Letteratura italiana 1 (medievale)
Introduzione alla letteratura medievale
Drusi Riccardo Lezione I – 06/02/2017
Andremo ad esaminare un arco cronologico che corrisponde a significativi mutamenti storici. L’idea di una poesia e letteratura autonoma e svincolata dalla storia è idealistica e romantica, ed è appartenente ad un filone di critica recente (‘700). Per quanto riguarda gli autori che affronteremo, l’idea di cultura letteraria e di cultura era tarata su parametri diversi.
Le etichette che questa storiografia recente ha attribuito ai generi lirici nel corso del ‘200 si sono dovute misurare con la storia politica europea. La cosiddetta scuola siciliana è un fenomeno culturale legato alle iniziative della corte imperiale di Federico II di Svevia.
I liberi comuni italiani saranno una culla specifica di una letteratura, dove dunque parlare di comuni non è semplicemente la scappatoia per non designare in modo numerico una cronologia; non si tratta di semplici etichette cronologiche ma di etichette che tengono presente una realtà politica istituzionale e storica.
Variazioni politiche e letterarie
Queste variazioni politiche, i tentativi di imporre il proprio dominio e per contro le rivendicazioni di autonomia da parte dei comuni, non sono senza riflesso, che tocca alcuni filoni letterari. La stessa ideologia che va ad affermarsi dopo il 1250, i versi amorosi provenienti dalla più fedele tradizione della poesia lirica, passano da una poesia strettamente amorosa ad una poesia morale, moralistica (improvvisamente) scritta nelle stesse forme e negli stessi metri.
È una poesia che talvolta non disdegna di scendere dalle vette della idealizzazione amorosa, questa sorta di religione d’amore, che aveva pervaso l’Europa, per occuparsi di questioni di realtà contemporanea, e si realizza nei registri comici (realistici, di una realtà sociale, politica, attuale) o trasfigurando questa realtà in termini mutuati da questa religione d’amore.
L'impero e le sue conseguenze
Importante sarà l’impero, le sue sorti e le conseguenze che hanno in Italia, non solo per l’affermazione dei poteri comunali a cui abbiamo fatto accenno. Citiamo: storico francese, Georges Duby, legato ad uno studio della realtà politica del passato, attraverso la ricerca delle istituzioni e delle variazioni istituzionali. Ha dedicato un libro, una monografia, La domenica di Bouvines. 27 luglio 1214.
Questa data, alla conclusione del libro di Duby, si rileva determinante per le sorti della cultura europea, fino alla rivoluzione francese: gli stati nazionali così come siamo abituati a parlarne, nascono in questa data.
Conflitti e successioni imperiali
L’imperatore designato, Ottone IV di Brunswick, perde una battaglia contro una coalizione avversa. I precedenti di questa battaglia vedono coinvolto il successore, Federico di Svevia che sarà Federico II. Le alleanze che precedono questa battaglia dipendono dalle circostanze di nascita: Enrico VI di Svevia e Costanza d’Altavilla sono i genitori; Enrico VII di Lussemburgo (in tedesco Heinrich; in lingua volgare Arrigo), imperatore del Sacro Romano Impero, muore; il padre di Federico muore nel 1197. Come garantire la successione all’impero? Interviene il papato: il tutore di Federico è Innocenzo III.
Questa tutela avrebbe dovuto garantire supremazia papale anche sull’impero. Il concordato di Worms, anche noto come Pactum Calixtinum, fu un patto stipulato a Worms (in Germania) il 23 settembre del 1122 fra il sovrano del Sacro Romano Impero Enrico V di Franconia e il papa Callisto II (Guido dei Conti di Borgogna).
Conflitti tra papato e impero
Nel 1122 gli attriti perseveravano; il papato si faceva garante di un imperatore di minore età. Ottone IV di Brunswick aveva una posizione di relativa debolezza che lo rendeva succube al papato. Il papato ebbe la possibilità di giocare su due tavoli: da un lato Innocenzo III aveva il controllo totale su Federico II, dall’altro il controllo su Ottone; un altro aspetto da tenere in considerazione è che Ottone voleva confermarsi imperatore del Sacro Romano Impero per sempre; riceve la scomunica, (alleato con l’Inghilterra di Giovanni Senzaterra), sconfitta di Ottone. Da questo momento l’istituzione imperiale comincia a perdere di autorità. Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate. Angelica Villegas Alban
Federico II e il suo potere
Tutta la vita di Federico sarà occupata a recuperare un potere che il papato gli ha sfilato sotto i piedi. Federico II, politica culturale, lui è Re di Sicilia e Gerusalemme, ha un controllo teorico su buona parte dell’Europa: Germania e Italia sono di diritto imperiale. Questa interruzione di un reale potere imperiale determina il lento progressivo ma inesorabile sfaldamento che un tempo cadevano dal diretto controllo dell’impero. Questo sia in Germania che in Italia. In Italia le piccole realtà comunali patteggiano per il più forte che si confermerà essere il papato, che designa la casa regale che deve succedere agli Svevi.
Il papato fa fuori Corradino di Svevia, che si scontra con Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, nominato dal Papa. Il papato quindi ha il diritto a nominare il Re. Si arriverà fino alla rivolta siciliana nel tardo ‘200 che determinerà il scollegamento del regno di Sicilia dal resto della penisola. Arrivano gli Aragonesi. Potere legale non aveva sede legale in Italia all’epoca. Esisteva una fascia di Italia centrale occupata da comuni che godono di un apparente libertà ma devono rispondere al papato.
Le realtà politiche in Italia
Nell’Italia settentrionale invece troviamo una realtà di piccole costellazioni signorili, che seguono le sorti della politica imperiale. Un decennio dopo la morte di Federico II, quella casa, gli Ezzelini, che si era inserita in quasi tutto settentrione Italia, tracolla. Crociata contro Ezzelino e Alberico. Un potere che andava costituendosi con la fisionomia di un regno settentrionale, un principato forte. I Della Scala, casata relativamente ignota nel ‘200, nel ‘300 si impadroniscono del potere e si faranno nominare vicari imperiali, ultime estreme propaggini del potere feudale confinato verso le zone del Piemonte, che a rigore non sono territori linguisticamente italiani.
Dall’altra parte, ad oriente, si scopre la realtà politica di un più vasto sviluppo patriarcale: patriarcato di Aquileia, che estende il proprio controllo, diretto e indiretto, sul territorio che va da Mantova al Danubio e altre zone, ed ha come diocesi Mantova, nel cuore dell’Italia settentrionale. È un’osservazione che spesso sfugge. I veri poteri in it sono quelli legati alla chiesa. Poco importa che sia un tedesco, ma è un principe ecclesiastico, che rischia la scomunica in caso di una aperta ribellione al papato.
Implicazioni culturali del potere
La mancanza di un concreto potere imperiale sarà determinante per gli sviluppi culturali della penisola. Si assiste ad un frazionamento sempre più pronunciato di vari centri culturali. Centri culturali più influenti prima coincidono con sedi universitarie, Bologna, Padova, Napoli, lentamente i centri di gravità si spostano. A settentrione prevale l’imitazione della lirica trobadorica sfruttando la stessa lingua dei modelli, cioè il provenzale. La cultura in sedi universitarie è aggiornatissima, attuale, ma si esprime in latino. Come si scrive correttamente una lettera, ufficiale, di corrispondenza, tra potenti, sovrani. Ars dictaminis: Una letteratura che di preferenza si esprime in latino. Ci sono manifestazioni in lingua volgare nell’Italia centrale, sono manifestazioni legate a movimenti spirituali come ad esempio il francescanesimo, ma notiamo che si tratta di espressioni locali destinate ad esaurirsi in un raggio locale. Sono confraternite di laici che circolano in un ambito ristretto. Fa eccezione il meridione d’Italia, per quello che si riesce capire ad una ricostruzione storica databile a tempi recenti.
Sviluppo della letteratura siciliana
Si tratta di un’etichetta di fine ‘800 per designare un movimento che nella sua coralità andava in quegli anni (fine ‘800) assumendo una fisionomia più nitida. Precedentemente trattavano i singoli poeti. Giacomo da Lentini, notaro, su quale fino a fine ‘800 scarseggiavano dati. Ci soffermeremo su questo quadro, per giustificare arco cronologico prescelto. Ci occuperemo dei filoni principali in tempo di crisi delle istituzioni imperiali.
Antologie e letteratura
Accenni di storie letterarie Nella prima antologia di Contini si partiva dai testi, era difficile farsi un quadro generale della situazione della poesia nel corso del ‘200. Bruno Panvini era un consuntivo parziale. Se si fosse voluto leggere qualche poeta settentrionale come Girardo Patecchio, di Cremona, bisognava andare a cercare le edizioni Tobler, Mussaffia, pubblicati in rivista. Vengono quindi riuniti per la prima volta tutti i siciliani, siculo-toscani.
Influenza di Dante
Guittone d’Arezzo: importante come innovatore di statuti lirici e prosastici, cosa che ne giustifica l’influenza che ha avuto sui rimatori contemporanei e tra i rimatori contemporanei dobbiamo ricordarci soprattutto di Dante. Dante fonda una nuova e diversa poesia lirica, contro la tirannide di Guittone. Purgatorio XXIV: Bonagiunta è messo a riconoscere un primato poetico e letterario allo stilnovo, quello di un ambito di ricerca poetica che gira le spalle ad una precedente tradizione. In questo passo Bonagiunta cita una lirica di Dante, la cosiddetta poetica della lode, poesia che si risolve Donne ch’avete intelletto d’amore, nell’enunciare e annunciare la lode di madonna.
Connessione con Dante e Petrarca
Per Domenico De Robertis i siciliani vanno collegati a Dante. Non fanno a rigore una scuola vera e propria. Dante, con la stesura della Commedia, ha rinnegato quella una stagione letteraria precedente. Parleremo della storiografia degli incunaboli; nel tardo ‘800, Francesco de Sanctis si occupava del problema di dare un taglio alla letteratura italiana.
Origine della scuola siciliana
Lezione II – 07/02/2017 Origine scuola siciliana Come nel primo libro del De vulgari eloquentia viene fatto un vaglio delle lingue d’Italia e viene cercata quale sia la più corrispondente ad una pratica poetica. Dante istituisce un paragone (Mengaldo), e sceglie il più onorevole e onorifico. Facciamo un esame mentale a proposito del siciliano: tutto quello che gli italiani producono in fatto di poesia, non solo i siciliani (Cavalcanti, Guinizzelli e Guittone etc., i cosiddetti siculo-toscani) è in siciliano: tutto quello che è poesia in italiano di e che di fatto viene prodotto in lingua di sì, è in siciliano. Siciliano non solo come riferimento alla lingua ma anche al genere.
Molti maestri nativi dell’isola hanno cantato famose canzoni; viene citato ad esempio Guido delle Colonne. È significativo che la prima menzione del De vulgari eloquentia, non sia Giacomo da Lentini; coinvolge un altro personaggio perché attorno a Giacomo da Lentini già Dante nutriva dubbi bibliografici. Lo conosce e lo menzionerà, ma sempre in una estrema genericità. Continua magnificando i pregi politici della corte federiciana. Dante correda la nobiltà ideale della politica imperiale di Federico II con la politica artistica letteraria. Perché sono siciliano tutti gli italiani? Perché tutti quelli che erano animati dallo spirito di poesia convergevano nella curia di Federico II; ecco perché anche i fiorentini scrivono in siciliano.
Dante non lo sapeva, ma nell’800 grazie alla filologia e alle scienze glottologiche è stato verificato che la stessa poesia di Guido delle Colonne da Messina, di Jacopo Mostacci e altri che Dante poteva leggere ai tempi suoi, era una poesia passata per copie e trascrizioni e che aveva perso lo smalto linguistico originario, si trattava di un siciliano fortemente rielaborato, non un siciliano nettamente dialettale, c’era una patina siciliana ma questa patina si era andata perdendo tra le varie trascrizioni, tanto più che queste trascrizioni avvennero fuori dalla Sicilia, ben più al nord, in terra toscana.
Affinamento linguistico
Ecco che l’apparente contradditoria linguistica si spiega così. Gli stessi siciliani erano arrivati ad un livello di affinamento linguistico che li aveva portati ad abbandonare la loro lingua autoctona e ad usare una lingua universale che guardava un orizzonte linguistico più ampio, che si confrontava con le lingue italiane e di quelle guardava il meglio. Anche il fatto che ci fosse questa sorta di atto voltaico tra spiriti eletti e nobiltà d’animo, politica e ideologica, della curia federiciana. Tutti scrivono in una stessa lingua e perciò tutto quel che si scrive di poesia in italiano si può definire siciliano. Nel 1305 teniamo fermo che i nostri posteri non potranno mutare.
Fra i siciliani vi è stato qualcuno che ha poetato in un registro mediocre. I siciliani e i loro emuli hanno scritto in stile tragico, ma tra i siciliani stessi c’è stato chi ha scritto in stile mediocre. Chi ha scritto in lingua mediocre è più spontaneo, più vicino a lingua originale: Cielo d’Alcamo, verso 3 di Rosa fresca aulentissima. Il corteggiatore fa sì che la donna eseguisca i suoi desideri, tenta di sedurla. “tirami fuori da questi fuochi, desideri, se ne hai volontà”: betacismo tipicamente siciliano.
Contributo di Dante
Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate. Angelica Villegas Alban Per Dante si fissa pertanto una cronologia della poesia lirica, una tradizione che potremmo definire monade indistinta: itali = siculi. Qualunque cosa sia poesia in italiano = siciliana. Nel sistema del trattato del De vulgari eloquentia non c’è molta distinzione, questo è il filone principale a cui bisogna attenersi anche presentemente, anche nel XIV sec. Rimane questa poesia municipale, iper-municipale, di censura, che è legata a Bonagiunta Orbicciani da Lucca e Guittone d’Arezzo: detentori poesia indegna perché rimasta estranea da questo filone principale della poesia lirica purissima. Siciliani-toscani-stilnovisti: stesso dante si incarica di condurre a perfezione ciò che i siciliani stessi avevano fondato.
Petrarca
È l’occhio della nostra materna lingua, della nostra volgare poesia, elabora un’idea critica della tradizione che lo ha preceduto. Petrarca è noto per la reticenza. Noto per aver elaborato e rielaborato il suo canzoniere, per aver delegato al canzoniere la rappresentanza vera e sincera del suo letterato, ma quando si parla di volgare non prende posizione. Vediamo nel TRIUMPHUS CUPIDINIS (trionfo d’amore, primo trionfo) la risposta: visione di dominio iniziale che amore esercita pressoché tutta umanità. Secondo consuetudine trionfi romani antichi, Petrarca immagina che ci sia Amore rappresentato secondo una iconografia classica (fanciullo, nudo, arco) e davanti a lui incatenati tutti i soggiogati: personaggi storici e letterari.
Quando si tratta di descriverli lo fa a ritroso: dai più prossimi fino ad arrivare anche ai trovatori, in lingua d’oc. v. 31-36: ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia (Cino da Pistoia), Guittone d’Arezzo, ecco i due Guidi, che già vennero apprezzata (Petrarca suggerisce che furono, ora non più cambiamento gerarchia), Onesto bolognese, e infine a chiudere i siciliani, che furono i primi e ora gli ultimi: sia per cronologia ma anche perché furono coloro che esordirono per primi nella poesia lirica in volgare italiano. Petrarca diversamente da Dante a questa rassegna di poeti che hanno preceduto non lega una militanza critica, è sorta di omaggio a chi è venuto prima.
Giudizio di Petrarca
Interessante è che mentre per Dante, come abbiamo già detto, per quanto riguarda quel filone puro di lirica, rimangono all’esterno “i cattivi poeti in lingua di sì”, in Petrarca non sussiste questa distinzione: Guittone d’Arezzo sta alla pari di Cino da Pistoia (ultimo rappresentante dello stilnovo), per Petrarca possono “stare assieme”. La definizione di un canone letterario, come aveva fatto Dante, dove c’è chi può stare e chi no è un tentativo fallito per la mano stessa di Dante che si è dato a genere di altra natura, come quello del poema sacro. Se una cronologia di massima continua a rimanere viva anche attraverso Petrarca, i giudizi di valore sono collassati. Importante sottolineare questo perché in fondo questa cronologia, questo sistema, dal ‘300 viene brevettato all’800, viene fatta solo allora una storia letteraria, con l’ambizione non solo di fornire un quadro onomastico ed erudito, ma è un vero e proprio tentativo di una sistemazione critica, anche dei testi e autori più lontani nel tempo, di verifica delle stesse affermazioni di Dante o di Petrarca; c’è una trafila che mette in ordine siciliani, siculo toscani etc., tuttavia vediamo che gli strumenti e le concezioni di questi critici moderni rimangono le stesse che avevano a disposizione Dante e Petrarca.
Due storie letterarie
Manuale della letteratura del I secolo della lingua italiana Vincenzio Nannucci, nato alla fine del ‘700, toscano-fiorentino, divenuto filologo, legato all’ambiente della crusca. La crusca è attenta ai testi di lingua. Attraverso questo studio erudito forniva le basi per una rilettura critica della letteratura italiana, che fosse volta alla concatenazione dei fenomeni. Questa storia letteraria è limitata al I secolo della lingua italiana, cioè il ‘200 e qualche propaggine del 300: Manuale della letteratura del I secolo della lingua italiana. L’elemento di unificazione è la lingua italiana. È lo stesso ragionamento di Dante, vale come per i siciliani. Era un manuale scolastico, un testo estremamente autorevole. Notiamo che il testo d’esordio di questo manuale è di Cielo d’Alcamo, ribattezzato “Ciullo”. Viene citato il Il contrasto De vulgari eloquentia. Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate. Angelica Villegas Alban Siamo rimasti lì, l’unica variazione è che qui si parte da un testo che Dante avrebbe censurato come scarsamente rappresentativo dei volgari. Perché c’è stata questa variazione? Vedremo meglio.
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