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evitare sempre un errore però ci sono metodi di protezione, di lotta, di prevenzione

dall’errore, che si riassumono nella conoscenza completa o, meglio ancora, complessa. Per

dirla con Nietzsche, “il veridico è semplice ma la verità è molto, molto complessa”.

In un’altra opera, intitolata Lo spirito del tempo, Morin criticava due aspetti della

società contemporanea: da un lato era contro il rincretinimento favorito dai mass media e

dall’altro il rincretinimento proprio dei cosiddetti intellettuali e all’interno dell’università e

della scuola in genere.

Nella Introduzione ad una politica dell’uomo (1965), Morin aspira ad un pensiero

che tenga conto dell’invenzione, della creazione e del soggetto umano. È un pensiero che

riflette sui problemi della società, della civiltà, della democrazia. Si sforza di riconsiderare

il problema politico nella teoria e in pratica. C’è il rifiuto netto di ogni totalitarismo. Vi è

poi l’idea che le conseguenze delle azioni sfuggono alle intenzioni di chi le compie; ogni

storia del passato subisce la retroazione delle esperienze del presente, per cui non ci può

mai essere un osservatore puro, e quindi vi deve essere sempre la preoccupazione

metodologica di una costante autocritica. Vi sono errori sui fatti, errori sul senso di una

azione, errori sul risultato sperato ecc. Predica il pensiero planetario e, prima della

diffusione del terzomondismo, è attento alla preoccupazione della sorte del mondo che è

vincolata alla preoccupazione per il Terzo Mondo, ma, si badi bene, fin da subito senza

illusioni terzomondiste, visto che ha caratteri a volte progressivi e a volte regressivi. La

solidarietà vissuta è l’unica cosa che permette la crescita di complessità. A questo punto, a

chi gli chiedesse se è di sinistra o di destra, Morin risponde che “Io ero (e mi considero

tuttora) contemporaneamente di sinistra e di destra. Dico “di destra” nel senso che sono

molto sensibile ai problemi delle libertà, dei diritti dell’uomo, delle transizioni senza

brutalità, e “di sinistra” nel senso che penso che i rapporti umani e sociali potrebbero e

dovrebbero cambiare in profondità”.

Ne Il vivo del soggetto (1969) Morin propone una antropologia chiamata

“antropocosmologia”, che tenga conto non solo della antropologia ma anche della varie

scienze come la sociologia, l’economia e soprattutto della biologia. In particolare della

biologia perché, secondo quanto dice Morin, un uomo è anche un essere biologico e tutto

ciò che concerne la biologia riguarda anche l’uomo. Senza però dimenticare, nello stesso

tempo, che atomi e molecole che ci costituiscono procedono dal cosmo e quindi l’uomo è

anche un essere cosmico. Ritorna dunque qui la sua idea costante di non escludere nessun

punto di vista ma integrarli tutti non rifiutando a priori nessun tipo di approccio alla realtà

che si intende studiare, in questo caso l’uomo.

L' educazione

«Come in passato l´umanità è uscita dalla preistoria attraverso una serie di

metamorfosi sociali, così oggi l´epoca di crisi che stiamo attraversando ci spinge verso

nuove trasformazioni, il cui risultato sarà forse una metamorfosi di portata planetaria».

Da molti anni, infatti, opere come La conoscenza della conoscenza, Il metodo o L

´identità umana vengono lette e apprezzate in tutto il mondo per la loro capacità di analisi

che non esita a rimettere in discussione le proprie certezze, rifiuta i compartimenti stagni

dello specialismo e fa dell´autocritica uno strumento essenziale per arginare le false

illusioni e gli errori della conoscenza. Tale atteggiamento intellettuale è per Morin

irrinunciabile, specie di fronte a un mondo che ha un urgente bisogno di trasformazioni

radicali, pena la propria autodistruzione: «Quando un sistema non è più in grado di

affrontare e risolvere i problemi vitali della collettività, le alternative sono solo due: o crolla

o si trasforma. Oggi siamo in questa situazione, visto che gli arsenali nucleari, il degrado

progressivo dell´ecosistema, lo sperpero delle risorse naturali, gli squilibri, le intolleranze

e le crescenti disuguaglianze tra le diverse parti del pianeta creano una situazione

drammatica, dove la possibilità dell´autodistruzione diventa molto concreta». Tuttavia l

´autore dei Miei demoni non vuole lasciarsi andare al pessimismo. Anche perché è

convinto che i periodi di crisi non siano solo gravidi di pericoli, ma anche di nuove

possibilità: «La crisi può favorire la metamorfosi del sistema, in direzione di una società-

mondo più ricca e complessa, una società più umana e giusta, capace di far fronte alla sfide

del futuro». A condizione però che la civiltà occidentale rinunci a rincorrere ostinatamente

un´idea di progresso «basata esclusivamente sulla fiducia cieca nel potere della tecnica e

dell´economia». D´altronde, ricorda, la nostra idea di sviluppo non può essere applicata

indifferentemente a tutte le aree del pianeta, senza tenere conto delle loro diverse

specificità. Al contrario, solo cercando di valorizzare i caratteri originali di ogni società sarà

possibile far emergere un nuovo equilibrio planetario, «capace di risolvere i problemi più

urgenti dell´umanità e favorire il diffondersi della democrazia». A questo proposito, lo

studioso ricorda che diversi elementi della futura società-mondo sono già davanti ai nostri

occhi, sebbene non siano ancora connessi tra di loro. La globalizzazione ad esempio ha

creato una rete mondiale di comunicazioni che non ha precedenti nel passato,

contribuendo a integrare l´economia di quasi tutte le zone del pianeta. Questa evoluzione,

che finora è stata quasi del tutto incontrollata, ha fatto emergere il bisogno di nuove regole

a livello mondiale e ha favorito il diffondersi di una coscienza collettiva che riconosce l

´appartenenza a un destino comune. Ma per favorire una società maggiormente a misura d

´uomo, egli immagina l´avvento di una nuova generazione della tecnica: «Finora le

macchine hanno obbedito esclusivamente a una logica meccanica, determinista e

specializzata. È la logica della realtà artificiale e del calcolo economico, una logica che è

incapace di cogliere le qualità della vita, occupandosi solo del dominio quantitativo e del

calcolo cieco. Dal mondo scientifico ed economico, questa logica si è progressivamente

estesa a tutti i settori della vita, che così risulta sempre più meccanizzata e cronometrata».

Oggi però il bisogno di privilegiare la qualità sulla quantità si manifesta di

frequente, anche se quasi sempre in maniera inconscia e disordinata. Se il primato degli

aspetti qualitativi riuscirà a imporsi, forse un giorno avremo delle macchine «dotate di

alcune qualità della vita». Un risultato che però sarà possibile solo se riusciremo a

promuovere una trasformazione profonda della conoscenza e della scienza, in nome di un

sapere che non sia più rigido e parcellizzato, ma duttile e capace di confrontarsi con la

complessità, facendo dialogare discipline diverse».

È per questo che Morin non si stanca d´invocare una riforma radicale dell

´insegnamento, come ha fatto anche di recente in un libretto molto discusso intitolato I

sette saperi necessari all´educazione del futuro: «Di fronte alla complessità del mondo in

cui viviamo e alle sue contraddizioni, la conoscenza non può essere esclusivamente

specialistica e frammentaria. Purtroppo, nella tradizione occidentale ha sempre prevalso il

Discorso sul metodo di Descartes, per il quale conoscere significa separare, in nome di un

metodo analitico il cui risultato finale nasce dalla somma di tanti frammenti». A Descartes,

Morin preferisce Pascal: «Questi, ricordando che non si può separare la parte dal tutto, il

particolare dal globale, propone un andirivieni continuo tra i due poli, integrando la

conoscenza di tipo analitico in una sintesi più vasta». Citando l´autore dei Pensieri, Morin

ricorda che «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», motivo per cui occorre

utilizzare la razionalità, ma tenendone sempre presenti i limiti e cercando di non essere

succubi della logica quantitativa dominante.

I sette saperi sono i seguenti:

1. studiare i processi della conoscenza;

2. conoscere i problemi da un punto di vista non solo particolare ma anche globale,

da situare in uno contesto e in un insieme;

3. insegnare la condizione umana: la complessità della identità, unità e diversità

umane;

4. insegnare la storia dell’era planetaria che è cominciata nel XVI secolo ed oggi ci

porta a vivere un destino comune;

5. rivelare le incertezze, i dubbi, i problemi, gli errori nelle varie discipline e

insegnare le strategie per affrontare le difficoltà;

6. insegnare la comprensione, la pace, la tolleranza: studiare quindi

l’incomprensione, il pregiudizio ecc.;

7. un’etica planetaria, in cui nella democrazia vi sia il controllo fra società e

individuo

e nello stesso tempo l’umanità si senta un’unità planetaria.

Solo così, sostiene, sarà possibile «una vera comprensione del mondo in cui

viviamo, che è altra cosa dalla semplice spiegazione, di solito limitata ai semplici dati

oggettivi». Accanto alla battaglia per una nuova educazione, lo studioso francese sottolinea

anche l´importanza dell´etica, a cui non a caso ha deciso di dedicare il sesto e conclusivo

volume del suo Metodo : «Una società-mondo più equilibrata e giusta sarà possibile solo se

l´etica tornerà al centro delle nostre preoccupazioni, tanto sul piano personale quanto su

quello collettivo. L´etica, infatti, fonda e alimenta i concetti di responsabilità e di

solidarietà». E oggi, conclude, «abbiamo più che mai bisogno di solidarietà».

NOTE BIOGRAFICHE

Edgar Morin è nato a Parigi nel 1921 da genitori ebrei sefarditi, nomadi d'Europa-

sia il ramo materno che paterno della sua famiglia ha sostato in Italia, Spagna, Turchia ecc.

Il suo cosmopolitismo è sicuramente riferibile a questa origine ebrea e meticcia. Il suo vero

nome è Nahum. Morin è il cognome che assume durante la Resistenza, prendendolo da

quello di una sua compagna, che poi sposa nel 1945. Autodidatta, in quanto interrompe gli

studi universitari per impegnarsi nella Resistenza, aderisce, dopo una prima attrazione per

i movimenti anarchici, pacifisti e libertari, al Partito Comunista Francese, da cui è espulso

nel 1951. Diventato sociologo al C.N.R.S. (Centre national de la recherche scientifique) di

cui è tuttora direttore per la sezione scienze umane e sociali, si dedica negli anni Cinquanta

a ricerche, rimaste celebri, sulla morte, sul divismo, i giovani e la cultura di massa.

Collabora con articoli politici al “France-Observateur” e poi al “Nouvel Observateur”.

Fonda, nel 1956, con altri intellettuali transfughi del P.C.F, la rivista “Arguments”, che si

ispira alla rivista “Ragionamenti” di Franco Fortini, e durerà fino al l962, trattando i temi

politici centrali degli anni Cinquanta e Sessanta: il congelamento della lotta di classe nei

paesi del “socialismo reale”, la nuova classe burocratica, la guerra d’Algeria, il gaullismo.

Nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, fonda la rivista “Communications”, di


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Emanuele Pietro.

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