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Si tratta tuttavia di una bellezza «non più decorativa come per gli scrittori neoclassici, ma già

romanticamente identificata con la stessa coerenza del comportamento morale e politico»

(Bonfiglioli).

La bellezza come i sepolcri, come la poesia stessa, ha valore in quanto simbolo e mito capace di

suscitare nobili sentimenti e di stimolare ad azioni generose.

Comincia così a delinearsi quella religione delle «illusioni» (i sepolcri la bellezza, la poesia),

come tali criticamente giudicate dalla ragione illuminista ma tuttavia accolte dal poeta come i

soli valori capaci di consolare l'uomo e di conferire senso alla sua travagliata esistenza.

I «Sepolcri»

A questa visione si accompagna nel Foscolo una considerazione più distaccata della vicenda

politica, di cui pure seguita a essere attivo protagonista nonostante i crescenti dissensi col

governo francese in Italia.

Determinati soprattutto da una mai sopita aspirazione indipendentista che alimenta i sospetti

delle autorità, essi spingono infine il poeta a lasciare nel 1804 la penisola per recarsi come

ufficiale napoleonico nella Francia del nord, dove si sta preparando una spedizione contro

l'Inghilterra. Qui Foscolo ha la relazione con l'inglese Fanny Emerytt da cui nascerà la figlia

Floriana e comincia a tradurre il Viaggio sentimentale di Laurence Sterne.

Nel marzo 1806, sfumato il progetto napoleonico, ritorna a Milano. Ma nel frattempo la

trasformazione della Repubblica Italiana in Regno d'Italia (1805) con la diretta assunzione della

corona da parte di Napoleone, che governa tramite il viceré Eugenio di Beauharnais, rende

sempre più stretta la dipendenza dai Francesi accentuando il disagio del Foscolo nei confronti del

regime.

Poco dopo, viene esteso al Regno d'Italia (5 settembre 1806) l'editto di Saint-Cloud, emanato in

Francia nel 1804 per vietare la sepoltura fuori dei cimiteri comuni e l'uso dei monumenti funebri.

È questo il motivo occasionale che spinge Foscolo a scrivere il carme Dei Sepolcri,

originariamente pensato come epistola in versi all'amico Ippolito Pindemonte, cui è diretto.

Alimentato da motivi comuni a tutta la poesia sepolcrale inglese, e dalla riflessione foscoliana

sulla morte, quale si era sviluppata dall'Ortis ai sonetti, il poema rappresenta il momento di più

alto e felice equilibrio raggiunto dalla lirica foscoliana fondendo razionalità illuministica, forma

classica e nuova sensibilità romantica. Al centro del carme vi è la meditazione sull'esistenza

umana che è sì perenne fluire, travolto dalla «forza operosa» del tempo secondo una concezione

materialistica mai rinnegata dal poeta, ma che può attingere un superiore significato ove si

stabilisca un ideale legame fra i vivi e i morti.

Il culto delle tombe, inutile ai defunti e che l'editto napoleonico vorrebbe eliminare sostituendovi

le fosse comuni, diventa così essenziale ai viventi in quanto perpetua il ricordo degli illustri

trapassati stimolando a rinnovarne le imprese e realizza quella continuità fra le generazioni e fra

le stirpi che rappresenta a parere di Foscolo l'unica forma possibile d'immortalità.

In questo modo i sepolcri vengono ad avere una funzione simbolica e mitica, rasserenante e

consolatoria, ma anche quella più immediatamente politica di incitare alla lotta per la libertà

sull'esempio dei grandi. Proprio su questo ruolo fondamentale dei sepolcri nella storia di una

nazione si sofferma la parte centrale del carme, traendone spunto per incitare alla liberazione e

all'unificazione d'Italia.

Questo auspicio d altra parte offre spunto per un confronto con l'eroica lotta dei Greci contro i

Persiani a Maratona o con la sfortunata difesa di Troia da parte di Ettore, riportando a riflessioni

di significato più universale. Attraverso la figura di Ettore, cantato da Omero, il poeta esalta

insieme all'eroismo sfortunato e al patriottismo la funzione eternatrice della poesia che, vincendo

«di mille secoli il silenzio», ne immortala il ricordo finché il sole «risplenderà sulle sciagure

umane».

Nella celebrazione dei sepolcri , inutili solo ai vili e ai mediocri che non lasciano «eredità

d'affetti», si fondono così meditazione filosofica, potente lirismo e passione civile, eloquenza e

poesia. Qui si saldano, come non accadrà più nelle opere successive, la forte tensione politica a

lungo dominante nel Foscolo, e la tendenza più tardi prevalente a rifugiarsi in una dimensione

atemporale trascendente la storia, in una sorta di religione delle «illusioni» seppure tutta laica e

terrena.

Dalle «Lezioni sulla letteratura» alle «Grazie»

Tale equilibrio si rompe invece o vien meno nell'ultimo Foscolo, parallelamente al suo definitivo

abbandono del giacobinismo giovanile.

Sia l'influenza delle letture preferite nella maturità, da Vico a Hobbes a Machiavelli, agli

«ideologhi» francesi, sia la deludente esperienza del nuovo ordine napoleonico, cui resta tuttavia

complessivamente legato, inclinano sempre più Foscolo verso un realismo politico che considera

le speranze rivoluzionarie come vuote utopie. Alla tesi di Rousseau secondo cui l'uomo deve

recuperare la libertà dello stato di natura mettendo fine alle diseguaglianze della società civile,

egli oppone che la disegualianza è una condizione ineliminabile, determinata dalle stesse leggi

della natura. La società è congenitamente un «aggregato di pochi, che comandano per mezzo

della spada e delle opinioni, e di molti che servono». L'intellettuale, visto da Foscolo come

portatore di verità sulla base di una concezione sostanzialmente aristocratica della letteratura,

non può «pigliare tutte le parti degli uni senza offendere le ragioni degli altri» ma deve tendere

piuttosto a farsi mediatore fra il potere e il popolo, che seguita a essere considerato con distacco.

Queste posizioni, già implicite nel bonapartismo del Foscolo, si precisano soprattutto dal 1809

quando egli ottiene la cattedra di eloquenza all'università di Pavia, particolarmente nelle sue

Lezioni su la letteratura e la lingua (1809-11) introdotte dalla celebre orazione inaugurale

Dell'origine e dell'ufficio della letteratura (22 gennaio 1809).

Poco dopo, la cattedra viene soppressa dalle autorità francesi che nel 1811 vietano anche le

repliche della seconda tragedia foscoliana, l'Aiace, velatamente antinapoleonica, e tolgono al

poeta l'incarico di revisore dei testi teatrali. Questi fatti, insieme alla clamorosa rottura con Monti

contro cui scrive Ragguaglio dell'Accademia de' Pitagorici (1810), decidono il Foscolo a

lasciare il Regno d'Italia per recarsi a Firenze dove conosce un periodo di relativa tranquillità, ha

una relazione con Quirina Mocenni e attende alla stesura delle sue ultime opere importanti: la

terza tragedia (Ricciarda), la traduzione assai libera e originale del Viaggio sentimentale di

Sterne, pubblicata con la Notizia intorno a Didimo Chierico d'intonazione autobiografica, le parti

fondamentali delle Grazie.

Ripreso anche in seguito, ma mai concluso, questo poemetto segna l'aperta adesione del Foscolo

ai canoni neoclassici. Attraverso una ricerca formale che approda a risultati di grande

raffinatezza si esprime ormai una concezione elitaria della poesia, che a tratti raggiunge ancora

risultati di alto lirismo ma «in un dominio privato e non in senso civile» (Salinari). La funzione

civilizzatrice avuta dalla poesia nel corso della storia è il tema stesso dei tre inni solo

parzialmente svolti in cui si articola il poema e ne sottolinea il carattere didascalico. Nel primo,

dedicato a Venere, si canta la nascita delle Grazie che accompagna i primi progressi della civiltà.

Nel secondo, dedicato a Vesta, s'immagina di innalzare alle Grazie un altare sul colle Florentino

di Bellosguardo e si chiamano a celebrarne il culto tre donne amate dal poeta. Nel terzo, dedicato

a Pallade, si celebra con versi che sono fra i più belli di tutta l'opera il velo tessuto per proteggere

le Grazie dalle passioni umane e rendere così possibile la loro azione nel mondo.

Il periodo londinese

Al tentativo del poeta di rifugiarsi in una distaccata lontananza dalle travagliate vicende

quotidiane si oppone tuttavia il precipitare degli avvenimenti politici e il crollo dell'impero dopo

la sconfitta dell'esercito napoleonico nel 1813 a Lipsia.

Foscolo ritorna a Milano per partecipare alla difesa del Regno d'Italia contro gli Austriaci.

Successivamente valuta la possibilità di collaborare da posizioni critiche col nuovo regime, che

cerca di assicurarsene i servigi offrendogli la direzione della rivista Biblioteca italiana. Ma nel

1815, quando si pone concretamente la necessità di prestare giuramento di fedeltà all'Austria,

Foscolo rompe ogni indugio e fugge da Milano riprendendo definitivamente la via dell'esilio.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Docente: Ruozzi Gino
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Ruozzi Gino.

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