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Ruzante e il teatro tra Venezia e Padova

Il teatro della Venezia del '500 è segnato dal decreto del 1508 che vieta per ragioni di moralità qualunque tipo di rappresentazione; esso corrisponde tuttavia a una situazione eccezionale: allo stato di profonda crisi in cui la Repubblica sta per entrare e che diventa cruciale nella primavera successiva. Il governo decreta misure restrittive più rigide e leggi che mirano a raffrenare qualunque tipo di spesa voluttuaria.

Al di là di questo difficile frangente, il prestigio di cui Venezia godeva in tutta Europa, come una città votata al fasto di grandiosi spettacoli, doveva essere mantenuto, e con esso la politica spettacolare che lo garantiva. Vi è anzi una vera e propria gradualità nei cerimoniali che coinvolgono l'immagine del potere in tutta la sua suggestione: al livello più elementare ci sono le festività religiose, legate tuttavia alla commemorazione di eventi politici; a un livello più complesso si situano le grandi solennità civili, che valgono a riaffermare la solidità degli istituti stessi della Repubblica.

Un esempio sono le solenni pompe per le incoronazioni delle Dogaresse, come quella di Morosina Morosini, che vide la costruzione di un teatro a forma rotonda, di impostazione classicheggiante. Questo teatro era chiuso all'esterno e adornato all'interno da un doppio sistema di colonne, che reggono un cornicione, a sua volta sormontato da fregio e architrave; nella stessa circostanza, Vincenzo Scamozzi progettò una macchina o teatro del mondo, una vera e propria piattaforma scenica galleggiante, atteggiata a forma di balena e trainata da quattro barche in figura di pesci. A un terzo livello troviamo le feste per l'ingresso a Venezia di autorevoli rappresentanti di paesi stranieri.

Tutt'altro che rigida dunque, nell'amministrare le risorse dello spettacolo, era la Repubblica; e tollerante si dimostrava anche nei confronti dell'attività teatrale privata. A Venezia prosperano infatti, già dai primi del '400, strutture particolari di teatro privato, saldamente controllate dalle élites aristocratiche; sono le cosiddette Compagnie della Calza: oltre una quarantina di compagnie di giovani gentiluomini, fregiate di appellativi altisonanti (Eterni, Sempiterni, Immortali, Perpetui) o all'opposto derisori (Pavoni, Sbragazai), che monopolizzano feste, ricevimenti e, più avanti, rappresentazioni teatrali.

Queste compagnie sviluppano componimenti a carattere celebrativo e basati su una sommaria struttura coreografica, che vanno sotto il nome di momarie; sull'onda del successo ottenuto, la momaria scenderà nelle strade e nelle piazze, arricchendosi di prosopopee, figurazioni allegoriche, allusioni alla vita cittadina. Dalle momarie, le Compagnie della Calza passano a finanziare e allestire le prime rappresentazioni di commedie, recitate dapprima nell'originale latino e presto tradotte in volgare; oltre alle sale di ricevimento dei palazzi patrizi, presto anche i giardini diventano privilegiati luoghi teatrali, e ai volgarizzamenti succedono commedie originali, approdano a Venezia le due opere di maggior successo, la Calandria e la Mandragola; la Serenissima è così perfettamente allineata e aggiornata sulle direttrici di ricerca più attuali, insieme alla presenza e all'attività di tutto un clan di mimi, buffoni, istrioni, che si producono in un loro particolare repertorio: farse, intermezzi, microcommedie impropriamente definibili «alla villanesca», dotate di una comicità esplicita e audace, nutrita di allusioni equivoche, di motti salaci, di una gestualità sin troppo parlante.

La commedia di estrazione letteraria e l'intrattenimento libero e sguaiato degli istrioni si compenetrano, vivono in felice simbiosi; alla luce di questa collaborazione si può ben interpretare un fenomeno come quello di Ruzante, attore che troviamo a Venezia a più riprese tra il 1520 e il 1526, ogni volta suscitando entusiasmo e talvolta scandalo per le partiture teatrali provocatorie e impudiche; fu in realtà figlio (illegittimo) di un borghese, e tale educazione ricevette; e fece la grande fortuna di beneficiare dell'amicizia di un audace patrizio padovano, Alvise Cornaro (1475-1566), attorno al quale si era formato un gruppo di studiosi, e nel cui giardino venivano allestite commedie, recitate dai suoi nobili amici.

A Ruzante vengono attribuite due commedie in versi, cinque in prosa e tre dialoghi; La Pastoral (1519-20) è in sostanza un'ecloga rusticana; La Betìa (1522-25) è invece un esempio di mariazo, una sorta di farsa teatrale, di argomento matrimoniale, la cui culla fu la fucina di esperimenti letterari dell'ateneo patavino; vi troviamo un universo primario che ha come cardine la naturalità, cioè una assoluta adesione a una primigenia schiettezza comportamentale nei sentimenti e negli istinti, in cui non c'è evidentemente posto per le affettazioni sentimentali del platonismo bembesco.

Dopo la Betìa, Ruzante abbandona il verso per la prosa, adottando uno schema teatrale coerente e autosufficiente; nascono i Dialoghi in lingua rustica, atti unici che enucleano con straordinaria essenzialità la visione del mondo del Ruzante ed esprimono il meglio della sua arte; il primo dialogo, il cosiddetto Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, condensa nel racconto di un reduce dal campo militare l'intrico dei contrasti insolubili tra mondo contadino e mondo del potere; nel secondo dialogo, Bilora, al reduce militare succede il profugo civile.

Dopo i Dialoghi, spaccato rivelatore della primarietà delle comunità rurali, Ruzante riversa lo stesso paesaggio umano e sociale nel più ampio quadro della Moscheta, in cui i personaggi sono mossi dalla nuda istintualità della fame e del sesso, sono profili intagliati caparbiamente nella ruvida scorza villanesca e dimostrano di non voler affatto uscire dalla cupa primordialità delle loro ferine necessità; quest'opera segna tra l'altro la scomparsa del personaggio Ruzante.

Tra le ultime commedie del Beolco troviamo La Piovana, in cui ci trasferiamo tra i pescatori e gli ortolani di un borgo nei pressi di Chioggia; il testo latino è radicalmente dialettizzato, i personaggi sembrano metaforicamente aver aggregato al proprio umile mondo un universo di pensieri e parole superiori al proprio e averlo inglobato nel proprio; questo tipo di assorbimento è evidente ancora di più nella Vaccaria, ambientata in città, tra borghesi che parlano l'italiano letterario e servi di origine contadina che si esprimono in dialetto; questa alternanza tra parlata dotta e parlata popolare ben esprime il rapporto di attrazione-sopraffazione tra lingua letteraria e dialetto, tra mondo borghese e mondo popolano.

Dopo il '34 infine troviamo L'Anconitana, in prosa, in cinque atti, dalla struttura estremamente libera e protesa a forme di puro divertimento scenico, quasi una rassegna dei vari generi teatrali.

L'opera di Ruzante si inserisce nel momento di più profonda crisi politica della Repubblica, quando nel pericolare dei privilegi del potere emergono le plebi rurali; quando Ruzante aveva cominciato a scrivere la Repubblica viveva nello smarrimento e nella disperazione, ma quando egli si congeda dal suo pubblico (muore nel 1542) l'aristocrazia ha saldamente ripreso il controllo a prezzo di durissime repressioni, e si avvia a godere l'ultima inquieta stagione del proprio splendore; un'eco della vita raffinata e sensuale quanto irrequieta dell'aristocrazia veneziana di quegli anni si trova nella commedia forse più bella, certamente più sconcertante, del primo Cinquecento veneto, La Venexiana, legata a un fatto di cronaca che coinvolse persone riconoscibili dall'elitario pubblico coevo, con un'allusione a vicende private o a contrasto tra questa o quella famiglia, celante una qualche intenzione di scandalo.

Di autore sconosciuto, se raffrontata, insieme all'opera di Ruzante, alla produzione teatrale veneta successiva, essa segna uno stacco marcato; basta pensare al caso dell'Aretino. Figura legata con nodi di complicità si potenti della città, sfruttando le proprie doti di diplomatico «dilettante», si afferma come scrittore pubblicando a ritmo frenetico le due tornate del suo esecrando antidialogo, i cosiddetti Ragionamenti, diverse prose sacre e, proprio a segnare il suo esordio, due commedie, Il Marescalco e La Cortigiana, entrambe da ascrivere al suo «periodo romano».

A Venezia riaffronta il teatro solo nel '42, quando una importante Compagnia della Calza, i Sempiterni, gli commissiona una commedia, per allestire la quale l'Aretino chiama da Firenze l'amico Vasari, il quale adatterà la sala di un palazzo a Cannaregio, ricavandone un teatro rettangolare, secondo il modulo che verrà poi più ampiamente realizzato a Firenze. Nella Talanta l'Aretino mette in scena le vicende di una meretrice, nella Roma dei bassifondi, vagheggiata da vecchi mercanti e soldati vanagloriosi, mentre i servi e i parassiti campano delle truffe ai danni degli spasimanti. È una commedia di parola, i personaggi più che contendere, si ascoltano parlare, si ammirano l'un l'altro per le insolite improvvisazioni, si contrastano non con l'azione ma con estenuanti schermaglie dialogiche; la maestria dell'Aretino nell'alternare i registri più disparati di linguaggio ne fa però un persin troppo sorvegliato esperimento di stilizzazione del comico «orale».

È teatro di pura parola anche Lo Ipocrito, sempre del '42, che vive puramente della sua parola, così come tutti gli altri personaggi; è una vera affermazione di poetica: ogni spettacolo teatrale vive unicamente di parola, per questo esso è tanto fugace da essere condannato alla totale inutilità.

L'ultima commedia è Il Filosofo, del '46, in cui l'Aretino impone la sua presenza in scena; non è solo l'autore ma anche il regista che muove a vista i personaggi. Il Prologo racconta di aver sognato ciò che gli spettatori stanno per vedere: un doppio spettacolo, due storie parallele che sembrano non destinate a toccarsi; l'autore manipola col massimo di ostentazione la doppia vicenda, sottolineando in questo modo l'illusorietà d'ogni discorso teatrale. I personaggi sottolineano la propria coscienza di essere tali, si propongono come attori in co...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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