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Letteratura italiana - Ruzante e il teatro tra Venezia e Padova

Appunti di Letteratura italiana su Ruzante e il teatro tra Venezia e Padova per l'esame della professoressa Tatti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Ruzante e il linguaggio da lui usato, Bernardo Dovizi da Bibbiena, la Mantova dei Gonzaga, Niccolò Machiavelli.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. S. Tatti

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del sesso, sono profili intagliati caparbiamente nella ruvida scorza villanesca e dimostrano di non voler affatto

uscire dalla cupa primordialità delle loro ferine necessità; quest'opera segna tra l'altro la scomparsa del

personaggio Ruzante.

Tra le ultime commedie del Beolco troviamo La Piovana, in cui ci trasferiamo tra i pescatori e gli ortolani di un

borgo nei pressi di Chioggia; il testo latino è radicalmente dialettizzato, i personaggi sembrano metaforicamente

aver aggregato al proprio umile mondo un universo di pensieri e parole superiori al proprio e averlo inglobato nel

proprio; questo tipo di assorbimento è evidente ancora di più nella Vaccaria, ambientata in città, tra borghesi che

parlano l'italiano letterario e servi di origine contadina che si esprimono in dialetto; questa alternanza tra parlata

dotta e parlata popolare ben esprime il rapporto di attrazione-soppraffazione tra lingua letteraria e dialetto, tra

mondo borghese e mondo popolano. Dopo il '34 infine troviamo L'Anconitana, in prosa, in cinque atti, dalla

struttura estremamente libera e protesa a forme di puro divertimento scenico, quasi una rassegna dei vari generi

teatrali.

L'opera di Ruzante si inserisce nel momento di più profonda crisi politica della Repubblica, quando nel pericolare

dei privilegi del potere emergono le plebi rurali; quando Ruzante aveva cominciato a scrivere la Repubblica

viveva nello smarrimento e nella disperazione, ma quando egli si congeda dal suo pubblico(muore nel 1542)

l'aristocrazia ha saldamente ripreso il controllo a prezzo di durissime repressioni, e si avvia a godere l'ultima

inquieta stagione del proprio splendore;un'eco della vita raffinata e sensuale quanto irrequieta dell'aristocrazia

veneziana di quegli anni si trova nella commedia forse più bella, certamente più sconcertante, del primo

Cinquecento veneto, La Venexiana, legata a un fatto di cronaca che coinvolse persone riconoscibili dall'elitario

pubblico coevo, con un'allusione a vicende private o a contrasto tra questa o quella famiglia, celante una qualche

intenzione di scandalo. Di autore sconosciuto, se raffrontata, insieme all'opera di Ruzante, alla produzione teatrale

veneta successiva, essa segna uno stacco marcato; basta pensare al caso dell'Aretino. Figura legata con nodi di

complicità si potenti della città, sfruttando le proprie doti di diplomatico «dilettante», si afferma come scrittore

pubblicando a ritmo frenetico le due tornate del suo esecrando antidialogo, i cosiddetti Ragionamenti, diverse

prose sacre e, proprio a segnare il suo esordio, due commedie, Il Marescalco e la Cortigiana, entrambe da

ascrivere al suo «periodo romano». A Venezia riaffronta il teatro solo nel '42, quando una importante Compagnia

della Calza, i Sempiterni, gli commissiona una commedia, per allestire la quale l'Aretino chiama da Firenze

l'amico Vasari, il quale adatterà la sala di un palazzo a Cannaregio, ricavandone un teatro rettangolare, secondo il

modulo che verrà poi più ampiamente realizzato a Firenze. Nella Talanta l'Aretino mette in scena le vicende di

una meretrice, nella Roma dei bassifondi, vagheggiata da vecchi mercanti e soldati vanagloriosi, mentre i servi e i

parassiti campano delle truffe ai danni degli spasimanti. È una commedia di parola, i personaggi più che

contendere, si ascoltano parlare, si ammirano l'un l'altro per le insolite improvvisazioni, si contrastano non con

l'azione ma con estenuanti schermaglie dialogiche; la maestria dell'Aretino nell'alternare i registri più disparati di

linguaggio ne fa però un persin troppo sorvegliato esperimento di stilizzazione del comico «orale». È teatro di

pura parola anche Lo Ipocrito, sempre del '42, che vive puramente della sua parola, così come tutti gli altri

personaggi; è una vera affermazione di poetica: ogni spettacolo teatrale vive unicamente di parola, per questo esso

è tanto fugace da essere condannato alla totale inutilità.

L'ultima commedia è Il Filosofo, del '46, in cui l'Aretino impone la sua presenza in scena; non è solo l'autore ma

anche il regista che muove a vista i personaggi. Il Prologo racconta di aver sognato ciò che gli spettatori stanno

per vedere: un doppio spettacolo, due storie parallele che sembrano non destinate a toccarsi;l'autore manipola col

massimo di ostentazione la doppia vicenda, sottolineando in questo modo l'illusorietà d'ogni discorso teatrale. I

personaggi sottolineano la propria coscienza di essere tali, si propongono come attori in contesa tra loro, e

nell'animato finale si fanno avanti per riassumere allo spettatore ciascuno la propria parte.

La ricerca dell'Aretino conduceva all'annientamento del teatro, almeno quale era concepito dai suoi

contemporanei, consapevoli dell'illusorietà della scena ma ben decisi a riconoscerle una insostituibile funzione di

intrattenimento e ammaestramento. A partire dagli anni '40 anche il teatro dialettale tende a spezzare gli schemi e

a sfaldare le strutture convenzionali, il peso specifico dei contenuti perde importanza a favore di una ricerca

formale sempre più esasperata.

Andrea Calmo (1510-1571), attore comico di successo ed autore in proprio di sei commedie, oltre che di quattro

ecloghe pastorali, porta alle estreme conseguenze l'uso polemico del dialetto impugnato da Ruzante: adotta, oltre

al volgare, il veneziano cittadino, quello di campagna e quello di laguna, il pavano, il bergamasco, il dalmatino e

il greco-veneto degli stradiotti. A Calmo non interessa la trama, la vicenda è puro pretesto per variazioni

stilistiche; mostra una grande disponibilità nei confronti di modelli e fonti, antiche e moderne: la Pozione

echeggia la Mandragola;La Fiorina l'omonima commedia del Ruzante; la Rodiana elabora spunti boccacciani; il

Travaglia assimila temi degli Ingannati d'area senese. I personaggi sono diversi tra loro, ma è un contrasto che si

condensa e si risolve nell'agonismo orale; la sua ricerca non è così distante da quella aretiniana, soprattutto se si

guarda all'opera maggiore dell'attore-scrittore veneto: le Lettere, dove colpisce il prodigioso gioco delle

metamorfosi linguistiche, in base al quale ogni aspetto del reale,anche l'infimo, è tradotto in un complesso

meccanismo formale. Esse, pur non essendo destinate alla recitazione, saranno la base delle «entrate» e delle

«uscite» dei primi attori della Commedia dell'Arte, intorno agli anni '70. Gli esiti ultimi della commedia

cinquecentesca veneziana portano alla frammentazione del discorso teatrale, che non ha altra alternativa che

condensare la parola in un codice pressochè definitivo, quello che sarà destinato ad essere sfruttato a fondo dai

«tipi» e dalle «maschere» della Commedia dell'Arte.

Prendendo ad esempio il rodigino Artemio Giancarli e le sue due commedie, la Capraria e la Zingana, ritroviamo

i personaggi del contado, raminghi e a modo loro corrotti come li aveva dipinti la fantasia del Ruzante, ma

rimodulati su un registro di vitalità giocosa; la freschezza della loro parola va però articolandosi secondo moduli

che saranno precocemente canonizzati.

In conclusione, mentre i superstiti Compagni della Calza si accaniscono a proteggere gli epigoni della commedia

erudita, i Dogi tendono a rinchiudersi in Palazzo Ducale,dando vita a rappresentazioni teatrali sempre più fredde e

rarefatte, di preferenza favole pastorali musicate. In città è sempre più rigido il controllo imposto sulla vita dello

spettacolo, grazie anche alle pressioni della Compagnia dei Gesuiti, che taccia le rappresentazioni di immoralità.

RUZANTE

Ruzante è il nome d'arte dell'autore e attore teatrale Angelo Beolco, nato a Padova nel 1496 e morto il 17 marzo

1542. Sebbene figlio illegittimo, grazie all'estrazione borghese del padre potè formarsi in un ambiente familiare

agiato e colto;sposa Giustina Palatino, figlia di un agiato giurista; importante è la sua amicizia con Alvise

Cornaro, complessa figura di umanista e uomo d'affari, la cui casa padovana riproduceva in miniatura l'ambiente

di una piccola corte rinascimentale, in cui il Beolco matura la sua formazione artistica; con alcuni nobili amici

forma la sua compagnia con la quale tra il 1520 e il 1526 si trova spesso a Venezia. La produzione drammatica del

Ruzante comprende due commedie in versi(la Pastoral, ecloga letteraria innestata nel clima parodistico di una

arcadia rusticana, e la Betìa, ripresa dello schema del mariazo), cinque in prosa(La Moscheta, La Fiorina, La

Piovana e La Vaccaria, liberamente tratte dal Rudens e dall'Asinaria di Plauto, e L'Anconitana, anticipazione di

un tipico intreccio dell'Arte), tre «dialoghi», due orazioni (che espongono i motivi ideologici della poetica

ruzantesca: il naturale è cardine nella vita e nell'arte, nel linguaggio e nei sentimenti, da cui l'uso costante del

dialetto), due lettere-monologhi e alcune liriche.

LA MOSCHETA

Betìa, per non cedere alle lusinghe del compare Menato, di dispone ad accettare le profferte che le fa il marito

Ruzante per tentarne l'onestà, travestito da forestiero, contraffacendo il proprio dialetto in lingua colta, raffinata,

moscheta(da qui il titolo); per darsi poi, per dispetto, a un soldataccio bergamasco, Tonin, che le ronza intorno,

fino a che l'astuzia e la forza del compare non avranno nuovamente ragione e del marito e dell'amante

occasionale. LA VENEXIANA

Commedia in cinque atti, in prosa, in dialetto veneziano, di anonimo cinquecentesco;nel tentativo di identificarne

l'autore, Emilio Lovarini avanza il nome di Girolamo Fracastoro, prendendo spunto e da una firma trovata sul

manoscritto (tale Girolamo Zarello, sconosciuto), e dal fatto che nelle pagine successive a quelle contenenti la

commedia si trovano due sue liriche volgari, più altre cinque di autori contemporanei.

A questa ipotesi si può affiancare quella di Ireneo Sanesi, che interpreta la commedia come prodotto del teatro

umanistico, fuori dalla ripresa classicistica tipica della commedia cinquecentesca;o quella cautamente avanzata da

Manlio Dazzi, che vi ravvisa analogie con l'ispirazione pornografica di Maffìo Venier;o infine quella di Giorgio

Padoan, che identifica una sceneggiatura di un piccolo scandalo mondano rivelato sul palcoscenico da un amico

ed emulo di Ruzante, Girolamo Zanetti. Più in generale è certo opera di una personalità fornita di una

preparazione culturale di ottimo livello, probabilmente ricollegabile a una Compagnia della Calza, ravvisabile

nella suddivisione canonica in 5 atti, nelle didascalie in parole latine, nel prologus in italiano aulico, nel congedo e

nelle due righe in latino del colophon.

Un giovane forestiero di nome Iulio giunge a Venezia, dove si invaghisce della bella Valeria, credendola,

erroneamente, nubile; tramite la serva Oria le manda un messaggio, e Valeria nonostante sia sposata è disposta a

corrispondergli; nel frattempo del giovane Iulio si è invaghita la ricca vedova Angela, che tramite la serva Nena, a

sua volta aiutata dal facchino Bernardo, riesce a passare una notte d'amore con Iulio, celando la propria identità, e

donandogli una catena in pegno. L'indomani Iulio incontra Valeria, che vedendo al catena di Angela lo respinge,

ma poi, pentita, lo richiama a sé. I due amanti si riconciliano e Iulio passa a Valeria.

L'URBINO DEI DELA ROVERE E IL TRIONFO DELLA CALANDRIA

I vincoli stretti tra Mantova e Urbino sono segnati dalle nozze di Elisabetta Gonzaga e Guidobaldo da

Montefeltro(1488). Elisabetta, allora diciassettenne, è sorella di Francesco e diverrà cognata di Isabella d'Este, con

la quale discorre nel fitto epistolario di molti temi culturali, ma non di teatro e spettacolo: Elisabetta predilige la

musica, il canto, la danza.

Il malaticcio Guidobaldo s'occupa soprattutto dello studio e della raccolta di cose antique, stimola il fiorire delle

arti figurative, favorisce gli studi letterari, adunando intorno a sé quel cenacolo di intellettuali che ha nel Bembo e

nel Castiglione i due principali animatori.

Il teorico della comicità in genere, e della sua particolare tonalità «cortigiana», è, nelle discussioni alla corte di

Urbino (e poi nel Cortigiano) un giovane, intraprendente prelato, Bernardo Dovizi da Bibbiena. Ha una carriera

da diplomatico, fedelissimo ai Medici, in giro per mezza Europa.

Nel 1513 Francesco Maria Della Rovere gli chiede di affidare alla propria corte una commedia per le feste di

carnevale ad Urbino. Nella guerra della Lega Santa contro Luigi XII di Francia Francesco ha tenuto un

atteggiamento ambiguo; e solo dopo la sconfitta dei francesi a Ravenna, nell'aprile del '12, si è schierato a fianco

del papa, ha espugnato per lui Bologna, è stato, almeno formalmente, il punitore della traditrice Ferrara. Le feste

urbinati del carnevale 1513 devono dunque sottolineare l'alleanza rinsaldata col papa e l'affermazione di prestigio

colta dal ducato grazie al suo pugnace condottiero. L'allestimento è affidato al Castiglione; scenografo è

Gerolamo Genga, allievo di Raffaello, con l'occhio rivolto alla scenografia della Cassaria ariostesca(1508); l'idea

della città cintata viene estesa a tutta la sala gli spettatori stanno come sul fossato della città, racchiuso tra due

ordini di mura; il primo è dipinto sullo zoccolo del proscenio, il secondo sulla transenna che traversa a metà la

platea. Sulla scena, in proscenio, una contrada adiacente alle mura; sul fondale, dipinte in prospettiva bene intesa,

strade, palazzi, chiese, torri; la città che vis i riconosce, per un arco trionfale ed un tempio ottagonale, è Roma.

Il testo è scritto dal Bibbiena, che fin dal prologo entra in polemica con Ariosto, sostenendo che ciò che è nuovo e

moderno diverte più di ciò che è antico e vecchio; il volgare non è affatto inferiore alle lingue classiche, il

problema è lavorarlo con la stessa applicazione con cui gli antichi rifinivano quelle; la commedia va scritta in

prosa, perchè in prosa si parla, e in volgare, perchè ognuno possa intenderla; quanto a eventuali modelli latini, il

punto è stare a paragone con loro a livello del puro plot, del soggetto, ma inserendovi accidenti, situazioni, eventi

sulla base di un registro stilistico completamente autonomo.

L'universo espressivo della Calandria è quello decameroniano, citato, invertito, gestualizzato, parodiato, per

dimostrare che dinnanzi ad una partitura espressiva praticamente inesauribile come quella del Decameron, il

teatro moderno avrebbe avuto di che sostanziarsi per decenni.

Il Bibbiena punta sulla complicità intelligente di un pubblico che conosce a memoria un capolavoro largamente

divulgato, ma insieme c'è la libera invenzione dell'autore; c'è poi l'impegno ad affidare agli aristocratici d'Urbino

un messaggio che ha una sua misura di interiore eticità.

Nella Calandria Boccaccio agisce grazie a una delle costanti fondamentali della sua visione del mondo: per quella

fiducia nella Ragione fattasi operante misura d'intelligenza, che salva l'individuo dalle tempeste dell'Eros e lo

sottrae alle prevaricazioni della Fortuna. Nella variegata fenomenologia della passione d'Amore, è poi il trionfo

della Ragione attiva, declinata nelle sue attitudini più varie, a siglare l'esito e la morale della commedia: è la

Ragione a rendere plausibili i contrapposti profili di Fessenio, accorto ingegnoso, e di Calandro, sciocco

animalaccio.

La commedia ha uno strepitoso successo, tanto da essere replicata nelle capitali dello spettacolo italiano (Roma,

Mantova, Venezia, ancora Mantova, Camerino, Lione, ecc.).

BERNARDO DOVIZI DA BIBBIENA


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AUTORE

ninja13

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Tatti Silvia.

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