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Il periodo arcaico: 240 a.C. - 78 a.C.

Il contesto storico

Il periodo arcaico della letteratura latina comprende convenzionalmente l'intervallo di tempo che va dal 240 a.C., anno della rappresentazione del primo dramma teatrale della latinità a opera di Livio Andronico, fino alla morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C. Tale lasso temporale vide Roma impegnata nelle guerre puniche contro Cartagine, la più ricca città dell'Africa, baluardo del Mediterraneo, espugnata da Scipione l'Emiliano nel 146 a.C.

Roma aveva ormai ottenuto il controllo della penisola italica, eccezion fatta per la Sardegna, la Corsica e la Sicilia occidentale, che erano ancora sotto il controllo dei cartaginesi. Fino a quel momento Roma e Cartagine non si erano mai scontrate e avevano più volte rinnovato dei trattati di alleanza che definivano le rispettive zone di influenza; questo stato di cose, però, cambiò quando Roma iniziò a pensare di estendere la sua influenza anche sulla Sicilia, che rappresentava il principale e più vicino "granaio" da cui essa si poteva rifornire in caso di necessità.

L'occasione di intervenire negli affari siciliani fu data ai Romani dalla richiesta di aiuto fatta dai Mamertini, che erano stati posti sotto assedio dai siracusani; i cartaginesi, infatti, interpretarono questo intervento come una violazione dei trattati esistenti e dichiararono guerra a Roma, dando inizio alla prima guerra punica. Dopo quasi venticinque anni di conflitto, Roma ottenne una vittoria navale nel 241 a.C. presso le isole Egadi, sottomettendo la Sicilia e costringendo Cartagine alla resa.

Nel 219 a.C. Annibale attaccò la città spagnola di Sagunto, alleata di Roma, dando avvio alla seconda guerra punica; poi, attraverso le Alpi, egli dilagò nella Pianura Padana, percorrendo l'Italia fino al Sud e vincendo nel 216 a.C. le truppe romane di Lucio Emilio Paolo nella battaglia di Canne in Puglia. Nonostante le gravi sconfitte, Roma riuscì a risollevarsi, riprendendo il controllo della Spagna con Publio Cornelio Scipione, il quale invase l'Africa sconfiggendo nel 202 Annibale a Zama (cosa che gli valse il soprannome di "Africano").

Nel 149 a.C. riprese la terza guerra punica contro Cartagine, che nel 146 venne espugnata e rasa al suolo da Scipione l'Emiliano, figlio dell'Africano.

Seppure alla fine vincitrice, Roma pagò a caro prezzo il lungo conflitto contro Annibale. I Romani vissero per anni nell'incubo di una guerra interminabile e lo sforzo bellico era stato pesantissimo, sia sul piano economico che su quello civile: per anni, infatti, intere regioni italiche furono saccheggiate e devastate dalle continue operazioni militari, con danni enormi ad agricoltura e commerci, e tutto ciò senza contare il grosso bilancio in termini di vite umane (negli anni di guerra morirono circa 300.000 italici su una popolazione che era di soli 4 milioni di abitanti).

Tuttavia, nonostante i gravi sacrifici sopportati, le guerre puniche rappresentarono una svolta decisiva, innanzitutto in termini di espansione territoriale poiché al termine della guerra Roma prese il controllo di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo, e poi anche in termini culturali, poiché il conflitto diede un ulteriore slancio allo sviluppo di creazioni letterarie filoelleniche.

Il clima culturale

Entrati in contatto con il mondo greco, i Romani ne restarono profondamente affascinati: opere d'arte e intere biblioteche vennero portate a Roma come bottino di guerra, promuovendo, soprattutto nella classe nobiliare, un desiderio di vita piacevole, di cultura e di raffinata educazione. Nelle solennità private e nelle feste pubbliche si illustravano le gesta dei condottieri romani e i trofei da loro conquistati, affinché venissero conosciuti da tutti. Ecco che dunque si andò a creare uno spazio specifico per precettori domestici, prigionieri di guerra eruditi, compilatori di cronache militari e scrittori di poemi celebrativi: furono proprio questi ultimi i padri della letteratura latina, e in particolare Livio Andronico, Nevio ed Ennio.

Una più decisa assunzione dei modelli letterari e del sistema di vita greco si ebbe, però, a metà del II secolo a.C. con il cosiddetto circolo degli Scipioni: si trattava di un gruppo di uomini colti riuniti attorno alla figura di Scipione l'Emiliano; essi scelsero di assumere come fondamento della propria visione spirituale e politica la cultura letteraria e filosofica dei Greci, attuando una sintesi che unisse la cultura greca ai valori tradizionali italici. Tale posizione, però, trovò dei convinti detrattori, come per esempio Catone il Censore, i quali propugnavano una rigida difesa del mos maiorum ("tradizione degli avi") contro il diffondersi del gusto filoellenico che, secondo il loro parere, minava l'integrità morale dei Romani.

Il poema epico

Intesa come racconto poetico delle azioni gloriose degli antichi eroi, l'epica nacque in Grecia nel XII secolo a.C. come produzione orale a opera di cantori ispirati dalla divinità (aedi), i quali si esibivano in spazi aperti, come prati o piazze; essa ricevette una redazione definitiva solo intorno all'VIII secolo a.C. con l'Iliade e l'Odissea di Omero.

Nel mondo romano, invece, fin dalle origini l'epica era stato un genere letterario destinato alla lettura, fortemente influenzato dai modelli greci, ai quali tende ad adeguarsi nelle forme e nell'uso dell'esametro; l'epica romana è comunque portatrice di una grande carica ideale: la missione storica del popolo romano che si realizza nelle gesta e nei sacrifici dei suoi eroi. Essa sembra dovere la sua origine all'esperienza di un ritorno all'ordine dopo il superamento di grandi conflitti; quello che la anima è uno spirito celebrativo, nel duplice senso di chi, guardando al passato, celebra la vittoria appena ottenuta e contemporaneamente di chi, rivolto al futuro, celebra l'aprirsi di una nuova epoca. Si tratta dunque di un'epica di tipo storico, che ha come oggetto la storia romana recente e contemporanea, senza tuttavia rinunciare al mito, che continua a essere evocato per inserire le vicende attuali in origini lontane.

Gli autori di età arcaica che operarono nel genere epico furono Livio Andronico, Nevio ed Ennio. In particolare:

Livio Andronico

Nato da una famiglia greca di Taranto, Livio Andronico venne condotto a Roma come prigioniero di guerra dopo la vittoria dei Romani sui Tarantini nel 272 a.C.; divenuto schiavo di un membro della gens Livia, fu incaricato, grazie alla sua cultura, dell'educazione dei figli del patronus Livio Salinatore e poi venne affrancato.

Livio Andronico diede inizio alla diffusione della cultura greca a Roma attraverso la traduzione in latino di alcune grandi opere del mondo greco, rendendone così più facile la divulgazione. Fra queste si ricorda l'Odusìa, rappresentata per la prima volta a teatro nel 240 a.C., anno che segnò l'inizio della letteratura latina.

L'Odusìa è un poema epico, di cui rimangono pochi frammenti, che traduce in lingua latina l'Odissea greca di Omero. Pur rivolgendosi a un popolo di guerrieri come erano i Romani, Livio Andronico non scelse l'Iliade ma l'Odissea poiché il combattente omerico, con il suo cieco individualismo, era profondamente diverso dal legionario romano. Poi, l'Odissea presenta sicuramente il fascino dell'avventura e a Roma Ulisse veniva sentito come un parallelo di Enea, in quanto anch'egli era legato alla vicenda di Troia e aveva toccato l'Italia nel suo viaggio di ritorno in patria.

Nel tradurre l'Odissea, Livio Andronico non operò una traduzione letterale, ma per così dire "artistica", adattando il testo greco al nuovo ambiente romano e mettendoci del suo: per esempio, usò non l'esametro greco ma il saturnio, l'antico metro usato anche nel Carmen fratrum Arvalium e nel Carmen saliare, ampliò o semplificò il testo là dove era oscuro e ripetitivo, sostituì espressioni e concezioni chiaramente greche con formulazioni romane, e così via.

Omero all'inizio del poema scrisse:

L'uomo a me narra, o Musa, dal multiforme ingegno, che molto errò, dopo che ebbe distrutto di Troia le alte mura

mentre Livio Andronico tradusse così:

L'uomo a me, o Camena, narra, dal vario ingegno

sostituendo la Musa dei Greci con la Camena, una divinità italica delle fonti a cui si attribuivano doti profetiche.

Nevio

Nato da una famiglia campana di Capua, Nevio partecipò alla prima guerra punica e poi alla vita pubblica di Roma, opponendosi a Scipione l'Africano.

La sua opera più importante da ricordare è il Bellum Poenicum: si tratta di un poema epico, di cui rimangono pochi frammenti, in versi saturni e diviso in epoca più tarda in 7 libri. Esso presentava una selezione dei fatti riguardanti la prima guerra punica appena conclusa: per esempio, iniziava con le operazioni militari del conflitto e continuava poi con un flashback mitico riguardante la partenza di Enea da Troia, il suo approdo in Italia e la fondazione di Roma da parte di Romolo nel 753 a.C., considerato il diretto nipote di Enea. Questo excursus mitologico assume importanza ideologica, in quanto il mito di Enea spiegava l'origine dei conflitti futuri: è possibile, infatti, che qui fossero presenti la vicenda di Didone abbandonata, mitica causa della lotta tra Romani e Cartaginesi, e una profezia di Giove che garantiva la futura grandezza della città.

Il mito, però, è solo un momento, nel senso che il racconto principale non è mitologico ma ha per oggetto appunto un fatto storico a cui l'autore stesso partecipò; per Nevio questa guerra è frutto dell'eroismo collettivo e dello spirito di sacrificio dell'esercito romano e viene quindi vinta grazie alla fedeltà dei combattenti romani verso i loro valori originari, ovvero pietas e virtus, "rispetto" dei valori umani e divini e "valore" personale.

Essi preferiscono morire in quello stesso posto piuttosto che tornare coperti di vergogna dai loro concittadini. Se invece abbandonassero quegli uomini tanto valorosi ne verrebbe grande vergogna al popolo fra tutte le genti.

In questi frammenti si antepone l'interesse collettivo della res publica a quello personale e individuale, sottolineando così il tema della comunità: infatti, i combattenti non vogliono tornare salvando la vita in modo disonorevole e preferiscono morire tutti insieme piuttosto che uno soltanto; inoltre, l'abbandonare cittadini valorosi provocherebbe niente altro che vergogna all'intera società.

Ennio

Nato da una famiglia altolocata pugliese, Ennio partecipò alla seconda guerra punica ed ebbe rapporti di amicizia con gli Scipioni e con un certo Marco Fulvio Nobiliore, un edile il cui figlio gli fece ottenere la cittadinanza romana.

L'opera grazie alla quale Ennio è considerato il più importante autore della letteratura latina di periodo arcaico sono gli Annales: si tratta di un poema epico in 18 libri, di cui restano solo 600 esametri, che racconta in modo annalistico (anno per anno) tutta la storia romana dalle origini mitiche di Enea fino ai tempi contemporanei all'autore (170 a.C. circa).

Il poema presentava due proemi, uno all'inizio del primo libro e uno all'inizio del settimo. Quello del primo libro recitava così:

Muse, che camminando percorrete il vasto Olimpo, [...] avvinto da un sonno dolce e tranquillo [...] mi apparve il poeta Omero o pietà dell'animo!

Sin da subito si può capire come Ennio si ponga alla pari dei poeti greci: egli, infatti, invoca le Muse, le dee ispiratrici della grande poesia greca, quasi in voluta contrapposizione alle Camene italiche invocate, invece, da Livio Andronico. Inoltre, si accenna qui a un sogno che il poeta fece, nel quale gli apparve l'ombra di Omero che, dopo aver trasmigrato di corpo in corpo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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