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I vecchi e i giovani

I Vecchi e i Giovani, “Ora attendo a compiere il vasto romanzo già in parte apparso sulla "Rassegna contemporanea": il romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione”. (Pirandello, lettera autobiografica, 1912-1913).

“Due generazioni, due ideali, due mondi vi si affrontano, dando luogo a particolari conflitti, a singole azioni, or tragiche or comiche, che s'intrecciano e si sviluppano lungo il corso della narrazione in modo di tener sempre desta la curiosità e acceso l'interesse dei lettori”. (Pirandello, lettera all’editore Carabba 22/02/1910).

Storia editoriale

1909: La Rassegna Contemporanea, mensile romano, pubblica da gennaio a novembre gli otto capitoli della prima parte, i primi tre capitoli della seconda parte e il primo paragrafo del quarto capitolo.

1913: Treves pubblica l’edizione completa in volume, con paragrafi titolati. La parte già edita in rivista presenta molte varianti. Presente anche una dedica, “Ai miei figli/giovani oggi/vecchi domani”: Stefano (1895 – 1972), Rosalia Caterina nota come Lietta (1897 – 1971), Fausto (1899 – 1975).

1931: Mondadori pubblica l’edizione definitiva completamente riveduta e rielaborata dall’autore. I paragrafi titolati vengono aboliti.

Tematiche principali

Storicizza la crisi: ambientazione negli anni 1892 – 1893 – 1894 tra Roma e la Sicilia; gli avvenimenti storici principali sono lo scandalo della Banca Romana e la repressione violenta dei Fasci siciliani. All’origine del pessimismo storico pirandelliano c’è il naufragio degli ideali risorgimentali, così come ne "I Viceré" di De Roberto (1894). Alla sconfitta dei vecchi che hanno fatto l’Italia si oppone l’affarismo disonesto dei giovani, esponenti della nuova e corrotta classe dirigente. Si tratta quindi di un romanzo di denuncia senza speranza, non c’è una soluzione valida. Il mondo è condannato all’immobilità: l’accidia, la sfiducia nella sorte e la conseguente impossibilità di una palingenesi sono tematiche fondamentali. È presente anche un sentimento di sfiducia nelle istituzioni, per cui non c’è differenza tra destra e sinistra (cap. 3 parte I).

Il romanzo è quindi ambientato in Sicilia e a Roma, due luoghi fondamentali nella poetica pirandelliana. La società siciliana fa da condensato della società umana entro specchi ricurvi; si tratta di un tipo di società che si basa sull’arretratezza e sui pregiudizi, legata più all’apparenza. Nella famiglia inoltre le forme della vita e della morte appaiono indissolubilmente legate, in quanto in essa coesistono passato e presente, vecchi e giovani: per Giovanni Macchia questo romanzo è l’allargamento politico – sociale di quel rapporto. La terra sembra respingere gli esseri umani, la natura si dimostra, come nell’incipit, ostile: “è una terra bollente e arida, di vulcani, di zolfo e di polvere, dove le colonne dei templi greci guardano impassibili [...] i disastri del caos, le fatiche degli uomini, i delitti della miseria, del sangue, delle spoliazioni, delle ruberie”.

Roma non ha nulla a che fare con la città descritta da D’Annunzio: appare in Pirandello quasi una città spettrale, che rimpiange il suo passato glorioso. La Roma moderna è quindi come la “nausea” della Roma che non esiste più.

Caratteristiche

Romanzo definito fuori tempo all’interno della produzione pirandelliana: è l’unico romanzo corale, l’unico romanzo storico e l’unico romanzo esplicitamente dedicato alla memoria familiare. Pirandello confronta passato e presente. Analizzati gli scandali e le inquietudini sociali dell’Italia post–unitaria. Contrasto tra vecchi e giovani, tra padri e figli.

La ricostruzione della trama è per esplicita volontà di Pirandello, fuorviante, ha una costruzione divagatoria. Ad eccezione dei capitoli centrali della seconda parte, la narrazione prosegue accumulando particolari che sembrano essere oggetto della narrazione, più degli eventi principali. Rifrazione in molteplici elementi, la narrazione si frantuma in una serie di quadri privi di una relazione, e solo raramente gli eventi sono consequenziali. L’intreccio quindi nega la fabula, ossia lo svolgimento temporale del racconto, costitutivo del romanzo storico, viene contraddetto. Denuncia dell’inutilità di quel tipo di romanzo. La svalutazione dell’agire e della possibilità di raccontare la storia è evidente in un dato che accomuna molti personaggi: un destino di sconfitta. Personaggi vinti in modo diverso; i Laurentano ad esempio sono privi di qualsiasi capacità di adattamento alla storia. Seguono sogni e ambizioni irrealizzabili. Romanzo costellato da molteplici sventure: molti impazziscono o muoiono. Il fallimento consiste nella delegittimazione dell’azione individuale assieme a quella collettiva. L’epopea risorgimentale è ridotta a un mito ormai lontano, idealizzato; rivive solo nel ricordo fiero e orgoglioso di Caterina e di Mauro Mortara.

Narratore onnisciente a cui viene inibita la possibilità di partecipare alle vicende. Il romanzo denuncia il disfacimento della società civile, si parla di “carcassa sociale”. La corruzione della classe dirigente è una conseguenza della crisi morale del presente. Groviglio che collide con la struttura geometrica del romanzo. Organizzazione razionale smentita dall’irregolarità dell’intreccio, caratterizzato da continue divagazioni.

Non c’è un protagonista: numerosi sono i personaggi, e nessuno ha un ruolo di primo piano rispetto agli altri. A tutti viene assegnato uno spazio eccessivo rispetto al ruolo che avranno nella trama. Descrizioni molto particolareggiate anche per personaggi minori: continue prolessi e analessi. Modello letterario in Lawrence Sterne, nel Tristram Shandy. Romanzo di denuncia, senza speranza. Don Cosmo offre sulle vicende una prospettiva distaccata, e a fine romanzo a lui è assegnato il bilancio amaro e rassegnato degli avvenimenti. Si evidenzia la differenza con Eduardo de Filippo (1900 – 1984), per cui “Ha da passà 'a nuttata”, frase che indica la sopportazione del male oggi come possibilità di avere nel domani una prospettiva di fiducia. Nella prospettiva di don Cosmo è vano cercare una conclusione, che arriva solo con la fine della vita, con la fine dell’affanno.

Modelli principali

  • Libertà, Novelle Rusticane - Verga, novella inclusa nelle (1883), da confrontare con il massacro di Aragona descritto con crudezza al cap. 5 parte II. Sono molte le immagini che utilizza Verga per descrivere la folla inferocita, tra cui “Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava”; “Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia”; “E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briacchi della folla digiuna …”.
  • Manzoni, L’addio ai monti di Lucia (cap. 8 dei Promessi Sposi) da confrontare con l’omaggio a Girgenti di Mauro Mortara nel cap. 5 parte I. Un altro omaggio a Manzoni potrebbe essere ravvisabile nella scelta del narratore onnisciente. Riguardo quest’ultimo punto è da precisare tuttavia che Pirandello aggiunge una prospettiva multipla di tipo polifonico, in linea con il relativismo. I personaggi sono descritti in modo pietoso e anche in base alla percezione che ne hanno gli altri.

Riguardo a quest’ultimo punto, nell’introduzione della ristampa Mondadori del 1992 si legge: “Mutando continuamente il punto di vista per identificarsi di volta in volta con le “ragioni” di un diverso personaggio, (attraverso il discorso indiretto libero ad esempio), l’io narrante finisce per abdicare al ruolo che istituzionalmente gli compete entro le strutture del romanzo storico, sino a rinunciare al racconto in presa diretta degli accadimenti, relegati ai margini della vicenda e “pirandellianamente” ricostruiti dal relativismo delle singole voci”.

Quindi il romanzo si caratterizza per le eredità ottocentesche ma anche per la novità dell’impianto e l’approdo spietato al pessimismo storico.

Personaggi

  • Flaminio Salvo vuole potere e ricchezza;
  • Ippolito Laurentano vuole la restaurazione del regime borbonico, rinchiuso nel suo feudo a Colimbetra;
  • Lando Laurentano vuole la rivoluzione sociale;
  • Aurelio Costa e Dianella vogliono essere ricambiati dagli amati;
  • Ignazio Capolino è mosso dall’interesse personale;
  • Donna Caterina e Mauro Mortara sono animati da un sincero amore di patria e da un profondo sentimento di passione civile. La differenza tra i due è che Caterina non si illude, come fa Mauro, di contare ancora qualcosa per la nuova generazione; ormai coloro che hanno fatto l’Italia sono dimenticati.

Drammatico scenario di storia vera popolato da una folla di personaggi eterogenei, a volte radicalmente distanti gli uni dagli altri. I borghesi appaiono sempre come spregiudicati e faccendieri. Ci sono anche gli appartenenti a un nuovo ceto di tecnici, come l’ingegner Costa. C’è anche una folla di agitatori anarchici e socialisti, come il Pigna e la figlia. I preti sono spesso voraci e arruffoni. Infine, vi troviamo i popolani, tra cui spicca la figura di Mauro Mortara, rude, ma di eroica fede garibaldina.

Importante è il movimento dei Fasci siciliani, che riuniva circa 350,000 persone di diverso orientamento politico, uniti da rivendicazioni comuni, illustrate all’inizio del settimo capitolo della seconda parte:

  • Abolizione del dazio delle farine;
  • Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni;
  • Sanzione legale dei patti colonici e minerari deliberati nei congressi del partito socialista;
  • Costituzione di attività agricole e industriali, mediante i beni incolti dei privati o i beni comunali dello Stato e dell’asse ecclesiastico non ancora venduti;
  • Espropriazione forzata dei latifondi, con la concessione temporanea degli espropri di una lieve rendita annua;
  • Leggi sociali per il miglioramento economico e morale dei proletari;
  • Stanziamento di venti milioni di lire per provvedere alle spese necessarie all’esecuzione di queste domande.

In generale chiedevano la spartizione delle terre incolte e la creazione di cooperative agricole finanziate dallo Stato.

Critica

Miti e coscienza del decadentismo

Importante è la lettura di Carlo Salinari, che in "Miti e coscienza del decadentismo" (1960), parla di tre fallimenti collettivi. In primis quello del Risorgimento come moto generale di rinnovamento del nostro paese, quello dell’Unità come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate, e quello del Socialismo, che avrebbe potuto riprendere il movimento risorgimentale ma si era perduto nella leggerezza dei dirigenti e nell’ignoranza delle masse. Riguardo a quest’ultimo punto, è da tenere presente che Salinari è un critico marxista. Accanto a questi, ci sono anche i fallimenti individuali: i vecchi non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili della corruzione e degli scandali, mentre i giovani si sentono in trappola in una società ormai cristallizzata che non permette l’azione trasformatrice e quindi il libero esprimersi della personalità.

La prima stroncatura critica proviene da Emilio Cerchi: segue poi un periodo di sostanziale oblio del romanzo, in quanto sfugge l’approccio innovativo al romanzo "I vecchi e i giovani". Il valore e l’originalità del romanzo sono stati riconosciuti attorno agli anni ’50 del ‘900, soprattutto grazie a Giancarlo Mazzacurati, che osserva la capacità di Pirandello di rinnovare il romanzo storico italiano guardando a modelli europei.

Leonardo Sciascia liquida banalmente il romanzo definendolo il romanzo della sicilianità di Pirandello. Giovanni Macchia fa solo alcune brevi considerazioni nel suo saggio: “Interrompeva l’applicazione dei suoi tipici procedimenti dialettici, nei suoi tentativi di scomposizione della realtà psicologica individuale. È una realtà più vasta che lo interessa: la realtà politica, che gli individui in quanto partecipi di quella società in crisi, divisa, nel periodo dei Fasci siciliani (1893), esprimono nelle lotte e nei tumulti sanguinosi. Ma la conclusione cui s’avvia quell’insieme di fatti ed esperienze contraddittorie non cambia: l’insoddisfazione di una giovinezza tradita, il fallimento. […] Ma, per quanto degno di considerazione, il romanzo resta lì fermo nella produzione pirandelliana, e quasi non permette, nella linea sicura che disegna, possibilità alcuna di svolgimento”.

L’unico scrittore contemporaneo a Pirandello che colse la grandezza del romanzo fu Federigo Tozzi.

Parte prima

Il paesaggio

Lo sfondo naturale, il paesaggio, ha un ruolo importante, non è mai neutrale, come dimostra l’incipit. Innanzitutto il “guasto delle intemperie” prelude al “guasto” storico che ha investito persone, cose, istituzioni pubbliche, politiche, sociali: da una parte troviamo l’asprezza e la violenza della natura, dall’altra il disprezzo e il dispetto tipico degli uomini. Inoltre i vari sostegni che erano stati costruiti sono crollati, contribuendo a creare un’atmosfera di decadenza e abbandono. La natura è arida, quando diluvia diventa impetuosa. Questa natura malarica ha un immediato precedente, ancora una volta un omaggio a Verga: “Malaria” da Novelle rusticane (1883) descrive una natura che dà ricchezza, ma che è anche capace di dare la morte. In Pirandello invece la natura dà solo oppressione e morte.

Il mare è una presenza inquietante, così come in Verga. La pioggia e il vento feriscono, portano a rovina e sono espressione di una punizione: la natura appare viva, malvagia, punitiva, secondo chiare ascendenze leopardiane. Girgenti è spettrale, è un desolato frammento del passato, silenziosa e attonita. Il tempo è sospeso, paralizzato. La natura fa anche da sfondo a un mondo condannato all’immobilità. Non bisogna però commettere l’errore di pensare che la natura sia morta, tutt’altro: pensiamo agli aggettivi per descrivere i fichidindia ad esempio, ossia “carnute”...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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