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Storia della cultura contemporanea

Per "cultura" intenderemo sia quella alta, sia quella definita "di massa".

  • Riflessioni culturali degli intellettuali
  • Industria e consumi culturali
  • Mezzi di comunicazione attraverso cui si diffonde la cultura
  • Politiche culturali (censura e propaganda)
  • Protagonisti del sistema culturale: chi lo alimenta con la propria riflessione (intellettuali), chi con la sua creatività (artisti), chi diffonde la cultura (operatori culturali), chi controlla, sostiene e organizza la cultura (Stati, governi, partiti, istituzioni), chi ne usufruisce (il pubblico).

La fisionomia di un sistema culturale dipende da fattori generali:

  • Livello di alfabetizzazione, istruzione
  • Andamento economico mondiale e particolare, che influisce sui consumi e quindi sui sistemi
  • Il regime politico e gli equilibri all'interno del sistema politico (a prescindere da dittature o democrazie)
  • Traumi bellici
  • Evoluzione della riflessione filosofica e della ricerca nei piani alti del sapere (echi su piani intermedi e su piani più bassi del sistema culturale)
  • Evoluzione tecnologica

La temperie culturale tra 1800 e 1900

Intorno agli anni '80 del 1800 iniziò a manifestarsi in Europa una lenta e profonda evoluzione della fisionomia del mondo culturale e delle sue articolazioni. L'elemento più clamoroso fu la crisi del positivismo, il sistema filosofico e culturale unificante e prevalente. Emerse una nuova sensibilità, articolata in diverse correnti filosofiche, il cui tratto comune era la critica delle certezze e dell'ottimismo tipico del positivismo, che si basava invece sulla speranza nell'uso della razionalità umana per decifrare il mondo.

Vennero messi in discussione i presupposti e le basi del positivismo, che invece cercava di evolversi e di rispondere alle nuove suggestioni. Non nacque sulle sue ceneri un solo movimento unitario, ma molti diversi, ed è la prima volta nella storia dell'Europa. Il tratto comune a queste correnti era la pars destruens, cioè il rifiuto dello scientismo, del primato della ragione, del connubio tra scienza e esistenza; tutte nacquero come superamento della petizione razionalista.

  • Correnti irrazionaliste
  • Vitalismo
  • Pragmatismo
  • Spiritualismo
  • Psicologismo

Emergevano quindi motivi irrazionalistici, o nuovi e più complessi razionalismi. Per quanto riguarda il razionalismo più complesso, ricordiamo la teoria della relatività di Einstein, che segnò il passaggio dall'universo delle certezze galileiano e newtoniano, all'universo del probabile. Questo passaggio razionalistico è ancora più forte: superava le teorie e i metodi di Galileo e Newton, ribadendo sempre la ragione e storicizzando i postulati e i principi.

Nello stesso periodo fu rilevante la nascita della psicanalisi, con L'interpretazione dei sogni di Freud, testo architrave della cultura del 1900. Anche le teorie di Freud sono basate sulla razionalità, sono formulate sulla base dell'osservazione scientifica e applicate all'ambito filosofico-culturale. Freud rivoluzionò il modo di guardare dentro di noi, presupponendo l'esistenza di un inconscio che prescinde dall'identità socio-culturale e dalla vita sociale, cose che fino a quel momento coincidevano con l'identità personale e con la vita interiore.

Irrazionalismo

Le teorie irrazionaliste si dividono in due filoni:

  • Irrazionalismo metodologico o gnoseologico: correnti filosofiche che rinnegano il valore della ragione umana nel decifrare il mondo, cioè il suo valore ermeneutico. La ragione umana è incapace di conoscere la verità, ma si ferma alla superficie. Bisogna quindi trovare altri strumenti oltre la ragione per afferrare il senso della realtà. Un esempio è Bergson, secondo cui è l'intuizione lo strumento per cogliere la realtà (intuizionismo). Un'altra di queste correnti è il pragmatismo, che si ramifica in tanti filoni, secondo cui l'azione è il criterio ultimo di verità (Dewey).
  • Irrazionalismo metafisico o assoluto: dottrine che insistono sul carattere indecifrabile della realtà, sulla sua insensatezza. Il precursore di questa tendenza è Schopenhauer, secondo il quale la natura, la storia e l'uomo sono retti da una cieca volontà che tormenta tutte le creature e le scatena in un enorme conflitto insensato. È una tendenza basata su un forte pessimismo cosmico. L'erede di Schopenhauer sarà alla fine del 1800 Nietzsche, che denuncia la crisi di valore della civiltà occidentale. Altri eredi saranno i filosofi dell'intuizione del mondo (Simmel) o i filosofi dell'esistenzialismo laico o religioso (Heidegger, Sartre, K. Barthes).

I tratti comuni a tutte queste tendenze sono l'angoscia dell'uomo e il naufragio dell'esistenza, l'essere è irrazionale o a-razionale. Ebbero un influsso anche sul piano politico, attraverso teorie sociologiche.

Teoria del tramonto dell'Occidente

Il tratto comune della cultura europea tra 1800 e 1900 era l'inquietudine e il pessimismo sulle sorti dell'uomo nel mondo: niente riusciva a stemperare questo clima, nemmeno la grande rivoluzione tecnologica e scientifica, che secondo alcuni stava invece all'origine di quest'inquietudine.

Per rispondere a questo clima vennero elaborate due teorie: la teoria del tramonto dell'Occidente e alcune teorie elitiste, tra loro legate.

Il primo studioso del tema della decadenza fu Ferrero: con la sua opera monumentale sulla decadenza dell'Impero Romano tracciò il sentiero dello studio delle civiltà, applicando la sua teoria all'Europa. La ragione della decadenza dell'Europa era vista nel passaggio da una civiltà qualitativa ad una quantitativa.

Queste teorie si diffusero anche a Vienna a inizio secolo, quando la fine dell'Impero asburgico coincise con il grande fermento culturale. Nacquero circoli artistici basati sul principio della decadenza, tra questi quello di Karl Krauss, scrittore satirico che profeticamente nel 1914 affermò che "l'impero asburgico era nient'altro che un laboratorio sperimentale della fine del mondo". La sua satira continuò in Gli ultimi giorni dell'umanità, scritto tra 1915 e 1917: un dramma di 800 pagine che prende di mira la classe dirigente e la monarchia asburgica, costruito su una visione apocalittica del mondo, che deriva dalla carica autodistruttiva dell'uomo. È un'accusa etica all'ordine morale del mondo.

Un'altra voce importante fu quella di Spengler, che nel 1918 pubblicò Il tramonto dell'Occidente, opera che ebbe un enorme influsso su Mussolini: l'idea era che le civiltà fossero come corpi e che ognuna avesse un carattere peculiare che doveva essere mantenuto. Per esempio, la civiltà classica aveva un carattere apollineo, fondato cioè su un equilibrio armonico e stabile; quella occidentale invece aveva un carattere faustiano: l'uomo faustiano è sempre alla ricerca, è una civiltà basata sulla trasformazione continua.

Secondo Spengler ogni civiltà è chiusa in sé stessa e per preservarsi il più a lungo possibile non dovrebbe contaminarsi con le altre, mantenendo i propri caratteri autoctoni. Ogni civiltà muore: quella europea aveva avuto un grande momento (che coincide con la Kultur tedesca) per poi irrigidirsi nella fase di civilizzazione e corruzione da parte del denaro, con il prevalere della quantità sullo spirito. L'ultimo atto di una civiltà è l'arrivo di barbari che segnano l'inizio di un'altra civiltà. Questo "percorso ineluttabile" si rifaceva a un determinismo di fondo. La visione di Spengler era antimoderna e anti illuministica, intimamente razzista, e darà vita ad un irrazionalismo conservatore, che coinciderà solo in parte con il nazismo.

Teorie elitiste

Gli ideali di un élite, di una avanguardia che guidi l'umanità verso un futuro migliore hanno svolto un ruolo fondamentale in molte teorie elaborate nel corso dell'Ottocento.

Tuttavia occorre distinguere le dottrine ideologiche (come marxismo e liberalismo), che teorizzavano la presenza di una élite come uno strumento di un progetto politico, dalle teorie elitiste, che invece erano incentrate sul concetto di élite, strutturanti e necessarie alla società umana a prescindere dai progetti di società futura.

Questo tipo di teoria è proprio degli ultimi anni del 1800 e degli inizi del 1900. Queste teorie ipotizzavano l'esistenza di élite politiche o tecnocrate, di élite guerriere, oppure di una leadership derivata dall'eroe romantico, cioè l'élite di poeti. Non c'era disegno in queste teorie, era una visione statica di queste élite.

  • Élite di politici e tecnocrati: il primo a elaborare una teoria del genere fu Mosca nel 1896 (crisi di fine secolo in Italia) quando pubblicò Elementi di scienza politica, con cui per la prima volta venne elaborata una teoria dell'élite: essa si basava sul fatto che in tutte le società esistesse una classe di governanti e una di governati, una comanda e una obbedisce.
  • Nel suo trattato guardava in particolare alla classe dei governanti, considerandola il fulcro della società, al cui interno si poteva distinguere una componente politica, una economica e una culturale, intrecciate tra loro. Saltavano le forme classiche di governo, e poiché tutte le società sono in realtà oligarchie, la democrazia è un'utopia. Un altro teorico italiano fu Pareto, che pubblicò la sua opera Trattato di sociologia generale nel 1916. Questa rifletteva sull'essenza dell'uomo, ritenendo che fosse un essere fondamentalmente irrazionale, ma con un comportamento razionale (la componente apparente).
  • Da qui derivava la distinzione tra derivazioni (comportamenti, le razionalizzazioni che cambiano nel tempo e nelle forme della società) e residui (essenze, elementi irrazionali costanti, sempre presenti nell'uomo). Esempio: il sentimento religioso è un residuo e deriva dal bisogno di chiedere conforto a una divinità di fronte alla morte; le derivazioni sono le forme secolari di religioni, attraverso le quali i residui si razionalizzano e diventano comportamenti.
  • La sua teoria dell'élite si basava sul fatto che ogni società fosse divisa tra un gruppo di più dotati e uno di meno dotati. Le élite coincidevano con i detentori del potere ed erano necessarie in ogni società per governare la natura irrazionale dell'uomo. Il loro compito era fare perno sui residui dell'uomo e tradurli in razionalizzazioni. Esempio: la paura di non essere difesi: l'élite doveva ovviare a questa paura attraverso il mantenimento dell'ordine pubblico.
  • In questo disegno erano importanti gli strumenti con cui queste élite governavano i dominati irrazionali. Le élite spesso non potevano ricorrere solo alle argomentazioni razionali, ma necessitavano di strumenti non razionali, come la forza o la propaganda (per suggestionare e convincere; la politica è razionale, la propaganda è irrazionale).
  • Pareto riteneva però che le élite si succedessero: "la storia è il cimitero delle aristocrazie". Le élite si sostituivano perché sollecitate continuamente da due fenomeni dinamici tra loro legati: l'accumulazione di individui inferiori all'interno dell'aristocrazia e quella di individui superiori nei dominati. Il ricambio poteva avvenire attraverso una rivoluzione o tramite elezioni. Queste teorie hanno in comune la critica radicale al concetto di democrazia: erano impregnate dal punto di vista ideologico, e si basavano sulla convinzione che la massa non potesse autogovernarsi.
  • Élite di guerrieri: teorie elaborate nel corso e a seguito della Prima Guerra Mondiale nella Germania sconfitta e caotica della Repubblica di Weimar. Queste teorie si svincolarono dalle strutture teoriche sociologiche delle teorie di Mosca e Pareto, verso un piano più radicale. Tra gli autori Junger, un poeta che nel 1919 diede alle stampe un diario di guerra col titolo Tuono d'acciaio. In quest'opera troviamo la teoria volgarizzata di una nuova concezione del potere, sempre caratterizzata dal ruolo centrale di un'élite, ma guerriera in quanto minoranza ebbra di violenza e guerra.
  • Questa ebbrezza del potere e della violenza poggiava sugli istinti primitivi dell'uomo, che sono la ragione di vita di questa élite. Nell'esperienza della guerra si vedeva l'inizio di una nuova era che avrebbe reso protagonista questa minoranza, liberata dalle ipocrisie della società borghese. In questa opera Junger si sofferma sulle truppe d'assalto, il cui coraggio è descritto come qualcosa di piacevole.
  • L'autore polemizzava contro i vecchi valori borghesi in nome di una vita avventurosa, caratterizzata dalla caccia al potere e dalla violenza. Junger ipotizzava l'idea di una guerra senza fine come filosofia dell'esistenza, da cui sarebbe emerso l'uomo nuovo: una razza nuova, forte e astuta, l'élite del nuovo mondo. Venne data importanza alla tecnologia e alla macchina che, secondo Junger, erano strumenti del potere.
  • Secondo l'autore inoltre non esistevano progetti di società future, né ideali, né ideologie (pessimismo cosmico). Ebbe grande successo in Germania, soprattutto grazie al suo modo di scrivere affascinante e al fatto che queste teorie non fossero scientifiche, pertanto la sua opera circolò e fu letta dai giovani usciti dalle trincee, delusi dalla sconfitta.
  • Junger offriva un'interpretazione possibile della catastrofe della guerra. Influenzò una grande quantità di artisti, portandoli a ragionare sul legame tra potere e tecnologia (cinema della repubblica di Weimar, il motivo di Frankenstein e del mostro, "Il testamento del dottor Mabuse", il mostro della tecnologia che sfugge al controllo dell'uomo e che può essere controllata solo dall'élite).
  • L'altro pensatore che ragionò sulle élite di guerrieri è Spengler, che nel 1919 pubblicò Prussianesimo e socialismo, in cui si concentrava sul tema dell'élite guerriera. Ipotizzò la necessità di una élite neo barbarica che potesse procrastinare la fine della Germania e dell'Occidente, ispirandosi alla tradizione militare prussiana e a Federico Il Grande.
  • Quest'opera ebbe fortuna anche tra le élite conservatrici tedesche durante la Repubblica di Weimar.
  • Élite di intellettuali e di poeti: teorie elaborate in Germania e in Italia, basate sulla sintesi tra estetica e politica. Tra gli autori, George sosteneva che il poeta fosse la forza rigenerativa all'interno delle società, partendo dall'affermazione della natura irrazionale dell'uomo, ma sostenendo che questa irrazionalità si manifestasse anche nell'istinto poetico.
  • Il poeta è il vate intuitivo, dalla cui penna scorre la verità più intima dell'essenza umana, una verità che eleva l'umanità, sofferente e caotica, verso le vette di una comprensione del mondo più profonda. George si circondò di intellettuali fondando un circolo autoproclamatosi "la nuova élite", grazie alla loro capacità di "padroneggiare il bello".
  • Prima della guerra, George e il circolo avevano profetizzato una grande catastrofe che avrebbe distrutto l'ordine esistente, da cui sarebbe emersa una nuova umanità guidata dagli esteti verso la bellezza: erano concezioni intrise di misticismo. I discepoli del circolo erano giovani uomini, dotati di bellezza fisica (specchio di quella dell'anima) e intellettuali, che dovevano prestare giuramento di obbedienza a George, modellando la loro esistenza su quella del maestro, con cui condividevano la fiducia in una Germania segreta e la critica ai capisaldi della civiltà borghese e socialista.
  • Non c'era un progetto politico e ideologico (intellettuali apolitici), tuttavia queste riflessioni contenevano elementi politicamente e ideologicamente pericolosi, tra cui il concetto del capo, misticismo, corrispondenza tra natura interiore e natura esteriore dell'uomo, corrispondenza tra buono e bello.
  • Esperienza analoga è quella di D'Annunzio in Italia, che alimentò il mito del poeta vate e il culto della bellezza, anche se meno radicalmente. La sua influenza fu decisiva negli anni '10, con la sua retorica e i suoi slogan, soprattutto per l'impresa di Fiume. Come figura politica attiva divenne maestro nell'uso di simboli, miti e retorica, di cui si nutrì il lessico nazionalista.
  • Sostenne l'idea elitaria del poeta intellettuale, in chiave reazionaria e antidemocratica.

Sviluppi artistico-letterari tra 1800 e 1900

Arte, letteratura e musica risentirono profondamente di queste elaborazioni filosofiche. Il primo grande movimento che ne risentì fu il decadentismo, i cui temi fondamentali erano il declino, la crisi, la corruzione, il piacere e l'affermazione di nuove sensibilità estetiche. Per primo rivelò il carattere disgregante delle spinte che muovevano la crisi del tempo: la dissoluzione delle forme, la rottura dei parametri estetici già consolidati e la rinuncia ai canoni classici, la ricerca traumatica di nuovi canoni.

Dal decadentismo in poi si susseguirono numerose avanguardie che si espressero in tutti i campi artistici. Tratto comune è l'abbandono delle forme armoniche, oggi considerate archetipiche, in favore di nuove forme di espressione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinafod di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della cultura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Piazzoni Irene.
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