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Il concetto di Fortuna in Dante, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli e Guicciardini

Breve saggio sul concetto di Fortuna in alcuni dei principali scrittori della letteratura italiana: Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. G. Frasso

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Il concetto di Fortuna in Dante, Boccaccio, Ariosto,

Machiavelli e Guicciardini

La fortuna, la quale indica il destino, è stata discussione di molti poeti.

Dante Alighieri, nella Commedia, attribuisce alla fortuna un significato

religioso: essa corrisponde all'intelligenza divina e provvidenziale. Tale tipo di

fortuna è al di sopra delle capacità interpretative dei mortali, dunque

imperscrutabile e non comprensibile dall'uomo.

Giovanni Boccaccio concepisce la fortuna in termini laici. Anche se gli

uomini sono guidati dall'intelligenza (quella che per Boccaccio è la

principale virtù dell'uomo) devono affrontare la fortuna, cioè un insieme di

coincidenze e fatti imprevedibili che agiscono in determinate circostanze.

Ciò può essere riscontrato, ad esempio, nella Novella Quarta della Seconda

Giornata del Decameron: «Landolfo Rufolo, impoverito, divien corsale e da'

Genovesi preso, rompe in mare, e sopra una cassetta, di gioie carissime

piena, scampa, e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si torna a casa

sua.». In tale novella Landolfo Rufolo deve affrontare un “vento tempestoso”

il quale corrisponde ad un evento imprevedibile, un fatto casuale. Inoltre,

sempre in questa novella, il tema della fortuna si fonde con La virtù

dell'uomo, l'intelligenza.

Per Ludovico Ariosto la fortuna corrisponde al caso. Esso assume un

significato laico il quale corrisponde ad eventi ed atti del tutto casuali. Infatti

nell'Orlando Furioso, i personaggi sono costantemente soggetti al caso, al

quale non possono opporsi in alcun modo. L'Ariosto non ha però nessuna

concezione provvidenzialistica della Storia.

Niccolò Machiavelli molto si sofferma sul tema della fortuna; dedica infatti il

capitolo XXV de Il Principe a Virtù e fortuna. La fortuna può essere

considerata secondo una concezione laica e terrena: essa corrisponde a

fatti terreni, i quali se utilizzati adeguatamente (sfruttando l'occasione)

costituiranno la virtù. Machiavelli, per chiarire la possibilità dell'uomo di agire

nel corso della Storia, afferma che la virtù costituisce metà della vita

dell'uomo, e l'altra metà è costituita dal libero arbitrio. Sempre nel capitolo

XXV utilizza due similitudini per meglio chiarire tale concetto. La prima: «E

assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che, quando s'adirano,

allagano e piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, lievano da questa parte

terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinnanzi, ognuno cede


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UNSIGNED

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8 mesi fa


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo (Facoltà di Economia e di Lettere e Filosofia) (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher UNSIGNED di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Frasso Giuseppe.

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