Poeti del duecento
Dolce stil novo
Non esistono fino all’epoca moderna sillogi specifiche dello Stil Novo, bensì raccolte incomplete e più estese di rime antiche, a partire dalla fondamentale Giuntina del 1527. Il primo “corpus” intitolato “Liriche del Dolce Stil Nuovo” è quello allestito da Rivalta a Venezia nel 1906. Maggior impegno mostrano i due intitolati entrambi “Rimatori del Dolce Stil Novo” a cura di Di Benedetto, e “Dolce Stil Novo” di Cordié, raccomandabile per la bibliografia. Tali raccolte sono state ovviamente precedute da edizioni almeno in parte critiche dei singoli poeti: per Guido Guinizzelli da quelle di Casini (“Le rime dei poeti bolognesi del XIII secolo”) e di Zaccagnini (I rimatori bolognesi del secolo XIII); per Guido Cavalcanti, dopo la prima dovuta a Cicciaporci del 1813, da quelle di Arnone e di Ercole, e da quella ben più modesta di Rivalta; per Lapo Gianni, da quelle di Tropea e di Lamma, all’ultimo dei quali critici si deve anche un’editio minor estesa a Gianni Alfani; per Dino Frescobaldi, da quella di Angeloni; per Cino da Pistoia, dopo le cinquecentesche di Pilli e di Tasso, e le ottocentesche di Carducci e di Bindi e Fanfani, da quella, con intenzioni critiche, di Zaccagnini.
Sulla tradizione manoscritta vanno ricordati in sede generale almeno i due volumi fondamentali di Michele Barbi (“Studi sul Canzoniere di Dante”) e di Domenico De Robertis (“Il Canzoniere Escorialense e la tradizione veneziana delle rime dello Stil Novo”). Per la bibliografia più antica si può rinviare al Cordié, alla lectura Dantis di Rossi e a una memorabile recensione di Casella. È invece indispensabile citare quegli scritti recenti che or in tracciano la storia del termine (Bigi, “Genesi di un concetto storiografico: Dolce stil novo”) o meritoriamente ripropongono la definizione entro il linguaggio dantesco (Bosco, Il nuovo stile della poesia dugentesca secondo Dante).
Guido Guinizzelli
Il testo-base è stato fornito da D’Arco Silvio Avalle, che lo giustifica nello scritto “La tradizione manoscritta di Guido Guinizzelli”. La numerazione dei componimenti è quella che risulta da tale articolo. La lezione si è di molto avvantaggiata rispetto a quella fermata nelle edizioni del Casini, dello Zaccagnini e del Di Benedetto. Un cenno va fatto alla questione della forma, dal momento che lo Zaccagnini aveva inflitto al canzoniere del Guinizzelli un arbitrario rivestimento municipale. Codesta mascheratura è stata tutta scrostata. Da un lato, modesti sono i dati settentrionali oggettivamente rintracciabili nella lingua del Guinizzelli. Dall’altro, i documenti consentono solo di ricostruire una koiné di fondo toscano, quale fu certamente quella in cui venne mediata a Guido la cultura volgare.
È stato osservato che per la sua operazione lo Zaccagnini si vale principalmente del sussidio del Barberiniano 3953 (B). Bolognese è il canzoniere Ginori Conti (GC). Rimarrebbero allora soltanto i Memoriali bolognesi, ma codesta testimonianza, cronologicamente non proprio congruente, tale non può dirsi neanche sul piano culturale, visto che essa traduce indiscriminatamente. Per ciò che è delle canzoni, tolta la I che è specifica di Ch e affini, le altre appartengono già al patrimonio dei tre canzonieri duecenteschi, L, V e P, più Ch (e affini) e V. Di tali manoscritti L è di gran lunga il più autorevole, poiché tutti gli altri si riuniscono per errori comuni. Ne consegue che L, una volta depurato dei suoi errori individuali, è lecito assegnare la preferenza in casi indifferenti. Ai manoscritti altri da L si subordinano in sottogruppo 2PChV per errori comuni. Ch abbandona non di rado la lezione erronea del suo raggruppamento: abbandono che si trova solidale con due codici quattrocenteschi che rinviano allo stesso antigrafo, il Veronese Capitolare, il Trivulziano 1058. Questi canzonieri è stato dimostrato dall’Avalle che vengono a formare una famiglia (possiamo chiamarla toscana) ➔ L, V, P, Ch; un cui secondo gruppo è costituito dal Veronese, dal codice Mezzabarba e da altri minori, fra essi il Casanatense 433. Ora, se Ch concorda con P in spropositi massicci, lo stemma risulta quello ben noto; ma se in qualche punto si sottrae ai doveri di famiglia, non fa se non ereditare le abitudini emendatorie già constatate nel suo antigrafo. Nell’ambito dei sonetti una situazione parallela a quella delle canzoni offre solo IX, per cui oltre a Ch e V, ricorrono i venerabili L, V e P. Non sembra il caso d’instaurare un albero nuovo, in cui ChV si opponessero a LVP. I vecchi testimoni seguitano ad andare insieme. Lo prova un reagente esterne, cioè i Memoriali bolognesi, che consentono di fare un taglio abbastanza netto: le redazioni più antiche, dal 1287 al 1289, appoggiano Lb, dirimpetto all’intera tradizione restante, arricchita anche del Riccardiano 1103 e del Magliabechiano 1060. Per altri componimenti, l’autorevole suffragio degli “antiquiores” manca. Ai testimoni di alcuni componimenti bisogna aggiungere il codice della Comunale di Siena. Il Senese (S) rappresenta una tradizione mista, suppone cioè o due esemplari o più verisimilmente un esemplare con varianti. S appartiene alla famiglia toscana e rifiuta di fatto i badiali spropositi di natura paleografica che disonorano VP.
Guido Cavalcanti
È accolta la lezione fermata nell’edizione critica di Guido Favati, ed è adottato anche il suo ordine. Oggetto di seri studi specifici era stato solo il testo di “Donna me prega” (XXVII), a opera di Mario Casella, e successivamente dal Favati. Molto importante è la “quaestio dubitata” che uno sconosciuto maestro dedicò al Cavalcanti, pubblicata da Kristeller. L’autore andrebbe annoverato tra gli “averroisti” perché si rifà alla cosiddetta dottrina della doppia verità, cioè la rigorosa distinzione tra filosofia e teologia, e soccorrerebbero riscontri con XXVII: appartenenza della felicità all’intelletto possibile, amore carnale e ira come passioni dell’anima sensitiva, dannose all’attività dell’intelletto.
Alla bibliografia critica è ora da aggiungere il discorso di Bigongiari, “La poesia di Guido Cavalcanti”. Dei canzonieri più antichi, e dunque “siculo-toscani”, L contiene solo III, P I (attribuita a Dante), V nulla, mentre il congedo di XXVII figura in un fascicolo giudiziario bolognese del 1301. Il canzoniere più ricco di rime cavalcantiane è Ch, che contiene ben 38 testi, ed è addirittura unico una volta sola per alcuni componimenti. Per solito gli si accosta un gruppo foltissimo di codici, tra cui particolarmente segnalati quelli che oggi rappresentano la Raccolta Aragonese: gruppo da considerare in genere come “descriptus”; parallelo gli è il testo del Bembo confluito nella Raccolta Bartoliniana. Parente di Ch è V, ma V risale a più fonti. V, inoltre, contiene componimenti assenti da entrambi, e talora si trova unico in assoluto o coi suoi affini: risale perciò a non meno di tre esemplari. Dell’antenato comune a Ch e V era parente il canzoniere Barberiniano 4036. Dieci sonetti sono poi tramandati dall’Escurialense, che è la fonte dei codici veneziani e della Giuntina del 1527. Con lui ha alcuni errori comuni un altro canzoniere veneto trecentesco, il Barberiniano 3953. E altrettanto va detto per alcune rime, dell’Ambrosiano. Ma l’Ambrosiano risale a due o forse più fonti, risultando parente del Veronese e dell’Escurialense; esso è poi solidale col Magliabechiano 1060. Tra la famiglia di Ch e quella dell’Escurialense si hanno importanti voci indipendenti: il Veronese 445 e il codice di proprietà Martelli. Il primo è sempre scevro da rapporti coi testimoni fondamentali; il Martelliano contiene solo componimenti presenti in Ch e rifletterà una silloge primitiva di canzoni e ballate: corre sempre parallelo a Ch e al Veronese insieme. Un caso particolare è quello costituito dalla canzone “Donna me prega” (XXVII), per la quale Rivalta, nella sua edizione del 1902, propose un albero a tre rami: l’uno costituito da Ch e affini, il secondo dal Martelliano e dal Barberiniano 3953, il terzo dal Veronese coi codici veneziani. Il Casella ha riunito il Veronese a Ch, ottenendo così un albero bipartito, ma sul fondamento meramente negativo di lezioni buone; principale novità è la presenza d’un testimone antico, il Ginori Conti, anch’esso settentrionale, vicinissimo al Barberiniano. A un albero tripartito torna il Favati, separando il Veronese da Ch, ma asserendo poi che la terza famiglia si dovrebbe esclusivamente all’influsso del pseudo-Colonna, di tipo originario affine a Ch, su una lezione primitiva affine al Veronese. Ora, la tripartizione si ha identicamente (1)Ch e affini, 2) Veronese con altri, 3) Martelli con un affine) in XXXV; contatti, forse per collazione, tra Veronese e Ch modificano per XXX la somiglianza della situazione. Ai testimoni di XXVII va ora aggiunto il codice Senese. Per XXVII S concorda con Ln (Laurenziano Mediceo-Palatino 118) non solo nelle varianti di gruppo, ma anche in gran parte delle “singulares”: Ln appartiene a una sottofamiglia di ciò che il Favati chiama Y (un po’ contaminata di X), dove via via più prossimi compaiono anche Mart, Mt, Rb (Riccardiano 1050). Ora, dell’albero bipartito che il Favati ha costituito, un ramo è la famiglia di Ch, mentre dell’altro proprio Mt sarebbe l’elemento più “periferico”. La vicinanza a Mt conferisce dunque a S una posizione di qualche possibile rilievo. È importante però rilevare taluni accordi con alfa, cioè il gruppo parallelo all’Aragonese tra gli affini di Ch.
Lapo Gianni
La lezione si fonda su un compiuto riesame della tradizione manoscritta, eseguito da Segre dopo le edizioni del Tropea, del Lamma, del Rivalta, del Di Benedetto. Gli studi del Segre rilevano l’esistenza di due famiglie. L’una rappresentata da B e da G C; l’altra si divide in due sottofamiglie, costituite la prima da Ch, e inoltre da T, dalla Bartoliniana e da codici meno importanti, fra cui quelli della Raccolta Aragonese; la seconda da V, e inoltre dalla Bartoliniana in quanto rappresenti il testo del Beccadelli, da cui muove pure il Bolognese 1289. Meritano poi menzione tra i parenti di Ch i seguenti, tra loro affini: Magliabechiano 112, Parigino 557, Laurenziano 49, Riccardiano 1094, Panciatichiano 24 e Riccardiano 1093. Dalla Bartoliniana dipende il Riccardiano 2846. A tutta parità di condizioni, è adottata la forma di Ch; e a tutta parità di condizioni è anche preferita, posto l’albero bipartito, la lezione del suo gruppo. In qualche caso si è accolta la lezione di codici tardi.
Gianni Alfani
Il testo del canzoniere è dato secondo il progetto-base di D’Arco Silvio Avalle, fondato su una revisione diretta dei manoscritti dopo le citate edizioni del Rivalta, del Lamma e del Di Benedetto. La tradizione è semplicissima. Tutti i componimenti figurano in Ch (di cui si segue l’ordine per le ballate) e nel suo stretto affine il “testo del Bembo”, passato alla Raccolta Bartoliniana; s’aggiungono altri parenti col Magliabechiano 1208 e il Vallisoletano. Solo per I si ha la testimonianza dell’Escurialense (E) e dei Marciani cinquecenteschi. Insignificanti i miglioramenti da introdurre in Ch e affine; mentre la famiglia di E contiene varianti per sé eventualmente redazionali.
Dino Frescobaldi
La parca scelta costituita come il “corpus” dell’Alfani, dopo le citate edizioni del Rivalta, dell’Angeloni e del Di Benedetto. XX è tramandata soltanto dal Magliabechiano 1040. Tutti gli altri testi accolti si trovano in Ch (nonché nei derivati della Raccolta Aragonese) e nel suo vicino Trivulziano 1058 (T). In alcuni punti solo T ristabilisce la situazione.
Cino da Pistoia
Il progetto-base è stato allestito da Domenico De Robertis. Mancano attualmente per la maggior parte del canzoniere basi sufficienti a un ordinamento cronologico, è sembrato opportuno adottare una disposizione anodina, fondata sulla collocazione entro i canzonieri. Precedono i componimenti presenti nel manoscritto più ricco di cose ciniane, Ch (I-XXV); poi quelli attestati dalle grandi sillogi settentrionali, B ed E; quindi le rime di tradizione cinquecentesca, da Cas, dal testo di Ludovico Beccadelli passato attraverso la Raccolta Bartoliniana, dal codice Mezzabarba, dall’altro Marciano già Zanetti 63, citato per Lapo Gianni.
La poesia delle origini e del duecento
1. Aspetti e problemi della tradizione
La lunga stagione fondativa della poesia italiana, avviata sullo scorcio del sec. XII e protrattasi per tutto il Duecento, solo alle soglie del Trecento riuscirà a coagularsi in una tradizione testuale organica, fino all’Umanesimo e oltre. Non è così per i primi monumenti poetici in volgare – destinati per lo più a esecuzione orale, e attestati fino ai primi decenni del Duecento in posizione ancillare rispetto a contesti latini. Non è così nemmeno per la prima esperienza veramente organica di poesia in lingua del sì, la “scuola” siciliana attorno alla corte di Federico II, di cui rimangono solo minime tracce che possano dirsi indipendenti dalla successiva mediazione toscana. Per il resto, la produzione siciliana è nota attraverso il filtro dei canzonieri toscani.
È con questi tre canzonieri (Vaticano, Laurenziano, Palatino) allestiti a fine Duecento sul modello delle raccolte trobadoriche, che si instaura una tradizione testuale omogenea, espressione della cultura poetica nella Toscana prestilnovistica. Al nucleo siciliano si aggiunge infatti il corpus dei primi lirici toscani. I copisti provengono dagli stessi ambienti degli autori antologizzati, e la loro competenza arriva a produrre adattamenti e “sistemazioni” testuali raffinate quanto difficilmente smascherabili. L’insieme offre una tradizione tutto sommato compatta. Al passaggio del secolo, la frattura culturale segnata dall’avvento di Cavalcanti e Dante provoca il brusco arresto di quel primo filone testuale; ciò non toglie che qualcosa passi anche nel Trecento, e che i tre antichi canzonieri riemergano poi nella Firenze del Quattro e del Cinquecento come pezzi d’antiquariato. Tutta la tradizione testuale trecentesca è però impostata sul fondamento del corpus stilnovista, con al centro l’opera lirica di Dante. È questa la seconda fase della tradizione della lirica italiana, che troverà prestissimo un canale di diffusione in area veneta, parallelo e spesso più conservativo rispetto a quello originario toscano.
Direttamente da questi testimoni, i materiali duecenteschi arriveranno, a partire dalla fine del Quattrocento, sul tavolo di umanisti come Poliziano o Segni, che allestiranno le raccolte complessive di “antichi autori” in grado di trasmettere la poesia delle origini sostanzialmente fino alle edizioni moderne. Ai margini di questo alveo di trasmissione, si diffonde la produzione realistica di Cecco Angiolieri e soci, purché omologa, quanto al metro, ai canoni lirici. L’unico altro genere che ci costituisce in tradizione testuale autonoma e consistente è quello religioso e soprattutto devozionale della lauda, diffuso in ambienti e con modalità per lo più estranei alla tradizione lirica. I due versanti di questa tradizione si formano per un verso col laudario Cortonese, primo esempio di notazione musicale; per l’altro con il corpus iacoponico. Per la tradizione poetica duecentesca nel suo insieme, punto di riferimento tuttora imprescindibile è l’antologia curata da Contini negli anni ’50, “Poeti del Duecento”. Edizioni monografiche di singoli autori o testi si sono poi susseguite e a distanza di trent’anni un diverso momento di sintesi si è avuto con i testi editi da Avalle direttamente su ogni singolo testimone, purché datato entro il 1300, per le CLPIO. Manca tutt’oggi un testo critico completo di autori anche centrali, per i quali l’edizione più affidabile resta quella parziale di Contini; ma in generale non si dispone di un apparato critico esauriente.
2. I “ritmi” arcaici
Indovinello veronese. Si è ormai generalmente affermata l’opinione che la lingua del cosiddetto Indovinello veronese sia da ritenersi sostanzialmente volgare: il primo testo italiano sarebbe dunque un testo poetico. Si è supposto che la scrittura risalga al passaggio del ms. a Pisa, negli anni 730-740, mentre l’ipotesi tradizionale localizza la tradizione a Verona, tra la fine del sec. VIII e l’avvio del IX. Per quanto riguarda il testo, si è consolidata la decifrazione paleografica, e si è ben individuata la sua natura poetica.
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