PoesieDante Isella: introduzione e contesto
Dante Isella inizia il suo saggio affermando di voler partire dall’edizione delle poesie di Vittorio Sereni, non solo perché si tratta del suo ultimo lavoro in ordine cronologico, ma anche perché nessun’altra opera è, secondo lui, in grado di giustificare l’uso degli strumenti propri della filologia d’autore. Sereni muove da una posizione gnoseologica che comporta un incessante confronto tra l’esperienza in atto e i dati già acquisiti. Per questo gli apparati filologici della sua opera in versi, in quanto rispecchiano la complessità dell’elaborazione, risultano essere la migliore mappa descrittiva di un dato modo di lavorare.
Dunque si riprende quel senso pedagogico di cui parlava Contini nel 1937 al termine della sua lettura delle correzioni dei "Frammenti autografi dell’Orlando Furioso". Per Contini solo le varianti sostitutive (cioè quelle che soppiantano una lezione precedente) ci permettono di individuare la poetica di un autore, la sua poetica. Non lo stesso avviene con le varianti instaurative (quelle che si inseriscono ex novo). L’apparato genetico usa le prime, poiché descrive le varie fasi attraverso cui si è costituita la lezione assunta a testo. L’apparato evolutivo, invece, comprende le ulteriori correzioni, quelle che non sono riuscite a organizzarsi a sistema, come ad esempio le sporadiche correzioni introdotte da Parini in due esemplari a stampa del Mattino del 1763.
Quando invece le correzioni apportate al primo testo arrivano a configurarne un altro, si parla di seconda/terza o plurima redazione. Teoricamente, dunque, il Mattino del ’63 non è che la fase iniziale dell’apparato genetico del Mattino, mentre Fermo e Lucia, Gli sposi promessi e Promessi sposi rappresentano la fase iniziale dei Promessi Sposi del ’40 ma solo teoricamente dal momento che rappresentano comunque la fase conclusiva, seppur temporanea, del processo evolutivo del testo.
Lettura continiana e critica delle varianti
La lettura continiana dei frammenti del Furioso e quella del saggio sulle correzioni del Petrarca volgare del ’41, agirono nei decenni successivi su due livelli: il primo con la nascita della critica delle varianti, il secondo attraverso le innovazioni ecdotiche. Il primo di questi livelli è il più innovativo, ma il meno praticato. Isella in questo saggio lamenta proprio il fatto che negli ultimi 50 anni si è assistito a un proliferare di edizioni critiche di filologia d’autore, mentre la critica delle varianti è sempre più stata relegata in secondo piano. Forse perché ha fatto il suo tempo e forse perché oggi si sente sempre più forte di aggiungere alle tre componenti canoniche (introduzione filologica, testo e apparato), un'introduzione che, riassumendo l’esperienza compiuta, offra una chiave di lettura del testo e dia anche un commento.
Questo non significa che siano mancati edizioni o studi di opere pluriredazionali, come ad esempio i Promessi Sposi. E non sono mancate nemmeno studi per le varianti d’autore, basti pensare all’edizione Ubaldini per Petrarca e a quelle dei Canti Leopardiani ad opera di Moroncini. Isella afferma che sarebbe giunto il tempo che qualcuno prenda l’iniziativa di storicizzare il lavoro compiuto, che ne ripercorra i tempi e i fatti individuandone le direzioni su cui ci si è mossi fin qui e riconoscendo il carattere specifico della scuola italiana in rapporto alle posizioni teoriche e alle iniziative di altri paesi (Germania, Francia e Spagna).
La scuola pavese e altre iniziative
Ci informa poi che la scuola pavese è stato uno dei centri più vivi e fecondi della filologia d’autore. E che nel suo discorso del 1952 di inaugurazione della cattedra di Letteratura Italiana all’università di Pavia, Caretti notò che era giunto il tempo di distinguere “l’apparato classico e ormai tradizionale di ogni testo critico da quello destinato ad accogliere “le correzioni o varianti alternative” dello scrittore”.
Un problema che oggi la filologia d’autore deve affrontare, consiste nella necessità di omologare tutto quanto si lascia ricondurre a una casistica comune, evitando sul piano della formalizzazione degli apparati le innovazioni gratuite. La quantità e la varietà dei casi già affrontati hanno consentito di elaborare modelli e criteri ecdotici che possono essere perfettamente utilizzati senza inventare soluzioni diverse, nuove e collaudate ogni volta. Occorre stabilire norme comuni come nel campo della filologia classica.
Gli apparati gaddiani – Paola Italia: Gadda e la filologia d’autore
Se nell’‘800 l’“officina” della filologia d’autore dei testi in prosa ha avuto in Verga il principale banco di prova, nel ‘900 l’ecdotica genetica si è cimentata soprattutto su Gadda. È un autore particolarmente congeniale al filologo per tre motivi:
- Gadda è stato protagonista di una delle più complicate storie editoriali del secolo: infatti solo il successo del Pasticciaccio ha permesso la stampa di testi che erano stati pensati e scritti in decenni precedenti.
- La sua scrittura raggiunge la perfezione.
- Gadda conserva tutto, dai compiti delle elementari al conto della spesa, dai progetti narrativi ai romanzi inediti, dai suoi appunti agli esercizi di inglese o tedesco. Non tutto questo materiale è giunto fino a noi. Questa prassi conservativa si riflette anche nella scrittura. Gadda, infatti, anche sulla pagina non butta via nulla e non solo nella riutilizzazione dei suoi testi, ma proprio nella cura con cui conserva ogni traccia del suo processo creativo.
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