La crisi della coscienza europea e la nuova letteratura
Tra la fine del '600 e l'inizio del '700 assistiamo a un'epoca di grandi cambiamenti; se la maggior parte della popolazione continua a vivere nelle stesse condizioni di vita, sentendo la pressione del forte divario tra nord e sud e dei confini tra le classi, di un potere economico centrato nelle mani della nobiltà e del clero, di un dominio assoluto dei valori della controriforma, in un clima di precarietà e di altissima mortalità anche a causa dei conflitti europei, ai margini del sistema si fanno strada nuovi commerci e strategie di colonizzazione, nuovi traffici, grazie anche ai progressi tecnici.
In questo orizzonte, l'Italia ricopre il ruolo di una semplice pedina in balia degli equilibri alterni tra l'Inghilterra, la Francia dei Borbone e la Spagna degli Asburgo. Parallelamente trovano nuovi stimoli le attività di riflessione e di ricerca, e un processo di integrale laicizzazione del sapere, nella convinzione che una religione autentica non possa avere nulla da temere dall'indagine razionale; dalla conoscenza come fuga dalle tenebre dell'errore e illuminazione nasce così la critica in senso moderno, come analisi senza pregiudizi dei discorsi e dei fatti umani.
Si sviluppa un nuovo terreno comune di cooperazione intellettuale per gli uomini di cultura: la repubblica delle lettere, che favorirà la nascita di nuove discipline definite scienze umane (l'antropologia e la psicologia); l'uomo di cultura fa parte di una comunità universale, quella dei letterati. La lingua principale della cultura rimane il latino, almeno fino al '700; la lettera è lo strumento essenziale di comunicazione, informazione e confronto. Questa cultura si rivolge a un pubblico che va dalla media alla piccola nobiltà, a un clero colto, in genere di origine nobiliare. Determinante è l'opera dei traduttori e un nuovo strumento di discussione è rappresentato dalla stampa periodica (gazzette, avvisi).
Il problema dell'alfabetizzazione rimane molto diffuso; l'istruzione è per lo più nelle mani delle istituzioni religiose, mentre il mondo universitario non riesce a mantenersi al passo della vivacità culturale del tempo. La situazione francese, ad esempio, trova espressione nell'acuirsi della querelles des anciens et des modernes che andava individuando la superiorità del presente con il trionfo di una razionalità e una conoscenza impensabili per un passato segnato dall'inadeguatezza del suo mondo e del suo sapere. Questa soddisfazione di sé che caratterizza la cultura cortigiana francese si traduce in una curiosità per il presente, nel gusto per un edonismo frivolo e leggero che trova espressione in un nuovo stile figurativo denominato rococò [sovraccarica decorazione degli interni, estenuazione del gusto barocco, svolgimento di forme artistiche ornamentali, edonistiche, preziose, predilizione per il particolare, aspirazione a disegnare una natura tutta artificiale].
La nuova società inglese e il romanzo moderno
In Inghilterra vediamo nel frattempo il formarsi di una classe sociale nata dalla piccola aristocrazia, priva di titoli nobiliari e impegnata nei traffici commerciali; è un nuovo pubblico, quello dei gentlemen, che si raduna nei caffè e nei club, e al quale si rivolge la letteratura nascente del periodo. Si sviluppa quindi da una parte una nuova stampa periodica, non rivolta alla “repubblica dei letterati” ma che riversa il suo interesse sulla vita quotidiana e si rivolge proprio alla borghesia cittadina. Con simili intenti nasce il romanzo moderno ('Robinson Crusoe', Defoe; 'Gulliver's travel', Sterne; 'The life and opinions of Tristram Shandy, gentleman', Swift), nel tentativo di raffigurare e interpretare la società contemporanea nella sua interezza e nella sua mutevolezza. Nasce così anche quella scrittura ironicamente distaccata che incarna il tipico humor inglese.
L'Italia e la cultura del ritardo
L'Italia è in questo momento in una situazione di ritardo, dal punto di vista culturale, rispetto al resto d'Europa; la lingua italiana è ancora diffusa nelle corti del continente, grazie alla diffusione della commedia dell'arte e del melodramma, e la penisola rimane meta dei viaggi di intellettuali europei; si diffonde però anche un inverso processo di emigrazione degli intellettuali italiani in paesi stranieri; si comincia però ad avvertire quel ritardo che darà la spinta necessaria allo sviluppo di una volontà di adeguamento all'Europa.
Tale spinta produrrà scambi linguistici, soprattutto con il francese, nel tentativo si svincolarsi dal rigido purismo dell'Accademia della Crusca; la cultura resterà per lo più in mano ai ceti nobili e al clero, ma andrà nascendo, soprattutto a Napoli, un nuovo ceto civile di giuristi e funzionari pubblici che saranno fondamentali nell'elaborazione di una cultura storica e giuridica. Il pubblico finirà per coincidere quasi del tutto con questi strati sociali; in questo orizzonte si sviluppano poi fenomeni molteplici che a partire dalla metà del '700 trasformeranno radicalmente i rapporti tra le classi sociali e la comunicazione culturale.
Il rinnovamento del linguaggio poetico
Tra i tentativi più marcati di questa linea di trasformazione va ricordata una vera e propria rivoluzione del linguaggio poetico, che in alternativa al marinismo e all'estremo barocchismo proporrà uno stile classico e razionale, che però non rinuncia alla ricerca della 'meraviglia' né ad alcune componenti barocche. Caposcuola di tale indirizzo sarà per molti anni Alessandro Guidi. Questa soluzione di compromesso genererà riflessioni teoriche sulla poesia, come quelle del Muratori o del gesuita Tommaso Ceva. Ma la riflessione più lucida è da attribuirsi a Gian Vincenzo Gravina, giurista appartenente proprio a quel ceto civile di cui sopra, che individua nella finzione la caratteristica fondamentale della poesia; essa ha in realtà una funzione sociale, è una maga ma salutare, un delirio che sgombra da tutte le pazzie; attraverso la poesia ci viene sottoposta una finzione dinanzi alla quale noi ci poniamo come se fosse realtà; attraverso la maschera delle favole essa offre al popolo le nozioni basilari della vita civile, e un'immagine della sapienza razionale il cui pieno possesso spetta solo ai sapienti. Viene prospettata una poesia dotata di un'intrinseca tensione civile.
Gravina tentò di far passare il suo progetto all'interno dell'Arcadia Romana, ma invano; sconfitto e deluso finirà per rinchiudersi in un classicismo severo e gelido, sprezzante del mondo contemporaneo. La ricerca di una poesia più razionale e il rifiuto degli eccessi del marinismo sono le linee fondamentali dell'Accademia dell'Arcadia, fondata a Roma il 5 ottobre del 1690, per mano di un gruppo di scrittori tra cui G.M. Crescimbeni, V. Leonio, G.V. Gravina e G.F. Zappi.
Determinante al suo interno è la finzione pastorale: ogni socio assumeva un nome pastorale greco fittizio, le attività arcadiche si svolgevano nel mondo bucolico dell'Arcadio, in un luogo denominato Bosco Parrasio, l'insegna era la siringa di Pan, ma il protettore era Gesù Bambino, visitato e onorato dai pastori. A capo dell'Arcadia c'era un custode generale, primo dei quali fu il Crescimbeni, con il nome di Alfesibeo Cario, in carica fino alla morte.
Una società ideale prende il posto di quella reale, riproducendone le stesse regole, purificate e distanziate; in un mondo dell'evasione e dell'artificio va in scena la superficiale vita quotidiana degli eleganti salotti aristocratici. Sì ha una riforma che tende a rilanciare valori tradizionali e classicisti restaurati, ma questo recupero della razionalità classica è in realtà del tutto compromesso dalla cifra dominante dell'artificio. In opposizione a quella tensione civile del Gravina, gli intellettuali arcadici professano il loro diritto all'irresponsabilità, che si traduce in una comunicazione limpida e razionale, in corretta e pacata socievolezza; l'Arcadia si propone come risposta alla crisi della coscienza europea, e a quella cultura dinamica, ambiziosa, e fortemente critica che da essa emergeva, neutralizzando qualsiasi tentativo di una cultura spregiudicata e libera, critica, secondo un'impostazione che grazie al Crescimbeni si collegava strettamente alla politica culturale della Curia romana.
La cifra linguistica e stilistica arcadica influenzò il modello poetico italiano; essa ricerca una maggior nitidezza, una semplificazione che limitasse il ricorso alla metafora e le sfasature tra ritmo sintattico e ritmo metrico, un linguaggio meno vincolato al modello petrarchesco ma attento a nominare anche gli oggetti del quotidiano, sempre nell'ambito del 'grazioso' e delle convenienze sociali. Preferisce la cantabilità, la decifrabilità, la semplice simmetria. Alle forme metriche tradizionali predilige la canzonetta. Tra i maggior esponenti di questa poesia ci sono Faustina Maratti Zappi, Giambattista Felice Zappi, Eustachio Manfredi; nei poeti successivi quella ricerca di nitidezza si accompagna all'attenzione per le forme piacevoli della società contemporanea, al modello pastorale si sostituiscono le immagini della società aristocratica, secondo il gusto diffuso del rococò. A questa fase appartengono le figure di Paolo Rolli, Tommaso Crudeli, Ludovico Savioli Fontana, e in modo originale la poesia dialettale siciliana di Giovanni Meli.
Il teatro e la parola
Oltre alla lirica l'attenzione va ai generi teatrali, che cercano di non sottomettersi ai modelli francesi, tentando di smarcarsi dai generi preminenti della commedia dell'arte e del melodramma, conferenti preminenza alle doti tecniche degli esecutori o alle varie arti sceniche e non ad una efficace e solida struttura del testo. Si sente l'esigenza di restaurare un teatro di parola che conferisca valore all'autore, alla qualità della scrittura e al rispetto del criterio di verosimiglianza. Fondamentale è in quest'ottica l'opera di Carlo Maria Maggi, autore di 4 commedie e vari intermezzi in dialetto milanese, interprete di una cultura lombarda colta che attraverso il dialetto ricerca un più intenso rapporto con il 'vero'. Compare in questo teatro la figura di Meneghino, il milanese di spontanea saggezza e rispettoso delle gerarchie, che accetta la propria subalternità sociale ma pretende che le classi superiori osservino le regole del comportamento civile.
Altra figura importante è quella di Jacopo Martello, attento alle forme spettacolari del suo tempo e agli aspetti più vivaci della letteratura barocca e della cultura francese, adotta un verso, poi definito Martelliano, basato sull'Alessandrino canonicamente usato nel teatro e nella poesia francese. Tra i drammaturghi toscani più significativi, Girolamo Gigli, che nella sua commedia più celebre, 'Don Pilone' (sul 'Tartuffe' di Moliere) attacca la società ipocrita e bigotta da lui disprezzata e detestata.
Il tempo della critica
Il '700 si configura anche come il secolo dell'erudizione, della ricerca e della ricostruzione di eventi e dati, della raccolta di notizie che saranno utili fonti e strumenti di lavoro dei secoli successivi. La figura di Ludovico Antonio Muratori è ad esempio riferimento importante sia per le riflessioni teoriche sulla poesia del trattato 'Della perfetta poesia italiana' (1706), sulla conciliazione tra la nuova tendenza razionalistica e il gusto barocco, sia per gli attenti studi e le ricerche rivolti soprattutto all'epoca medievale che hanno portato a opere come gli 'Annali italiani', la raccolta 'Rerum Italicarum Scriptores' o le 'Antiquitates Italicae Medii Aevi'.
Nettamente distinto da Muratori è lo spregiudicato laicismo di Scipione Maffei e Antonio Conti. Il primo, marchese veronese, si impose prima con una lucida capacità di aggredire il mondo nobiliare cavalleresco in 'Della scienza cavalleresca', poi con quello che è il risultato più alto della drammaturgia italiana del nuovo secolo, con la tragedia 'Merope', che si diffuse a livello europeo, e infine con una serie di studi e ricerche storici, eruditi e scientifici, il cui risultato sono, tra gli altri, 'Istoria diplomatica' e 'Verona Illustrata'.
Il secondo, invece, patrizio e abate padovano, con una cultura di tipo filosofico e scientifico e una grande attenzione al mondo francese e inglese, dallo spirito libertino e dalle posizioni pericolosamente eterodosse, va ricordato per le numerose traduzioni ('Il riccio rapito' di Alexander Pope) e per le tragedie classicistiche di argomento romano ('Giulio Cesare', 'Marco Bruto', 'Druso'), animate da una forte tensione morale e civile.
Stesso spirito libertino e solitario contraddistingue Pietro Giannone, autore di una 'Storia civile del Regno di Napoli' (1723), in cui propone un nuovo modello di storiografia che più che concentrarsi sulle vicende politiche e belliche della storia, lavora sui sottili processi di formazione e modificazioni delle istituzioni civili, risolvendosi in una denuncia degli abusi temporali dei poteri ecclesiastici, con la conseguente reazione della Curia romana e dei Gesuiti, che lo portarono prima all'esilio e poi al carcere, e che impedirono la pubblicazione dei suoi scritti in quegli anni. La sua opera maggiore, il 'Triregno', vide la luce solo nel 1895 (si tratta di una ricostruzione delle vicende del Nuovo e Antico Testamento, in cui Giannone distingue il succedersi di tre regni, il terreno, il celeste e il papale). Il suo capolavoro resta però la 'Vita di Pietro Giannone', scritta in carcere tra il 1736 e il 1737, pubblicata solo nel 1905, racconto della razionalità dell'intellettuale civile, determinato a mettere il suo sapere nella proposta di nuovi rapporti con le istituzioni politiche, e la sordità di un mondo retto e governato da uno spirito pravo e maligno, che lo abbandona infine nella sua solitudine.
Diversa la solitudine ricavata dall'autobiografia di Giambattista Vico, 'Vita di Giambattista Vico scritta da sé medesimo' (1725), in cui l'intera dimensione dell'individuo si risolve nell'impegno intellettuale, ma non in funzione di un qualche rapporto con le istituzioni politiche, solo in contrasto, e quindi causa di esclusione, con un mondo sordo e distratto; questo accento tragico e questa solitudine intellettuale sono l'immagine di un alto impegno culturale che si traduce in vuoto sociale. Le componenti della sua cultura (orientata verso una metafisica di tipo platonico, una curiosità per la cultura scientifica e per la tradizione galileiana, per gli studi letterari e retorici) lo portano a ricercare un nesso unificante tra le varie discipline, una chiave di tutto il sapere umano e divino, che egli identifica nell'origine di quello stesso sapere, attraverso uno studio storico e etimologico del linguaggio ('L'antichissima sapienza italica'); quando l'analisi linguistica diviene indagine sul costituirsi storico della verità attraverso le parole, lo studio del diritto appare il nesso tra strutture sociali e il prodursi della verità e del linguaggio ('Diritto universale').
Parallelamente al suo capolavoro Vico lavora a vari scritti come l'orazione 'Il morte di donn'Angela Cimmino marchesa della Petrella' (1727). Il suo pensiero è calato nel pieno di quella crisi della coscienza europea e della moderna repubblica delle lettere a cui risponde, avendo acquisito la tensione critica che impronta il nuovo sapere e impegnandosi con egual rigore a svelare le forme dell'errore e dell'impostura, ben consapevole dei limiti e dei fondamenti della ragione, rivoluzionando la concezione della storia e delle scienze umane, il modo stesso di rapportarsi al passato e i meccanismi di comprensione e definizione dei fatti e dei sistemi di cultura; individuando delle leggi storiche universali per tutti i popoli introduce un'ottica antropologica essenziale per la cultura di oggi.
Gli scritti del 'Diritto Universale' sono una prima rielaborazione della 'Scienza Nuova', che apparve a Napoli per la prima volta nel 1725 col titolo 'Principi di una scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni'. In essa Vico insiste su tre principi fondamentali, tre usanze originarie o 'sensi comuni': la credenza in una religione, la celebrazione di solenni matrimoni e la sepoltura dei morti. Insoddisfatto ne elabora una seconda edizione (1730), ma quella definitiva viene pubblicata nel 1744 con il titolo 'Principi di scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni', in cinque libri, arricchita da un'introduzione e da una conclusione.
- 1° Libro, Dello stabilimento de' principi: Ipotesi sulla cronologia della storia umana dalle origini alla seconda guerra cartaginese;
- Degli elementi: 114 assiomi o degnità, postulati di partenza di tutta la nuova scienza;
- De' Principi;
- Del metodo.
- 2° Libro, Della sapienza poetica: Vuole decifrare il sapere originario dell'umanità; nella poesia, nel mito e nel loro linguaggio vi è una sapienza volgare con cui l'umanità primitiva, prima di conoscenza razionale, elabora il proprio rapporto con il mondo e le prime forme di vita sociale in modo fantastico e intuitivo (fulmine = divinità). Questa conoscenza si manifesta in un uso immediato del linguaggio come immagine, una parlar fantastico per sostanze animate. Decifrando questo linguaggio primitivo si ricostruiscono tutti i modelli comportamentali e organizzativi dell'umanità.
- 3° Libro, Della discoverta del vero Omero: Afferma il carattere primitivo della poesia omerica, nega l'esistenza di Omero come individuo storico e ne fa un'idea, un carattere er... (continua)
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