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Letteratura italiana - Ruzante e il teatro tra Venezia e Padova Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura italiana su Ruzante e il teatro tra Venezia e Padova per l'esame della professoressa Tatti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Ruzante e il linguaggio da lui usato, Bernardo Dovizi da Bibbiena, la Mantova dei Gonzaga, Niccolò Machiavelli.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. S. Tatti

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Un giovane forestiero di nome Iulio giunge a Venezia, dove si invaghisce della bella Valeria, credendola,

erroneamente, nubile; tramite la serva Oria le manda un messaggio, e Valeria nonostante sia sposata è disposta a

corrispondergli; nel frattempo del giovane Iulio si è invaghita la ricca vedova Angela, che tramite la serva Nena, a

sua volta aiutata dal facchino Bernardo, riesce a passare una notte d'amore con Iulio, celando la propria identità, e

donandogli una catena in pegno. L'indomani Iulio incontra Valeria, che vedendo al catena di Angela lo respinge,

ma poi, pentita, lo richiama a sé. I due amanti si riconciliano e Iulio passa a Valeria.

L'URBINO DEI DELA ROVERE E IL TRIONFO DELLA CALANDRIA

I vincoli stretti tra Mantova e Urbino sono segnati dalle nozze di Elisabetta Gonzaga e Guidobaldo da

Montefeltro(1488). Elisabetta, allora diciassettenne, è sorella di Francesco e diverrà cognata di Isabella d'Este, con

la quale discorre nel fitto epistolario di molti temi culturali, ma non di teatro e spettacolo: Elisabetta predilige la

musica, il canto, la danza.

Il malaticcio Guidobaldo s'occupa soprattutto dello studio e della raccolta di cose antique, stimola il fiorire delle

arti figurative, favorisce gli studi letterari, adunando intorno a sé quel cenacolo di intellettuali che ha nel Bembo e

nel Castiglione i due principali animatori.

Il teorico della comicità in genere, e della sua particolare tonalità «cortigiana», è, nelle discussioni alla corte di

Urbino (e poi nel Cortigiano) un giovane, intraprendente prelato, Bernardo Dovizi da Bibbiena. Ha una carriera

da diplomatico, fedelissimo ai Medici, in giro per mezza Europa.

Nel 1513 Francesco Maria Della Rovere gli chiede di affidare alla propria corte una commedia per le feste di

carnevale ad Urbino. Nella guerra della Lega Santa contro Luigi XII di Francia Francesco ha tenuto un

atteggiamento ambiguo; e solo dopo la sconfitta dei francesi a Ravenna, nell'aprile del '12, si è schierato a fianco

del papa, ha espugnato per lui Bologna, è stato, almeno formalmente, il punitore della traditrice Ferrara. Le feste

urbinati del carnevale 1513 devono dunque sottolineare l'alleanza rinsaldata col papa e l'affermazione di prestigio

colta dal ducato grazie al suo pugnace condottiero. L'allestimento è affidato al Castiglione; scenografo è

Gerolamo Genga, allievo di Raffaello, con l'occhio rivolto alla scenografia della Cassaria ariostesca(1508); l'idea

della città cintata viene estesa a tutta la sala gli spettatori stanno come sul fossato della città, racchiuso tra due

ordini di mura; il primo è dipinto sullo zoccolo del proscenio, il secondo sulla transenna che traversa a metà la

platea. Sulla scena, in proscenio, una contrada adiacente alle mura; sul fondale, dipinte in prospettiva bene intesa,

strade, palazzi, chiese, torri; la città che vis i riconosce, per un arco trionfale ed un tempio ottagonale, è Roma.

Il testo è scritto dal Bibbiena, che fin dal prologo entra in polemica con Ariosto, sostenendo che ciò che è nuovo e

moderno diverte più di ciò che è antico e vecchio; il volgare non è affatto inferiore alle lingue classiche, il

problema è lavorarlo con la stessa applicazione con cui gli antichi rifinivano quelle; la commedia va scritta in

prosa, perchè in prosa si parla, e in volgare, perchè ognuno possa intenderla; quanto a eventuali modelli latini, il

punto è stare a paragone con loro a livello del puro plot, del soggetto, ma inserendovi accidenti, situazioni, eventi

sulla base di un registro stilistico completamente autonomo.

L'universo espressivo della Calandria è quello decameroniano, citato, invertito, gestualizzato, parodiato, per

dimostrare che dinnanzi ad una partitura espressiva praticamente inesauribile come quella del Decameron, il

teatro moderno avrebbe avuto di che sostanziarsi per decenni.

Il Bibbiena punta sulla complicità intelligente di un pubblico che conosce a memoria un capolavoro largamente

divulgato, ma insieme c'è la libera invenzione dell'autore; c'è poi l'impegno ad affidare agli aristocratici d'Urbino

un messaggio che ha una sua misura di interiore eticità.

Nella Calandria Boccaccio agisce grazie a una delle costanti fondamentali della sua visione del mondo: per quella

fiducia nella Ragione fattasi operante misura d'intelligenza, che salva l'individuo dalle tempeste dell'Eros e lo

sottrae alle prevaricazioni della Fortuna. Nella variegata fenomenologia della passione d'Amore, è poi il trionfo

della Ragione attiva, declinata nelle sue attitudini più varie, a siglare l'esito e la morale della commedia: è la

Ragione a rendere plausibili i contrapposti profili di Fessenio, accorto ingegnoso, e di Calandro, sciocco

animalaccio.

La commedia ha uno strepitoso successo, tanto da essere replicata nelle capitali dello spettacolo italiano (Roma,

Mantova, Venezia, ancora Mantova, Camerino, Lione, ecc.).

BERNARDO DOVIZI DA BIBBIENA

Bernardo Dovizi da Bibbiena nasce a Bibbiena, nel Casentino il 4 agosto 1470; diplomatico e uomo politico,

diviene l'uomo di fiducia di Piero De' Medici, che segue a Roma in esilio, quando i Medici sono cacciati da

Firenze(1494); alla sua morte (1503) è attorno al fratello, il cardinale Giovanni. Si moltiplicano per il Dovizi i

titoli e le responsabilità (tesoriere generale, protonotario, cardinale) e prosegue la sua attività diplomatica; ottiene

il vescovado di Costanza, ma ne cede le rendite all'amico Bembo.

Alla fine del 1519, malato, rientra a Roma, e vi muore il 9 novembre 1520.

LA CALANDRIA

È la sola commedia pervenutaci del Bibbiena; i gemelli Lidio e Santilla sono separati dal destino. Lidio giunge a

Roma col servo Fessenio, dove ama riamato Fulvia, moglie dello sciocco Calandro. Santilla vive anch'essa a

Roma travestita da uomo, in casa del mercante Perillo, che vuole dargli in moglie la figlia. Calandro però si

innnamora di Lidio, vedendolo entrare in casa propria travestito da donna, e si appoggia a Fessenio come

mezzano; Calandro vuole imparare a morire e da morto giacersi con l'amata; finirà tra le braccia di una sconcia

meretrice e verrà scoperto da Fulvia, la quale a sua volta riceve Lidio ma sul punto di essere scoperta riesce a

sostituirlo con Santilla, salvando la propria pudicizia. Il riconoscimento finale di Lidio e Santilla scioglie in

extremis la vicenda. LE FONTI

 Soltanto un'eco dei Menecmi plautini

 Decameron (novelle IX-5, VII-9,VII-4, III-6, III-8, VII-8)

UNA CITTÀ ALLA RICERCA DI UN COMMEDIOGRAFO:

LA MANTOVA DEI GONZAGA

L'esempio dell'Ariosto agisce in maniera importante; negli stati vicini l'influenza della politica teatrale estense è

massiccia. Tra Ferrara e l'adiacente marchesato di Mantova si stabilisce un rapporto di continuità. Nella sua

accorta politica matrimoniale, Ercole I ha sposato le figlie, Isabella e Beatrice, rispettivamente a Francesco

Gonzaga e a Ludovico Sforza detto il Moro. A Mantova Isabella assume presto il compito di organizzatrice ed

ispiratrice della vita culturale, prendendo esempio anche dal genitore, decide di stimolare nella città l'adattamento

e la traduzione di commedie latine ad opera d intellettuali di corte, dal Cosmico al Castello. Nel febbraio del 1501,

in occasione di quattro giorni successivi di recite plautine e terenziane, i cortigiani hanno la fortuna di ammirare

per primi un apparato scenico e di sala che reca la firma addirittura del Mantegna. Due anni dopo Publio Filippo

Mantovano, giovane commediografo, propone sulla scena quella che, cronologicamente, è la prima commedia in

volgare del secolo: Il formicone, partitura teatrale basata sull'Asino d'oro di Apuleio. Alla morte di Francesco

Gonzaga nel 1519, gli succede il figlio Federico, ma di fatto Isabella ha libero spazio per la propria capacità di

governo; quello che manca è però una personalità autonoma di commediografo, tutta l'attività teatrale

gonzaghesca è di riporto, di repertorio, non c'è audacia o sperimentazione drammaturgica.

Trentanni dopo le esperienze di Isabella e di Federico, sotto il governo del duca Guglielmo, assistiamo al formarsi

di un gruppo teatrale autonomo, di ottimo livello, animato dalla figura di un protoregista. Nell'ambito della

Comunità Ebraica, si raccoglie intorno al commediografo ebreo Leone De' Sommi una compagnia

semiprofessionistica.

Il De' Sommi nacque probabilmente a Mantova tra il 1525 e il '27, intermediario tra tradizione giudaica e

letteratura in volgare. Membro dell'Accademia degli Invaghiti, raccoglie nei Quattro dialoghi in materia di

rappresentazioni sceniche la propria riflessione drammaturgica; è tra i primi documenti di una trattatistica sulla

drammaturgia, inaugurata dal Giraldi Cinzio coi suoi Discorsi intorno al comporre dei Romanzi, delle Commedie

e delle tragedie e di altre maniere di poesia, editi a Venezia nel '54.

Con il De' Sommi entriamo in un'area completamente nuova, quella direttamente legata al far teatro e al fine

rappresentativo delle commedie; nella sua opera troviamo la polemica contro l'endecasillabo, a suo dire inadatto

all'espressione della carica del comico; l'analisi del lavoro dell'attore (gli interpreti devono essere di buon

comando, di buona voce, e soprattutto con un fisico adatto al ruolo); grande attenzione alla dizione distinta, con

grande sottigliezza e conoscenza della fonica teatrale, in dizione veloce e lenta, fratta e accelerata; notazioni

riguardo la mimica e la gestualità dell'attore, i nessi tra parola, gesto, movimento.

I Dialoghi sono il primo vero manuale di regia, che definisce una chiara metodologia della messinscena teatrale.

DALLA FIRENZE DELLA «MANDRAGOLA» AGLI

SPETTACOLI DEL GRANDUCA

Firenze trascorre dalla Repubblica (1494-1512) ad una prima restaurazione medicea (1512-27); da un secondo

tentativo di repubblica «estremista»(1527-30) ad una seconda restaurazione, che s'apre con il settennio del duca

Alessandro, per trascorrere nel ducato di Cosimo I, destinato dal' 70 a sfociare a sua volta nel Granducato di

Toscana.

È indubbio che ci siano rispondenze tra potere e vita pubblica; la storia della commedia fiorentina è periodizzabile

in tre vaste gittate: la prima va dagli inizi della repubblica all'avvento di Alessandro; la seconda dal '30 sino

all'incirca a metà degli anni '40; e la terza da quest'epoca pressappoco alla morte di Cosimo(1574).

Nella prima fase il nesso tra gestione della cosa pubblica e il mondo dello spettacolo è molto tenue, la vita stessa

dello spettacolo respira una sete di rinnovamento che sfocia in una serie di sperimentazioni molto mobili e aperte,

che permettono la coesistenza tra varie forme di teatro. Perdurano le Sacre Rappresentazioni, nonostante il loro

numero vada riducendosi; al contrario acquistano favore crescente i drammi profani che mutuavano la struttura

drammaturgica dalla Rappresentazione sacra, ma vi calavano contenuti di tipo comportamentale-folklorico (per

esempio su tutte la fortunata serie delle rappresentazioni di Carnevale e Quaresima).

Continua a riscuotere una crescente fortuna la farsa, spesso accompagnata da temi secolari come la polemica

misogina o la tradizione della poesia rusticale; è una composizione essenziale, affidata a pochi interlocutori, e ad

una vicenda particolarmente schematica, un genere teatrale che invoglia al trapasso verso la struttura raccolta

della commedia. Trapasso che vede ricoprire un ruolo determinante al leader della vecchia classe intellettuale

formatasi intorno a Lorenzo, Agnolo Poliziano, il cui operato è cruciale per l'introduzione a Firenze della

commedia latina. A lui si deve infatti il tentativo di sottoporre il repertorio latino in maniera diretta, attraverso un

resoconto puntiglioso, all'attenzione dei giovani uditori. Nel prologo ai Menecmi plautini (1488) che accetta di

scrivere, compie un attacco al vieto moralismo degli uomini di chiesa che temono un ritorno al paganesimo dal

recupero del teatro antico; colpisce il malcostume generale di raffazzonar commedie scritte ex novo in latino

quando si è ignoranti delle leggi metriche e incapaci di ideare vicende plausibili; e rivendica anche a chiare lettere

la libertà di reintrodurre l'antico repertorio come un vero e proprio mezzo di educazione teatrale.

Getta il seme che porta alla graduale formazione, nei vari rioni, di compagnie di mercanti, artigiani, pittori,

musici, che esercitano col pretesto di amene riunioni conviviali una vera e propria promozione teatrale (per

esempio la Compagnia del Paiuolo e quella della Cazzola), allestendo in privato le prime «commedie» d'autore

fiorentino. Ha inizio una copiosa produzione comica, in cui Firenze s'imporrà alle altre città italiane per varietà di

autori e indirizzi: la Comedia di amicitia e I due felici rivali di Jacopo Nardi; la Comedia in versi, allestita per le

nozze di Lorenzo de Medici duca d'Urbino con Maddalena de la Tour d'Auvergne nel settembre del '18, e la

Pisana, entrambe di Lorenzo Strozzi sono i primi tentativi di ridare ordine e consapevolezza costruttiva al genere

comico, e di ricondurre il soggetto della commedia entro confini «mondani», se non ancora di stretta

contemporaneità.

Alla stessa data e nello stesso ambito di festeggiamenti per il giovane Medici e la consorte, viene allestita per la

prima volta la Mandragola di Niccolò Machiavelli: diversa e nuova sotto ogni aspetto, per la violenza del

paesaggio morale, per l'economia della costruzione, per la novità dello stile; fornisce ai cittadini un exemplum

profano sulla corruzione e l'immoralità dilagante, mette in scena un universo degradato, in cui gli individui

tentano disperatamente di prevalere uno sull'altro; è una lotta senza tregua dove ogni arma è buona e in cui la

ragione e la giustizia sono destinate a soccombere. La Mandragola è insomma un Principe dimidiato: obbedisce

alle stesse leggi morali, ma non conosce il beneficio dell'alternativa. Da questo punto di vista la commedia

rappresenta il limite estremo forse del particolare «pessimismo» di Machiavelli: proprio l'istante della scoperta del

comico è per Machiavelli il disincanto radicale.

Vi si trova un netto rifiuto dello sfarzo compositivo e la rivendicazione di una ferrea economia nel montaggio

della storia, la neutralità di chi elabora, con sorvegliato distacco, una fabula esemplare. Per lui i personaggi sono

davvero «personae», tipi umani avvolti nel velo della maschera; la loro verità passionale interessa non per la sua

plausibilità naturalistica ma per il contributo ch'essa portava alla coerenza strutturale della commedia.

La Mandragola non si affida a un protagonista, coadiuvato da figure di minor rilievo: ogni personaggio vale in


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AUTORE

ninja13

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tatti Silvia.

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