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Il fu Mattia Pascal

Vicende editoriali

Il romanzo nasce per necessità economiche: nel 1903 infatti a causa di un’infiltrazione di acqua nella zolfatara, la famiglia di Pirandello affronta un grave danno economico, a seguito del quale la moglie impazzisce. La Nuova Antologia, diretta da Giovanni Cena, chiede a Pirandello un romanzo da pubblicare a puntate, offrendogli anche 1.000 lire di anticipo: esce a puntate dal 16 aprile al 16 giugno 1904, e lo stesso anno esce in volume. Questo romanzo lo consacra al successo del pubblico, anche se il riconoscimento della critica tarderà ad arrivare. Nel 1910 esce in due volumi l’edizione Treves, con qualche modifica. Sempre di Treves è l’edizione del 1918, che presenta interventi massicci nei dialoghi, nella struttura e nella caratterizzazione dei personaggi. L’edizione definitiva è quella di Bemporad del 1921, che contiene in appendice l’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, articolo apparso sull’“Idea Nazionale” con il titolo “Gli scrupoli della fantasia”, in cui Pirandello si difende dalle accuse di inverosimiglianza e paradossalità delle vicende, citando un caso di cronaca del 27 marzo 1920.

Struttura

Premessa

Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa + 16 capitoli, ciascuno con un titolo. La vicenda è raccontata in prima persona, retrospettivamente; l’ordine cronologico segue dal III capitolo, ma la conclusione è una sorta di con l’incipit. Questa struttura modifica l’impianto tradizionale del racconto, ma non è un’invenzione di Pirandello, in quanto si ritrova già in Lawrence Sterne. In particolare si parla di “inversione analettica”, tipica dell’autobiografia fittizia. Accanto al racconto si trovano le frequenti riflessioni del protagonista, che non è un narratore affidabile, in quanto le sue affermazioni spesso entrano in contrasto con il suo comportamento.

Tematiche e modelli letterari

Centrale è sicuramente il tema dell’identità sdoppiata, di cui è sintomo lo strabismo del protagonista, che alla fine decide di vivere fuori dalla vita, in una condizione di estraneità e distacco. Interessante è anche ciò che suggerisce il nome stesso del personaggio, una combinazione tra Blaise Pascal, filosofo amato da Pirandello, e “mattia”, che in siciliano, come evidenzia Sciascia, indica una follia blanda; in questo modo, con ironia, si ribalta l’autorevolezza del filosofo francese, e si evidenziano le due caratteristiche del protagonista, quello del matto e del filosofo. Per Giovanni Macchia è anche possibile che il cognome derivi da Theophile Pascal, autore di saggi teosofici presenti nella biblioteca del Paleari.

Un altro tema è dato dal rapporto tra realtà e finzione, verità e verisimiglianza, che viene affrontato nell’appendice. L’autobiografia è quasi paradossale, se si pensa che in realtà il personaggio perde la propria identità, in una sorta di romanzo di formazione rovesciato. Si parla anche di romanzo nel romanzo, per cui sono compresenti tre diversi modelli di genere. Si è parlato di meta-romanzo o romanzo filosofico in quanto si riflette spesso sul ruolo della letteratura (premesse + capp. VII e VIII + capp. XVII e XVIII). Il romanzo d’ambiente riguarda i capitoli sull’infanzia di Mattia, in cui è presente un chiaro riferimento al nido pascoliano, per cui siamo catapultati in una realtà agreste e arcaica (capp. III- VI).

Il romanzo cittadino è ambientato a Roma, Milano, Montecarlo. Roma in particolare, carissima a Pirandello, è in antitesi con la Roma dannunziana (capp. IX- XVI). Infine, il tema del vivo dato per morto non è nuovo nella letteratura: un precedente è costituito ad esempio da due novelle di Zola, Jacques Damour (1880) e Olivier Bécaille (1884). Troviamo anche Redivivo (1895) di Emilio de Marchi, mentre due modelli celebri, citati entrambi da Don Eligio, sono Boccaccio e Matteo Bandello, novelliere del XVI secolo. Questi ultimi due in particolare sono paradigmatici per quanto riguarda i riti di iniziazione, i colpi di scena, le peripezie.

Giovanni Macchia trova improbabile che Cadavere vivente di Tolstoj, pubblicato postumo, possa essere un modello per Pirandello. Giovanni Macchia riflette in particolar modo sullo spiritismo nel romanzo, in cui si delinea un contrasto tra luce e ombra, perfettamente rappresentato dalla convalescenza di Mattia, costretto a rimanere al buio dopo l’operazione per strabismo. Quindi è presente anche un periodo di convalescenza, momento topico nell’opera pirandelliana. Pensiamo ad esempio a Marta Ajala, che si deve riprendere dopo il parto, o a Ignazio Capolino, che è stato ferito da Guido Veronica durante un duello.

Gli agganci alla letteratura europea sono molteplici, e in particolar modo sono da ricercare tra i romantici tedeschi di primo ottocento, per quanto riguarda le atmosfere sovrannaturali. Si pensi ad esempio a Chamisso (1781 – 1838), a cui si deve la creazione della figura di Peter Schlemihl (1814), l’uomo senz’ombra, il progenitore della figura dell’inetto. Schlemihl infatti viene facilmente ingannato dal demonio in quanto, rappresentando lo stereotipo dell’uomo comune frustrato, prende decisioni improvvise spinto da un desiderio di vita che caratterizza anche i personaggi pirandelliani. Non è un caso se, dopo aver ucciso Adriano Meis, Mattia dice di essere l’ombra di un morto, e di portarsi appresso due ombre. Inoltre, così come Pirandello dedica il saggio sull’umorismo a Mattia Pascal, come se fosse reale, Chamisso nella prefazione del libro pubblica tre lettere, di cui una indirizzata al suo personaggio.

Vengono citati i libri del signor Paleari sulla magia e la teosofia: è possibile identificarli come libri delle Publications Theosophiques edite a Parigi a fine XIX inizio XX secolo. Gli spiriti poi diventano in Pirandello forme larvali di personaggi, in base al libro di Leadbeater, The Astral Plane (1854 – 1934), pubblicato nel 1897, e citato dal Paleari. Nel V capitolo del Mattia Pascal, nella prima edizione, Pirandello attingeva a piene mani a questo libro.

Ricezione della critica

Il romanzo fu tradotto dapprima in tedesco (1905), poi in francese (1910), e infine in inglese (1923). La critica italiana resterà per molto tempo indifferente, se non ostile, verso la prosa pirandelliana, soprattutto per la disapprovazione di Croce, che ad esempio non apprezza il sostrato filosofico dietro il saggio L’Umorismo (1908). Si ricorda inoltre che Croce, ne L’Estetica del 1902, scriveva come l’arte fosse pura intuizione della realtà, negando ogni riflessione concettuale. Renato Serra (1884 – 1915) definirà Il fu Mattia Pascal un romanzo di consumo, di intrattenimento. Una voce isolata sarà quella di Federigo Tozzi, che nel gennaio 1919 scrive un articolo riconoscendo la portata rivoluzionaria della scrittura di Pirandello. I primi apprezzamenti arriveranno alla fine degli anni ’30 da Walter Binni e Luigi Russo. La rivalutazione radicale dell’opera pirandelliana tuttavia arriverà solo verso gli anni ’50, grazie a Giacomo De Benedetti, che si può collocare all’interno della critica marxista e psicanalitica.

L’allegoria del moderno

Nel saggio L’allegoria del moderno (1990), Romano Luperini inserisce la vicenda di Mattia Pascal in un preciso contesto storico e sociale, non riducendo la vicenda alla sola dimensione esistenziale. Luperini cita ad esempio le riflessioni di Mattia contenute nel capitolo 9, circa la produzione meccanica dei motori elettrici. Mattia riflette sul destino dell’uomo quando, in un futuro nemmeno troppo lontano, le macchine saranno in grado di fare tutto. Per quanto riguarda Roma, Luperini commenta: “Roma è una città morta, sospesa fra due epoche, ma impossibilitata a vivere sia nell’una sia nell’altra”. Appare quindi lo sfondo perfetto per le vicende di Mattia – Adriano, in qualche modo sospeso tra due identità. “Pirandello non si fa illusioni: non ipostatizza ad alternativa il mondo rurale [ … ] né idealizza il premoderno (piuttosto ne registra lucidamente il disfacimento). La crisi d’identità del suo personaggio sta anche in questo suo esser sospeso – “umoristicamente” sospeso – tra vecchio e nuovo, sia respinto dall’uno che dall’altro”. Alla fine tornerà nel contesto rurale di partenza, ma dato che si tratta di una sorta di romanzo di formazione al contrario, questo sarà il luogo dell’isolamento e dell’estraneità, mentre prima viveva inserito in un tessuto sociale, come dimostra la “beffa erotica”.

Cinema

  • 1926: Film muto diretto dal regista francese Marcel L’Herbier, presenta scenografie realistiche, anche se gli spazi sono spesso carichi di significati simbolici. Ad esempio il pavimento a scacchiera della locandina evoca la gabbia in cui è intrappolato Mattia, che anche quando crede di essere libero, è in realtà una pedina nelle mani del destino. Nella lettera a Capuana infatti Pirandello scrive: “Qui ogni volontà è esclusa, pur essendo lasciata ai personaggi la piena illusione ch’essi agiscano volontariamente; mentre una legge odiosa li guida o li trascina, occulta e inesorabile”;
  • 1937: Film diretto dal francese Pierre Chenal, girato in alcune località del Lazio sia in francese sia in italiano. Ad alcune riprese partecipò anche Pirandello, immortalato a Cinecittà in una foto con Pierre Blanchar e Isa Miranda, interprete di Adriana Paleari.

Premessa

Emerge soprattutto la scarsa stima di Mattia per i libri, come ammette lui stesso. La biblioteca tuttavia si rivelerà un luogo fondamentale del romanzo, che si ritroverà anche nell’explicit. La stretta correlazione tra vita e opera pirandelliana è confermata da un episodio che lui stesso racconta in una lettera a Monaci. Nel suo caso, la biblioteca in questione era la biblioteca lucchesiana di Agrigento, formata dal lascito del vescovo Andrea Lucchesi Palli, vissuto nel XVIII secolo. Questa biblioteca è andata incontro a crolli, dispersioni, furti, maltrattamenti, esattamente come la biblioteca Boccamazza di Miragno. Pirandello ebbe occasione di visitarla nel settembre 1889 per soddisfare una curiosità di Ernesto Monaci, professore di filologia all’Università di Roma. A sorvegliare il luogo trova cinque preti e tre carabinieri intenti a divorare un’insalata di cocomeri e pomodori: “Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta”. Descrive le figure quasi in modo caricaturale, anche per evidenziare umoristicamente come fosse surreale trovare una biblioteca non sorvegliata e lasciata in condizioni penose: “(non dissi taverna ma biblioteca)”.

Un dato importante da tener presente è che Mattia Pascal consegna il suo manoscritto alla biblioteca Boccamazza, dove difficilmente qualcuno la troverà, data la confusione e la rovina a cui vanno incontro i libri: questa situazione è un intreccio di drammatica amarezza e autoironia. Italo Borzi rileva come “le condizioni di degrado di questo vero e proprio cimitero di libri gettano una divertita luce sull’ignoranza dei suoi concittadini di Miragno e, nello stesso tempo, hanno l’aria di uno sberleffo alla vecchia cultura”. Per quanto riguarda la biblioteca in sé, rappresenta un luogo senza tempo, o meglio fuori dal tempo: infatti nella letteratura pirandelliana è frequente trovare luoghi della tradizione ormai degradati, in particolare chiese. Non è un caso infatti che Mattia scriva nella chiesa sconsacrata di Santa Maria Liberale.

Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa

Innanzitutto viene introdotto il personaggio di don Eligio Pellegrinotto, che ha in custodia i libri della biblioteca. Il suo nome, come quello di molti altri, è evocativo, suggerisce come sia ligio alla tradizione: “Ora don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe esser condotto sul modello di questi ch’egli va scovando nella biblioteca, aver cioè il loro particolare sapore”. Riflettendo, la biblioteca è un luogo senza tempo, che ben si adatta quindi a Mattia Pascal, che in un certo senso vive fuori dalla vita, dalla società, ormai senza identità. Il fatto che scriva rannicchiato nell’abside di una chiesa sconsacrata, è una chiara allegoria sul ruolo della letteratura tradizionale, ormai in declino. La riflessione di questa seconda premessa infatti si incentra sul ruolo della letteratura e sulla finezza dell’essere umano, un tema che rimanda esplicitamente a Leopardi, anche per il lessico usato: “infinita nostra piccolezza”, “men che niente nell’Universo”, “vermucci abbrustoliti” (cfr, con le formiche ne “La Ginestra”), “illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene”.

Mattia Pascal afferma perentoriamente: “Maledetto Copernico!” e “Copernico ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente”. Infatti l’astronomo polacco scardinò tutte le certezze dell’umanità con l’eliocentrismo e con la rotazione terrestre: da quel momento, anche grazie ad un progressivo abbandono della religione, ci si è resi sempre più conto della propria infinita piccolezza, la stessa di cui parlava Leopardi ne La Ginestra. Si è passati insomma da una visione teleologica del mondo ad una puramente meccanicistica, in cui l’uomo è solo una piccola parte della natura, che può annientarlo con piccoli disastri, come quello avvenuto nelle Antille, che non ricorda nessuno, come afferma Mattia Pascal. La figura di Copernico ricorre anche nel saggio L’umorismo: “Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che smontò non propriamente la macchina dell’universo ma l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta”. La riflessione sulla scoperta della nostra finitezza ha ridimensionat

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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