La nascita del mondo moderno (Bayly)
Capitolo 1. Antichi regimi e “globalizzazione arcaica”
Nel 1750, la maggior parte della popolazione viveva in quelli che gli storici chiamano “imperi agrari”, ampi Stati etnicamente compositi che sussistevano intercettando il surplus creato dai produttori rurali. La scala sociale vedeva alla base i contadini, sopra di loro le élite locali che riscuotevano i canoni dai contadini affittuari: questo non succedeva sul piano culturale, dove tutti condividevano gli stessi valori. Questo tipo di società basate sull’agricoltura erano diffuse un po’ ovunque (in America centrale e meridionale i territori della Spagna erano coltivati da contadini discendenti dagli amerindi, così come succedeva in Africa) tanto che l’80% della popolazione mondiale era contadina. Le istituzioni religiose e il sistema organizzativo delle élite politiche intervenivano a definire le forme complesse del possesso della terra e della subordinazione che si erano sviluppate all’interno della società: molte famiglie contadine erano ambiziose e desideravano più terreno, in più non è vero che fossero dei bifolchi pronti sempre a far guerra ai proprietari terrieri.
Molti regimi dell’Africa occidentale e meridionale sono simili a quelli dell’Eurasia: così come in Europa i monarchi spesso avevano delle responsabilità rispetto a strade, porti e sistema postale, anche in Persia e in Asia meridionale gli imperatori musulmani erano direttamente responsabili del mantenimento del sistema di canali; in Cina gli imperatori amministravano direttamente il sistema di irrigazione del Fiume Giallo. Il potere dello Stato quindi era solido e autorevole in zone limitate, ma occorreva vigilanza costante perché non sfumasse nelle mani dei notabili e delle comunità locali, perché spesso su ampie aree non era esercitato in alcun modo. I governanti si stavano appena rendendo conto di quali e quante persone vivessero nei loro territori e dovevano accettare le diverse forme politiche e religiose lasciandole operare in libertà, anche se site nei loro territori.
Gli strumenti della cooptazione erano vari: da una parte c’era il modello dell’aristocrazia militare, in cui era consentita un’effettiva signoria alle dinastie dei grandi soldati e dei proprietari terrieri purché fossero fedeli al supremo sovrano e gli fornissero direttamente o indirettamente risorse e uomini per le guerre; dall’altro lato c’erano le burocrazie vecchio stile. La differenza tra queste due pratiche sta nel fatto che, mentre le aristocrazie militari avevano bisogno di burocrati, nel sistema burocratico i funzionari coltivavano in prima persona il poter di controllori della terra a livello locale (come succedeva in Francia, mentre la Russia rappresenta un caso particolare perché, benché i proprietari terrieri non avessero mai goduto dei privilegi feudali così come era avvenuto in Europa, erano in pratica loro a controllare l’impero perché lo zar non esercitava alcun potere reale).
Per quanto riguarda il potere spirituale, esso era altrettanto segmentato: l’Impero cinese era un impero spirituale cosmico in quanto gli imperatori della dinastia Qing mantennero legami sia col potere spirituale del dalai-lama, sia con quello dei panchen-lama tibetani e dei santoni sciamanici della Mongolia; anche i sovrani europei cercarono di riverberare il loro potere nella protezione dei diversi gruppi religiosi (i monarchi russi si vollero rappresentare contemporaneamente come l’incarnazione illuminata della ragione europea, come re sacri della Chiesa cristiana ortodossa e come grandi khan; in Gran Bretagna il re era a capo sia della Chiesa episcopale, sia di quella presbiteriana).
Anche le fasce di confine erano indefinite. I regimi sopravvivevano più a lungo se assorbivano dal di fuori soldati e amministratori intraprendenti: così minoranze specializzate provenienti dal di fuori degli Stati organizzarono consorterie per occupare cariche e uffici. Inoltre i grandi imperi vivevano in simbiotica contesa con una serie di città mercantili, di corporazioni marittime o di Stati costieri che ne controllavano il commercio estero. Per quanto riguarda invece le società che non vivevano sul mare, in Africa orientale e meridionale, come tra i nativi americani e in Oceania, gli apparati dello Stato non esistevano come entità separate: queste società erano regolate internamente da capi lignaggio che rappresentavano gli interessi di diversi segmenti della società.
L’Ottocento fu il periodo dell’internazionalizzazione del nazionalismo, periodo in cui le idee e le pratiche dello Stato-nazione si radicarono tra le élite di tutte le più importanti culture mondiali. Si parla quindi di “globalizzazione arcaica” proprio in riferimento a queste antiche reti create dall’espansione geografica delle idee e delle forze sociali, a partire dal livello locale e regionale fino a quello intercontinentale. A monte di questa prima globalizzazione ci sono tre principi: la monarchia universalistica (la quale sollecitò i sovrani, i loro soldati e funzionari a superare le distanze alla ricerca di onore individuale e familiare e a valutare i rappresentanti dei diversi popoli in base alle loro qualità), la spinta espansiva delle religioni (dopo il diffondersi dello schiavismo e della migrazione nell’area atlantica, i movimenti globali più significativi continuarono ad essere i pellegrinaggi e i vagabondaggi dei mistici alla ricerca di Dio) e la concezione umorale e morale della salute corporea che funse da spinta alla globalizzazione arcaica; la trasmissione delle idee, infatti, incoraggiava il movimento delle merci che a sua volta era portatore di nuove idee. Gli specialisti scoprivano i prodotti animali, spezie e pietre preziose che si pensava esaltassero la riproduzione e il benessere fisico.
I commerci interregionali di tè, tabacco e oppio caratterizzano la fase di transizione nella nascita dell’ordine internazionale moderno: si tratta della prima espansione capitalistica, iniziata in area atlantica nel XVII secolo e propagatasi in gran parte del mondo nel 1830; questa globalizzazione protocapitalista si sviluppò soppiantando i precedenti legami creati dalla globalizzazione arcaica e diventandone parassita. Ciò che caratterizza questo periodo è la classificazione delle persone secondo una serie di criteri di stato incorporato, di prestigio o di purezza di lignaggio.
Capitolo 2. Percorsi dagli antichi regimi alla modernità
Nel periodo precedente il 1830, accanto all’industrializzazione ci sono altri due importanti cambiamenti: il primo costituiva la fase finale della “grande domesticazione” (abbandono del nomadismo, crescita della popolazione umana, aumento delle coltivazioni), il secondo riguarda le cosiddette “rivoluzioni industriose” (Jan de Vries); in una serie di luoghi la riorganizzazione della domanda e delle risorse che ne fu conseguenza fornì una spinta fondamentale al lento emergere della rivoluzione industriale. Le famiglie acquistavano nuovi articoli di consumo che avevano un effetto sinergico generando ulteriori vantaggi nella produttività e nella soddisfazione sociale e aumentando inoltre il commercio tra gli europei e i coloni americani.
La Cina entra nel XIX secolo con una sempre più grave crisi sociale: la rivolta del Loto Bianco fu la prima di una serie di sollevazioni contadine che indebolirono e impoverirono la Cina di fronte all’aggressione occidentale. Qui, come nelle rivoluzioni industriose europee, uno sviluppo cruciale fu la riorganizzazione dei modelli domestici di lavoro e di consumo (le donne svolgevano attività artigiane ormai in gran numero, aumentando il reddito della famiglia e del clan con risorse esterne). In Giappone la crescita economica rallenta, ma la manodopera divenne sempre più specializzata e le élite provinciali accumularono beni come si faceva in Europa, la classe dei samurai stabilì i modelli di consumo, i mercanti e i ricchi contadini compravano sempre più oggetti di metallo. In generale, le popolazioni euroasiatiche non furono in grado di stare al passo con la rivoluzione industriale europea per fattori sociali ed economici.
L’Europa, dal canto suo, godeva di numerosi vantaggi rispetto al resto del mondo: innanzitutto godeva di un ampio entroterra di risorse sottoutilizzate; la manodopera e le risorse ottenute con l’espansione coloniale le garantiva una serie di estese aree agricole a basso costo; dai territori colonizzati esportavano, oltre alla manodopera, anche zucchero e pesci ricchi di proteine, che aumentò la forza della popolazione urbana; gli investimenti nei trasporti videro una rapida crescita (mentre in Cina il commercio interno e la viabilità non riuscirono a decollare); gli europei iniziarono subito a sfruttare il carbone, che aiutò nelle rivoluzioni industriose prima, e industriali poi.
Gli europei e i coloni nordamericani fecero tesoro, inoltre, di altri tre vantaggi a livello politico e sociale: primo, le istituzioni legali relativamente stabili garantivano che i processi economici fossero remunerativi (si svilupparono i diritti di proprietà intellettuale); il secondo vantaggio riguarda la sfera commerciale, poiché gli europei e i nordoccidentali avevano sviluppato istituzioni finanziarie indipendenti sia dalle fortune dei singoli mercanti, sia dai governi (la fioritura delle banche regionali e della cartamoneta aveva reso più facile il funzionamento del prestito, e di conseguenza i governi europei e le istituzioni finanziarie poterono volgere a loro profitto non solo le rivoluzioni industriose del proprio territorio ma anche quelle degli altri continenti); il terzo vantaggio competitivo sta nel rapporto tra guerra e finanza, perché i governi avevano bisogno del controllo sia su terra che su mare (le lotte tra gli Stati europei di media dimensione costruirono un grande incentivo nell’innovazione sia della guerra terrestre, quindi nella produzione di armi sempre più micidiali, sia nelle finanze, introducendo sistemi volti a mantenere i sempre più soldati di professione).
L’Europa stava già iniziando a sviluppare forme di Stato moderno permeate di tutta una serie di patriottismi locali. Nel 1790 i confini di molti Stati europei erano altrettanto incerti che in Asia o in Africa perché non esisteva uno stato centralizzato: in Russia, nel 1897, solo il 44% della popolazione era russa, la Germania rimaneva divisa nonostante il nazionalismo culturale, in Gran Bretagna il parlamento irlandese conservava i suoi poteri nonostante fosse subordinato a quello di Londra, la Francia nel 1793 era ancora divisa in tanti parlamenti locali che cercavano di rovesciare il dominio di Parigi.
Ad accelerare la costruzione delle patrie furono principalmente la religione e la guerra, perché le identità si formarono in contrasto a pericolosi “altri”, gente di diverso credo, lingua e valori. Il senso emergente di nazionalità da parte delle élite si coagulo in una serie di grandi città dominanti, quali Berlino, San Pietroburgo, Torino e Parigi. La guerra e l’integrarsi di un mercato protonazionale furono fattori importanti, ma è bene ricordare anche il contributo dei cosiddetti “despoti illuminati” che cominciarono a sperimentare l’istruzione pubblica che servì alla nascita di linguaggi standardizzati e alla diffusione di un senso di comunità all’interno dei vecchi regni dinastici.
Nel Settecento, in tutto l’Occidente, si crearono numerosi club, associazioni e luoghi d’incontro che servirono alla creazione di una critica pubblica: in questo modo entrarono in contatto tra loro membri delle classi medie e artigiani in ascesa; le donne aristocratiche iniziarono a partecipare alle riunioni, gli operai si riunirono tra loro in società di mutuo soccorso per combattere il declino delle vecchie attività artigiane e le condizioni delle nuove manifatture.
Anche all’interno delle società africane e asiatiche iniziarono a manifestarsi importanti cambiamenti nell’organizzazione sociale. Lo sviluppo di un pensiero critico fornì alle persone risorse sociali e spirituali con le quali affrontare i cambiamenti attorno a loro (nell’Islam, la fine del primo millennio dopo la rivelazione del Profeta portò una ripresa del dibattito sullo Stato e sulla società, accompagnata da movimenti di purificazione; in India, nel Settecento, membri del ceto colto avviarono nuovi sistemi di insegnamento per aiutare i musulmani a muoversi nel mondo delle burocrazie). Mentre in Asia e in Africa gli studiosi erano sottoposti al controllo del ministero dei Riti cinese o delle scuole islamiche, in Europa e in America questi potevano farsi un nome e una fortuna nel dibattito pubblico sulle conoscenze astronomiche, sulla meccanica e sulla medicina.
Capitolo 3. Rivoluzioni convergenti, 1780-1820
Ben prima dell’inizio della rivoluzione americana e di quelle europee i grandi imperi mondiali agrari e i piccoli Stati ai loro bordi soffrivano di gravi tensioni sociali. In parte esse scaturivano da problemi di tassazione, finanziamento della guerra e legittimità analoghi a quelli che costituirono il contesto delle convulsioni epocali dell’Europa.
Il periodo tra il 1660 e il 1720 ha visto una grande espansione dell’attività economica nel mondo, con una pace e una stabilità relative conseguenti al consolidamento dei grandi Stati agrari dell’Asia dell’Africa; le popolazioni beneficiarono del consolidamento dell’Impero giavanese di Mataram, dei regimi Qing, moghul, ottomano, safavide e zarista. All’inizio del XVIII secolo questo quadro di
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