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Integrazione e inclusione

Ad oggi si sta attuando una sorta di ridefinizione del concetto di integrazione in quello di inclusione. Per inclusione si intende un programma di integrazione sociale non più diretto solamente a persone con disabilità ma rivolta a tutti quelli che partecipano alla vita sociale. Questo progetto prende vita a partire dall’ambiente scolastico in cui si adottano processi di integrazione scolastica, per poi venire esteso e generalizzato al contesto sociale. Nonostante ciò, il percorso verso l’inclusione totale è ben lungi dall’essere completato.

Normative sull'integrazione

Legge quadro n.104/92

Attualmente l’integrazione scolastica dell’allievo disabile è regolata dalla legge quadro n.104/92, la quale assicura a tutti gli allievi, anche quelli più gravi, la possibilità di frequentare le scuole di ogni ordine e grado. Tale norma prima di divenire così com’è ha subito nel corso di trent’anni diverse modificazioni dovute all’evoluzione della riflessione pedagogica.

Periodo dell’istruzione separata

L’inserimento del bambino disabile è stato caratterizzato fino alla fine degli anni ’60, da un approccio prevalentemente medico, in una situazione di diffusa emarginazione e istituzionalizzazione. Da un punto di vista scolastico, le disposizioni di legge non prevedevano che i bambini portatori di deficit potessero frequentare la scuola comune ma, a seconda della tipologia del deficit venivano inseriti in classi differenziate o avviati ad una scuola speciale. La convinzione comune era che l’allievo in situazioni di disabilità potesse essere aiutato più incisivamente quando si trovava in gruppi di coetanei con deficit simili.

Le prime esperienze di inserimento

I risultati limitati ottenuti dall’inserimento in classi differenziate e in scuole speciali, unite al clamore delle contestazioni che animavano fine anni ’60 portò all’adozione di una modalità di trattamento dei soggetti disabili la quale prevedeva di inserirli nelle scuole comuni. Nel 1971 venne formulata una legge che riconosceva agli allievi disabili il diritto a frequentare scuole comuni, escludendo però soggetti con gravi deficienze intellettive o menomazioni fisiche che impedivano o rendevano difficoltoso l’apprendimento e l’inserimento nelle classi normali.

In seguito nel ’75, venne costituita una specifica commissione di esperti, presieduta dalla senatrice Falcucci, per studiare la questione dell’inserimento dei bambini in situazioni di disabilità nella scuola comune. Tale commissione elaborò nel ’75 un documento con il quale veniva ribadito il principio che il superamento di qualsiasi forma di emarginazione passa attraverso un nuovo modo di concepire e attuare la scuola. Tale documento veniva accompagnato anche da una circolare nella quale si proponeva l’inserimento graduale di alunni problematici nella scuola comune come sperimentazione didattica. Sempre nel documento venivano evidenziati le problematiche strutturali e organizzative da risolvere per poter ottenere risultati apprezzabili dall’attuazione di tale integrazione.

Il cammino dall’inserimento all’integrazione

Nel 1977, con una nuova legge si andava a delineare un quadro normativo chiaro e preciso per quanto riguarda l’inserimento di soggetti disabili nella scuola comune. Tale legge portò ad una svolta nella scuola italiana in quanto:

  • Ha reso obbligatoria la presenza di alunni in situazioni di disabilità nella scuola comune. A questo proposito, verso la fine degli anni ’80, un’importante sentenza della Corte Costituzionale dichiarò l’obbligo per i soggetti disabili (disabilità fisiche, psichiche, sensoriali senza limitazioni di gravità) di essere accolti anche nella scuola media-superiore, rendendo illegittimo l’articolo precedente che “facilitava” ma non “assicurava” la loro frequenza.
  • Ha offerto notevolissime possibilità per favorire il passaggio dall’inserimento all’integrazione. In questo senso vennero proposte attività integrative con la prestazione di insegnanti specializzati.

Ritardo mentale

Cos’è il ritardo mentale?

Per ritardo mentale si intende un’alterazione della mente che va a compromettere in modo duraturo e spesso permanente, la conquista delle funzioni più elevate dell’uomo. In considerazione del fatto che tutte le funzioni svolte dall’uomo sono controllate e traggono origine dal cervello, non possiamo scindere corpo e mente. Nel bambino affetto da ritardo, tutte quella serie di conoscenze, abilità, competenze, sollecitazioni ambientali, relazioni sociali che determinano il comportamento dell’uomo, appaiono impoverite e distorte. Questa condizione è dovuta non ad un “ritardo di sviluppo” del soggetto ma bensì a un ritardo strutturale, cioè a un disturbo dell’organizzazione della mente (che è anche ciò che sostiene la psichiatria).

Approcci allo studio del ritardo mentale

Lo studio e la conseguente classificazione del ritardo mentale è stato affrontato in 2 approcci:

  • Approccio neuropsicologico: indaga sui limiti di specifiche funzioni cognitive (memoria, linguaggio, percezione, attenzione) rapportandoli al grado di ritardo-deficit strutturale del nostro Sistema Nervoso.
  • Approccio psicometrico: si è interessato alla costruzione di strumenti di misura che possano differenziare soggetti normodotati da quelli con deficit cognitivo attraverso test intellettivi.

Come si calcola il ritardo mentale?

La classificazione del ritardo mentale che viene fatta a livello internazionale, è quella americana presente nel Diagnostical and Statistic Manual, che utilizza come rilevazione del ritardo mentale 3 criteri:

  • QI < 70
  • Esistenza di limiti significativi nei comportamenti adattivi (necessari alla vita personale, sociale e lavorativa)
  • Comparsa della manifestazione prima dei 18 anni

Il DSM-IV distingue 4 gradi di gravità del ritardo che può esprimersi in forma: lieve, moderata, grave, gravissima. Gli strumenti che vengono utilizzati per valutare il grado di deficit sono le scale psicometriche (Wechsler Bellevue e Wisc) dalle quali si deduce l'età mentale del soggetto, ovvero il confronto tra le capacità medie di ogni fascia e il QI (rapporto tra età mentale e cronologica → QI = età mentale/età cronologica). Le prestazioni che si discostano dalla media, determinando un QI < 70 costituiscono il primo segnale di ritardo mentale. La valutazione del QI permette di dare informazioni quantitative dell’intelligenza.

Al di là dei 3 criteri utilizzati per determinare la presenza del ritardo mentale nel soggetto, non esistono altre caratteristiche psicologiche o comportamentali che possono essere generalizzate; questo è dovuto al fatto che una situazione di ritardo mentale è estremamente varia e diversificata, sia per la presenza di condizioni psicopatologiche molto differenti, sia per l’elevata variabilità presente nei singoli quadri clinici nelle singole persone (possono esistere diversi tipi di ritardo mentale) (ogni individuo è un individuo a sé), ed è proprio la singolarità che connota la persona umana la quale ha una propria autonomia, libertà, originalità e proprio per queste variabili l’individuo non può essere classificato in maniera assoluta (ma relativa).

Il ritardo mentale non ha cause specifiche, ma qualunque essa sia incide nello sviluppo del soggetto. Non è possibile determinare un’unica causa che sta alla base di un certo tipo di ritardo, in quanto esso può dipendere da diversi fattori: cause organiche, ereditare acquisite, fattori psico-affettivi, condizionamenti socio-culturali (è sbagliato pensare che alle cause più lievi di ritardo si associ una causa affettiva o socio-culturale, mentre a quelle più gravi una causa organica). Però qualsiasi sia la natura della causa, essa va a incidere profondamente sul cervello in via di sviluppo alterandone la sua organizzazione neurobiologica.

Le ricerche hanno dimostrato come un deficit a livello cognitivo, sia dovuto non a alterazioni specifiche ma a l’esistenza di un danno diffuso, generalizzato. Inoltre è impossibile individuare uno specifico deficit a livello cognitivo come causa principale del ritardo mentale (esistono soggetti affetti da Sindrome di Down che hanno compromesse le componenti strutturali del linguaggio, cosa che non accade nella Sindrome di Williams).

Strategie educative e di intervento

Il cervello anche se leso mantiene una grande forza propulsiva di sviluppo, organizzazione funzionale e equilibrio. Compito dell’educatore è di proporre interventi di recupero che mirino a tutte le funzioni mentali compromesse, partendo da quelle strumentali (percezione, linguaggio, motricità) fino ad arrivare a quelle superiori (apprendimento, adattamento all’ambiente, creatività, autonomia), sfruttando la capacità “assorbente” della mente, che anche se lesa è capace di assorbire quanto proposto e grazie a ciò modificarsi. È quindi opportuno che l’educatore vada a tirar fuori e stimolare al massimo le risorse potenziali racchiuse in ciascuna persona.

In seguito alla ridotte capacità adattive, tipiche del ritardo mentale, dobbiamo arricchire di stimoli, sollecitazioni e affetti le esperienze soggettive della persona rendendola sempre più autonoma e partecipe alla vita scolastica e sociale. È inoltre certo che a scuola il bambino con ritardo mentale può avere bisogno di obiettivi, contenuti, metodologie e sistemi di valutazione strettamente individualizzati e specifici.

Disabilità motorie

Disturbi motori non necessariamente correlati a deficit cognitivi

Sviluppo cognitivo e motorio, non sono necessariamente interdipendenti l’uno dall’altro, in quanto si possono avere soggetti con disabilità motorie ma che non presentano deficit cognitivi e che possono quindi raggiungere pienamente i vertici della maturità cognitiva. Essendo però la disabilità motoria un difetto che è chiaramente rilevabile, in quanto visibile, tale concetto non è rispettato in quanto nei loro confronti è presente un preconcetto che tende a classificarli come in una situazione di automatico difetto generalizzato (esempio: bambini con PCI distonica con disturbi nella gestione del tono e contrazione muscolare che si ripercuote anche nella fluidità del linguaggio, fa sì che siano percepiti come dei bambini con delle difficoltà anche di carattere cognitivo, anche se spesso tale problema non esiste). Sono infatti presenti persone con disabilità fisiche severe portatori però di grande intelligenza e, al contrario, sportivi con discutibili facoltà intellettive.

Ci sono poi quelle situazioni in cui un soggetto con disabilità motoria può portare con sé anche una sovrapposizione di sintomatologie e compromissioni che riguardano le aree di sviluppo cognitivo e socio-relazionale (esempio: spasticità, anche se non accompagnata da deficit cognitivo, porterà comunque durante lo sviluppo a ripercussioni sul piano affettivo-relazionale. Oppure soggetti con deficit cognitivi che hanno un bagaglio di movimenti limitato in quanto frutto di un limitato repertorio esperienziale).

Possono essere presenti in alcuni soggetti disturbi del movimento che non vengono classificati come delle vere e proprie disabilità, ma sono considerati disturbi minori. La loro caratteristica è di essere presenti in soggetti che da un punto di vista motorio-funzionale sono “normali” ma che di fronte a certi comportamenti dimostrano una disarmonia esecutiva. Tali disturbi possono essere diagnosticati con certezza su bambini intorno al terzo anno di età, mentre prima non è possibile in quanto non hanno maturato un adeguato sviluppo fisiologico e psicomotorio che consenta di rilevarlo con certezza (esempio: non può considerarsi maldestro un bambino di 1 anno che non riesce ad eseguire un compito di coordinazione bimanuale). Ciò non toglie che prima dei 3 anni non esistano condotte motorie disarmoniche che possano far pensare a un probabile disturbo minore della motricità.

Alcuni segnali possono essere: tono muscolare variabile, urti frequenti, perdite di equilibrio, ecc. Per cui nei primi 2 anni è evidenziabile un’anomalia tonico-posturale di incerto significato; tra i 2-3 anni la probabilità di presenza di un disturbo minore sale; solo dopo i 3 anni si ha la completa certezza. Possono presentarsi poi dei disturbi minori transitori che non possono essere classificati come forma clinica, in quanto sono appunto transitori dovuti ad esempio a determinati fattori ambientali (calciare rigore ad allenamento/calciare rigore in finale coppa del mondo), oppure in seguito allo sviluppo e trasformazioni fisiche che si hanno nell’adolescenza (accrescimento leve, sviluppo muscolare, ecc).

Disturbi motori minori

I disturbi motori minori si classificano in:

  • Goffaggine: tono muscolare non adeguatamente regolato condizionando negativamente la fluidità del movimento, producendo movimenti poco precisi.
  • Maldestrezza: abituale imperfezione nel movimento, di carattere coordinativo che coinvolge le 2 parti del corpo. Difficoltà nella modulazione adeguata di movimenti che richiedono simultaneità di esecuzione nello spazio e nel tempo.
  • Instabilità psicomotoria: difficoltà nella decodifica e elaborazione delle percezioni provenienti dall’esterno e che dovrebbero servire a modulare le risposte motorie da mettere in atto (movimenti confusi e imprecisi). Caratteristica di questi soggetti è una precarietà attentiva, ipermotricità, mal destrezza e goffaggine.

Paralisi cerebrali infantili (PCI)

Oggi la causa principale della disabilità motoria è la paralisi cerebrale infantile (PCI) che si definisce come una turba persistente (situazione permanente stabile e non evolutiva) ma non immutabile della postura e del movimento dovuta ad alterazioni delle funzioni cerebrali (tutto il SNC) in seguito a cause pre-peri-post natali avvenute prima che si completi lo sviluppo del SNC. Il termine che la descrive di più è: discinesia (alterazione del movimento) encefalica precoce non evolutiva. L’incidenza della PCI risulta molto più significativa nei bambini nati prematuri e nei neonati con peso inferiore a 1,5 Kg.

Cause di insorgenza della PCI

Le cause di insorgenza della PCI sono rintracciabili a 3 momenti:

  • Pre-natale (28esima settimana di gestazione): i fattori possono essere: anossia mancanza di ossigeno alle cellule cerebrali che muoiono dopo pochi minuti (dovuto a compressione cordone ombellicale, distacco precoce dalla placenta, anemia materna, ecc); infezioni virali (rosolia); dismetabolici (diabete); alterazioni cromosomiche; immaturità del feto.
  • Perinatale (entro 10° giorno di vita): anossia torsione cordone ombelicale, o asfissia per inalazione liquido amniotico; traumi all’encefalo in seguito a parto difficoltoso.
  • Post-natale: incidono in minor percentuale. Processi infiammatori alle meningi e encefalo; alterazioni metaboliche; lesioni cerebrali traumatiche.

Nonostante sia un’encefalopatia che presenta disturbi prevalentemente sul motorio, essa può essere accompagnata da deficit che interessano altri ambiti di sviluppo come quello cognitivo, socio-relazionale, ecc. È quindi opportuno attuare un intervento sistemico, cioè proporre un intervento rieducativo in accordo con tutte quelle situazioni ambientali che ruotano attorno al bambino (famiglia, casa, scuola, sanità, ecc) in maniera tale da rendere l’intervento ottimale e più adeguato, tenendo in considerazione anche quegli aspetti valutativi come:

  • Valutazione neurologica che può essere effettuata dai primissimi giorni di vita, consentendo così di intervenire tempestivamente.
  • Valutazione della funzionalità cognitiva: diverse modalità d’indagine a seconda dell’età.
  • Indicatori relativi all’ambiente
  • Indicatori relativi alla relazione con madre e padre

Classificazione PCI

La PCI non è un disturbo omogeneo, viene classificato in base:

  • Al disturbo motorio
  • Alle forme cliniche
  • Ai sintomi associati al disturbo

Classificazione secondo il disturbo motorio

  • Forme spastiche: per spasticità si indica nell’uomo, un disturbo del sistema senso-motorio, caratterizzato da:
    • Patologico aumento del tono muscolare che può originare da una lesione del cervello o del midollo spinale con conseguente rigidità muscolare prevalentemente riferito alla muscolatura antigravitaria e spasmi a carico dei muscoli flessori degli arti superiori e a quelle estensori degli arti inferiori, con ridotta possibilità di modulare il movimento flessorio rispetto a quello estensorio.
    • Spasmi muscolari (contrazione improvvisa e involontaria) dolorosi.
    • Contrazioni e rilassamenti incontrollabili di muscoli compromessi.
  • Forme atetosiche: insieme di movimenti involontari del capo, della faccia, dell’arto superiore. Tali movimenti sono lenti, continui e si arrestano soltanto nel sonno.

Situazione clinica più grave ma più rara è la coreoatetosi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AndriMariot di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e Pedagogia Speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Cottini Lucio.
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