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Ovidio: una carriera di successo stroncata dall'esilio

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona nel 43 a.C. da una ricca famiglia di ceto equestre, che gli procurò una formazione di alto livello a Roma. In vista di una prestigiosa carriera nel foro e in politica, il giovane Ovidio studiò con i più famosi retori del suo tempo, Porcio Latrone e Arellio Fusco, l’uno e l’altro di indirizzo asiano. Nelle scuole di retorica si distinse come allievo brillante, ma più interessato alla letteratura che al diritto. Completò i suoi studi con alcuni viaggi: quello, d’obbligo, in Grecia e altri in Egitto e in Asia Minore. Ricoprì quindi alcune magistrature minori, ma ben presto abbandonò la carriera politica per la poesia; frequentò l’ambiente dei letterati che si riunivano attorno a Messalla Corvino, come Tibullo, e strinse rapporti con i maggiori poeti del tempo: Cornelio Gallo, Properzio e Orazio. Ben presto i suoi versi gli garantirono l’ammirazione del raffinato pubblico della capitale. Si sposò tre volte e solo con il terzo matrimonio raggiunse una certa stabilità. Quando era ormai un poeta di successo, ben integrato nell’ambiente augusteo, Ovidio fu coinvolto in uno scandalo dai contorni misteriosi (forse un adulterio che coinvolgeva la nipote di Augusto, Giulia Minore e Decimo Giulio Silano); per volere di Augusto, nell’8 d.C. fu allontanato da Roma e relegato a Tomi, sul mar Nero, dove morì tra il 17 e il 18 d.C. Molti dettagli sulla vita di Ovidio sono deducibili proprio dalle sue opere poetiche in cui l’autobiografia ha uno spazio notevole.

Un grande sperimentatore di generi

Ovidio comincia la sua attività poetica nel solco della tradizione elegiaca: le opere del periodo giovanile, gli Amores (“Storie d’amore”) e le Heroides (“Le eroine”), composte tra il 20 a.C. e il 15 a.C., sono infatti fondamentalmente riconducibili all’elegia d’amore, ma presentano già, rispetto al codice elegiaco, importanti elementi di novità: nel caso degli Amores, manca una figura femminile unica, nel caso delle Heroides, una raccolta di lettere d’amore in versi, l’elegia è “contaminata” con il genere epistolare. Poco tempo dopo (forse tra il 12 e l’8 a.C.) Ovidio si cimenta anche con la tragedia, componendo una Medea purtroppo perduta. A una fase successiva (1 a.C. - 1 d.C.) risale la sperimentazione della poesia d’amore in forma didascalica: veri e propri “manuali d’amore” sono infatti l’Ars amatoria (“L’arte di amare”), i Remedia amoris (“Rimedi contro l’amore”) e i Medicamina faciei feminae (“I cosmetici per le donne”). Tra il 2 e l’8 d.C. Ovidio affronta anche l’epica, pubblicando le Metamorfosi, in 15 libri, che segna, come vedremo, una svolta nella storia del genere a Roma. La poesia erudita, dedicata alla rievocazione delle tradizioni romane (come nel IV libro di Properzio), viene sperimentata con i Fasti, un calendario in versi. Dopo la vicenda della relegazione a Tomi, Ovidio torna all’elegia, interpretandola come “poesia del lamento”: nelle raccolte dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto, il poeta si tiene lontano dal tema erotico per dare sfogo alle sue sofferenze di esiliato e supplicare da Augusto la remissione della condanna. Con il poemetto Ibis, dello stesso periodo, il poeta si cimenta con l’invettiva. Ci sono infine giunti, sotto il nome di Ovidio, alcuni componimenti di incerta paternità tra cui ricordiamo gli Halieutica, un poemetto didascalico sui pesci e la Consolatio ad Liviam, dedicata alla moglie di Augusto per la morte di Druso.

Il periodo giovanile: dall'elegia alla poesia didascalica

La rivisitazione dell'elegia: gli Amores

Alla produzione giovanile di Ovidio appartengono gli Amores, che ebbero una prima edizione in 5 libri, per noi perduta e risalente al 20 a.C., e una successiva in 3 libri, portata a termine molto più tardi e giunta fino a noi. Componendo poesia d’amore in distici elegiaci, Ovidio si pone nel solco di un genere ormai consolidato a Roma, dopo le esperienze di Tibullo e di Properzio. Tuttavia, rispetto a questi poeti, che facevano dell’amore un’esperienza totalizzante, Ovidio assume un atteggiamento molto diverso, più disinvolto e leggero; per lui l’amore è un piacevole gioco di società, non certo una ragione di vita. La dimensione di Ovidio non è quella della passione profonda, ma quella del lusus, il gioco, l’avventura galante, vissuta con ironia e leggerezza. Anche la dedizione all’amata, unica e sola domina, secondo lo schema del servitium amoris, viene decisamente ridimensionata: il poeta, infatti, dichiara apertamente di non accontentarsi di una sola donna. Se è vero che nella raccolta emerge la figura di Corinna, a questo personaggio si alternano altre figure femminili. Corinna è, secondo le convenzioni di genere, uno pseudonimo: dando all’amata il nome di una celebre poetessa greca, Ovidio si rifà a Catullo, che aveva chiamato la sua donna Lesbia in onore di Saffo. Ma la puella ovidiana è una figura convenzionale, inconsistente, forse priva di un’esistenza reale. In realtà l’oggetto privilegiato della poesia ovidiana non è l’amata, ma l’Amore, l’esperienza erotica in sé: è l’Amore a ispirare quella poesia colta e raffinata che può garantire fama e immortalità. Così nell’elegia I, 3 (Testo 00) il poeta, che non può vantare nobili origini né grandi ricchezze, offre in dono all’amata la propria poesia, promettendole di renderla celebre come eroine del mito, Io, Leda ed Europa. La prospettiva dell’eternità non riguarda certo la passione amorosa – che il poeta considera con ironia, ben consapevole della fugacità dei sentimenti – ma piuttosto la poesia. L’amore non è immortale, ma raccontare l’amore in versi garantisce al poeta l’immortalità.

Le Heroides: elegia in forma di lettera

Le Heroides sono una raccolta di 21 lettere in distici elegiaci: la prima sezione (1-15) comprende epistole di eroine del mito ai rispettivi sposi o amanti (ad es. Penelope a Ulisse, Fedra a Ippolito, Didone a Enea), ma anche un’epistola di Saffo a Faone: intorno alla celebre poetessa (VII-VI sec. a.C.), infatti, già nel V secolo era nata la leggenda di un amore infelice. La seconda parte (16-21) è costituita da tre lettere di eroi mitici alle innamorate e dalle risposte delle destinatarie (Paride a Elena, Ero e Leandro, Draconzio e Cidippe). La prima parte viene di solito attribuita alla produzione giovanile (si ipotizza che sia contemporanea agli Amores), la seconda, più tarda, sembra risalire agli anni precedenti all’esilio (4-8 a.C.). La novità delle Heroides è la forma epistolare, che si lega qui al tema amoroso tipico dell’elegia: lo schema era già stato inaugurato da Properzio (4,3 è una lettera di Aretusa a Licota), ma in Ovidio diventa un elemento strutturale che caratterizza tutta la raccolta. Nelle epistole domina inoltre il tema del lamento, tradizionale nel genere elegiaco: le eroine, spesso abbandonate dai loro compagni, esprimono la loro sofferenze e l’inquietudine per il proprio futuro. Nella struttura argomentativa e nel pathos che pervade le lettere – veri e propri discorsi per convincere l’amante a tornare o a mantenere la parola data – si avverte l’influenza delle esercitazioni delle scuole di retorica. Fondamentale è inoltre il rapporto con la tradizione epica e tragica (in particolare Euripide), da cui Ovidio attinge le storie mitiche rileggendole alla luce dell’elegia. Così vicende come quelle di Agamennone e di Briseide, di Medea e di Giasone, di Ercole e Deianira, vengono reinterpretate in chiave amorosa, con l’esclusione di tutti i temi e i motivi che esulano dal codice elegiaco.

Insegnare l'amore: tra elegia e poesia didascalica

Con gli Amores, Ovidio si era affrancato dalla concezione tipicamente elegiaca della passione assoluta e devastante, per presentare l’esperienza erotica come un lusus, un gioco disinvolto e superficiale. Nelle opere successive, composte tra l’1 a.C. e l’1 d.C., l’Ars amatoria, i Remedia amoris e i Medicamina faciei feminae, la visione ludica dell’amore è spinta all’estreme conseguenze: negli Amores, infatti, il poeta, per quanto ironico e disincantato, riveste pur sempre il ruolo di innamorato, ed è dunque parte del gioco amoroso; nella fase successiva della sua produzione poetica, invece, Ovidio rivendica per sé il ruolo di “esperto”, capace di fornire agli innamorati le indicazioni necessarie per riuscire nella seduzione. La prospettiva è dunque quella della poesia didascalica, per quanto rivisitata in chiave ironica e leggera: il contenuto da insegnare, infatti, non riguarda più temi impegnativi, come la filosofia, o estremamente tecnici, come l’agricoltura, ma appunto la tecnica della conquista amorosa, un gioco seduttivo, condotto sullo sfondo di un ambiente libertino e moralmente disinvolto, in cui quel rigore etico che Augusto mirava ad imporre non ha il benché minimo spazio. Questa svolta verso il genere didascalico intacca definitivamente i presupposti su cui si regge il genere elegiaco; benché le opere in questione siano scritte in distici elegiaci e il tema erotico rimanga dominante, l’amore è proposto come una “tecnica”, che prescinde da un profondo coinvolgimento emotivo, molto distante dal pathos e dalla tensione sentimentale che caratterizza la poesia di Tibullo o di Properzio.

L'Ars amatoria

L’Ars amatoria, in tre libri, può essere definita una sorta di “manuale d’amore” in distici elegiaci; la prospettiva didascalica è evidente fin dal titolo, che suona come una parodia dell’ars oratoria: il termine ars richiama infatti la “tecnica” oggetto dell’insegnamento del poeta. I primi due libri sono indirizzati ai lettori di sesso maschile; nel primo vengono esposte le strategie utili a conquistare una donna, nel secondo, i trucchi necessari per conservarne l’amore. Il terzo libro è invece rivolto alle lettrici: un ironico “risarcimento” offerto alle donne, che nei primi due libri sono oggetto di seduzione e qui invece vengono istruite su come sedurre gli uomini. Ovidio ricalca gli schemi e le modalità espositive del genere didascalico che a Roma aveva ormai una gloriosa tradizione, da Lucrezio a Virgilio indulgendo in dettagli tecnici: vengono ad esempio indicati con precisione luoghi e le situazioni in cui il seduttore può trovare la sua “preda”, e i metodi più adatti per condurre la “caccia”. Entra in gioco anche il mito, da cui il poeta recupera un repertorio di exempla utili per illustrare i suoi precetti. La condotta che Ovidio suggerisce all’amante modello è disinvolta e libera da scrupoli morali: è dunque del tutto estranea a quei valori tradizionali di fedeltà e castità che Augusto aveva cercato di rilanciare cercando di rinforzare l’istituto del matrimonio; ricordiamo a questo proposito la promulgazione, nel 18 a.C., della lex Iulia de maritandis ordinibus, che agevolava la carriera degli uomini sposati con almeno tre figli, e della lex Iulia de adulteriis coercendis, che puniva severamente l’adulterio. Anche per questo si è ipotizzato che proprio l’Ars, assieme allo scandalo sessuale in cui il poeta fu coinvolto, abbia indotto Augusto ad allontanare il poeta da Roma.

I Medicamina e i Remedia amoris

Al genere erotico-didascalico vanno ricondotte altre due operette composte in distici elegiaci: i Medicamina faciei femineae e i Remedia amoris. Della prima abbiamo sono un centinaio di versi, in cui il poeta torna a rivolgersi al pubblico femminile – lo stesso a cui era indirizzato il terzo libro dell’Ars – per proporre alcune ricette di cosmesi che possono rendere le donne più attraenti in vista della seduzione amorosa. I Remedia amoris, poco più di 800 versi (sempre distici elegiaci) intendono insegnare come liberarsi dalla passione amorosa. L’opera rovescia quindi il discorso dell’Ars amatoria, proponendo una serie di antidoti alle vittime del mal d’amore: in questo caso, il poeta si propone ironicamente come medico (remedium significa “medicina”). Il presupposto è che l’amore, da intendere come gioco superficiale e divertente, non deve causare sofferenza, ma solo piacere: già nell’Ars, del resto, il poeta suggeriva di evitare un coinvolgimento eccessivo, fonte di inutili tormenti. In questo, la prospettiva di Ovidio si avvicina a quella di Lucrezio, che nel IV libro del De rerum natura mette in guardia dalle conseguenze negative dell’eros, ma i precetti ovidiani (diversamente dall’appassionata trattazione lucreziana) mantengono sempre la dimensione dell’ironia e della leggerezza. Contrastando quella passione amorosa che nell’elegia tradizionale veniva presentata come invincibile ed era anzi rivendicata come scelta di vita, Ovidio dissolve definitivamente il genere elegiaco.

L'epos e la poesia erudita

Un'epica anomala: le Metamorfosi

Tra il 2 e l’8 d.C., dopo le diverse sperimentazioni attuate a partire dal genere elegiaco, Ovidio si confronta con il genere epico, accogliendo a suo modo la richiesta del princeps di una poesia “impegnata”, aperta alla celebrazione delle origini e delle tradizioni di Roma. Nascono così le Metamorfosi, un ampio poema in 15 libri che ripercorre l’intera storia del mondo, coprendo un arco temporale sconfinato. Il punto di partenza è la trasformazione che conduce dal Caos originario al Kosmos, l’universo ordinato (il tema della Teogonia di Esiodo), per giungere alle origini del genere umano (libri I-III). Viene quindi ripercorsa una lunghissima serie di vicende mitiche che hanno per protagonisti dei ed eroi (libri IV-XI). Infine, il mito sconfina nella storia (libri XI-XV) attraverso la rievocazione della guerra di Troia e dei successivi viaggi di ritorno degli eroi, in particolare di Enea. Si passa così alle origini di Roma, per giungere alla celebrazione conclusiva di Giulio Cesare, trasformato in astro dopo la sua morte, e dello stesso Augusto. Le Metamorfosi sono un poema epico, come segnala anche la scelta dell’esametro, ma di tipo piuttosto anomalo, almeno rispetto al modello proposto da Virgilio con l’Eneide. Mentre il poema virgiliano è una rielaborazione dell’epos omerico, Ovidio sembra avvicinarsi di più ai cosiddetti “Poemi del Ciclo”, quella tradizione epica, per noi perduta, in cui l’avventura e l’amore avevano uno spazio maggiore rispetto ai grandi temi omerici della guerra e dell’eroismo. Inoltre, a differenza di Virgilio, Ovidio non si concentra su un unico protagonista, ma propone una molteplicità di storie, priva di un vero centro: anche il mito, già virgiliano, di Enea o le vicende legate all’origine di Roma sono “decentrati” e laterali, si perdono nel fluire del racconto. Il tema unificante è invece trasversale e va individuato nella trasformazione che domina l’universo e la sua storia.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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