico aspetto positivo della guerra, nel passato, è stato quello di

disperdere ovunque il genere umano e quindi di popolare il pianeta.

d) Relazioni internazionali

Il diritto internazionale deve consistere nella sottomissione volontaria dei sovrani alla razionalità

universale della legge internazionale, che non è una legge esterna agli stati, ma un imperativo della

ragione a cui è possibile rispondere positivamente.

Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi stati, che deve essere una tappa

intermedia rispetto l’obiettivo finale, che è la lega dei popoli

- 42 -

MANUALE DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO

Parte quarta: OTTOCENTO

10. La Dialettica

* Fichte

- rivoluzione e libertà politica

- Lo Stato e la rappresentanza

- La società e la nazione

* Hegel

- Dagli scritti giovanili alla <<fenomenologia dello Spirito>>

- La <<Filosofia del diritto>>

- Conclusioni

11. L’ordine dopo la rivoluzione

* I controrivoluzionari: Burke

* Liberalismo e positivismo in Francia: Comte

* La Germania: Clausewitz

* Inghilterra:

- Bentham

- Mill

12. Società e nazione

* La questione sociale

* Marx:

- La società

- La storia

- Il <<Manifesto>>

- La critica dell’economia politica

- la Politica

* Toqueville:

- L’uguaglianza

- Le minacce alla libertà

- la Francia

* Mill:

- Libertà, personalità, rappresentanza

- La soggezione delle donne

* Liberalismo e darwinismo sociale:

- il Liberalismo inglese

- Spencer

- Il darwinismo sociale

* la questione nazionale:

- Giuseppe Mazzini e il risorgimento italiano

- La guerra di secessione americana

- Treitshke e l’unificazione tedesca

- il giuspositismo tedesco - 43 -

10. LA DIALETTICA

La dialetica antica si rifà su basi filosofiche

 La dialettica moderna invece trae il proprio inizio dalle contraddizioni specifiche del pensiero

razionale moderno: (es: tra soggetto e Stato, fra libertà e ordine politico, fra particoalare e universale

che porta ad oscillare tra obbedienza e rivoluzione.

IN PRIMO LUOGO: Tale inizio di dialettica parte da Kant e dalla rivoluzione francese:

Kant sottolinea che no è possibile una conciliazione tra soggetto (portatore di libertà morale) e ordine

politico (che rappresenta la limitazione delle libertà esteriori)

Nella rivoluzione francese tali libertà si manifestano quando trasformate in potenza e

contraddizioni del pensiero razionale moderno.

IN SECONDO LUOGO: se i razionalismo moderno diventa campo d’applicazione della ragione umana lo

fa anche il pensiero dialettico moderno ma esso critica il razionalismo e illuminismo perché astratti,

che è la causa prima delle loro contraddizioni e dei loro fallimenti.

Caratteristiche del pensiero dialettico sono:

1) Prendere sul serio le contraddizioni del progetto razionalistico e di sottolineare l’insuperabilità,

all’interno delle logiche del razionalismo;

2) Rendere comprensibili quelle contraddizioni da un diverso punto di vista, nelle diverse categorie

che ne diano ragione e ne permettano il raggiungimento verso una nuova concretezza.

‘rendere comprensibili ’ le contraddizioni è consentire che vengano riconosciute come attività umane;

loro ‘ concretezza ’ significa l’apertura della filosofia politica alla storia e alla realtà , cioè il principio di

nazionalità e l’economia capitalistica.

Il pensiero dialettico si sforza di far si che le contraddizioni dell’età moderna possano essere vissute non

come un cieco destino ma gradini verso la libertà (che ha bisogno della filosofia per essere intesa). Con

Marx il superamento della contraddizione equivale all’eliminazione e all’abolizione della libertà quindi

alla rivoluzione, che instaura nella storia una libertà veramente e definitivamente concreta.

Il pensiero dialettico è caratterizzato dall’enfatizzazione della contraddizione , della sua interpretazione

in chiave storica e infine dalla libertà come liberazione (filosofica o reale) dalla contraddizione. Il

pensiero dialettico è più esigente, ma anche più ottimistico dl razionalismo moderno, perché chiede alla

politica di non essere soltanto la dimensione in cui si realizza la composizione parziale o imperfetta,

attraversata dall’ estraniare morale e politica, tra libertà e ordine, ma di accogliere e di ospitare tanto di

critica radicale, (approfondire contraddizione) quanto di libertà, assoluta che storica.

Da questa finalità è facile presumere perché il pensiero dialettico è degno di critica

produce effetti di supremazia del tutto sulle parti.

 di passività politica ( e giunge ad affidare la realizzazione della libertà non all’agire umano ma

 alla necessità della storia)

la dialettica depurata dalle sue pretese assolute, può essere anche forma di autocritica della ragione che

esce dall’ottimismo del razionalismo e dell’illuminismo, e anche liberalismo e che ne mostra le

contraddizioni.

1. Fichte

Vita:

-- nasce in Sassonia nel 1762

-- studia teologia nelle Università di jena, Lipsia e Wittemberg.

-- dal 1783 fa il precettore privato

-- Nel 1791 conosce Kant

-- nel 1794 diviene professore a Jena e vi rimane sino al1799

-- Appartengono a questo periodo le opere: Dottrina della scienza, Dottrina morale, Dottrina del

diritto.

-- nel 1799 scoppia la cosiddetta polemica sull’ateismo e abbandona la cattedra

-- nel 1805 (università di Erlangen) e nel 1807 (università di Königsberg) a Berlino insegna.

-- Diviene preside di facoltà filosofica e rettore nel 1811

-- Muore nel 1814 a Berlino

<< Superamento della filosofia kantiana>> - 44 -

Secondo Fichte il tema kantiano della libertà , diviene principio e fine di un azione filosofica che

attraversa sia la rottura della rivoluzione francese, sia il rapporto con lo Stato per affermare una

positività morale realizzabile grazie allo Stato di ragione.

La ripresa e il rafforzamento dell’autonomia del soggetto e della sua libertà si traduce in una

prospettiva che vuole organizzare la politica in modo da poter superare la distinzione tra il mondo

morale dello spirito e quello empirico (della storia).

(Differenze tra Fichte e kant):

Questo dovere morale si traduce in Fichte in azione politica a differenza di kant, di

affermazione progressiva della libertà ma anche dello Stato e la nazione.

differenze di Fichte e Kant sta nel fatto che essendo comune ad entrambi l’esigenza di

Altre

rivendicare la libertà di pensiero, in Fichter (come in kant) non si valuta solo la rivoluzione

come evento storico importante ma c’è l’esigenza (a cui Kant invece si estranea) di

pensarne alla legittimità (sul carattere giuridico)

Fichter (a differenza di Kant) si rende conto dell’ineguatezza tedesca di fronte alla

rivoluzione e si impegna perché la germania realizzi e costruisca l’ultima tappa del

processo morale (l’umanità tra gli uomini) [su questo Fitcher più di Kant punta sugli intellettuali

che siano guida verso la libertà].

1.1. Rivoluzione e libertà politica

Fichte sostiene una concezione contrattualistica e antidispotica dello Stato, mostrandosi sensibile al

tema della libertà di pensiero.

Fichte critica sia l’assolutismo che la guida paternalistica connessa, rielaborando l’argomento

kantiano volto a distinguere la felicità, che l’uomo si attende da Dio, dalla protezione dei diritti esterni,

che il cittadino si aspetta dal sovrano.

Il tema della libertà di pensiero viene sviluppato in base alla distinzione tra diritti che al momento del

patto sociale sono inalienabili e diritti che sono inalienabili. Tra questi vi è la libertà di critica della

dimensione pubblica (che non viene considerata “se limitata” conflittuale nei confronti del’ordine

politico).

<<libertà delle volontà individuali>>

Il contributo è un saggio di August Wilhelm che ha lo scopo di dimostrare la legittimità della rivoluzione

dal punto di vista teorico. Questa deriva dal fatto che gli uomini dispongono del diritto inalienabile di

modificare la propria volontà, e del fatto che lo Stato è solo uno strumento per l’affermazione delle

volontà libere degli uomini. Per Renhberg ogni generazione ha avuto in eredita il quadro istituzionale

di quella passata per una sorta di linea di continuità, Fichte invece ritiene che proprio il futuro, la

dimensione del progresso, obblighi gli uomini a non considerare le condizioni immediate, opponendosi

alla legittimità del lungo tempo e, esternamente, nell’equilibrio ormai consolidato europeo.

<< Stato e libertà>>

la legittimità della rivoluzione discende da un diritto naturale – razionale che appartiene al soggetto.

Lo stato quindi è il prodotto delle volontà libere degli uomini ed è un sistema coercitivo

meramente esteriore. Il fine vero dell’umanità è realizzabile solo attraverso una libertà empirica in uno

Stato fondato sul contratto. Fichte definisce lo Stato come uno strumento per fini superiori, semplice

mezzo in vista di una società perfetta, insieme di individui liberi e ragionevoli. Per realizzare tale scopo

è necessario mobilitare chi ha una conoscenza teorica più sviluppata ovvero i dotti, che hanno

responsabilità sociali.

<<Teorie delle sfere concentriche>>

In Fichte è precoce la tensione tra esigenze di ordine e quelle di libertà. Un primo tentativo di

conciliare queste due tendenze contrastanti è dato nei Contributi, dalla distinzione di 4 cerchie

concentriche di diversa grandezza e valore decrescente dalla più esterna alla più interna: la prima più

ampia circoscrive il terreno della coscienza , (legge morale); l’ultima, la più piccola, coincide con la sfera

del contratto statale (di uno con tutti t di tutti con uno). I cerchi intermedi rappresentano i diversi

- 45 -

ambiti nei quali l’uomo è sottoposto a quella particolare specificazione fenolica della legge morale ovvero

il diritto naturale e in cui può concludere contratti, incluso quello sociale. Fichte si porta al di la del

paradigma giuridico: il diritto naturale non esiste in quanto diritto, dal momento che la sua fondazione

è di ordine essenzialmente morale.

1.2. Lo Stato e la rappresentanza

Questo è i punto più saliente della sua opera più importante: Fondamento del diritto naturale secondo i

principi della dottrina della scienza (1796). In essa la libertà morale e razionale dell’individuo, viene

posta in tesi, mentre la dimensione giuridica della coesistenza di più libertà in antitesi. L’ingresso nello

Stato è un atto necessario sebbene Fichte parli di diritti originari, egli dichiara espressamente che un

diritto naturale, non esiste realmente prima di essere garantito dallo Stato, che da forma alla libertà

naturale di tutti attraverso il ‘ riconoscimento ’ e la protezione reciproca. La politica in quanto realizza

il diritto, è lo snodo per l’affermazione della libertà e della morale : ancora una volta fichte carica lo

Stato di un compito morale, obbligandolo a giustificare come uno strumento necessario verso la libertà.

<<Rappresentanza>>

Tale obiettivo, si realizza solo se lo Stato è rappresentativo: è solo nella rappresentanza politica

in senso moderno che ciascuno può riconoscere come propria la volontà unica e razionale dello Stato. Il

potere rappresentativo delegato rappresenta il primo principio di ogni costituzione.

Da qui nasce la critica di Fichte alla forza della democrazia diretta, che è per lui l’orientamento più

insicuro, in quanto tutti esercitano lo stesso potere che dovrebbe essere alla comunità nel suo insieme.

La contraddizione che ne nasce (nella democrazia) è che la comunità è giudice e parte in causa nello

stesso tempo, cioè da un lato esercita direttamente il proprio potere , e dall’altro pretende di giudicare

in merito alla conformità al diritto nell’esercizio del proprio potere. Per impedire questo è necessario che

la comunità non sia titolare del potere di governo e non sia giudice della propria causa; ciò è possibile se

la comunità trasmette il proprio potere a un organo che autorizzato dalla comunità può legittimamente

esercitare il proprio potere su di essa. A differenza di Kant, in Fichte i tre poteri (legislativo, esecutivo e

giudiziario) non sono separati ma si concentrano nel governo in linea con l’unità del potere.

<<Controllo del potere dello Stato>>

La distinzione tra uno Stato conforme al diritto e uno contrario non dipende dalla divisione del potere di

governo dagli altri due ma da una distinzione più originaria, che implica la separazione tra l’organo

(che riassume la totalità de potere esecutivo), articolato nelle 3 funzioni, e un organo di

controllo a cui spetta in maniera esclusiva <<il diritto di sorvegliare e di giudicare come il potere venga

amministrato>>. Tale funzione deve rimanere all’intera comunità , che no può essere alienata e che

porta all’istituzione di una magistratura elettiva, gli efori, la cui funzione è giudicare i titolari del potere

di governo. L’organo esecutivo è responsabile come se fosse di fronte all’intera comunità. Gli Eufori,

eletti a suffragio universale ra gli uomini più esperti e probi, non dispongono di un diretto potere di

intervento. La loro funzione è piuttosto quella di emanare l’interdetto, cioè di sospendere la validità di

tutte le norme giuridiche. Spetta al popolo , immediatamente convocato, di decidere tra le ragioni dei

governanti e le ragioni degli efori. La parte sconfitta viene deposta e condannata all’esilio. Senza

l’appello degli eufori il popolo non può riunirsi, e non ha diritto di resistenza. Se invece insorge ed è

organizzato dagli eufori naturali allora gli viene garantito diritto di resistenza. La rivoluzione è

legittima , è una sospensione del diritto grazie all’istanza morale: cioè il perfezionamento del genere

umano.

1.2. La società e la nazione

Fichte conserva una impostazione individualistica:

da un lato, gli Eufori non hanno nulla a che fare con quelli di cui parlava Althusius, che affidava loro

il compito di difendere e rappresentare comunità organizzate in strutture civili autonome.

dall’altro, allo Stato spetta solo il compito di garantire i contratti di proprietà che i singoli stipulano

tra di loro.

<< Organizzazione della società>> - 46 -

Una società complessa comincia con il recupero dei ceti o delle corporazioni, ai quali egli

attribuisce valore morale; grazie ai ceti, l’autodeterminazione del singolo viene ad inserirsi

in un attività socialmente utile e riconosciuta. Rivalutando i ceti si registra una trasformazione

del ruolo dello Stato, che da difensore dei diritti diviene promotore di moralità ed educatore alla libertà.

Fichte all’inizio aveva preso le mosse del diritto del singolo per arrivare alla comunità e alo Stato, ora

tende ad attribuire allo Stato un vero e proprio potere di costruire a società giuridica. Il ruolo

predominante dello Stato si manifesta, sia nell’organizzazione del corpo sociale, sia nello sforzo d

raggiungere l’autosufficienza economica. In questo modo lo Stato deve organizzarsi senza contatti con

l’estero, sostituendo l’economia liberale di mercato e il commercio mondiale come un organizzazione

economica pianificata e in isolamento dagli Stati. L’intervento dello Stato nell’economia ha il compito di

sorvegliare l’intera produzione e distribuzione dei beni, nel quadro di una società in cui domina la

piccola proprietà contadina, e che è articolata per ceti. Ficher riteneva possibile una conciliazione tra

l’egoismo dei singoli e la vita in comunità.. sceglie di armonizzare i propri interesso con quelli degli

altri.. ma ci sono delle resistenze, quali l’immaturità che richiedono un azione educativa e pedagogica

dello stato sulla moralizzazione degli uomini.

Fichte tende a sottolineare il ruolo che lo Stato ha nel potere ordine nella società: non è più la libertà a

infrangere il dispotismo e spianare la strada alla virtù ma è l’intervento pedagogico dello Stato che

prepara la virtù e quindi la liberò. Il fine dello Stato è organizzare tutte le sue relazioni secondo leggi

della ragione.

<< Unità nazionale >>

La disfatta di Jean e l’occupazione della Prussia offrono a Fichte l’azione filosofica alla base del suo

pensiero politico. Fichte si rivolge direttamente al popolo tedesco per analizzare le sue caratteristiche

storiche, così da ravvivare l’orgoglio nazionale e da riguadagnare l’indipendenza e l’unità nazionale. Il

principio di nazionalità , di origine francese, fa sì che la perfezione del genere umano divenga

compito di una nazione singola, e porta la tradizione illuministica della libertà e della

ragione dal piano europeo al piano nazionale. La nazione tedesca può assumere questo compito a

causa delle sue caratteristiche contraddittorie:

da una parte è tagliata fuori dalla storia (ha una lingua incontaminata che è espressione della vita

del popolo a differenza di Italia e Francia.

dall’altra parte dee farsi erede e continuatrice della moderna ragione europea

Lo Stato nazionale tedesco è lo Stato più vicino alla natura e più lontano dalla storia, popolo primitivo

rimasto integro e puro, può così realizzare la natura più umana e più alta, vale a dire la libertà. Fichte

sembra istituire una gerarchia al cui vertice viene posto l’Eterno, ossia la libertà assoluta, che viene ad

assumere tratti sempre più religiosi, poi a nazione quale involucro dell’eterno, e infine quello dello Stato

come strumento della nazione. Spetta allo stato tedesco, il compito di realizzare “l’umanità tra gli

uomini” divenendo sale per la terra, ovvero forza trainante.

<< Missione della Germania>>

Una volta che la Germania sarà unificata, può diventare custode e garante dell’ordine

europeo. All’idea dell’ equilibrio degli Stati subentra quella 800esca dell’ordine delle nazioni: secondo

Fichte la spada della Germania costringerà le spade gli altri stati a rimanere nel fodero. La missione

tedesca è di pace e di cultura piuttosto che di dominio e egemonia, concludendosi l’impulso morale che

aveva governato l riflessione Fichteriana, che si era configurata come impeto liberatorio verso la piena

libertà. Tuttavia la libertà d’azione dell0individuo all’interno dello Stato è subentrato il problema della

libertà del singolo nel contesto dello Stato come realtà etica e storica. Si tratta di u problema che

risulterà tematizzato, nel pensiero di Hegel

2. Hegel

Vita

nasce nel 1770 si forma a Turinga,

 insegnò all’università di jena, e Heildelberg.

 1818 fu chiamato all’università di Berlino dove insegno fino alla sua morte

 - 47 -

scrisse le seguenti opere:

scritti teorici giovanili; il Sistema dell eticità; La maniere di trattare scientificamente il diritto

naturale; la filosofia dello spirito Senese e II, la Fenologia dello Spirito, la scienza della logica,

Enciclopedia delle scienza filosofiche in compendio, I lineamenti di filosofia del diritto; e una serie di

lezioni di filosofia storica, del diritto, della religione etc..

<<lo spirito>>

la riflessione hegeliana nasce dalla contraddizione irrisolta di Fichteriana. Quella fra libertà del singolo

e la libertà assoluta dell’universale , fra morale e mondo storico. La trasforma nella contraddizione tra

l’Idea e la realtà, e ne trova il superamento-comprensione nello Spirito. Lo Spirito è la Ragione ,

motore propulsivo di hegel, non è però il principio su cui costruire la politica è l’insieme

universale delle contraddizioni storico-concrete che il soggetto incontra nel lavoro, nel

rapportarsi all’oggetto ed o anche al tempo stesso il loro superamento e riconoscimento

logico-ideale. In sintesi lui pensa ad una ragione non calcolante ma è l’idea, l’origine del pensiero e

dell’azione, che si cala e si perde nel reale e che in esso si recupera, passando attraverso le

contraddizioni della storia. Questo processo produce la lettura della storia e della politica come razionali

e comprensibili non perché costruite razionalmente , quanto piuttosto elaborate storicamente dall’uomo,

che in questo incessante lavoro paga il prezzo della propria alienazione. Egli rifiuta le antitesi classiche

e moderne , perché non rendono comprensibile il reale, ingabbiato in schemi razionalistici costruiti a

priori. Contro questa astrattezza lui pensa al concetto di concretezza, intesa come il necessario

attraversamento e superamento della contraddizione.

<<Critica del diritto naturale e del Terrore>>

Politicamente ciò significa che a diff. Del razionalismo, il soggetto hegeliano è certo attore ma non più

l’origine della politica e dell’azione storica eprchè l’origine e la fine è lo Spirito.

La teoria Hegeliana nasce dalla critica della teoria del diritto naturale e della critica del Terrore.. Il

diritto naturale e il terrore sono accomunati, da Hegel, dal fatto di essere prodotti di astrattezza.

Quello che determina il fallimento sia del diritto naturale moderno sia del terrore è che

,secondo hegel, il primo non tiene conto dell’origine storica e concreta dello Stato e il

secondo che invece di realizzare la libertà di tutti forma il contrario, ovvero la morte ;

consente di uscire da una contraddizione arrivando a trovarne una più superiore di comprensione . Il

concetto di Aufheburg (letteralmente detto superamento) è in rapporto con il concetto di Erinnerung,

cioè con memoria dello spirito che nel punto più in alto di comprensione di sé si volta indietro a

contemplare il cammino logico e storico, riconoscendolo come proprio.

La contraddizione non è paralizzante o distruttiva per il reale ma bensì principio della sua

riconoscibilità a partire dal contesto sistematico in cui si manifesta, è la negazione determinata.

Dagli scritti giovanili alla <<Fenomenologia dello Spirito>>

<< Spirito del cristianesimo>>

Fin dagli scritti giovanili su cristianesimo le riflessioni Hegeliane si focalizzavano sulla polemica

condotta sul piano teologico, contro la positività di cui simbolo è la religione ebraica fondata sulla

positività della legge che annulla il singolo di fronte all’assoluto. A ciò si contrappone lo spirito del

cristianesimo innalzando il ruolo del soggetto al livello dell’assoluto.

<<Via tedesca alla rivoluzione>>

Nella costituzione della Germania Hegel afferma la necessità di un risveglio del sentimento

nazionale tedesco e la necessità per la Germania di rivendicare la propria originalità

nazionale. Nel deficit di concretezza che la Germania manifesta sta per Hegel la causa

dell’incapacità dei tedeschi di resistere all’avanzata delle truppe napoleoniche. Hegel no

rifiuta la rivoluzione francese ma evidenza un problema di dare concretezza storica nazionale al

messaggio universale di libertà che dalla rivoluzione viene. Con la costituzione della Germania Hegel

riconosce lo Stato come <<universalità fornita di potenza>, superando la riflessione razionalistica sullo

Stato inteso solo come controparte della libertà dell’individuo.

- 48 -

<< Eticità greca >>

Tratto dal Sistema dell’eticità:

parla della conflittualità moderna tra soggetto e universale, tra individuo e Stato, che Hegel risolve

attraverso il concetto di eticità , l’identità dell’individuo vivente con la totalità politica: l’idea di totalità

che emerge è un idea compatta. Il mondo che Hegel descrive è la Polis greca, in cui ogni cittadino si

riconosceva nella città, alla quale hegel ricorre per polemizzare contro l’astrattezza della libertà

borghese, del pensiero razionalistico moderno . L’eticità greca sarà definita come bella eticità ,

unità armonica e risolta in se stessa e che nel movimento della storia viene infranta dalla

<<immane potenza del negativo>> che è la soggettività cristiana e moderna.

<< Superamento del contrattualismo>>

la ricerca della totalità in cui si separano le contraddizioni del presente, non rende Hegel contrario alla

soggettività; vie è già l’esigenza concettuale che il Tutto sia attraversato e mediato dal soggetto; un

soggetto pensato in maniera diversa da come l’ha pensato il razionalismo contrattualistico. Hegel nega

la validità dello strumento del contratto: processo che dovrebbe portare la moltitudine dei

singoli a unità politica, di per se impossibile, se si rimane nell’ambito del razionalismo; il

tutto non può essere costituito dalle parti: i singoli individui si collocano già all’interno

dell’idea del tutto e agiscono grazie a questa. Hegel afferma il primato logico e storico del tutto

sulle parti, l’unitaria sovranità dello Stato, l’idea di totalità etica di popolo, radice su cui si costruisce la

vita associata in opposizione ad ogni interpretazione che ponga il contratto e la difesa del proprio diritto

naturale alla base dell’evidenza e dell’autonomia del momento politico universale.

Nella prefazione della Fenomenologia dello Spirito , Hegel individua la categoria di <<sostanza-

soggetto>> svelando il processo che ha portato il soggetto ad essere <<immane potenza del negativo>>

che attraverso la fatica del concetto, si apre allo Spirito e infine lo riconosce come origine e fine del

proprio cammino di storia.

<< il processo di riconoscimento della coscienza>>

La fenomenologia dello Spirito, presenta il processo che si compie attraverso le tappe:

della Coscienza (il sapere un Altro da sé)

 dell’Autocoscienza (i sapere se stessi)

 della Ragione (l’operare in sé)

 dello Spirito (l’operare l’opera dello Spirito)

questo processo viene descritto da Hegel con una serie di figure, appaiono quali momenti logici (ma in

parte anche storici) che mostrano il processo compiuto dalla singola coscienza la quale giunge a

sapersi come autocoscienza che vive non isolata, ma tra le altre autocoscienze, come un io

che è Noi e che agisce nel mondo e sul mondo.

Scoperta la dimensione sociale del vivere umano, nella sezione Spirito le figure attraverso cui si

manifesta possono ormai diventare le tappe del suo processo di manifestazione: e le tappe dello Spirito

coincidono con i pensiero e la storia dell’occidente, a partire dalla polis greca attraverso al codificazione

romana e il mondo dei rapporti sociali del feudalesimo per giungere alla rivoluzione francese e alla

filosofia tedesca , e permettono di riconoscere la storia come la nostra storia m la storia dello Spirito.

<< nascita della soggettività moderna>>

La sostanza –soggetto della fenomenologia è il sistema di oggetti che esistono negandosi ed entrando in

relazione con gli altri, cioè, lavorando. Attraverso le figure della lotta fra il sovrano e il signore, dello

stoicismo dello scetticismo e della coscienza infelice si manifesta la dialettica del riconoscimento, la

relazione dialettica che ha in Hegel il ruolo centrake che nel razionalismo aveva il contratto. Nella lotta

tra le due autocoscienze per il riconoscimento della legittimità del proprio desiderio a disporre del

mondo escono le due figure del signore, che lotta e che non ha paura della morte, e del servo, colui che

davanti al rischio della morte trema e si sottomette al signore e lavorando per lui. Hegel dimostra che in

realtà il vinitore non è il sognore, che esonerato dal lavoro esce in realtà della storia, ma il servo, che

attraverso il lavoro <<forma>>, entra in relazione con se stesso e con i mondo e si apre all’universale.

Con il lavoro l’uomo è libero e scopre che la realtà esterna è da lui formata. La razionalità del reale è

- 49 -

garantita non dal contratto, ma dalla durezza della lotta e del lavoro, che crea la storia umana, la

prospettiva di vera comunicazione , spere soggettivo dell’universale cioè della libertà. Tramite questo

soggetto (il suo lavoro, la sua vita reale, le sue esperienze, che lo Spirito è giunto a divenire esso stesso

oggetto.. oggetto concreto, che è passato attraverso il lavoro, la lotta, il rischio della vita .. ovvero la

perdita nel rapporto servo-signore;

Si passa dall’armonia della Grecia, passando per l’impero romano e attraverso la coscienza infelice del

cristianesimo medioevale fino all’età moderna, l’alienazione e al sofferenza diventao libertà, Ragione che

dopo smarrimenti ritrova la forza di sottomettere la storia del mondo e confrontarsi alla pari con la

religione

<<la sostanza-soggetto>>

Tale è Lo spirito che ha la forza di realizzare la riv. francese e di darle concretezza in Germania, dove la

libertà può affermarsi senza rimanere prigioniera della lotta per abbatter il vecchio mondo e le sue

istituzioni come invece è successo in Francia. In Germania grazie alla rivoluzione protestante (che ha

dato libertà interiore) , ha consentito il superamento della frattura rivoluzionaria , cioè le condizioni per

la vera libertà come comprensione filosofica della realtà, come sapere assoluto.

La <<Filosofia del diritto>>

<< forme della libertà >>

nella prefazione Hegel afferma il principio della libera personalità finita prodotta nella riflessione

romana sul diritto e della filosofa cristiana sostenendo che nella polis greca cl a liberà rimaneva

soltanto un ideale. La libertà greca è una libertà indifferenziata, alla quale si contrappone la

libertà soggetta prodotta dal mondo cristiano; questa è resa possibile dalla capacità critico-

lavorativa del soggetto (la sua sofferenza infinita) , con il lavoro moderno storicamente

identificato nel modo di produzione capitalistico. LA Filosofia del diritto nasce dalla

consapevolezza che il processo che porta all eticità moderna, si è dato con la costruzione dello Stato.

L’idea protagonista di tutte le pagine della Filosofia del diritto è quella della libertà, che si realizza

attraverso le contraddizioni del reale. Nella prima parte (diritto) la libertà è indagata in quanto

volontà strettamente libera che si dà nelle forme del diritto privato (proprietà, contratto, illecito) che

regolano però solo il rapporto fra individui in quanto persone giuridiche. Dopo il diritto Hegel pone la

Moralità luogo della volontà soggettiva individuale , che è coscienza i se e d è realmente libera.

In questa sua libertà sta al responsabilità della coscienza e dunque anche la possibilità del male,

possibilità determinata dalla libera scelta della volontà soggettiva. L’universatilità della libertà si

realizza nell’Eticità dove il soggetto raggiunge l’autocoscienza, riconoscendosi nello Stato e realizzando

l’identità della sua volontà particolare con quella universale .

Lo Stato nella autocoscienza dell’individuo ha la sua esistenza immediata, così come l’autocoscienza

attraverso la disposizione d’animo na nello Stato la sua liberà sostanziale.

<< La sede degli affetti>>

La famiglia in quanto sede degli affetti, centro amministrativo del patrimonio privato non è

divisibile tramite il principio di soggettività; è la prima radice etica dello Stato. La distinzione tra

famiglia e società è opera del lavoro , quando esce dalla casa, rompendo i rapporti con la vecchia

economia europea, gettando il soggetto nelle dinamiche della modernità economica.

<<Il mondo economico>>

La società civile è una sfera pubblica universale (molteplicità dei soggetti e dei loro

interessi); la differenziazione degli interessi provoca la scissione della società civile ,

costruendo u mondo individualità infinite dominate da concorrenza e mercato.

La società di Hegel è suddivisa in 4 momenti:

<<sistema dei bisogni>> luogo dei disordine, momento di massimo isolamento de soggetto, in cui

domina il valore dell’intellettuale.

<< amministrazione della giustizia>> in un mondo dominato dalle particolarità antagonistiche

dove ricompare l’elemento universalistico. - 50 -

<<polizia>> amministrazione interna dello Stato che riprende scienze camerali tedesche

 <<corporazione>> seconda radice etica dello Stato, prima forma di totalità completa però ancora

limitata perché totalità di interessi particolari e non ancora sostanziali

Per Hegel la società civile è universale perdita di sostanza, ma anche luogo in cui si manifesta

l’apertura de soggetto verso la realtà sovra individuale; il luogo in cui si formano nuclei di eticità

consapevoli, opera di quella che è l’ultima sfera dell’eticità, Lo stato.

<<Universalità dello Stato>>

Lo stato è per Hegel l’universale, non un insieme di particolari di società civile o lo Stato

libertà, ce per Hegel è appunto solo società civile; è universale certo di sé, consapevole della

propria origine. Questo non vuol dire che lo Stato operi la distruzione del singolo, perché anzi lo Stato

per esistere ha bisogno di passare nella contraddizione della società civile (luogo del lavoro sociale), che

porta lo stato ad essere reale e razionale.

<< Valore degli interessi particolari>>

Nella società civile ciascuno è sia fine che parte del disegno che costruisce lo Stato. La società di hegel

non si annulla nello stato, ma è al suo interno, in quanto è nella società che si manifesta il momento

della libertà soggettiva, riconoscimento del valore infinito degli individui

Hegel riconosce gli interessi particolari per l’interesse universale, del valore delle sfere

finite (chiamate Stände) a quella infinita dello Stato. Gli Stände, ceti o corporazioni, sono diverse

associazioni di interessi legati alle diverse forme di lavoro che si danno nella moderna società,

mostrando la predisposizione del particolare a riconoscesi quale universale nello Stato. Hegel ne

individua principalmente tre (di stato):

il ceto sostanziale (composto dai proprietari terrieri)

 ceto formale ( che rappresenta il mondo industriale)

 universale (composto da coloro che lavorano per i propri interessi, ma al servizio degli interessi

ceto

universali)

In questo terzo ceto vede il ruolo principale della Burocrazia, potere esecutivo, e momento di mediazione

tra governo e il popolo. Questa articolazione di ceti segna il passaggio nella sfera dello Stato. La

rappresentanza cetuale, che Hegel istituisce in due camere dedicate al potere legislativo, si differenzia

profondamente dalla rappresentanza del contrattualismo.

LA rappresentanza per Hegel è in maniera cetuale, i quali attraverso la forma della rappresentanza

acquistano ora una connessione politica.

<< Eticità dello Stato>>

Lo stato di Hegel è organizzato in monarchia costituzionale, costituito da società, libertà moderna e

distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), articolandosi in essi ma non ne è creato. In

aggiunta Hegel parla di Stato etico ovvero non è un prodotto del soggetto, ma che anzi, sa

realizzare l’unità di coscienza soggettiva e ordine oggettivo. Un'altra differenza tra Stato

hegeliano e lo stato del razionalismo modernismo moderno sta nel rapporto fra religione e politica. Per

Hobbes è di svuotamento della religione assorbita nella politica, che in Locke è di relativizzazione della

religione , come diritto privato nella politica

<< Razionalità dello Stato>>

Lo stato appare come mediazione concreta, e in ciò manifesta il suo essere razionale; una

razionalità che non si produce per contratto, ma che sta nel fatto che lo Stato da origine , che rende

possibile la civiltà complessa e contraddittoria della piena modernità, l’epoca storica in cui vie Hegel.

<< Finitezza dello Stato: l’individualità del monarca>>

Lo Stato hegeliano è un momento dello Spirito oggettivo, non dello spirito assoluto; nel sistema

hegeliano dello Spirito (articolato in soggettivo, oggettivo e assolto) , lo Stato non è un punto di arrivo

del processo dello Spirito , ma solo un momento del passaggio. La realtà pratica è il momento di

conciliazione dello Spirito con se stesso che può avvenire solo con la filosofia. Lo Stato non ha perfezione

- 51 -

in sé ma resa aperto, questo significa che accanto alla connotazione dello Stato come totalità, Hegel

vede nello stato anche la singolarità: lo Stato è sovrano incarnato nella figura del monarca,

tale per diritto di nascita , posto al vertice della costruzione statale; il sistema delle

mediazioni tra concretezza nella persona del sovrano. La decisione suprema è affidata ad un

individuo concreto, che è il momento decidente dell’intero. Hegel tramite questa manifesta il proprio

realismo estremo politico .

<<Finitezza dello Stato: il giudizio della storia>>

Lo Stato è la realtà etica dell’idea .. l’incedere di Dio nel mondo che svela la propria universalità solo nel

processo della storia da cui ottiene la propria verità, il proprio giudizio: lo Stato è un prodotto della

storia e come tale è sottoposto alle regole e giudizi della storia. A storia del mondo. Tratto dalla

filosofia della storia. È letta come la storia della libertà che segue il corso del Sole, da Oriente a

Occidente , realizzando infine lo Stato che non è l’ultima figura di questo processo.. c’è oltre i tribunale

del mondo, il fato storico, signora della vita e morte degli stati, e che e sancisce l’affermazione o la

scomparsa a seconda che siano o non siano all’altezza dello Spirito del mondo. Tale concetto significa

che non può essere l’ottimo stato e neppure la verità calata nella politica ma solo che di volta nella

storia uno Stato determinato rappresenta la consapevolezza e la realizzazione delle realizzazioni

storiche / politiche di un epoca.

<< Finitezza dello Stato della plebe>>

lo Stato hegeliano non è mai definitivamente conciliato perché in esso appaiono delle contraddizioni che

comprende e non risolve tuttavia. Una contraddizione che lo Stato incorpora ma che non supera mai e

che produce miseria che colpisce la plebe, cogliendo uno dei difetti delle dinamiche capitalistiche che si

producono in seno alla società civile. La plebe è il prodotto dei processi dell’attività industriale

di accumulazione della ricchezza, che determina la dipendenza della classe che è legata al

lavoro. Tale dipendenza non permette alla plebe di entrare nelle dinamiche di riconoscimento e di

libertà che sottostanno alla dialettica del lavoro, ma che da queste resta esclusa e di esse è perciò la

costante negazione. (questi concetti anticipano il concetto marxismo del proletariato)

Conclusioni:

(fa un punto generale della prospettiva hegeliana sui punti visti, leggere dal libro è una paginetta)

11. L’ORDINE DOPO LA RIVOLUZIONE

1. I CONTRORIVOLUZIONARI

BURKE

Vita: assente sul libro

Burke dà un giudizio negativo sulla rivoluzione francese; a suo parere è stato un evento distruttivo e

innaturale, a differenza della gloriosa rivoluzione inglese del 1608.

La rivoluzione inglese si era limitata a ripristinare una antica tradizione costituzionale, mentre quella

francese ha fatto tabula rasa del passato ed ha costruito dal nulla un nuovo ordine fondato sui principi

di una ragione astratta e priva di spessore storico.

Per Burke la vita associata degli uomini è governata non dalla ragione astratta, ma dallo

scorrere delle generazioni.

Condanna anche la pretesa dei filosofi di imporre al mondo i lumi della propria e individuale razionalità

e derivarne una politica scientifica, dimenticando gli elementi extrarazionali (affetti, istinti, abitudini)

che hanno il loro peso nella vita politica.

La scienza politica, più che deduttiva, è sperimentale, nel senso che richiede saggezza, prudenza,

osservazione, gradualità … - 52 -

L’eguaglianza morale dell’umanità non è nei diritti naturali dell’uomo, ma nella virtù dei singoli,

così come l’equilibrio sociale non scaturisce dall’opera dello stato, ma dalla naturale composizione del

dissidio tra interessi reciprocamente conflittuali.

Tra ordine naturale e ordine politico, vi è una perfetta simmetria fondata sul principio evolutivo.

Nei confronti della rivoluzione osserva che all’aspetto distruttivo, deve seguirne uno costruttivo, deve

cioè sorgere un nuovo stato più potente, perché deve realizzare nuove istituzioni perfettamente

razionali.

Per questo respinge la soppressione delle istituzioni intermedie (es. parlamenti e corporazioni). Il loro

mantenimento è utile perché sono le uniche in grado di arginare la pretesa del potere politico di

governare ogni aspetto della vita sociale e degenerare così in dispotismo.

2. LIBERALISMO E POSITIVISMO IN FRANCIA

COMTE (1798 – 1857)

Vita:

nasce a Montpellier nel 1789 poi si trasferisce a Parigi e frequenta l’encolè Polytecnique, dopo che

chiusa ritornerà a Montpellier

Ritorna a Parigi diventa segretario e collaboratore di Saint-Simon (fidanzata).

 Stende Cours de philosophia positive poi la interrompe a causa di una malattia psichica

 Muore nel 1857 a Parigi

Nella società industriale è necessaria una solidarietà che deve essere assicurata da un sistema

intellettuale simile alla religione cristiana. Il modello di riferimento è il medioevo , che era una vera

società organica. Tuttavia la riproposizione di quel sistema è improponibile, perchè corrispondeva ad

un’epoca precedente alla nascita delle scienze.

L’illuminismo ha distrutto quell’ordine e ha consentito il progresso; bisogna far in modo che il sistema

della società industriale si appoggi sulla conciliazione tra ordine e progresso che può essere

assicurata dal potere degli scienziati e degli industriali.

a) La legge dei tre stadi

Comte afferma la priorità dello sviluppo intellettuale su quello politico e pensa che l’avvento di un

nuovo sistema sociale vi sarà solo quando il sapere sarà giunto a conclusione; cioè quando tutte le

scienze avranno raggiunto uno stato positivo.

L’evoluzione delle scienze è vista evolversi attraverso tre stadi:

Stadio teologico o fittizio: passaggio dell’uomo dalla natura alla cultura; l’uomo cerca di

- dominare la natura attraverso pratiche magiche e mistiche. La società è fondata sul lavoro degli

schiavi e sulla guerra. Il governo è di tipo teocratico e militare.

Stadio metafisico: le fantasie religiose sono sostituite da entità astratte del pensiero filosofico.

- Nella società si affermano l’individualismo, l’egoismo e l’utilitarismo; la società non è più basata

sull’autorità del sovrano, ma su un astratto patto sociale che attribuisce sovranità al popolo

Stadio scientifico o positivo: sostituisce alla fantasia e al ragionamento astratto l’osservazione e

- il rispetto dei fatti.; promuovere questo stadio è compito della filosofia positiva.

b) Il sistema industriale

Anche la società industriale viene qualificata in termini di consenso, ossia nella necessità di assicurare

armonia sociale tra le diverse componenti e per assicurare di conseguenza un ordine politico.

Per risolvere l’antagonismo tra imprenditori e lavoratori è necessario un coordinamento, prima

intellettuale, poi morale, infine politico.

L’autorità intellettuale e morale del sapere legittima l’esercizio dell’autorità politica facendo prevalere

lo “spirito d’insieme”. Ma la solidarietà tra le diverse componenti sociali non deve essere tali da

ostacolare il progresso.

3. LA GERMANIA

CLAUSEWITZ (1780 – 1831)

Vita:

nasce a Berg nel 1780

 - 53 -

entra giovanissimo nell’esercito prussiano e verrà fatto prigioniero in guerra

 successivamente al suo rilascio, lascerà l’esercito e partecipa alla liberazione della Russia nel 1813;

nel 14 parteciperà alla battaglia di Waterloo.

dirigerà la scuola di guerra di Berlino

 le sue opere più importante è: Della guerra.

 muore a Breslavia nel 1831.

La sua opera più nota è “Della guerra”. Oltre all’aspetto pratico cui tende, l’esigenza di dotare la Prussia

di uno strumento militare al passo con i tempi, il suo pensiero è legato al rapporto tra guerra e

politica.

a) Teoria della guerra

Clausewitz non muove da una teoria astratta della guerra, ma dall’esperienza della guerra reale: la

guerra napoleonica. Pensa che nel passato sia stato un errore teorico considerare le guerre dell’antico

regime come separate dalla politica.

L’antico regime aveva trasformato la guerra in uno strumento puramente militare, mentre la

rivoluzione francese la fa diventare guerra del popolo, capace di mobilitare l’entusiasmo e l’energia di

una nazione contro nemici interni ed esterni.

Quindi la guerra non è più cosa a sé stante, ma è una parte del lavoro politico, nasce dalla

politica, anzi è uno dei due volti della politica.

b) Politicità della guerra

La guerra è un atto politico formato da una triade: popolo, condottiero, governo.

Clausewitz interpreta la guerra assoluta di Napoleone proprio nel suo stretto rapporto con la politica: è

il modello cui egli si ispira (proveniente dalla rivoluzione francese) che è capace di servirsi attivamente

delle enormi energie politico-militari della guerra di popolo, che fa comprendere lo stretto legame tra

guerra e politica.

L’obiettivo pratico di Cluasewitz è quello di spingere a organizzare un esercito di popolo per liberare la

Prussia dall’invasore francese.

4. INGHILTERRA

4.1. BENTHAM (1748 – 1832)

Vita:

nasce a Londra nel 1748

 studia ad Oxford e legge all’Lincoln’s Inn

 si dedicherà dopo legge a iniziative di riforma filosofiche

 soggiornerà in Russia e diventerà cittadino onorario francese.

 nel 1819 sostiene iil movimento per la riorma parlamentare e nel 1823 fonda la Westmister Review

che diviene organo dell’ordine pubblico radicale.

le sue opere principali sono: Il frammento sul governo, l’introduzione ai principi della morale e della

legislazione, i Sofismi anarchici, il codice costituzionale.

4.1.1. Critica ai diritti naturali: il radicalismo

Nei confronti della rivoluzione francese assume un atteggiamento critico, dimostrandosi contrario alla

teoria del patto sociale e alla dottrina dei diritti dell’uomo.

L’ipotesi di un patto originario è puramente astratta e, comunque, smentita dalla storia.

Con il suo radicalismo riformista vuole opporre alla rivoluzione un progetto coerente di politica

razionale, con metodo sperimentale (il riferimento è Newton) in modo da mettere al bando il linguaggio

emotivo e retorico dei diritti naturali

Per lui l’espressione “diritti naturali” viene considerata come un sofisma anarchico, un non-senso.

Un diritto è tale solo in funzione dell’utilità sociale. Di conseguenza non esiste nessun diritto che

non possa essere soppresso, se da questa soppressione deriva un’utilità sociale.

Altra conseguenza è che ogni dichiarazione dei diritti naturali è illegittima, perché vincola la

volontà popolare a principi immutabili, mentre un coerente progetto di riforma richiede solo una

- 54 -

logica utilitaristica, che faccia riferimento a elementi concreti come i bisogni degli individui e la

ricerca della loro felicità.

4.1.2. Il principio dell’utile

Una politica razionale deve essere fondata su un’osservazione realistica della natura umana. La

vita umana è fatta di piaceri e di dolori che sono grandezze omogenee e comparabili e misurabili

mediante un calcolo edonistico basato su dei parametri.

Solo argomentando in termini di utilità, in base al principio etico che impone la massima felicità come

benessere, cioè come soddisfacimento dei piaceri e sicurezza contro i dolori, si può individuare un

presupposto oggettivo e imparziale per legiferare.

La ricerca della felicità è infatti un fine condiviso tanto dall’agire dell’individuo quanto del

governo. In base a questo è possibile introdurre una legislazione che esprima una sovranità popolare e

che corrisponda al principio di utilità come fondamento dell’ordine e della sicurezza sociali.

4.1.3. La democrazia rappresentativa

Si tratta ora di decidere quale sia la forma di governo che meglio si presta a raggiungere il fine dell’utile

comune.

La sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso i suoi rappresentanti: la democrazia deve

quindi essere rappresentativa e a suffragio universale. Il suffragio universale è giustificato con il

principio che riconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini nei confronti della felicità: quindi è legittimo in

base al principio dell’utilità generale e non alla dottrina dei diritti naturali.

Sia il potere legislativo che quello esecutivo devono rispondere al potere costitutivo supremo: “il corpo

elettorale”

4.1.4. Indivisibilità del potere

Bentham non accoglie però la divisione dei poteri. Per lui il potere è indivisibile, in quanto l’esecutivo e

il giudiziario hanno solo il compito di attuare quanto stabilito dalla legge, ed ogni loro pretesa di

autonomia rispetto al legislativo è un errore di origine anarchica.

Allo stesso tempo non dimostra simpatia per le autonomie locali, che dovrebbero contrastare l’egemonia

del potere centrale

4.1.5. Radicalismo giuridico

Lo stesso modo di pensare lo troviamo in campo giuridico. Anche qui l’utilità è la sola

considerazione possibile.

La proprietà

In ambito sociale l’utilità necessita di quella sicurezza che è garantita unicamente dalla proprietà;

tuttavia poiché la distribuzione dei beni è spesso arbitraria, lo stato può procedere ad una

ridistribuzione per ristabilire l’equilibrio tra sicurezza sociale e utilità individuale.

Il diritto penale

Ogni delitto comporta una punizione. Anche qui vige il principio utilitaristico: la pena deve superare in

misura minima l’utile che il colpevole ha tratto commettendo il delitto

4.1.6. L’economia: lo stato minimo

In campo economico Bentham non è così radicale. Sostiene che il libero mercato sia il presupposto

fondamentale per il raggiungimento del benessere collettivo. Il liberismo in campo economico è

l’attuazione del concetto di armonia spontanea. Ogni minaccia alla sicurezza della proprietà o alla

società di mercato è una minaccia alla realizzazione del bene pubblico.

4.2. MILL (1773 – 1836)

Vita:

nasce nel 1773 in Scozia

 Studia teologia e rinuncia poi alla cariera ecclesiastica per trasferirsi a Londra, dando inizio ad

atività pubblicistiche radicali

negli ultimi anni si dedica a studi filosofici

 pubblicherà insieme a Benham la Westmister review.

 Muore a Londra nel 1836.

 - 55 -

4.2.1. Interesse individuale e interesse collettivo

Mill cerca di applicare al governo i principi di Bentham. Propone di modificare il sistema di

rappresentanza alla camera dei Comuni per avere una rappresentanza più ampia. Questo ampliamento

non fa appello

- né a concezioni astratte (dichiarazione dei diritti),

- né a concezioni generali (separazione dei poteri),

- né al principio della rappresentanza degli interessi

ma deve essere visto nella prospettiva di equilibrare l’interesse individuale con l’interesse collettivo.

La migliore forma di governo è la democrazia rappresentativa, che per evitare il dualismo tra elettori ed

eletti, deve prevedere un mandato breve

4.2.2. Estensione del diritto di voto

L’educazione politica dei cittadini richiede una progressiva estensione del diritto di suffragio che

tuttavia ha delle restrizioni: l’età (bisogna avere 40 anni) le donne (sono escluse), il censo (ci vuole

proprietà e reddito).

La riforma auspicata da Mill venne realizzata nel 1832 e venne considerata una seconda Magna Charta,

nonostante il diritto di voto fosse esteso solo al 5% della popolazione.

11. SOCIETA’ E NAZIONE

LA QUESTIONE SOCIALE

Proletari e Borghesi

- Luis Blanc la rivolta proletaria di Lione (1832) è una dimostrazione sanguinosa dei vizi

dell’industrialismo

- Proletario: “colui che possiede solo la prole” (definizione antica) “professione di milioni di francesi

che vivono del proprio lavoro e non hanno diritti” (Blanqui, 1832)

- Borghesi: “privilegiati che vivono alle spalle dei proletari” (Blanqui)

- Hegel: la plebe è il margine oscuro e minaccioso della società borghese

- Tra il 1830 ed il 1848 emerge la questione sociale diversa dalle precedenti manifestazioni

 

non bastano carità, assistenzialismo e repressione per risolverla

- Finalmente la società si accorge che la povertà affligge milioni di persone in Europa, e queste

persone sostengono economicamente l’industrialismo

- Le classi agiate temono che i lavoratori più poveri minaccino l’ordine pubblico

- Proposte di riforma economico-sociale

Una proposta di riforma sociale

Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi

- Il sistema industriale è portato per natura al disequilibrio

- Critica le tendenze economiche che allargano lo stacco tra ricchi e poveri

- Il potere sociale ed il legislatore devono temperare le differenze (senza eliminarle) per permettere a

tutti di godere dei benefici della nuova organizzazione sociale

Socialismo Utopistico

- Critica alle crescenti disuguaglianze sociali intrinseca allo sviluppo del capitalismo

- Fiducia in una riorganizzazione sociale razionale e scientifica che avrebbe consentito di realizzare

ideali di giustizia senza rivoluzioni

- Intorno al 1835 Cartismo (miglioramento delle condizioni di vita proletarie + suffragio

universale)

- R. Owen, 1800 circa capitano d’industria che riforma la sua fabbrica, ma quando tenta di

riapplicare tale schema sociale di ispirazione socialista su ampia scala (negli U.S.A.) fallisce

miseramente

Partecipa allo sviluppo del movimento sindacale inglese

o Il libro della nuova morale

o Il carattere dell’uomo è un prodotto sociale

 Tono pedagogico illuminista

 - 56 -

Importanza agli esperimenti sociali capaci di mostrare esempi di società alternative

 a quella esistente (base: interesse della comunità > interesse del singolo)

François Noël Babeuf (seconda metà del ‘700) pone le basi per la rivolta sanculotta dottrina

- organizzativa e industrialista (Saint-Simon, Enfantin)

Charles Fourier (a cavallo tra XIII e XIX secolo)

- Non ha molta fiducia nella lotta di classe

o Simile a Owen, preferisce i modelli proposti da ricchi filantropi

o Accusa il capitalismo di ridurre in schiavitù l’operaio e promuovere attività parassitarie

o (operazioni finanziarie e speculative)

Concezione della Storia: il periodo in cui ha vissuto è un passaggio intermedio tra Eden e

o Armonia futura

Piccole comunità produttive (falangi)

 Raccolte in falansteri

 Libero amore

Il progetto di riforma del sistema capitalistico

P. J. Proudhon meno idealizzato e visionario, più realistico, sebbene faccia ricorso comunque a idee

di esperimenti sociali.

Pamphlet: Che cos’è la proprietà? la proprietà è un furto

- Concezione mutualistica e cooperativa dell’ordine sociale

- Critica ad ogni tipo di centralizzazione oscilla tra federalismo e anarchia

- Critica i capisaldi del capitalismo

- Criticato aspramente da Marx

- L’operaio ha un diritto naturale di proprietà su ciò che produce

- Fiducia in un’organizzazione superiore e scientifica della società contrapposizione (1846) ad

- abitudine della politica economica ed alle utopie rivoluzionarie

I difetti del capitalismo sono causati dal denaro, dalla sua circolazione e dai capitali

- Propone una “Banca Popolare” per il credito senza interessi di buoni acquisto, senza moneta

o effettiva

Tra riforma e insurrezione

L. Blanc

- Dicotomia nel sistema socialista francese: possibile soluzione in Organizzazione del lavoro

Limitare la concorrenza capitalistica con “opifici sociali” diretti dallo Stato

- Riforma pacifica

-

L. Blanqui

Linea ideale di continuità con la “Congiura degli Uguali” di Babeuf e F. Buonarroti

- La rivoluzione comunista deve essere insurrezionale e con elementi dittatoriali

-

Germania

Circa 1830 – 1840: due filoni di pensiero politico liberale

- F. C. Dahlmann

Filone “tedesco – settentrionale”

o Impronta storicistica

o La politica è fondata su un ceto medio largamente diffuso ed omogeneo, capace di unificare

o la società e di attuare un progresso moderato con la mediazione dell’opinione pubblica

K. Rottech

- Filone “tedesco – meridionale”

o Impronta razionalistica e giusnaturalistica 1

o In collaborazione con K. T. Welcker stende una Staatlexikon (enciclopedia politica della

o borghesia liberale tedesca prima del 1848)

Individualismo: società = somma degli spazi di libertà dei singoli

o

Idee comuni ai due filoni

- Società come spazio libero da rilevanti scissioni

o

1 Giustizia naturale - 57 -


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Menzo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggi audiovisivi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Gervasini Mauro.

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