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personalità è legata al permanere dello scopo. Di qui la necessità dell’indicazione

dello scopo nell’atto costitutivo e nello statuto. La valutazione dello scopo e dei

mezzi utilizzati è affidata all’autorità amministrativa e precede il riconoscimento e

può avere la forma del decreto presidenziale o prefettizio. Invece per le società

non è richiesta una valutazione dello scopo di profitto e il riconoscimento può

considerarsi operato dalla stessa legge, con l’iscrizione nel registro delle imprese.

La volontà dei privati interessati si manifesta con l’atto costitutivo che è quello da

cui sorge il nuovo organismo e lo statuto che è l’atto con cui viene regolata,

normalmente dall’autonomia privata, l’attività del medesimo. La legge prescrive per

l’atto costitutivo la forma pubblica, ammettendo per la fondazione anche la forma

testamentaria. Il primo è un negozio tra vivi bi- o plurilaterale a titolo oneroso,

simile nella struttura, a parte la diversità dello scopo, al contratto di società; il

secondo è un negozio tipico detto appunto negozio di fondazione tra vivi o a causa

di morte sempre unilaterale in cui la volontà di attribuzione si intreccia alla volontà

di destinazione dei beni allo scopo. L’essenziale unilateralità è confermata dalla

disposizione che concede al fondatore un potere intrasmissibile di revoca ciò che

non sarebbe possibile se la fondazione fosse costituita con atto bilaterale. La

capacità giuridica nel nostro ordinamento, a differenza di altri ordinamenti, non è

una capacità giuridica funzionale allo scopo. Si ritiene pacificamente che la persona

giuridica, come la persona fisica, abbia una capacità giuridica generale.

Ovviamente capacità giuridica generale non significa d’altra parte la capacità della

totalità dei rapporti che possono far capo ad una persona fisica. Ve ne sono alcuni

che per la stessa indole non possono far capo ad una persona giuridica come per

esempio i rapporti di famiglia, i diritti reali di uso e abitazione ecc. La persona

giuridica è per definizione capace d’agire, capacità che le è conferita per svolgere

l’attività giuridica occorrente per la realizzazione dello scopo e quindi non

sussistono né incapacità né limitazioni della capacità d’agire. Però la persona

giuridica è capace di agire esclusivamente attraverso i suoi organi che a differenza

dei rappresentanti della persona fisica, non sono investiti di un distinto e qualificato

potere d’agire, ma attuano la stessa capacità d’agire della persona giuridica. Qui si

coglie la differenza tra rapporto organico che non è un rapporto fra soggetti e, il

rapporto rappresentativo, che invece è un rapporto fra soggetti. Vi sono organi

comuni ai due tipi di persone giuridiche: tali gli amministratori con funzioni

interne ed esterne assoggettai al controllo dell’assemblea nell’associazione e

dell’autorità governativa nella fondazione; ed organi propri dell’associazione come

l’assemblea degli associati nella quale la legge stabilisce i compiti essenziali della

stessa e le maggioranze necessarie perché la volontà di parte degli associati possa

considerarsi volontà collegiale. La nazionalità della persona giuridica è

essenzialmente differente dalla cittadinanza della persona fisica ma anch’essa è un

vincolo di appartenenza giuridicamente rilevante e deve ritenersi che sia quella dello

Stato in cui è costituito il substrato. Come la persona fisica, la persona giuridica

deve possedere una denominazione ed è anch’essa localizzata, al fine di una

relazione ambientale, per gli stessi effetti del domicilio e della residenza, ed è quella

che emerge dal registro delle persone giuridiche, dalla sede principale della persona

giuridica. La qualità di associato è in principio intrasmissibile; la trasmissibilità

può tuttavia essere stabilita dalla volontà degli associati, manifestata nell’atto

costitutivo o nello statuto, così come la volontà degli associati può consentire nuove

aggregazioni. L’associato può pur tuttavia perdere tale qualità per recesso che è un

suo atto unilaterale di volontà, così come per esclusione la quale può essere

deliberata dall’assemblea, solo per gravi motivi e salvo il controllo dell’autorità

giudiziaria. In tutti i casi l’associato perde ogni diritto sul patrimonio

dell’associazione che mantiene così intatti i mezzi per il perseguimento del suo

scopo che non è di profitto. La persona giuridica si estingue oltre che per le cause

specificamente previste nell’atto costitutivo o nello statuto, anche per esaurimento

dello scopo o per l’impossibilità dello stesso che può dipendere anche dalla

mancanza di mezzi patrimoniali adeguati; l’associazione per una sopravvenuta

mancanza di una pluralità di associati. L’estinzione è dichiarata con un

provvedimento ricognitivo dell’autorità governativa che rende operante la causa di

estinzione. All’atto di estinzione segue la liquidazione del patrimonio della persona

giuridica ai soggetti indicati, mentre nelle fondazioni l’autorità governativa devolve i

beni ad enti che abbiano fini analoghi. In tutti i casi si tratta di una successione non

ereditaria a titolo particolare. Anche la documentazione delle persone giuridiche così

come quella delle persone fisiche è assunta dallo Stato quale funzione propria,

mediante la tenuta presso la cancelleria del tribunale di ogni capoluogo di provincia

di un pubblico registro delle persone giuridiche. La registrazione e le successive

iscrizioni possono costituire un obbligo penalmente sanzionato degli amministratori

o liquidatori. La registrazione ha funzione meramente dichiarativa ma l’omessa

iscrizione dei poteri degli organi esterni li rende in opponibili ai terzi se non si prova

che li abbiano conosciuti.

La legge non nega qualunque rilevanza giuridica a quelle organizzazioni di fatto

che non acquistano la personalità giuridica. Queste organizzazioni sono elevate a

centri autonomi di taluni rapporti giuridici, rispetto alle sfere giuridiche di coloro

che concorrono a formarle. Vi è un’autonomia amministrativa poiché a taluni

soggetti ( amministratori, componenti, presidenti, direttori) è attribuito anche dalla

legge un potere di agire per gli altri e soprattutto un’autonomia patrimoniale,

poiché il fondo costituisce un patrimonio di destinazione preservato nei confronti

dei singoli e non hanno nessun diritto proprio sullo stesso finche dura la

destinazione e tale fondo costituisce la garanzia propria ed esclusiva dei creditori

dell’organizzazione. La legge distingue due tipi: le associazioni non riconosciute

(partiti, sindacati, circoli) strutturalmente simili alle associazioni riconosciute e i

comitati ( di soccorso, di beneficenza, promotori di opere varie ) strutturalmente

simili alle fondazioni poiché qui campeggia il fondo comune raccolto dagli oblatori e

anche una responsabilità verso i medesimi degli organizzatori e amministratori e

l’ingerenza dell’autorità governativa per una diversa destinazione del fondo.

TUTELA DELLA PERSONALITA’

L’ordinamento giuridico stabilisce gli attributi essenziali della personalità con norme

che sono di diritto pubblico e non conferiscono alla persona un potere di volontà in

ordine alla spettanza degli attributi medesimi: essi costituiscono per il soggetto beni,

ma non sono oggetto di altrettanti diritti soggettivi e perciò non sono né trasferibili

né rinunziabili. Con questi si garantiscono al soggetto i beni fondamentali

dell’individualità e dell’inviolabilità fisica e morale della persona. Come tipico

mezzo di individuazione viene anzitutto in considerazione il nome. Non è che la

persona abbia un diritto soggettivo al nome, che invece le è attribuito per legge. La

stessa tutela è data allo pseudonimo, ma solo in favore della persona che lo ha

assunto, quando esso abbia acquistato l’importanza del nome. Non sono invece

contrassegni della personalità la ditta e il marchio, e la tutela degli stessi non è

quindi una tutela della personalità, ma dell’impresa. Per quando riguarda

l’inviolabilità fisica, non esiste e non è neppure concepibile un diritto sulla propria

persona o anche su sé medesimo, o sul proprio corpo, stante l’unità della persona

per la quale può parlarsi solo di libertà e non di potere rispetto a sé medesima e

neppure esiste un diritto sul corpo altrui. Gli atti di disposizione del proprio

cadavere, stante l’estinzione della personalità, debbono ritenersi in principio

ammissibili, salvo il limite della contrarietà alla legge, all’ordine pubblico o al

buon costume. E’ interessante notare che non esiste un diritto alla persona o dei figli

o del coniuge o dei genitori, all’immagine, ma solo alla cessazione dell’abuso che si

verifichi per l’esposizione o la pubblicazione dell’immagine fuori dei casi ammessi

dalla legge o il pregiudizio arrecato al decoro o alla reputazione della persona, oltre il

diritto, se vi è colpa, al risarcimento del danno.

CAPITOLO II

LE COSE

Come le persone sono termini del rapporto giuridico, così le cose ne costituiscono il

punto di incidenza. Il codice muove da una definizione di beni come le cose che

possono formare oggetto di diritti. Le cose quindi per poter formare oggetto di

rapporti giuridici, debbono essere beni e allo stesso tempo debbono essere utili, atte

a soddisfare un bisogno umano, senza di che mancherebbe persino l’interesse

giuridicamente tutelabile. Per la stessa ragione occorre inoltre che siano beni

suscettibili di appropriazione: le cose non appropriabili, anche se atte a soddisfare

un bisogno umano, proprio perché comuni a tutti come l’acqua, l’aria ecc non

formano oggetto di rapporti giuridici. La proposizione che sostiene che vi sono beni

i quali non sono cose si giustifica quando si intende per cosa una parte separata

della materia circostante. La proprietà e gli altri diritti reali, hanno sempre e

soltanto per oggetto una cosa in senso proprio, una parte della materia ed essi, pur

inducendo una relazione fra soggetti, investono direttamente la res sicché di fronte

al titolare la maggior parte degli altri soggetti soggiace soltanto ad un obbligo

secondario e riflesso di astensione. L’oggetto degli altri diritti non è mai una res, ma

un comportamento, un comportamento del soggetto passivo o dello stesso

soggetto attivo, ed esso come oggetto di diritto, è dunque un bene, ma non una cosa.

Non è cosa lo spazio, esso non è oggetto ma semplice mezzo in cui si trova

l’oggetto del diritto, mezzo necessario per l’esistenza e esercizio di quest’ultimo.

Debbono invece considerarsi cose quelle che il codice chiama energie naturali,

sempre che abbiano valore economico. Così come le opere dell’ingegno,

scientifiche, letterarie, artistiche, sono beni attribuiti a titolo originario a chi li ha

prodotti, differenti dalle cose.

Il nostro discorso per rimanere nell’ambito del diritto civile, deve riguardare i beni

privati, quelli cioè assoggettati alla disciplina del codice, ne restano quindi esclusi i

beni demaniali cioè quelli che appartenenti allo Stato, alle province e ai comuni

sono destinati ad uso pubblico. Altra distinzione è da fare per le cose in patrimonio

e le cose fuori del patrimonio. Gli immobili sono sempre in patrimonio, invece le

cose mobili che non sono mai appartenute ad alcuno o quelle che sono state

abbandonate, si dicono così perché non hanno attualmente un titolare pur potendolo

avere. Altra distinzione da fare è tra le cose in commercio e le cose fuori

commercio, queste ultime sono quelle che non possono formare oggetto di

disposizione giuridica come i beni comuni a tutti o i beni demaniali.

Attualmente un’altra distinzione che si è soliti fare è tra cose produttive e

improduttive e già si sta avendo una disciplina nel codice. Ancora si è tenuto a

mantenere la distinzione tra beni immobili che sono il suolo e tutto ciò che vi si

unisce, naturalmente o con arte, per incorporazione, nonché gli edifici galleggianti

legati alla riva e, i beni mobili che è determinata negativamente, nel senso che sono

tutti gli altri beni, salvo le energie naturali positivamente considerate come beni

mobili. Fra i beni mobili costituiscono una speciale categoria, per la loro utilità

esclusivamente strumentale, i documenti che sono cose rappresentative di un fatto

giuridicamente rilevante.

Altra distinzione che si è soliti fare è tra cose divisibili e cose indivisibili secondo

che possano o non possano dividersi in parti omogenee e di valore economico

proporzionale all’intero. Accanto all’indivisibilità dipendente dalla natura della cosa,

esiste un’indivisibilità stabilita dalla volontà del privato o del giudice. Ancora le

cose possono venire in considerazione soltanto per la loro appartenenza a un

genere, così come possono essere considerate fungibili o infungibili. Ancora vi è

la distinzione tra cose consumabili e cose inconsumabili. Sono consumabili le

cose che con l’uso in un tratto si consumano, fisicamente od economicamente, o si

trasformano e quindi non possono essere usate che una volta, inconsumabili le altre,

comprese quelle che si deteriorano poco a poco, si che per esse è possibile un uso

ripetuto.

Come gli uomini, così le cose non esistono giuridicamente se non presenti in natura:

cioè sono cose soltanto le cose presenti. Se la legge si riferisce più volte alle cose

future, per ammettere che esse possano costituire oggetto di un negozio giuridico,

quest’ammissione deve intendersi nel senso che per l’esistenza del negozio non

occorra l’esistenza ma basti la possibilità dell’esistenza della cosa e dove invece

ciò sia vietato, l’oggetto non sarà mancante, ma illecito, illiceità che determinerà la

nullità del negozio. Alla categoria delle cose future appartiene, secondo la nostra

legge, la res sperata appunto come cosa che può venire ad esistenza, e di essa

esempio tipico sono i frutti non ancora separati. I frutti sono considerati dalla legge

come una cosa futura, finché non avvenga la separazione. I frutti dei quali parliamo,

sono i prodotti materiali e periodici di un’altra cosa che perciò si dice fruttifera, i soli

frutti naturali in senso proprio. L’attribuzione della proprietà dei frutti, abbia

concorso o no a produrli l’opera dell’uomo, è data a titolo originario al proprietario

della cosa fruttifera e quindi si ha un’espansione del diritto di proprietà sulla cosa.

Anche se la legge estende analogicamente la qualità di frutti, non costituiscono una

categoria di cose i cosiddetti frutti civili.

Più cose ancora possono essere combinate insieme per il raggiungimento di un fine

economico, o perché una di esse serve all’utilità dell’altra o perché una determinata

utilità specifica si consegue con l’unione di più cose di solito omogenee. Sono

pertinenze le cose che il proprietario della cosa principale o titolare di altro diritto

reale destina durevolmente a servizio della cosa medesima, servano poi a renderne

possibile l’uso o a migliorarla o ad ornarla. Il nesso di pertinenza proprio perché

deve essere durevole, non può essere stabilito da chi abbia soltanto un diritto

personale di godimento della cosa. La rilevanza giuridica della pertinenza è che

questa segue la sorte della cosa principale nei rapporti giuridici che riguardano

quest’ultima, anche se la pertinenza conserva la sua individualità. La stessa regola

vale per l’universalità di mobili, la quale è costituita da più cose materiale destinate

dalla persona cui appartengono, a una funzione economica unitaria. Ad esempio

costituiscono universalità di fatto le collezioni di libri, di quadri, di monete, e gli

aggregati viventi come la mandria e il gregge. La rilevanza giuridica

dell’universalità si manifesta in ciò, che alla stessa si applica una disciplina

parzialmente diversa da quella propria delle singole cose che la costituiscono, così

che l’universalità si comporta in questi limiti, come una cosa a sé stante.

CAPITOLO III

I RAPPORTI GIURIDICI

Il rapporto giuridico commisura la rispettiva posizione di un potere di una

persona e di un dovere di un’altra persona o delle altre persone, potere e dovere

stabiliti dall’ordinamento giuridico a tutela di un interesse. L’interesse non è il bene,

ma il valore relativo che un determinato bene ha per un certo soggetto, si che si

comprende come in ordine a un determinato bene sia possibile una gradazione degli

interessi. La posizione attiva del rapporto giuridico si designa col nome di potere,

quella passiva col termine correlativo di dovere. Però diverso è a seconda dei casi, il

contenuto del potere e del relativo dovere e corrispondentemente diversa è la

struttura dei rapporti giuridici. La figura tipica se pur non esclusiva del rapporto

giuridico privato è quella in cui il potere costituisce un diritto soggettivo. La

nozione di diritto soggettivo deve essere costruita in base a dati legislativi e il

concetto tradizionale sostiene che, dovunque al singolo è riconosciuto direttamente

un potere per la realizzazione di un suo interesse, ivi la legge ravvisa un diritto

soggettivo.

Al diritto soggettivo non fa sempre riscontro un obbligo. In realtà il contenuto del

diritto soggettivo, può essere costituito anzitutto da una supremazia del volere del

titolare grazie al quale lo stesso può da solo realizzare il suo interesse. A questa

supremazia che può chiamarsi potestà, fa riscontro dall’altro lato del rapporto non

un obbligo, ma una mera soggezione, poiché il soggetto passivo subisce le

conseguenze della potestà. Quando invece il contenuto del diritto soggettivo è

costituito da una pretesa allora soltanto, al diritto soggettivo, è correlativo un

obbligo: il soggetto passivo è tenuto ad un determinato comportamento, grazie al

quale l’altro soggetto realizza il suo interesse. Così nella proprietà e negli altri diritti

reali, il contenuto prevalente del diritto soggettivo è costituito dalla potestà ,

rispetto alla quale è strumentale la pretesa del titolare nei confronti degli altri

soggetti; E viceversa nel credito campeggia la pretesa correlativa all’obbligazione,

il lato passivo così importante per l’essenza del rapporto da dargli il nome di

rapporto obbligatorio. Se il potere può essere visto come possibile contenuto del

diritto soggettivo, ciò ci consente di intendere due figure assai controverse: il diritto

di garanzia e il diritto potestativo. Nel diritto di garanzia, il titolare ha uno

speciale potere sui beni del debitore o anche di un terzo, per assicurarli al

soddisfacimento del credito. In relazione a questo fine, il potere ha peculiari

esplicazioni precedenti il momento dell’espropriazione: perdita per il debitore del

beneficio del termine; surrogazione del creditore nei diritti del debitore inattivo;

revoca degli atti fraudolenti del debitore; sequestro conservativo ecc. Questo

assoggettamento del debitore o del terzo, assume il nome tecnico di responsabilità

patrimoniale. Il potere determinante, è allo stato puro nel diritto potestativo,

nome che sta ad indicare come il contenuto di questo diritto si esaurisca in una

potestà: per effetto di un rapporto determinato, il titolare può volere con effetto

rispetto alla sfera giuridica del soggetto passivo, che non può e non deve fare nulla e

soltanto soggiace alle conseguenze delle dichiarazioni di volontà, non occorrendo

alcuna pronunzia giudiziale. Dalla rapida scorsa, risulta chiaro come nel diritto

soggettivo, il potere sia assai più spesso una potestà grazie alla quale il titolare

realizza da sé il suo interesse, anziché una pretesa che suppone la necessità della

cooperazione del soggetto passivo, l’obbligato, per la realizzazione dell’interesse del

titolare. Ai poteri particolari, privi di autonomia, che possono distinguersi

analizzando il contenuto di un diritto soggettivo, si può riservare il nome di facoltà.

Vi sono poi poteri diversi dai diritti soggettivi, che sono attribuiti al singolo a tutela

non di un suo interesse individuale ma di un interesse superiore o comunque di un

interesse altrui. Tali poteri, come tipici delle istituzioni organizzate, sono

specialmente importanti nel diritto pubblico,ma ricorrono anche nelle organizzazioni

di diritto privato e soprattutto in quella peculiare organizzazione privata che è la

famiglia. Le potestà che appunto tutelano un interesse che non è del titolare,

costituiscono funzioni, nelle quali non solo doveri sono collegati al potere, ma lo

stesso esercizio del potere è variamente vincolato. La soggezione correlativa alla

potestà, non è un dovere di comportamento, qual è appunto l’obbligo, ma tutt’al più

un dovere di rispetto, cioè un non potere non rispettare. Coordinata al potere, è la

figura dell’onere. Qui non c’è un potere vincolato come nella potestà, ma un potere

condizionato: il titolare per realizzare un interesse a cui tutela gli è concesso il

potere, non solo deve esercitare questo potere, ma anche svolgere una distinta

attività, osservare un certo comportamento. Questo comportamento è libero nel

senso che non costituisce oggetto di un obbligo, ma è necessitato, nel senso che è

condizione della realizzazione dell’interesse. Tale onere è da distinguersi dall’onere

della liberalità il quale, rientra nelle categoria dell’obbligo. Durante lo svolgimento

della fattispecie produttiva del rapporto, che attua la subordinazione definitiva di un

interesse ad un altro e perciò si dice definitivo, può sorgere uno o più di un,

rapporto giuridico strumentale rispetto al primo, al quale si da il nome di rapporto

giuridico preliminare. Tali i vincoli che sorgono dalla proposta irrevocabile e

prima ancora dell’obbligazione, dalla promessa al pubblico. La posizione in cui si

trova il soggetto per cui viene maturando il diritto soggettivo, si designa con il nome

di aspettativa. Aspettativa non è né la mera speranza di un futuro diritto soggettivo,

né lo stesso diritto soggettivo: è quella posizione di attesa del soggetto cui

l’ordinamento attribuisce rilevanza giuridica, favorendone la conservazione e

l’attitudine a trasformarsi nel diritto soggettivo (esempio tipico di aspettativa si ha

nella posizione di chi acquisti un diritto sotto condizione sospensiva o alieni sotto

condizioni risolutiva: qui la legge interviene anche nel regolare il comportamento

dell’altra parte e ordinando la trasformazione dell’aspettativa in diritto soggettivo,

quando l’evento che doveva operare tale trasformazione sia mancato per fatto

dell’altra parte). Infine esistono dei limiti interni del contenuto del diritto soggettivo,

infatti il contenuto è determinato dall’interesse concreto del titolare ossia il potere è

attribuito a questo per la tutela non di un certo tipo di interesse, ma fin dove con

l’interesse astratto, coincide l’interesse concreto; nonché dal principio di solidarietà

fra i due soggetti del rapporto, come partecipi entrambi alla stessa comunità, cioè la

subordinazione di un interesse all’altro è consentita fin dove essa non urti contro

quella solidarietà. Della solidarietà costituiscono espressioni, col dovere di

correttezza, il dovere di buona fede e il rispetto dell’affidamento: alla solidarietà

sono da ricondurre vari istituti, la cui nota comune è che la legge stessa esclude e

restringe una determinata subordinazione d’interesse, quando non paia conforme

alla solidarietà. Per questi motivi può considerarsi eliminata la figura dell’abuso di

diritto poiché il diritto soggettivo arriva fin dove comincia la sfera d’azione della

solidarietà e quindi gli atti emulativi e gli altri non corrispondenti alla buona fede o

alla correttezza, come contrari alla solidarietà, non rientrano nel contenuto del diritto

soggettivo, non costituiscono un abuso del diritto; al contrario ne sono fuori e

costituiscono quindi un eccesso di diritto e in quanto tale si considerano illeciti

secondo le norme generali.

I rapporti giuridici possono variamente distinguersi secondo molteplici aspetti.

Noi ci limiteremo a distinguere i rapporti giuridici secondo i criteri dell’interesse

tutelato e della loro diversa struttura soggettiva o oggettiva. Secondo l’interesse

tutelato la fondamentale distinzione è quella fra rapporti giuridici pubblici e privati.

Sono pubblici i rapporti costituiti per la tutela di un interesse pubblico, cioè

essenziale per l’ordinamento giuridico, privati gli altri: soggetto attivo dei primi può

essere non solo un ente pubblico ma anche un privato cui sia attribuito un diritto

soggettivo per la realizzazione di un interesse pubblico al quale egli partecipa;

soggetto attivo dei secondi può essere non solo un privato ma anche l’ente pubblico

al quale sia attribuito un diritto soggettivo per la realizzazione di un interesse proprio

dell’ente. I diritti soggettivi del privato, secondo che siano dati a tutela di un

interesse privato o pubblico, si chiamano anche diritti civili o in senso largo, politici.

I rapporti giuridici privati costituiscono poi le seguenti categorie. Rapporti di

personalità possono definirsi quelli per cui è attribuita al soggetto la tutela di un

interesse attinente alla persona; familiari sono i rapporti che assicurano la

soddisfazione di un interesse della famiglia. Il potere può essere attribuito al singolo

o a tutela del solo interesse della famiglia, come interesse superiore e allora esso è

una potestà, o invece anche una tutela di un interesse individuale, ma sempre

coincidente o dipendente dall’interesse della famiglia, nel qual caso il potere

costituisce un diritto soggettivo pubblico. Costituiscono l’ultima categoria dei

rapporti giuridici privati i rapporti, detti patrimoniali perché ordinati alla

soddisfazione di un interesse economico, suscettibile di valutazione pecuniaria e qui

l’interesse tutelato può essere individuale o collettivo. Dal punto di vista strutturale

i rapporti giuridici possono variare anzitutto quanto all’elemento soggettivo nel

senso che il termine passivo può essere costituito o indistintamente dalle altre

persone o invece da una persona determinata. Con riferimento alla posizione attiva e

all’ipotesi che questa sia costituita da un diritto soggettivo la dottrina distingue fra

diritti assoluti e relativi. In relazione all’elemento oggettivo i rapporti si

distinguono secondo che il loro oggetto sia immediatamente una cosa o altro bene

oppure un comportamento. Nei rapporti reali il potere del titolare investe

immediatamente la cosa, poiché il titolare è posto dall’ordinamento in condizione di

farla da sé servire al suo interesse: agli altri, fuori della soggezione incombe soltanto

l’obbligo di astenersi da atti che ostacolino l’attuazione del potere del titolare sulla

cosa. Perciò il diritto reale è anche un diritto assoluto. Il rapporto è dominato

dalla figura del soggetto attivo che ha un nome diverso a seconda del contenuto del

potere ( proprietario, usufruttuario, enfiteuta ). I soggetti passivi sono in secondo

piano e non hanno neppure un nome proprio: solo la violazione dell’obbligo, che

incombe su tutti, può da ciascuno essere violato, porta in primo piano il violatore,

sorgendo allora a suo carico un’obbligazione positiva in senso tecnico. Nei rapporti

obbligatori l’oggetto immediato è dato invece dal comportamento del soggetto

passivo, perché a questo comportamento è diretto il potere del soggetto attivo e solo

quel comportamento è atto a servire il suo interesse. Perciò il diritto di obbligazione

è anche un diritto relativo e personale: come l’obbligazione incombe su un soggetto

determinato, egli solo può violarla. Il comportamento assume il nome tecnico di

prestazione questa deve avere carattere patrimoniale e il suo comportamento può

consistere in un dare, in un fare o in un non fare. Nel rapporto obbligatorio, la

figura più rilevata, quella da cui il rapporto trae la sua individualità, è quella del

soggetto passivo: nel rapporto che si chiama anche, secondo il lato da cui lo si

consideri, rapporto di debito o rapporto di credito, il soggetto passivo ha il nome di

debitore, quello attivo il nome di creditore. Strutturalmente sono da ascriversi ai

rapporti obbligatori alcuni rapporti considerati intermedi fra i rapporti reali e i

rapporti obbligatori, come quelli cui danno luogo gli oneri reali e le cosiddette

obbligazioni reali ( passivamente o attivamente ob rem, propter rem ) o

ambulatori. Poiché l’oggetto di questi rapporti è un comportamento e

precisamente una prestazione consistente in un dare o in un fare e per questo siamo

in presenza di un rapporto a struttura obbligatoria. Caratteristica dell’onere reale è

che la posizione passiva del rapporto dipende dalla posizione attiva del soggetto in

un rapporto reale, avente per oggetto la cosa gravata dall’onere . Nelle obbligazioni

propter rem la posizione passiva o attiva del rapporto è, diversamente dall’onere,

collegata intrinsecamente alla posizione attiva nel rapporto reale dal quale

l’obbligazione scaturisce. Esse devono ritenersi partecipi della tipicità dei diritti

reali, cioè ristrette ai casi previsti dalla legge, perché costituiscono una particolarità

dei diritti reali cui accedono. Trattasi di onere reale o di obbligazione passivamente

reale, il soggetto si libera per l’avvenire dal dovere di prestazione con l’abbandono

della cosa e la successione nel debito si verifica automaticamente col passaggio del

diritto reale. Gli oneri reali, appunto perché intralciano la proprietà fondiaria,

importando un’obbligazione dipendente da un rapporto reale, senza che la stessa

sorga proprio per la cosa, come avviene nelle obbligazioni reali, sono dalla nostra

legge considerati con sfavore.

Nelle figure dell'onere reale e dell'obbligazione propter rem sussiste un nesso fra

rapporti giuridici, uno dei quali è principale e l'altro accessorio. Ma la distinzione tra

rapporti principali ed accessori riguarda numerose altre ipotesi: così i rapporti di

garanzia sono accessori rispetto al rapporto obbligatorio, il rapporto di obbligazione

fideiussoria a quello di obbligazione principale, il rapporto di servitù prediale al

rapporto di proprietà sul fondo dominante o servente. La nota comune

dell'accessorietà nella varietà di atteggiamenti nelle singole ipotesi, è che un

rapporto è subordinato ad un altro rapporto e, nei limiti della subordinazione, ne

segue le sorti, mentre quelle del rapporto principale sono indipendenti da quelle del

rapporto accessorio, il quale però come rapporto distinto per quanto subordinato, è

suscettibile di vicende proprie, atte ad influire sul nesso di accessorietà. Fra molte

altre, una combinazione di rapporti e più precisamente dell'una o dell'altra posizione

attiva o passiva, si ha pure quando questi rapporti costituiscono un complesso

unitario rispetto ad una norma giuridica, alla quale pertanto deve farsi risalire la

stessa unificazione. Nel campo delle cose, il fenomeno analogo è quello

dell'universalità di mobili, la quale può dirsi universitas facti, non perchè

l'unificazione giuridica delle varie cose non sia opera della norma, ma perchè ivi

quell'unificazione ha un substrato di fatto, corrispondente alla destinazione unitaria

delle varie cose. Ove invece non si può avere un collegamento di ordine fisico o

materiale, e quando più rapporti giuridici costituiscono un complesso unitario

rispetto ad una norma, può dirsi che essi formano un universitas iuris o universalità

di diritto, qualunque sia il fine in vista della quale l'unificazione avviene. L'essenza

del fenomeno sta nella creazione non di un patrimonio di destinazione autonomo o

separato, ma di un centro giuridico indipendente, come termine di riferimento di

una serie di rapporti. I patrimoni di destinazione, autonomi o separati, la cui unità si

esplica rispetto alle funzioni della garanzia e della responsabilità patrimoniali, non

esauriscono la categoria delle universalità di diritto, perchè vi sono complessi di

rapporti giuridici, che, pur avendo natura patrimoniale, non si comportano

unitariamente rispetto alla garanzia e alla responsabilità e perciò non possono dirsi

patrimoni di destinazione, ma assumono rilievo unitario rispetto ad altri effetti

giuridici, riguardo ai quali costituiscono pertanto delle universalità. Il patrimonio

generale della persona fisica o giuridica non può considerarsi universalità: proprio

perchè nel soggetto, non costituisce un centro a sé stante di rapporti giuridici. Un

complesso di rapporti assurge invece ad universalità quando manchi un soggetto

d'imputazione dei rapporti, il quale adempia alla funzione di centro unificatore dei

medesimi e, tuttavia, la legge ne stabilisce l'unità o con l'assicurarne l'inscindibilità

nel trapasso ad un nuovo soggetto o col tenerli uniti e distinti dagli altri rapporti

dello stesso o degli stessi soggetti, in vista di una loro funzione specifica. Tipica

applicazione della prima ipotesi è l'eredità cioè il patrimonio della persona defunta,

che la legge stessa definisce come universalità: essa è tale nel senso che i rapporti

attivi e quelli passivi che la costituiscono passano inscindibilmente all'erede o agli

eredi indipendentemente dalla volontà del defunto operativa soltanto nei rapporti

interni fra eredi e legatari. Rientrano invece nella seconda ipotesi tutti i patrimoni di

destinazione, siano essi costituiti da rapporti che fanno capo ad una pluralità di

soggetti, nel qual caso sono detti patrimoni autonomi, o invece da rapporti che fanno

capo ad un solo soggetto rispetto al quale si parla di patrimoni separati. L'essenza

del fenomeno è la medesima: in relazione a una certa destinazione specifica, una

pluralità di rapporti attivi e passivi, facenti capo a più persone o ad una sola persona,

è costituita ad unità e tenuta distinta dagli altri rapporti attivi e passivi delle stesse

persone o della stessa persona. Quel complesso di rapporti è un patrimonio

autonomo o separato perchè ha una funzione propria di garanzia e responsabilità

in connessione con la sua destinazione. Patrimoni autonomi sono quelli delle

associazioni non riconosciute e dei comitati, quello delle società senza personalità

giuridica, il patrimonio comune fra coniugi, l'eredità accettata col beneficio

d'inventario, l'eredità giacente, l'eredità devoluta per legge allo Stato, il patrimonio

del concepito e del nascituro non concepito, il patrimonio familiare, la dote, il

patrimonio sottoposto a liquidazione concorsuale. Può darsi ancora che, una

pluralità di rapporti, sia unificata e distinta dagli altri rapporti del soggetto, mediante

la creazione di un centro indipendente d'imputazione di norme rispetto allo stesso

soggetto, sebbene le norme imputate a questo centro non siano relative alla garanzia

e alla responsabilità, si che non sorge un nuovo e distinto patrimonio in senso

tecnico. Quelle norme hanno invece un diverso contenuto: si fa luogo ad una

combinazione di rapporti giuridici non più per una finalità tecnico-giuridica, come

quella dei patrimoni autonomi e separati, ma quale forma giuridica di collegamenti

economici, per una finalità specificamente economica. Tipica espressione di

questo fenomeno è l'azienda, in termini economici collegamento di beni e di servizi

per un fine economico, in termini giuridici collegamento di rapporti giuridici, aventi

diversa natura e diverso oggetto, quindi universitas iurium. Essa appartiene a un

titolare e diventa un centro indipendente d'imputazione giuridica, senza peraltro

costituire un patrimonio separato, poiché ancora non si distingue un patrimonio

aziendale dal patrimonio del titolare. L'azienda non può ridursi al complesso dei

beni, né può ridursi l'impresa all'attività dell'imprenditore. Sono accolte le nozioni

comuni secondo cui, l'azienda è l'intera organizzazione e dell'azienda l'impresa è la

specie più rilevante, contraddistinta dal carattere professionale e dal fine produttivo

dell'attività organizzata. L'unità dell'azienda e dell'impresa, corrispondentemente alla

qualità che le viene riconosciuta di organismo vivente, si rivela nella sua continuità

grazie alla quale essa è insensibile sotto molteplici aspetti alle vicende giuridiche

riguardanti la persona del titolare e nella sua individualità che è tutelata come entità

distinta dall'individualità del titolare.

I rapporti giuridici si costituiscono, si modificano, si estinguono. Se la

costituzione e l'estinzione riguardano l'intero rapporto, le modificazioni ne

investono invece un elemento, lasciando inalterata l'identità del rapporto: questo

rimane il medesimo sebbene muti il soggetto attivo o il soggetto passivo o

l'oggetto o il contenuto. A rigore basta il mutamento di uno di questi elementi

per escludere l'identità del rapporto modificato con il rapporto preesistente alla

modificazione, poiché ogni rapporto è caratterizzato da ciascuno di questi

elementi. L'affermazione dell'identità del rapporto ha un valore pratico: con essa

si vuole indicare la compatibilità della modificazione con la continuazione del

rapporto esistente e cioè con la conservazione della situazione giuridica salva la

modificazione. Con la costituzione del rapporto il soggetto attivo acquista il

diritto o altro potere: acquisto originario perchè si suppone che egli non subentri

in un rapporto già esistente, mentre non ha importanza che sull'oggetto del

nuovo rapporto preesistesse o no altro rapporto: è originario l'acquisto della

proprietà per occupazione tanto della res derelicta già oggetto di un altro

rapporto giuridico quanto della res nullius che non ha mai costituito oggetto di

un rapporto. Con l'estinzione del rapporto il soggetto attivo perde il diritto o

altro potere: perdita cui non corrisponde l'acquisto di un altro soggetto appunto

perchè il diritto è estinto. Ad estinzione del rapporto dà luogo ad esempio l'atto

di abdicazione del diritto da parte del titolare che si chiama rinunzia. Invece

acquisto e perdita del diritto possono essere aspetti dello stesso evento: il diritto

è perduto da un soggetto per essere acquistato da un altro soggetto. Si entra

allora nell'ambito delle modificazioni del rapporto giuridico e precisamente in

quello delle modificazioni soggettive, le quali possono riguardare le posizioni

attive e quelle passive del rapporto. Il mutamento del soggetto attivo o passivo

del rapporto assume il nome tecnico di successione: successione nel potere e più

specificamente nel diritto o successione nel dovere. Il soggetto che esce dal

rapporto si chiama autore della successione o dante causa, il soggetto che vi

subentra, successore o avente causa. La conservazione del rapporto ha come si

è detto questo significato: che il successore viene a trovarsi nella stessa

posizione concreta in cui si trovava l'autore della successione. Guardata dal lato

dell'autore la successione fa capo ad un'alienazione o comunque a una

trasmissione. Questo ultimo termine comprende anche l'ipotesi in cui non può

parlarsi di alienazione perchè il trasferimento del rapporto coincide con

l'estinzione dell'autore: quindi trasmissione non alienazione a causa di morte.

Guardata dal lato del successore, la successione fa capo ad un acquisto, che si


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dottrine generali del diritto civile, Santoro, Passerelli. in cui vengono messi in risalto i seguenti argomenti: le persone giuridiche, l'attitudine alla titolarità di poteri e doveri giuridici, il domicilio volontario, capacità d'agire sostanziale o processuale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Balestra Luigi.

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