Letteratura latina 2013
Alta e media repubblica
L’opinione dominante era che si potesse fissare addirittura una precisa data di nascita per la produzione artistica in lingua latina: il 240 a.C., anno in cui Livio Andronico fece rappresentare un suo testo scenico, una tragedia presumibilmente. Questa concezione delle origini può risultare semplicistica, gli stessi romani erano perfettamente consapevoli che le origini della letteratura non coincidono con quelle delle «forme comunicative» in cui una cultura trova espressione. La storia di queste forme comunicative è complessa; non si esaurisce nella comunicazione scritta, e non si limita da anticipare e preparare lo sviluppo della letteratura.
I romani diventarono curiosi della loro preistoria letteraria; l’esempio greco d’altra parte poteva essere non solo uno stimolo, ma anche un’illusione; alcune ricostruzioni romane delle proprie origini sembrano troppo vincolate dalle ricostruzioni che i Greci facevano del proprio passato letterario. I greci erano obbiettivamente avvantaggiati dall’esistenza di Omero.
- Cronologia e diffusione della scrittura
- Le forme comunicative non letterarie
- Le forme pre-letterarie: i carmina
Bisogna distinguere: le informazioni tratte da fonti letterarie romane, e gli apporti della scienza moderna.
Cronologia e diffusione della scrittura
Sin dai tempi più antichi. Almeno dal VII secolo, abitanti del Lazio, gente che parlava latino, affidano alla scrittura la registrazione di semplicissimi messaggi: un invito a bere, su una coppa di vino; l’uso della scrittura è legato a momenti della vita pratica. Le distinzioni sono ancora fluttuanti e nel territorio della Roma più arcaica circola gente che parla e scrive in greco, in osco, in etrusco.
Non abbiamo motivo di pensare che i romani dei primi secoli scrivessero unicamente su materiali duri. Abbiamo graffiti e iscrizioni; e ci mancano documenti di tipo funerario che sono solitamente, ad esempio in Grecia, importantissime fonti. Resta documentata comunque l’esistenza di un crogiolo di popoli e di lingue. Una certa capacità di scrivere era diffusa tra le persone di media condizione. In ogni caso è naturale presumere che la scrittura fosse più diffusa nei ceti superiori. L’uso della scrittura è indispensabile per una serie di funzioni pubbliche: conservazione di oracoli, formule e prescrizioni religiose, statuti, leggi, trattati. In questa fase invece non è attestata una vera e propria circolazione libraria, presupposto della comunicazione letteraria scritta. I più antichi libri di cui abbiamo qualche notizia sono i famosissimi libri Sibyllini.
Parallelamente al sorgere di veri e propri testi letterari, possiamo documentare una notevole estensione della capacità di leggere e scrivere. Una fascia larga di cittadini usa tenere documentazioni scritte della propria attività, anche a carattere personale (commentarii). Inoltre, sullo scorcio del III secolo, è ormai pubblicamente riconosciuta una corporazione di scrivani, gli scribae; sono dei semplici artigiani della scrittura. I ceti medio-alti della società sono già, per conto loro, perfettamente alfabetizzati.
Le forme comunicative non letterarie
Converrà ora passare in rassegna brevemente forme e modi della comunicazione che presuppongono l’uso della scrittura ma che non costituiscono «letteratura». Ad esempio l’uso del latino come lingua ufficiale della comunità romana produsse un impulso di inestimabile valore per lo sviluppo della lingua latina. Il tradizionalismo tipico della cultura romana di età repubblicana favorì il perpetuarsi di certe formule e di certe strutture di pensiero.
È necessario un avvertimento preliminare: le indagini storiche archeologiche provano che un influsso greco, certo variabile per grado e intensità, c’è sempre stato nella storia di Roma. Si tratta di un processo graduale.
Leggi e trattati
L’uso della scrittura fu legato alla necessità di avere precise registrazioni ufficiali: di trattati e patti internazionali e di leggi. Di trattati della Roma più arcaica abbiamo solo testimonianze indirette, nessun frammento. Enorme fu l’importanza storica, sociale e culturale delle prime leggi di Roma. Abbiamo anzitutto tracce di remotissime leges regiae, erano dominate da un’impostazione rigidamente sacrale.
Costituì perciò una forte conquista civile e politica la composizione delle «Leggi delle XII Tavole», così dette perché erano affidate a dodici tavole di bronzo esposte nel Foro Romano. Le leggi sarebbero state stilate da un’apposita commissione fra il 451 e il 450. I romani di età classica ravvisano nelle Leggi delle XII Tavole il più vero fondamento della loro identità culturale. Secondo Cicerone vanno anteposte a tutte le riserve di libri dei filosofi greci. I ragazzini le imparavano a memoria; i dotti le commentavano e le analizzavano.
I fasti e gli annales
Un altro antichissimo uso della scrittura, anch’esso legato a necessità comunicative della vita pubblica, riguardava i calendari. La comunità romana aveva sviluppato un suo calendario ufficiale. I giorni dell’anno erano divisi in fasti e nefasti, a seconda che vi fosse permesso o vietato, il disbrigo degli affari pubblici. Bene presto il termine fasti iniziò ad indicare non solamente il calendario annuale ma anche le liste dei magistrati nominati anno per anno.
La quantità di informazioni depositate nei fasti si arricchì progressivamente. I magistrati li usano per registrare i loro atti ufficiali. Un altro passo importante fu l’uso della cosiddetta tabula dealbata: il pontefice massimo usava esporre pubblicamente un «tavola bianca» che dichiarava anche avvenimenti di pubblica rilevanza, come dati di trattati, dichiarazioni di guerra. Queste registrazioni ufficiali presero il nome di Annales e cominciarono a formare una vera e propria memoria collettiva dello stato romano. In età graccana poi il pontefice Publio Muzio Scevola raccolse gli annales dei 280 anni precedenti negli Annales Maximi. Questi annales ufficiali dei pontefici ebbero rilevante importanza poiché contribuì allo sviluppo di una storiografia letteraria tipicamente romana.
I commentarii
Alla tradizione ufficiale degli annales possiamo affiancare i commentarii. Può indicare niente di più che «appunti», «memorie», «osservazioni», a carattere privato. Il termine sarà usato ad esempio da Giulio Cesare per indicare le sue narrazioni: si tratta di opere di attentissima cura letteraria, ma con questa designazione Cesare voleva indicare che non si trattava di letteratura storiografica, quanto di una rievocazione condotta di prima mano. I commentarii sono opere non professionali e potevano assumere carattere di documentazione ufficiale.
Gli albori dell’oratoria: Appio Claudio Cieco
Prima della decisiva grecizzazione lo scrivere era considerato una tecnica senz’altro utile, ma il saper parlare era ben più importante: i romani consideravano l’abilità oratoria come una forma potere e una fonte di successo. Non a caso il primo nome è quello di Appio Claudio Cieco, l’oratoria fu sin dall’inizio affare di nobile cittadini. La capacità di convincere era alla base di una carriera politica, si limitarono in seguito ad affinare con l’aiuto dei retore le loro naturali attitudini di oratores. A differenza della vera e propria «letteratura», che rientra negli «otia», nel «tempo libero», l’oratoria è considerata parte integrante e indispensabile della vita attiva.
Appio Claudio Cieco, di nobilissima stirpe, fu console nel 307 e poi dittatore. Gli antichi accostavano il suo nome a importanti imprese di guerra opere di pace. Permise l’ingresso dei plebei in senato e fu promotore di importanti opere pubbliche. Ci appare per certi versi come un predecessore di Catone e viene ricordato per la sua efficacia e abilità oratoria. Inoltre fu esperto di diritto e si occupò anche di questioni linguistiche ed erudite: a lui si attribuisce tradizionalmente la sostituzione della s intervocalica con la r. Appio quindi sembra quasi annunciare la personalità di Catone.
Le forme pre-letterarie: i carmina
Anche se tutte le forme comunicative di cui ci siamo occupati fin’ora avevano una finalità pratica, non si può escludere che ognuna di esse, a suo modo, abbia portato un contributo alla formazione del latino letterario.
Le leggi ad esempio, sono per eccellenza testi autorevoli: nella Roma arcaica lo stile delle leggi è volutamente solenne, energico, monumentale. Allitterazioni, rime, figure etimologiche, parallelismi, chiasmi. Lo stesso vale per le preghiere e le formule rituali, il cui messaggio deve «mimare» un certo ordine nel mondo, e deve anche creare certi comportamenti, oltreché naturalmente condizionare la memoria per farsi ripetere con esattezza.
Quanto alla comunicazione politica basta pensare all’importanza dei discorsi pubblici. Esiste dunque un ampio terreno comune a manifestazioni culturali che noi classificheremmo in un modo del tutto distinto, e che i Romani stessi tenevano nettamente separate. Questo terreno comune è di carattere formale, e ha a che fare con le curiose potenzialità della parola carmen.
Il significato più usuale di carmen è poesia: tuttavia un poeta come Ennio definisce il suo lavoro con una parola greca, poema. Il motivo è duplice: da un lato Ennio voleva marcare la sua originale predisposizione a poetare alla greca; dall’altro sottolineava così il suo rifiuto di una certa tradizione antichissima. In questa tradizione carmen significa ben più che versi o poesia. Parlando delle XII Tavole Cicerone le definisce un carmen. Il testo di un antichissimo trattato è per Tito Livio un carmen. Ne viene di conseguenza che un carmen non è tale per il suo contenuto o per il suo uso; per individuarlo dobbiamo guardare alla forma. Possiamo così fissare un punto importante, che riguarda i rapporti fra poesia e prosa. La delimitazione di questi due campi non meno netta di quanto sia nella nostra cultura. Da un lato si è già visto che la prosa romana più antica è marcata da una fortissima stilizzazione. In altre parole la prosa ha una tessitura ritmica. Inversamente la poesia arcaica ha una struttura curiosamente «debole» in quanto sottostante a regole di «maglia larga».
La tradizione stilistica dei carmina è il più potente tratto di continuità che unisce il periodo dalle origini alla storia letteraria di Roma. La tradizione dei carmina non sparisce mai del tutto. È un modo di scrivere ad effetto che non pratica nette distinzioni tra versi e prosa, ma nel suo complesso si oppone, semplicemente allo stile casuale. È un atteggiamento stilistico che la grecità letteraria non conosce.
Poesia sacrale
Le più antiche forme di carmina che ci sono giunte riguardano una produzione a carattere religioso e rituale. I rituali sono per loro natura conservativi e intangibili, e si evolvono più lentamente della stessa sensibilità religiosa. Le più importanti testimonianze che abbiamo riguardano due carmina, il Saliare e l’Arvale. Il primo era il canto di un venerando collegio sacerdotale, i Salii, che sarebbe stato istituito da re Numa Pompilio. Il nome era riconnesso per etimologia a salio (saltare). Si trattava di dodici sacerdoti che ogni anno nel mese di marzo, recavano in processione i dodici scudi sacri, gli ancilia. I Salii per la verità dovevano avere una serie di carmina diversi. Il linguaggio dei Salii era incomprensibile per i romani di età storica, e le tracce che ne abbiamo ci risultano scurissime. Sappiamo che una preoccupazione fondamentale era di invocare tutte le potenze divine.
Si ricordi infatti che la religione romana arcaica venerava un sistema di numina molto complicato, in cui alle divinità «ellenizzate» si affiancavano una serie di potenze per così dire funzionali. Si può quindi presumere l’esistenza di invocazioni ordinate in litanie di smisurata lunghezza. Un po’ meno fantasmatico è per noi il carmen Arvale, o carmen Fratrum Arvalium. Nel mese di maggio i Frates Arvales, levano un inno di purificazione dei campi. Notevole anche qui l’insistenza di un ritmo ternario. Alcune caratteristiche di questi inni, come la pienezza espressiva, le ripetizioni, e certe figure retoriche, devono aver avuto duratura influenzata sulla letteratura latina «profana».
Poesia popolare
Parlando dei carmina si devono considerare certi manifestazioni: proverbi, maledizioni, scongiuri, precetti agricoli. C’è un vasto patrimonio a noi perduto. Le testimonianze più consistenti riguardano una produzione orale e improvvisata. La definizione più corrente è quella di Fescennini Versus (malocchio). Sembra che la sede più propria dei fescennini fossero le feste rituali; versi fescennini circolavano in numerose occasioni sociali dell’antica Roma; ci sono i lazzi tipici delle feste nuziali; la cosiddetta giustizia popolare; infine i cosiddetto carmina triunphalia. In occasione del trionfo, i soldati improvvisavano canti in cui alle lodi del vincitore si mescolavano liberamente scherni e pasquinate.
È chiaro che questa comicità popolare abbia avuto notevole influsso su certi filoni comici della produzione letteraria: la commedia plautina, lo sviluppo della satira e dell’epigramma satirico. L’impulso principale alla formazione del teatro comico venne senza dubbio dal contatto col teatro di lingua greca della Magna Grecia e dalla circolazione di testi letterari, attici ed ellenistici.
Canti eroici
L’analogia con altre culture del Mediterraneo farebbe pensare che anche a Roma fossero in uso poesie a funzione celebrativa: racconti in versi di eroiche imprese, concepiti oralmente, ed eseguiti in riunioni private. Questi canti eroici potrebbero aver avuto notevole influenza sullo sviluppo di un’epica latina autoctona.
L’importanza di questi carmina fu esaltata soprattutto nell’età romantica, quasi per reagire al carattere troppo dotto e letterario della poesia epica latina che ci è rimasta, «romanticizzandone» almeno la preistoria. Inoltre le analogie con l’epica greca condizionavano anche i Romani di età classica. Catone riportato da Cicerone sono i nostri principali testimoni sulla diffusione di questi carmina convivalia. Neppure Catone sembra mai averli ascoltati direttamente: cita per tradizione diretta. Se si trattava davvero di canti laudativi sulle gesta degli antenati, è concepibile che se ne siano serviti gli storici del II secolo a.C.; ma non abbiamo indizi di una circolazione scritta.
Inoltre ci colpisce il fatto che non sia rimasta alcuna traccia di cantori professionali: bardi, aedi, cantastorie che dir si voglia.
Le grandi famiglie urbano sono i gruppi sociali in cui più rapidamente prende piede una cultura di tipo grecizzante. È chiaro che gli ambienti aristocratici furono i primi a rigettare certe tradizioni per assimilare invece i frutti della grande cultura artistica e letteraria dell’Ellenismo. È chiaro infine che la funzione celebrativa e laudativa della poesia non andò scomparendo in questa nuova fase; al contrario: proprio con i «grecizzanti» Livio, Ennio e Accio, la poesia si presenta sempre più come un mezzo che assicura e perpetua la gloria degli uomini e delle famiglie illustri. La sempre maggiore cura formale dei testi poetici si rivela appunto come un mezzo per garantire il messaggio glorificante. Il poeta afferma la propria utilità sociale in quanto si configura come prestigioso dispensatore e garante di fama.
La questione del saturnio
Le testimoni anche più antiche che abbiamo sulla poesia romana comportano l’uso di un particolare verso, chiamato saturnio. In saturni sono composti i primi due testi epici romani: l’Odissea di Andronico e il Bellum Poenicum di Nevio. I due componimenti più antichi si riferiscono a Lucio Cornelio Scipione. Sono testi di notevole fattura letteraria, che rivelano una certa familiarità con la cultura greca.
Il saturnio pone agli studiosi di Roma arcaica interrogativi complessi. La stessa etimologia del termine fa pensare a qualcosa di indigeno, puramente italico. Gli epitaffi degli Scipioni presuppongono un ambiente colto e grecizzante. Lo stesso carmen Arvale non è immune da influssi greci.
Quanto ai poeti come Andronico e Nevio, essi non compongono esclusivamente in saturni: questi stessi autori si dimostrano perfettamente padroni di una metrica organizzata a norma della poesia scenica greca. Non si può quindi collocare il saturnio come privo di interferenze greche. D’altra parte l’interpretazione metrica di questo verso pone severi problemi: la sua struttura fluida non si lascia ricondurre a nessun verso canonico della poesia greca.
È importante rendersi conto che il saturnio non può situarsi completamente fuori dall’unità culturale greco-latina. Comunque si voglia giudicare dalla sua genesi il saturnio rimane l’unico contributo davvero originale dei Romani nel campo delle forme metriche. Esistono tuttavia altre forme metriche che sembrano godere di una loro vitalità, è il cosiddetto versus quadratus. La fortuna di questo versus quadratus sembra già radicarsi già prima che i letterati romani adottino forme metriche della grecità letteraria.
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