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Teoria della previsione

La filosofia della storia (o storiosofia) si occupa della problematica classica del significato della storia e di un suo possibile fine teleologico. Essa si chiede se esista un disegno, uno scopo, un obiettivo o un principio guida nel processo della storia umana. Altre questioni su cui si interroga questa disciplina sono se l'oggetto della storia è la verità o il dover essere, se la storia è ciclica o lineare, o se esiste in essa il concetto di progresso.

Dal giudizio storico al giudizio prospettico

Giudicare è distinguere. Il giudizio è forma logica reale, cioè forma di un contenuto via via nuovo e imprevedibile nei limiti in cui non è ancora divenuto contenuto. L’essere delle cose è sempre un’affermazione del giudizio. Ma se il giudizio conosce ciò che non è ancora (non è ancora conosciuto), esso evidentemente non ha a che fare con la metafisica. Il giudizio conosce nei limiti in cui l’oggetto della sua conoscenza appartiene al non-essere. Ma poiché la dimensione che sola vale a determinare il non-essere è il tempo, giacché il non-essere è sempre l’istante successivo, è un rispetto all’istante precedente, il giudizio è immerso nella temporalità, è anzi esso stesso temporalità, cioè storia.

Il giudizio riguarda ciò che è nel momento in cui non è ancora, lo afferma mentre diviene, lo immobilizza in un attimo sovratemporale. Il giudizio è storico nella misura in cui riguarda, e non può non riguardare, una realtà incompiuta in senso conoscitivo e formale. Il giudizio qualifica se stesso come forma pura del conoscere. Il giudizio è, in una certa misura, involontario, nel senso che sfugge al controllo della volontà. Il giudizio come atto conoscitivo deve dunque distinguersi dalla pratica, e procedere al proprio autoriconoscimento teoretico.

Quando si dice che il giudizio, in quanto teoretico-storico, è involontario, s’intende che nasce solo in quelle situazioni storiche concrete in cui via via gli è dato di nascere, sotto gli stimoli di questi o quegli interessi e problemi della vita etico-politica. Storico non significa solo che il giudizio è condizionato dal tempo e dalle situazioni di fatto, ma che esso riguarda la realtà, della quale è esso stesso un momento. Lo storico, cioè il momento dell’attività storiografica, vede in una certa prospettiva gli eventi che trae alla luce, vaglia criticamente attraverso i documenti e narra nel corso dell’esposizione storica; il filosofo, cioè nel momento della riflessione sulla conoscenza storica, prende in considerazione il senso e il valore di codesta prospettiva.

La storia non è mai alle nostre spalle, al contrario essa ci sta dinanzi e siamo noi come storici a rettificarne continuamente la prospettiva, cioè la distanza non solo cronologica ma ideale e politica, da quelli che comunemente chiamiamo i nostri tempi. Il giudizio storico, insomma, solo per una vecchia illusione ottica, di ottica storiografica, sembra cercare il passato dietro le nostre spalle, mentre in realtà esso lo afferra e sospinge dinanzi a noi, lo proietta verso ciò che non è ancora, verso il futuro. Se veramente la storiografia fosse la mera conoscenza di ciò che è stato, essa non sarebbe né problematica né filosofica: ciò che è stato non rappresenta un problema, essa nasce solo a condizione di porre dei problemi e di stimolare la riflessione, cioè la filosofia. Quindi occorre operare una distinzione tra storia come illuminazione prospettica del passato, e che corrisponde sostanzialmente a ciò che fenomenologi chiamano “disoccultamento”, e storia come costruzione prefigurativa dell’avvenire come teoria della previsione.

Oracoli, filosofia della storia, leggi scientifiche

Esiste una differenza tra predizione e previsione. La predizione (oracolo, indovino) è avulsa a qualsiasi teorizzazione, poiché non ha nessun fondamento razionale e la sua forza sta tutta nella sua verifica, si riesca o meno a trovarla o fargliela corrispondere. È puramente immaginativa, si limita a dire come gli altri agiranno, staccandosi dall’azione, separando la propria responsabilità da quella degli agenti. La previsione invece illumina il cammino dell’azione, quando è razionalmente concepita. Essa è parte in causa, dice in quanto fa, in quanto pone le condizioni dell’agire.

La forza suasiva della predizione fin dall’antichità è difficilmente spiegabile in termini razionali. Gli uomini civilizzati si sono da sempre richiamati ad un complesso di esperienze, osservazioni, leggi, costanze riunite sinteticamente nella memoria collettiva che chiamiamo storia. E da sempre c’è stato un bisogno collettivo di orientarsi nei confronti dell’azione, del futuro. Alla luce di questo bisogno si può considerare il concetto di “costanza” con cui l’uomo si è da sempre industriato di interpretare gli eventi e di inserire la propria azione individuale in un tutto che continuamente lo trascende ma che perennemente ha bisogno di lui per affermarsi. In quest’ottica si inquadra anche la precognizione, il tentativo di abolire l’imprevisto e di distruggere il caso, seppure intrinsecamente contraddittorio: che cosa si coglierebbe, preconoscendo, se proprio per via di quest’azione calasse per sempre il sipario sull’imprevisto?

La vita ha un senso proprio perché è sempre necessario conferirgliene uno nuovo, nel suo intrinseco carattere indeterminato e imprevedibile, altrimenti l’azione umana, dell’individuo e della collettività, non avrebbe possibilità di manifestarsi e affermarsi. Anche nell’azione politica la forza della previsione si manifesta nella riuscita di chi meglio è riuscito a prevedere, cioè a comprendere, la realtà in sviluppo, ma più spesso e in maniera eminente chi ha spinto e indirizzato le forze politiche in una determinata prospettiva e direzione.

Comunque la previsione, nelle sue forme arcaiche e moderne, non potrebbe venire esercitata senza la messa in funzione di un altro importante concetto: la costanza. È un concetto caratteristico della filosofia della natura di tipo galileiano-newtoniano che è alla base della formulazione della legge scientifica. I filosofi della natura applicarono questo concetto agli eventi storici partendo dalla natura, postulando che si può, anzi si deve, prevedere come i fatti si svolgeranno nel futuro. Un altro concetto infatti di cui si avvale la previsione è il concetto di sviluppo, evoluzione di ogni singola situazione storica che deriva dall’esame di essa stessa.

La previsione come anticipatrice dello sviluppo è un’attività sintetica a priori, che porta un contributo allo sviluppo della situazione stessa. Questo tipo di previsione ha stimolato l’affermarsi della teologia e della filosofia della storia (ha per oggetto di studio la fenomenologia storica degli avvenimenti, essa si chiede se esista un disegno, uno scopo, un obiettivo o un principio guida nel processo della storia umana) che hanno perseguito la scoperta di un senso generale delle epoche storiche, che valga a giustificare e promuovere l’azione presente, cioè porre le premesse del futuro: il passato interpretato secondo il concetto generico di totalità che illumina e in un certo modo determina il presente e l’avvenire.

La direzione ermeneutica (metodologia dell’interpretazione, spiegazione) della filosofia della storia è dal passato verso il presente e quindi il futuro. I due concetti di totalità e determinismo nella filosofia della storia tendono a fornire un racconto epocale e totalizzante della realtà storica, in base alla pretesa scoperta di una legge o costante che indurrebbe a dare un senso ai singoli avvenimenti come note di un’unica sinfonia, di un’uniformità. È stato un più o meno consapevole tentativo di applicare il metodo scientifico agli eventi storici. Implicita in questa concezione è l’idea che i fatti particolari non si generano secondo una logica concreta, immanamente alle singole situazioni, ma che li determini una logica astratta e trascendente.

Anche Herder afferma che Dio agirebbe non direttamente in forma miracolosa, ma indirettamente mediante le grandi leggi e costanti storiche e Hegel vede nella storia lo spiegamento della ragione e poi della libertà. La logica di queste posizioni risultano anche nella visione di Marx, il quale scorge una legge immanente nel processo storico. A differenza degli scienziati che non garantivano la continuazione futura delle scoperte scientifiche pur affermandone l’immutabilità, i filosofi della storia postulano la conformità alla legge anche degli eventi futuri.

Anche attraverso il concetto di epoca storica, il non essere ancora che diventa la previsione metafisica di ciò che non potrà non essere conforme al piano generale della storia. In origine la totalità se rettamente pensata non poteva non essere che il Tutto nel suo limite e nella concretezza, così come concepita nella filosofia della storia e nelle odierne visioni totalizzanti di ispirazione marxistica diventa un concetto finto e astratto che riguarda da un lato la società in generale considerata dal punto di vista della lotta di classe e dallo scontro degli interessi antagonistici e dall’altro la fine di quella lotta dovuta all’intervento di un movimento violento e appunto totalitario. La totalità diventa una visione statica e immobile della realtà e della storia. Ecco quindi che si capisce quanto sia chiaro che poco possa giovare all’azione una presunta conoscenza totalizzante e definitiva.

Le filosofie della storia di tipo cristiano, illuministico e le visioni cicliche non sono tentativi di spiegare la realtà del mondo storico in senso disinteressato e scientifico, ma delle costruzioni determinate da precisi interessi ideologici e politici, che si tenta o si ritiene di poter servire mediante una visione pseudoscientifica. L’inganno consiste nel garantire la verità assoluta e definitiva in modo da trasformare nell’adepto la previsione in certezza, la certezza in fede e la fede in fanatismo e infine il fanatismo nella giustificazione politica dell’immoralismo. Si aggiunga che la somministrazione della previsione all’adepto ha carattere di privilegio assoluto onde la prescrizione dell’assoluta ubbidienza. Da queste osservazioni discende l’osservazione che tra previsione e realtà vi sia un rapporto di proporzione inversa.

Il merito delle filosofia della storia è di aver tentato di scoprire i nessi profondi del pensiero con il reale e del reale con l’operare umano. L’uomo possiede sempre un potere sugli avvenimenti, che solo a cose fatte è possibile discernere e misurare, ma che si celebra nell’azione. Ma occorre stare bene attenti a non confondere l’esito da noi sperato di un evento o di una serie di eventi con la maggiore o minore carica di operatività dell’azione umana che li ha determinati. Ogni evento è intrecciato in un discorso di eventi che solo in un secondo momento diventa quello storico.

Il concetto di totalità è molto affine a quello di gruppo. Sono entrambi capaci di diventare strumenti dei giudizi determinanti, a loro volta sollecitati dalla tentazione del potere, dall’istinto gregario della forza collettiva. La totalità diventa previsione di gruppo, anticipazione e insieme assicurazione conservativa della forza collettiva. In queste circostanze la realtà viene compressa e maltrattata e la previsione fatta strumento del passato da conservare. Esempio tipico di queste distorsioni sono le previsioni statistiche che quasi sempre risultano manipolate dalle diverse fonti da cui provengono, l’impegno del gruppo a dirigere i propri membri verso fini di potere il più possibile immediati.

Ma la statistica nacque parallela al sorgere della scienza moderna e si giovò del concetto di legge scientifica. La legge scientifica all’origine non è che il reperimento di una costante nel caos delle osservazioni naturali. La sua funzione è di assicurare l’uomo che anche in futuro date certe condizioni i fenomeni si riprodurranno in un ordine costante. Anche il fatto che le leggi scientifiche vengano espresse in formule matematiche ha riferimento soltanto al loro carattere di esattezza e non al suo preteso contenuto di verità.

Quando lo scienziato passa a definire la natura come tutta scritta a caratteri matematici o a rivendicare il valore assoluto delle leggi scientifiche egli salta fuori dalla scienza e si inoltra nella metafisica. Ma in tal caso la previsione non ha più luogo, perché la possibilità è data già in partenza come coincidente con la realtà. L’equivoco nasce quando il preteso carattere di assolutezza delle leggi fisiche viene elevato a principio metafisico, ciò è strettamente connesso al fatto che la filosofia è stata dominata fino al principio del secolo attuale dal pensiero che la metodologia della scienza sperimentale e i concetti di cui le scienze facevano uso venivano considerati interni alla struttura logica del pensiero umano. Attraverso Hegel e Croce la filosofia ha puntato il dito contro la scienza che fa ancora della metafisica. La legge scientifica intesa in questo modo è pertanto l’opposto della previsione. La previsione al contrario è scienza dell’anticipo, dell’individuale, del nuovo, ermeneutica di una situazione in divenire nella quale dobbiamo inserire la nostra azione.

Nella scienza contemporanea, anche in merito alla critica antiscientifica della filosofia, sono entrati in crisi i concetti della fisica classica e l’idea di immutabilità dell’oggetto scientifico. Questo ha condotto la fisica contemporanea da una parte ad un paradosso linguistico-espressivo (i concetti della fisica classica formano la base linguistica descrittiva irrinunciabile anche se l’applicazione di quei concetti ha perduto completamente il suo carattere tradizionale di certezza assoluta) e dall’altra ad abbandonare la nozione di certezza e di validità assoluta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Emanuele Pietro.
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