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Vita di Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da una famiglia benestante. Si diploma nel 1915 in ragioneria, anche se intanto si appassiona molto alla letteratura ed al paesaggio ligure delle Cinque Terre, dove trascorre le vacanze con la famiglia.

Partecipa alla Prima Guerra Mondiale nel 1917 poiché obbligato dalla leva militare ed una volta rientrato continuò nella scrittura delle sue opere; riesce a farsi conoscere con la pubblicazione della raccolta “Ossi di seppia” nel 1925. Fu antifascista, tanto che firmò il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” e negli stessi anni fu uno dei primi autori a conoscere e apprezzare la scrittura di Italo Svevo. Ebbe per sempre una profonda stima per l’autore triestino (scomparso molto giovane), al contrario delle critiche rivolte a Gabriele d’Annunzio, nella poesia “I Limoni”.

Nel 1927 si sposta a Firenze dove viene nominato direttore del Gabinetto Viesseux (un’istituzione culturale fiorentina). Tuttavia nel 1938 viene allontanato dall'incarico: il Fascismo domina in Italia e tutti coloro che non sono iscritti al partito vengono rimossi dalle cariche pubbliche. Nonostante questo ritiro sono anni molto importanti per il poeta: nel 1939 pubblica una nuova raccolta, Le Occasioni.

Trascorse gli anni della Seconda Guerra Mondiale a Genova, riuscendo anche a nascondere importanti autori ebrei come Carlo Levi e Umberto Saba. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Montale torna a Firenze e si iscrive al Partito d’azione, ma pochi anni dopo abbandona la politica poiché deluso dalla situazione italiana. Nel 1948 si trasferisce a Milano poiché assunto dal Corriere della Sera. È nominato senatore a vita nel 1967 per i suoi altissimi meriti in campo letterario e artistico. Nel 1975 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Muore a Milano nel 1981.

Cigola la carrucola del pozzo

Il tema della poesia è l’irrecuperabilità del passato; la difficoltà nel ricordare. Il cigolio della carrucola rappresenta l’avvio al processo di recupero di un momento del passato del poeta. Il pozzo rappresenta l’incertezza del poeta sapendo che il passato non è più recuperabile. Il secchio, che viene su dal pozzo, rappresenta il ricordo che riaffiora. Quando l’acqua si fonde con la luce del secchio, il ricordo si fa più limpido, ma poi svanisce nel passato.

Il ricordo che riemerge, trema, perché quando il secchio viene portato in superficie, l’acqua si muove e si increspa. In senso metaforico significa che quell’immagine che affiora alla memoria è molto instabile, sbiadito. Mentre “l’immagine che ride” si riferisce ad una persona cara al poeta. Gli “evanescenti labbri” rappresentano l’inutile tentativo di un contatto più concreto con il passato. Con l’intorpidirsi dell’immagine, svanisce il ricordo, si deforma il passato, si fa vecchio e non appartiene più al poeta (egli non si riconosce più in quel ricordo; la distanza che divide il poeta dalla visione, è il passato; gli sembra essere diviso da sé stesso).

Riassumendo

Il poeta pensa di trovare almeno un frammento di sé e della propria felicità. Ma invece trova un’infinita distanza che lo divide dagli altri e dal mondo. Non potendo ricordare il proprio passato, prova un’angoscia e si sente un altro diverso da sé stesso.

I Limoni

I Limoni è un componimento di Eugenio Montale scritto nel 1922 e appartiene alla raccolta Ossi di Seppia.

I Limoni – Riassunto e Analisi

In questa poesia Montale afferma di non essere un “poeta laureato” e per spiegare la propria diversità, confronta il paesaggio ligure con quello dei “poeti laureati”. Costoro preferiscono piante dai nomi ricercati; a Montale invece piace parlare di alberi comuni, come i limoni, nei loro ambienti quotidiani. Ricapitolando: Rifiuta le poesie difficili dei poeti che sono laureati (che hanno ottenuto “l’alloro poetico”, il riconoscimento) per raccontare, invece, la realtà comune.

Riassunto: Montale si trova immerso in un paesaggio ligure dove ci sono piante comuni e semplici, diverse da quelle celebrate dai poeti laureati. In un clima di silenzio, si ha l’impressione che stia per accadere una sorta di miracolo; una rivelazione sul senso della vita da parte della natura, grazie all’uso dei sensi e ai limoni. Si è vicini alla rivelazione, manca pochissimo, ma il momento magico si spezza; Montale viene riportato alla realtà per la pioggia, la luce offuscata e capisce che ha perso definitivamente l’occasione. L’unica speranza è data proprio da questi limoni, che appaiono all’improvviso e solo per brevi istanti.

Analisi

Il linguaggio non è troppo ricercato, tanto che sono presenti anche modi tipici del parlato; è molto descrittivo e richiama i sensi. Gli ambienti e le cose celebrate sono semplici, comuni (per questo assomiglia a Pascoli) ed è presente il correlativo oggettivo, cioè il limone. Molte poesie di Montale sono accomunate tra loro per l’ambientazione: la riviera ligure. La tecnica del correlativo oggettivo consiste nell’avvicinare oggetti e figure che fra loro costituiscono il “correlativo”, cioè l’equivalente di un sentimento; il poeta tace perciò il sentimento ed evoca solo gli “oggetti” che a esso alludono.

Le Occasioni

La seconda stagione poetica, quella fiorentina, si lega alla raccolta Le Occasioni, pubblicata nel 1939. Rispetto ad Ossi di Seppia, Montale cambia la sua poetica: dalla poesia del paesaggio ligure di Ossi di seppia passa a testi che si concentrano maggiormente su una figura femminile, di nome Clizia, che, amata e mancante, diventa una figura emblematica della poesia di Montale. Clizia in realtà è una giovane donna ebrea americana, Irma Brandeis, che Montale amò nel periodo in cui era a Firenze.

Nel periodo fiorentino Montale si avvicina all’Ermetismo, mantenendo però uno stretto legame con l’oggetto e con la realtà. Gli oggetti saranno dei simboli equivalenti a stati d’animo; sono quindi correlativi di un’emozione; gli oggetti sono simboli o emblemi. Il risultato è una poesia che può apparire oscura al lettore, in quanto rappresentazione pura e semplice di oggetti poetici che racchiudono in sé valori simbolici non esplicitati. Chi legge infatti si sentirà disorientato. Incontrerà oggetti che a prima vista raccontano poco, ma bisognerà decifrare il loro significato, conoscere il senso che essi assumono nel mondo sentimentale e psicologico del poeta.

Protagonista delle Occasioni non è più l’ambiente esterno (il mare, il paesaggio ligure), ma la vita interiore del poeta, l’io soggettivo. La figura femminile, che in questa raccolta fa il suo fondamentale ingresso nella poetica montaliana, è anch'essa assente. Il poeta la rivede solo in apparizioni che riescono a illuminare per un attimo l'oscurità esistenziale, e potrà vivere solo nel ricordo di quelle apparizioni.

La casa dei doganieri

Scritta nel 1930, viene pubblicata nel 1932 e poi inserita nella raccolta del ’39 “Le Occasioni”. In questa poesia il paesaggio estivo della Liguria dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta ha acquisito una tinta oscura, tenebrosa e minacciosa. Lo stesso paesaggio delle prime poesie appare cambiato, privo di luce, se non di quella “rara” di una petroliera. Il Tu a cui il poeta si rivolge, si riferisce ad una donna (Annetta o Arletta che frequentò in gioventù negli anni venti e non vide più) realmente esistita.

Nella prima strofa il poeta ritorna nella casa dei doganieri dove ogni giorno incontrava la donna amata, però adesso Annetta non c’è, è presente solo nei suoi ricordi. La casa è ora desolata e abbandonata: il poeta umanizza l’oggetto-casa, attribuendogli lo squallore e la desolazione che sono nel suo animo. È vuota e sferzata dal libeccio, simbolo del tempo che spazza via ogni cosa, e la sua posizione a strapiombo evoca un senso di precarietà. L’inquietudine e il disorientamento esistenziale sono resi attraverso delle oggettivazioni:

  • La bussola, cioè la difficoltà di trovare la strada giusta;
  • Il calcolo dei dadi che non torna, cioè la perdita di ogni punto di riferimento;
  • La casa che s’allontana, simbolo di una sicurezza irraggiungibile.

Il poeta trattiene ancora un capo del filo del ricordo, ma il legame che lo tiene attaccato al passato è fragile; quel ricordo è confuso; “il filo si addipana-si aggroviglia. Il ricordo è disordinato come il girare di una banderuola annerita dagli anni. È una situazione drammatica:

  • Da una parte il ricordare del poeta;
  • Dall’altra il non ricordare più da parte della donna.

Il tempo trascorre in fretta e l’amata appare lontana e irraggiungibile. La donna, che per un attimo era apparsa nella sua memoria lo sta abbandonando, perché il filo della matassa sta per spezzarsi. All’improvviso compare all’orizzonte un segno di speranza: la luce della petroliera. È forse quello il “varco” sperato? Il mezzo per ricordare? (varco= l’anello che non tiene, il punto morto del mondo). Il mare è agitato e la donna non ricorda e il poeta è disorientato. Alla fine il ricordo fallisce: “Ed io non so chi va e chi resta”.

Le stagioni di Montale

La poesia di Montale si divide in tre stagioni poetiche fondamentali, ed ognuna appartiene ad un ambiente di vita e di lavoro:

  • Liguria
  • Firenze
  • Milano

La prima stagione, quella ligure, è legata ad Ossi di Seppia, del 1925. Nel mondo del primo Montale appare un ambiente marino, con figure naturali come onde, schiume, alghe, ciottoli, uccelli, piante, limoni. È rappresentato il paesaggio ligure, sia marino che montuoso. Il linguaggio si presenta subito diretto e preciso. La prima poesia del libro è dedicata ai limoni, mentre la raccolta prende il nome dalla cartilagine dei molluschi che galleggiano sul mare o che vengono sbattuti sulla spiaggia. La raccolta contiene 22 brevi liriche scritte tra il 1921 e il 1925.

Montale, attraverso questo titolo, vuole individuare una poesia scarna, fatta di poche parole e soprattutto semplice. Rifiuta perciò la poetica dei poeti del Novecento ed in particolare Gabriele d’Annunzio. Si tratta di un libro di rottura, infatti infrange la poesia aristocratica (difficile, lontana dalle parole semplici e dalla gente comune). Proprio con D’annunzio infatti, attraverso la poesia “I Limoni”, avvierà delle polemiche e critiche. L’obiettivo è quindi di scrivere poesie scarne e semplici, che raccontano situazioni di tutti i giorni; rifiuta perciò le scene “surreali” tipiche di d’Annunzio (per esempio “La pioggia nel Pineto”).

La poesia di Montale non abbellisce la realtà e non nasconde il “male di vivere”, ma intende dichiararla come testimone. La sua è una visione differente rispetto a quella di Ungaretti, infatti non ha mai abbandonato la convinzione della negatività della vita. Gli ossi di seppia sono infatti lo scheletro dei molluschi che resta, dopo la loro morte sulla spiaggia.

Montale scelse di intitolare la raccolta proprio “ossi di seppia”, perché essi rappresentano a pieno l’aridità dell’esistenza e che diventa il simbolo del “male di vivere” che domina la realtà. Tale visione negativa viene espressa in modo essenziale. Questa essenzialità va intesa in più livelli:

  • Filosofico: Montale pensò che il primo compito della poesia fosse quello di trarre l’autenticità della vita.
  • Stilistico e tematico: L’essenzialità non è solo un tema filosofico; lui non vuole usare il linguaggio della tradizione, ma usare parole comuni e dialettali.
  • Simbolico: L’essenzialità è un modo sobrio, senza tanti fronzoli, di comunicare concetti ed emozioni. Egli esprime i sentimenti attraverso i simboli.

La tecnica del correlativo oggettivo (utilizzata da Thomas Stearns Eliot) consiste nell’avvicinare oggetti e figure che fra loro costituiscono il “correlativo”, cioè l’equivalente di un sentimento; il poeta tace perciò il sentimento ed evoca solo gli “oggetti” che a esso alludono.

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto è un componimento, di Eugenio Montale scritto nel 1916 ed incluso nella raccolta Ossi di Seppia. Nella poesia appare un paesaggio estivo e si racconta la condizione esistenziale dell’uomo imprigionato, isolato, insoddisfatto, incapace di risolvere il mistero che sta attorno a lui (e che non scoprirà mai). Il caldo sembra soffocare ogni forma di vita; resistono solo le formiche che si muovono avanti e indietro senza sosta.

Anche se la poesia sembra semplice all’apparenza, in realtà ogni virgola, ogni rima ha un grande significato. Sono presenti molti correlativi oggettivi:

  • “muro” e “muraglia” per indicare un limite invalicabile;
  • “orto” indica la prigionia dell’esistenza umana;
  • Crepe del suolo, pruni, sterpi, indicano l’aridità della vita;
  • “scaglie di mare” rappresenta l’unica immagine positiva per dare idea di speranza;
  • “sole non illumina, ma abbaglia” è qualcosa di negativo poiché non lascia vedere le cose;
  • “meriggio” per indicare l’ora del torpore, del sonno, dormiveglia.

Suoni:

  • Frequenza di consonanti doppie: “Meriggiare pallido e assorto”;
  • Frequenza di i, r, gruppi st, sc, sch; danno l’idea di difficoltà della pronuncia per indicare un paesaggio aspro, il male di vivere e l’impossibilità di oltrepassare la muraglia.

Alcuni esempi sono:

  • Rovente muro d’orto,
  • Ascoltare, sterpi, schiocchi, merli, frusci, serpi…

Presenza dell’infinito: è un tempo indeterminato, che non varia nel numero e nel genere, non vi sono quindi soggetti: meriggiare, ascoltare, spiar, osservare, sentire, seguitare…

Lessico: Presenza di diversi campi semantici come:

  • CALDO (meriggiare pallido e assorto, rovente, rosse, sole);
  • PUNGENTE (pruni, schiocchi, scricchi, picchi, cocci aguzzi);
  • ARIDITÀ – MORTE (sterpi, frusci di serpi, crepe del suolo, calvi);
  • VITA (orto, palpitare, scaglie, mare).

Montale vuole esprimere una sensazione di irraggiungibilità riguardo alla felicità. La felicità è un qualcosa di irraggiungibile, rappresentata da un muro con in cima cocci aguzzi di bottiglia. Montale crede che l’uomo sia isolato, che vive in un mondo dove i contatti con gli altri sono difficili, in parte per il progresso, in parte per il regime dittatoriale. Infatti questi sono gli anni in cui il fascismo si sviluppa e dove per paura si aderisce ad un partito, pur di non essere connotato come “oppositore politico”.

Meriggiare pallido e assorto – Figure retoriche

Altre figure retoriche:

  • “Cima cocci aguzzi di bottiglia” è cacofonico (accostamento di parole o suoni sgradevoli all’orecchio) ed una metafora: l’uomo non può oltrepassare questo muro, oppure, i cocci rappresentano le difficoltà della vita;
  • “Schiocchi”, “fruscii”, “scricchi” sono delle onomatopee che riproducono il rumore del vento (un suono);
  • “Triste meraviglia”: è un ossimoro (figura retorica che consiste nell’accostare parole che esprimono concetti contrari).

Non chiederci la parola

La lirica “Non chiederci la parola” è una della più famose di Eugenio Montale perché rappresenta una vera e propria dichiarazione della sua poetica. Fu composta nel 1923 e collocata all’interno della sezione Ossi di seppia. Questa lirica si colloca in un periodo del Novecento durante il quale tutti gli ideali crollarono. L’uomo si trovava circondato dalle ideologie nazionaliste, per questo non aveva più una bussola grazie alla quale potersi orientare. La prima strofa si rivolge ad un tu generico. Egli invita al lettore.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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