Edgar Morin
Le sue idee-chiave
1. Un metodo non è valido se non include la complessità. Abbiamo bisogno
di un metodo che ci aiuti a pensare la complessità del reale, invece di
dissolverla e di mutilare la realtà.
2. Questo metodo deve fornire i principi operativi per pensare
autonomamente. Metodo significa infatti “via”, “cammino”.
3. Non si tratta tanto di un programma (un insieme di ricette) ma di una
strategia (cioè di una azione che si adatta a seconda della retroazione della
realtà). Non vi sono delle risposte già pronte.
4. Abbiamo bisogno di una nuova mentalità: Il modo di vedere le cose è più
importante del cambiamento delle idee. La nuova mentalità ci conduce a
vivere nel pericolo, nel rischio, nel caso, e ci fa abbandonare la pseudo-
sicurezza di un programma.
5. La semplificazione è il male: dobbiamo pensare che il semplice e il
complesso sono legati; c’è voluta una favolosa complessità di interazioni
biologiche e sociali per arrivare a un semplice sorriso.
6. La conoscenza illumina ed oscura nello stesso tempo. La nostra
conoscenza progredisce nello stesso tempo della nostra ignoranza. D’ora in
poi la conoscenza deve lavorare a fianco dell’ignoranza
7. L’innato e l’acquisito si oppongono ma ugualmente si associano. Non
siamo una cera molle: si sa come sorridere ma si apprende dai genitori un
certo modo di sorridere.
8. Noi possediamo dei geni che a loro volta ci possiedono.
9. Vivere di morte, morire di vita. Vivere per vivere: accettare veramente la
vita vuol dire accettare che non abbia alcuna ragione esterna ad essa.
Introduzione
“Il contrario di una verità profonda è un'altra verità profonda”. È proprio in
quest'affermazione di Niels Bohr che Edgar Morin identifica il suo pensiero. Un pensiero
che gli ha consentito di superare la "fase totalitaria" attraverso diverse tappe, caratterizzate
da momenti drammatici della sua esperienza politica, che vanno dalla giovanile adesione al
comunismo sino all'abbandono dello stesso. "Sono giunto alla concezione della complessità
e del pensiero complesso attraverso una mia particolare tendenza volta a riconoscere come
verità tutte le affermazioni, anche quelle più contraddittorie - precisa Morin- e con la mia
naturale propensione al dubbio e all'aspirazione ad una fede non necessariamente
identificata con la religione".
Una battaglia spirituale, nella quale si stagliano i concetti del dubbio, della fede,
della razionalità e della religione. Ma una battaglia dalla quale approda ai lidi di una nuova
concezione filosofica che, rifiutando la pretesa di una conoscenza totale, cerca e trova un
metodo "che possa articolare ciò che è collegato e collegare ciò che è disgiunto". Un
cammino lungo, ma che non è ancora terminato e probabilmente non lo sarà mai, perché
"il cammino non esiste, ma si costruisce camminando". È stato lo stesso Morin a descrivere
in alcune splendide pagine autobiografiche il superamento della visione ideologica dentro
la quale era rimasto a lungo irretito: una visione che semplificava all'estremo il mondo
storico e che pretendeva di spiegare la realtà attraverso il recupero di uno dei suoi
"vecchissimi sentimenti" quello della "relatività della verità e dell'errore e quello della
complementarietà delle posizioni contraddittorie". E la "teoria della complessità" si
presenta, invece, come l'esatto contrario delle filosofie totalizzanti. Siamo invece in un
mondo articolato e complesso, a fronte di quello tradizionale, mutilante ed astratto, al
quale arriva operando una sintesi originale tra il pensiero di Vico, Hegel, Marx da un lato e
di Heisenberg, Prigogine, von Foester e Maturana dall’altro.
Il pensiero complesso
Ma in che cosa consiste questa complessità, questo pensiero complesso?
Scopriamolo dalle parole stesse di Morin: “Il pensiero complesso è consapevole in
partenza dell’impossibilità della conoscenza completa: uno degli assiomi della complessità
è l’impossibilità, anche teorica, dell’onniscienza. Riconoscimento di un principio di
incompletezza e di incertezza. Il pensiero complesso è animato da una tensione
permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo, e
il riconoscimento dell’incompiutezza e della incompletezza di ogni conoscenza. Questa
tensione ha animato tutta la mia vita…Per tutta la vita…ho sempre aspirato ad un pensiero
multidimensionale. …Ho sempre sentito che alcune verità profonde, antagoniste tra loro,
erano per me complementari, senza smettere di essere antagoniste” (cfr. E. Morin,
Introduzione al pensiero complesso, trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 1993, p. 3).
Diciamo in conclusione che ci sono tre principi che possono aiutarci a pensare la
complessità.
Il primo è il principio che Morin chiama dialogico. Il principio dialogico ci consente
di mantenere la dualità in seno all’unità: associa due termini complementari e insieme
antagonisti.
Il secondo principio è quello di ricorso di organizzazione. Un processo ricorsivo è un
processo in cui i prodotti e gli effetti sono contemporaneamente cause e produttori di ciò
che li produce. L’idea del ricorso è dunque un’idea di rottura con l’idea lineare di
causa/effetto, di prodotto/produttore, di struttura/sovrastruttura.
Il terzo principio è il principio ologrammatico. Non solo la parte è nel tutto, ma il
tutto è nella parte. Il principio ologrammatico è presente nel mondo biologico e nel mondo
sociologico. L’idea dell’ologramma costituisce dunque un superamento tanto rispetto al
riduzionismo che non vede che le parti, quanto rispetto all’olismo che non vede che il tutto.
Le minacce più gravi cui l’umanità va oggi incontro sono legate al progresso cieco e
incontrollato della conoscenza (armi termonucleari, manipolazioni di ogni genere,
squilibrio ecologico ecc.). Tali errori, ignoranze, cecità, pericoli hanno un carattere
comune, secondo Morin, che risulta da un modo mutilante di organizzazione della
conoscenza, incapace di riconoscere e di afferrare la complessità del reale. La scienza
classica si è fondata sotto il segno dell’oggettività, cioè sotto il segno di un universo
costituito da oggetti isolati (in uno spazio neutro), soggetti a leggi oggettivamente
universali. Spiegare significava scoprire gli elementi semplici e le regole semplici a partire
dalle quali si effettuano le varie combinazioni e le costruzioni complesse. I successi della
fisica classica spinsero le altre scienze a costituire allo stesso modo il loro oggetto
nell’isolamento rispetto a ogni ambiente e ad ogni osservatore…trionfò la spiegazione
riduzionista, cos&
-
Filosofia della scienza – Intervista a Morin
-
Appunti Filosofia
-
Filosofia della scienza
-
Filosofia della scienza - Cartesio