DIDATTICA SPECIALE
L’INCLUSIONE A SCUOLA. DALLE ENUNCIAZIONI DI PRINCIPIO ALLE PROCEDURE DIDATTICHE
Parlare di inclusione significa puntare l’accento sulle caratteristiche del contesto.
Quando parliamo di integrazione di un bambino con la sindrome di Down, facciamo in modo che la classe faccia delle
attività adatte a lui, oppure che si portino degli aiuti utili a lui, ecc.
Integrazione diventa inclusione quando si cerca di creare un contesto classe dove tutti gli alunni stanno bene e
possono esprimere al massimo le loro potenzialità.
L’educazione inclusiva si pone come fine il tentativo di rispondere alla diversità dei bisogni dei singoli studenti con
un’organizzazione didattica capace di articolarsi in maniera flessibile in relazione alle esigenze di ciascuno.
Presuppone quindi un’azione rivolta non solo alle esigenze di quell’allievo con disabilità ma di tutti gli alunni; occorre
chiedersi come creare un contesto architettonico e di apprendimento dove tutti gli allievi stiano bene, un sistema
educativo che, nel suo complesso, cerca di intercettare le differenze e le specificità di ognuno.
L’idea di inclusione è per tutti (es. allievo con esigenze legate a aspetti interculturali perché da poco in Italia, allievo
in condizioni di deficit o allievo plus dotato, ecc.).
Tale orientamento sancisce il diritto di ognuno ad avere le migliori opportunità per raggiungere il successo formativo.
Una scuola di qualità deve porre al centro della propria attenzione le esigenze diversificate di tutti gli allievi, nel
rispetto del principio di pari opportunità e partecipazione attiva di ognuno.
L’idea di Inclusive Education si è sviluppata a partire dagli anni ’90 ed è supportata da importanti organismi
internazionali quali l’UNESCO.
Tuttavia un conto è enunciare il principio dell’inclusione, un conto è applicarlo: Cosa posso fare perché questo diritto
all’inclusione trovi una concretizzazione nell’ambito delle classi/sezioni? Come posso creare le condizioni affinché tutti
siano coinvolti e non si annoino?
CHE COS’È L’INCLUSIONE
Il cubo di Rubik per non vedenti Un’azienda etica che costruisce giochi e applicazioni per il tempo libero,
ha ideato un cubo di Rubik per i non vedenti.
La versione originale del cubo di Rubik è accessibile solo ai normodotati, che possono vedere i colori.
Tale versione invece è esclusiva per non vedenti, in quanto riporta le indicazioni in Braille sulle diverse facce,
che però sono tutte bianche. Esso è stato creato nonostante sia un’operazione fallimentare dal punto di vista
commerciale, in quanto i non vedenti sono in minoranza e molti potrebbero non avere la passione per tale
gioco. Tuttavia tale gioco è esplicito di ciò che non bisogna fare: è il contrario dell’inclusione.
Per essere realmente inclusivo, bisognerebbe realizzare una versione accessibile a tutti, nella quale in
corrispondenza di ogni colore venga anche inserito un determinato simbolo in rilievo, riconoscibile al tatto:
in tal modo sarebbe stata anche una modalità per far conoscere a tutti tale codice.
Per parlare di inclusione, non bisogna pensare solo all’esigenza del singolo individuo ma ai bisogni di ciascun
individuo, in modo tale che tutti possono giocarci, senza distinzioni.
Inclusione è creare le condizioni attraverso le quali in quell’ambiente possa stare sia l’uno che l’altro; la si fa con uno
sguardo orientato al contesto di apprendimento.
Esempio: usare lo stesso libro ma dare spiegazioni ulteriori e utilizzare immagini per facilitare l’allievo in difficoltà;
usare un libro di una classe inferiore non è una risposta inclusiva.
La scuola nel periodo del lockdown ha dato una risposta di non inclusione: da un lato la scuola ha dato una risposta
significativa e gli insegnanti sono stati ammirevoli, ma dall’altro la persona con disabilità è diventata di esclusivo
interesse e responsabilità dell’insegnante di sostegno.
Si parla di “cultura dell’ospite” È come se la persona con disabilità sia un ospite nel contesto classe: si cerca di
ospitarla al meglio, ma quella non è la sua casa, è la mia. In classe spesso si fa il possibile per poterla inserire nel
contesto ma la priorità rimane l’andare avanti con il programma, il proseguire senza dedicare le intere forze alla
persona con disabilità, altrimenti gli altri alunni ne risultano svantaggiati; quando si ha a che fare con un ospite
infatti, quando le cose diventano difficili si pensa per sé.
In classe bisogna avere i principi di riferimento ma bisogna anche avere proposte didattiche dirette: in che modo
affrontare le differenze nella scuola, in classe e nelle programmazioni?
Se l’insegnante curricolare ritiene che la disabilità sia un suo problema solo marginale, in quanto vi è l’insegnante di
sostegno molto più preparato, allora le cose non funzionano.
In un contesto di ricerca sulla qualità dell’inclusione, attraverso un’operazione di ricorso generalizzato delle famiglie,
si è ottenuto un aumento delle ore di sostegno; tuttavia analizzando si è visto come la qualità dell’inclusione fosse
peggiorata in alcuni parametri. Infatti bisogna entrare nell’ottica che l’inclusione non è solo un aiuto che proviene
dall’esterno, un delegare a qualcun altro il compito di occuparsi dell’allievo con disabilità; in tal modo, se aumentano
le ore di sostegno, non si fa altro che aumentare la delega.
Condizioni migliori possono istaurarsi laddove vi sia collaborazione e interazione fra le varie figure educative presenti
all’interno della classe: insegnante curricolare, insegnante specializzato, educatori, assistenti all’autonomia e alla
comunicazione.
IN ITALIA…
L’orientamento inclusivo che sta via via progredendo, si inserisce in una storia di integrazione scolastica lunga
quarant’anni, che ha indirizzato i propri sforzi al tentativo di evitare qualsiasi forma di discriminazione, assicurando
agli allievi con disabilità le stesse opportunità dei compagni. Tuttavia tale orientamento ha mantenuto una
debolezza di sottofondo: puntare sull’adattamento dell’allievo con disabilità a un’organizzazione scolastica
strutturata in funzione degli alunni tipici e poco disponibile a modificarsi per accogliere tutti; il problema viene
infatti identificato come principalmente riferito all’individuo, alle sue carenze e particolarità, senza porre la
necessaria attenzione all’organizzazione dell’ambiente e della didattica.
La dimensione dell’inclusione invece, se ben interpretata e praticata, rappresenta un passo in avanti in questa
direzione: porta a considerare le diversità di ognuno come una condizione di base, un a priori di cui tener conto
per costruire ambienti di apprendimento in grado di accogliere tutti.
I QUATTRO PIANI DELL’INCLUSIONE
Il tema centrale della didattica speciale dell’inclusione è l’INCLUSIONE; l’intenzione è trattarla dal punto di vista
metodologico didattico e non solo come enunciazione: per quali motivi è necessario l’approccio inclusivo, cosa
significa fare una didattica inclusiva, come si può nell’ambito della didattica quotidiana tener conto delle differenze…
Per schematizzare meglio il concetto di inclusione, è possibile articolarlo su quattro piani i quali sono complementari
e interagenti.
1. PIANO DEI PRINCIPI
Che approccio ho come insegnante nei confronti delle differenze che popolano e arricchiscono la classe?
Si tratta dell’avere ben chiara l’idea di inclusione: bisogna avere una visione della diversità non solo individuale
ma anche sociale.
Se si pensa che tali teorie dell’inclusione siano buone teorie ma di fatto inutili, si troveranno molteplici
motivazioni tutte sostenibili per non applicarla In molte situazioni scolastiche si verificano condizioni del
genere perché la leadership è esercitata da insegnanti/dirigente che ha una visione di questo genere: es. “devo
fare il programma”, “non ho tempo per”, “bisogna fare in modo che nelle Invalsi la classe si posiziona bene
perché è una modalità con cui viene valutata anche l’insegnante”, per cui si cerca di sollecitare al massimo coloro
che ce la fanno, lasciando indietro coloro con difficoltà che, se fossero modificate alcune cose, potrebbero avere
comunque dei risultati significativi.
Il piano dei principi è l’avere una base teorica, un substrato che condivide i principi dell’inclusione; mediante
esso, sarà possibile convincere i colleghi che applicando tali principi, seppur richiedano degli sforzi, si può far
meglio. La scuola ha delle leggi, ma per fare la scuola queste non bastano, servono anche con le persone.
Spesso il terreno non è in tutti i contesti così fertile da riuscire ad applicare subito tali principi.
Gli insegnanti svolgono un lavoro riflessivo, per cui bisogna avere la consapevolezza che i bambini di adesso non
sono come i bambini di tanti anni fa e la diversità è molto aumentata.
2. PIANO ORGANIZZATIVO
Come posso organizzare le attività nella classe, la scuola perché vadano incontro a questa esigenza di inclusione?
La predisposizione di contesti educativi in grado di accogliere tutti, richiede un’organizzazione e un
coordinamento precisi e flessibili fra i diversi attori che entrano in gioco, interni e esterni alla scuola.
L’ottica deve essere sistemica (Folgheraiter), in cui tutti gli elementi del problema e della soluzione sono collegati
in modo che, mosso uno di essi, anche gli altri a catena si modificano e si riadattano in un sistema nuovo.
Si tratta del capire come organizzare:
- l’ambiente classe (es. banchi),
- il contesto (es. interazione tra insegnante specializzato, insegnante curricolare e educatore – programmazione
congiunta tra colleghi – condivisione dell’approccio didattico, procedure di valutazione, setting organizzativo
come orari – interazione qualitativa fra insegnanti e dirigente – partecipazione dell’interlocutore privilegiato
della famiglia – connessione con associazioni del territorio, servizi specialistici e enti locali che propongono
determinati progetti);
Vi è il Gruppo di lavoro per l’inclusione (GLI) a cui sono demandati i compiti specificatamente orientati alla
predisposizione del Piano annuale per l’inclusività (PAI). Gli organi collegiali (Collegio docenti e Consiglio di istituto)
elaborano il Piano dell’offerta formativa (POF), documento istituzionale in cui la scuola dichiara la propria identità
formativa e determina le modalità di rapporto con i servizi e istituzioni territoriali.
- il curricolo (es. come organizzare la didattica per renderla maggiormente inclusiva).
3. PIANO METODOLOGICO-DIDATTICO
“Se ci sono così tante differenze all’interno della classe, allora il curricolo disciplinare non può rimanere uguale
per tutti, altrimenti come si coniugherebbero le differenze?” Che significa fare didattica inclusiva?
Significa capire concretamente cosa occorre fare e quali strategie occorre utilizzare per fare un’educazione
realmente inclusiva; tali strategie non possono essere improvvisate, ma devono avere una base metodologica
molto forte (es. peer tutoring: strategia collaborativa in cui un compagno aiuta l’altro che risulta funzionale
quando la si rende sistematica nel lavoro che si fa.).
L’errore più grande è ritenere che all’educazione inclusiva debba essere dedicata una parte specifica del
curricolo. I principi dell’inclusione devono essere inseriti all’interno delle singole discipline e così facendo la
qualità didattica ne esce migliorata: la didattica inclusiva non è caratterizzata da un insieme di contenuti specifici
ma si caratterizza per un orientamento metodologico da adottare nella prassi quotidiana.
4. PIANO DELL’EVIDENZA EMPIRICA
Siamo nell’ambito dell’approccio Evidence Based: la ricerca che cosa ha dimostrato di essere più efficace?
Significa far riferimento ai dati della ricerca e produrre ricerche, per comprendere la significatività operativa delle
metodologie e dell’efficacia reale della scuola inclusiva.
Un conto è affermare ed essere convinto di una certa cosa sulla base di alcuni principi personali, un conto è
sostenerla anche dal punto di vista empirico, rifarsi a ricerche che hanno messo in cantiere tale quesito
sperimentale e cercato di svilupparlo.
Ad esempio la ricerca può aiutarci a rispondere a tali quesiti opposti:
- È vera l’affermazione secondo la quale nelle classi più inclusive si crea un contesto favorevole (si sta meglio a
scuola, si abbassano i livelli di competitività) e questo favorisce l’apprendimento di tutti?
- È vero che dovendomi occupare del bambino che ha un certo problema, di un altro bambino che ne ha un altro,
finisco per dimenticarmi quelli che potrebbero fare e appiattisco il livello di apprendimento della classe?
In Italia si è molto discusso sul piano dei principi ma non si è prodotto molto sul piano della ricerca per validarli,
tanto che non tutti sono convinti che questa sia la strada migliore.
Occorre invece guardare tale situazione non sul piano ideologico (“noi siamo avanti perché abbiamo l’inclusione
da quaranta anni”) ma sul piano empirico della ricerca; solo così ci si rende conto delle potenzialità
estremamente superiori che si hanno nel portare avanti correttamente i principi dell’inclusione (e non affidarsi a
“badanti”, a qualcuno di fortemente specializzato con un contesto altrettanto organizzato quando le cose si
fanno complicate).
“Adesso noi cominciamo – Adesso noi usciamo” è un lavoro di Cottini e Canevaro, che nel titolo riprende
le frasi che dicono rispettivamente l’insegnante curricolare e l’insegnante di sostegno. Nonostante sia un
lavoro degli anni ’70, è profondamente attuale, infatti anche adesso si verificano situazioni simili.
Bisognerebbe ribaltare tale situazione, il che non significa che l’alunno con disabilità deve stare sempre in
classe, infatti potrebbe anche avere bisogno di uscire per fare altre attività, ma quanto meno evitare la
“classe del sostegno” targata in tal modo: possono esserci spazi particolari ma dovrebbero poter essere
utilizzati dalle classi per fare determinate attività (questo è un cambiamento che deve avvenire a livello
organizzativo).
I quattro piani non sono separabili, ma sono estremamente integrati, connessi tra loro I principi sono le
convinzioni che si hanno e che non si creano nell’immediato. Per poter applicare nel concreto tali principi occorrono
un’organizzazione della classe (intesa in senso lato), affinché tutti diventino partecipi e sentano di vivere in un
contesto che non è totalmente etero-determinato o a vantaggio di chi ha la stessa modalità di utilizzo del linguaggio
o stile di pensiero dell’insegnante e delle strategie metodologico-didattiche che effettivamente vengano applicate.
Occorre poi fare i conti con la ricerca, che consente di capire quali strategie siano più efficaci.
PIANO DEI PRINCIPI
Come interpretare la diversità: i modelli
Esistono diversi modelli sulla cui base interpretare la diversità, sebbene essi non siano così nettamente distinguibili,
avendo molte aree di sovrapposizione.
MODELLO INDIVIDUALE (MEDICO)
Tale modello tende a vedere la disabilità come un problema dell’individuo, causato direttamente da una condizione
patologica legata a determinanti neurobiologiche, che richiede un intervento specifico da parte di professionisti.
È necessaria un’azione di tipo clinico, riabilitativo e educativo che affronti le carenze della persona e facilita un suo
adattamento al contesto sociale di appartenenza.
Esempio: siccome T. ha un disturbo dello spettro autistico, allora la riflessione è su come posso aiutare T., quindi mi
serve il super esperto di tale disturbo.
In realtà secondo la logica dell’inclusione questo è sbagliato: le competenze specifiche sicuramente servono
ma è sbagliato delegare del tutto all’esperto per cercare di riabilitare al massimo le competenze dell’allievo.
Si fa inclusione di tutti quando creo un ambiente, un contesto architettonico, organizzativo ma anche
didattico dove tutti i bambini possano star bene.
Tale modello in sostanza tiene conto delle esigenze delle singole persone: certamente occorre considerare la
situazione individuale perché il bambino con disabilità ha delle esigenze particolari, ma la situazione non si risolve
solo in quell’ambito lì. Sarebbe infatti impossibile creare un programma diverso per ciascun alunno (tuttavia
soprattutto negli anni ‘80/’90 c’era una forte enfasi sull’individualizzazione quindi sul voler creare programmi
individualizzati)
Una persona con disabilità motoria molto pesante (AdolfRatzka), rappresentante della vita indipendente: “Non posso
accedere agli autobus cittadini perché ho avuto la polio venti anni fa o perché gli autobus non sono accessibili anche a
chi, come me, ha avuto la polio?” Ci vuole solo riabilitazione nei confronti della persona con disabilità o bisogna
che il contesto si adatti?
Allo stesso modo la scuola deve diventare capace di considerare chi ha disabilità/difficoltà di ogni genere.
La disabilità è una condizione biologica intrinseca all’individuo che riduce la sua qualità di vita e la sua
partecipazione alla società, rispetto ad un funzionamento umano “nella norma”.
- in merito all’espressione “riduce la sua qualità di vita” in realtà non sempre è vero; a noi viene da chiederci
“come si pu&ogr
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