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La caccia di Diana

La Caccia di Diana è un poemetto del 1334 composto da 18 canti in terzine dantesche. La trama si inquadra in un contesto mitologico e si basa sul conflitto tra Diana e Venere, tra castità ed eros. Al termine di una caccia abbondante, Diana invita le donne a fare un sacrificio a Giove. All’appello di Diana risponde una “donna piacente”, che respinge gli ordini della dea e sostiene che lei e le compagne sono accese dal fuoco dell’amore, quindi non sono più soggette a Diana, ma a Venere. Il poema si conclude con una metamorfosi, quando le bestie catturate si trasformano in uomini amanti. Tra le fiere che mutano d’aspetto, come conseguenza del trionfo di Venere, c’è anche il poeta sotto forma di cervo.

Queste due opere rappresentano la preistoria della produzione letteraria di Boccaccio. Negli anni Trenta, presso la corte angioina, come esercizi di scrittura, compone gli scritti più significativi tra i quali l’Allegoria mitologica, i dictamina (modello epistole dantesche); tra i testi in volgare spicca Epistola Napoletana 1339, dedicata a Francesco de’ Bardi, che descrive il tessuto sociale di natura popolareggiante usando la toponomastica.

La vocazione narrativa

Il romanzo in prosa: Il Filocolo

L’adozione della terzina dantesca nella La Caccia di Diana si dimostra confacente a un andamento descrittivo-narrativo, metro che si assesta su una lunghezza d’onda più ampia, confermando che le varie sperimentazioni di Boccaccio si muovevano verso non la lirica, ma la narrazione. La sua prima opera è il Filocolo, un romanzo in prosa scritto in tre anni (1336-1338). L’opera è descritta come una “graziosa fatica” narrativa, equiparabile alla “fatica d’amore” sopportata dal protagonista del romanzo, Florio. Florio decide di cambiare il suo nome in Filocolo, ritenuto più confacente alla sua condizione. Filocolo è l’unione di due nomi greci, “philos” che vuol dire amore e “colon” fatica, complessivamente il termine significa “fatica d’amore”.

Facendo corrispondere l’azione dell’autore e del personaggio si evidenzia la dimensione metaletteraria del libro. Nel Filocolo, l’inizio della storia è il racconto dell’inizio: perché la narrazione abbia inizio è necessario che la donna amata commissioni allo scrittore il lavoro da realizzare. Maria d’Aquino sollecita lo scrittore a porre rimedio alle ingiurie arrecate alla memoria dei giovani Florio e Bencifiore, che non sono stati esaltati a nessun poeta. Questa è una velata polemica nei confronti della tradizione orale.

Maria non suggerisce solo la forma ma dà anche suggerimenti allo scrittore sia sulla lingua da impiegare, sia sul contenuto da sviluppare. Con l’intervento della donna, lo scrittore vuole istituire tre sé stesso e il lettore un patto narrativo che si configura come “patto romanzesco”: nell’accessus all’opera troviamo, inseriti nell’opera stessa, sia la donna amata che l’autore, il quale con quest’atto di autoinclusione diventa narratore. Così il lettore è consapevole del fatto che si tratta di finzione letteraria che può coinvolgere tutti i protagonisti della realtà testuale.

La finzione di Maria d’Aquino e di Boccaccio è una finzione che entra nel quadro della finzione dei due giovani innamorati. Il racconto si sviluppa attraverso una procedura di anticipazioni e ricapitolazioni che si equiparano al realizzarsi degli eventi, con lo strumento retorico dell’amplificatio, lo scrittore può sviluppare una serie di temi e situazioni attorno all’azione principale: il protagonista della storia è anche il narratore e il ricapitolatore della storia da lui vissuta.

Il titolo dell’opera di Boccaccio è Filocolo in quanto egli ritiene che l’unica figura degna di dare nome all’opera è quella di Florio, inoltre egli accede al ruolo di protagonista solo quando diventa Filocolo, cioè quando inizia la sua avventurosa ricerca. Florio nell’avventura romanzesca accumula una serie di esperienze che indicano un processo di maturazione e acquisizione di valori eletti. Allontanato da Bencifiore, intraprende gli studi da principe, e mentre gli studi procedono Florio consuma in termini stilnovistici la prima esperienza sentimentale. La condanna a morte di Bencifiore spinge Florio verso il percorso di cavaliere.

Florio si muove alla ricerca di Bencifiore quando questa è venduta al sovrano di Babilonia. A Florio in realtà viene fatto credere che la ragazza sia morta, ma scoperto l’inganno, il giovane muta nome, assumendo quello di Filocolo, e muta identità assumendo le vesti di un pellegrino, e parte per un viaggio il cui fine è il ricongiungimento con l’amata. Particolare rilievo assume la sosta a Napoli, che potrebbe sembrare una parentesi del viaggio. Costretti a fermarsi per tempo sfavorevole, sono accolti presso un gruppo di giovani aristocratici che coinvolgono Filocolo nel gioco delle “questioni d’amore”.

Questo gioco aristocratico si fa anticipatore di schemi narrativi del Decameron (atmosfera di letizia; “questioni d’amore”). La sosta presso questo gruppo non è solo per diletto, ma è una tappa determinante di passaggio della vicenda narrativa e nodo risolutivo della situazione sentimentale del protagonista, perché i temi dibattuti e le soluzioni date da Fiammetta completano l’educazione cortese di Florio e lo predispongono all’assimilazione di valori cristiani. Fra i questionanti ruolo significativo assume Caleon che occupa la posizione nel cerchio dirimpetto alla regina della corte d’amore.

Lo si può identificare con lo stesso Boccaccio che pone il quesito centrale: se ci si deve innamorare o no per realizzare la propria perfezione. Fiammetta suddivide l’amore in tre categorie: “amore onesto”, “amore per diletto” e “amore per utilità”; scarta immediatamente quello per utilità, e salvaguarda quello “onesto”. Però come donna, anche se quello per “diletto” è da evitare, la donna è consapevole della forza irresistibile di quell’amore che teoricamente viene respinto. Nel corso delle “questioni d’amore” vengono illustrate le regole che governano l’esperienza umana, in revisione di alcuni principi dell’etica cortese, integrando alcuni principi cristiani e borghesi.

Ad esempio, in vista della soluzione coniugale a cui approderanno Florio e Bencifiore, l’amore extraconiugale esaltato da Andrea Cappellano viene respinto a favore dell’amore coniugale e avverte che l’innamoramento per una donna sposata è un pericolo da contrastare. I collegamenti tra le “questioni d’amore” e le vicende di Florio e Bencifiore rendono evidente come tra romanzo e “questioni” vi sia una continuità. Completate le tredici “questioni” Filocolo riparte e ha una visione serena: si trova in un mare ed incontra sette donne suddivise in due gruppi, l’uno di quattro, l’altro di tre componenti.

Filocolo riconosce le quattro, che sono le virtù cardinali, e per capire chi siano le tre virtù cardinali ha bisogno dell’apparizione di Cristo. Infine la conoscenza della verità viene coronata dall’intervento della Grazia. Queste sono le premesse per la soluzione all’avventura travagliata di Florio, che si completerà con il ricongiungimento con Bencifiore e la conversione al cristianesimo. Nell’ultimo libro c’è la “catabasi” trionfante di Florio, che perfeziona e completa la sua formazione di cavaliere cristiano, disponendosi al battesimo e convertendo il suo popolo.

Questo romanzo sviluppa una doppia iniziazione: da una parte quella di Florio e quella dello scrittore, perché l’itinerario del romanzo è correlato allo spostamento del materiale narrativo dalla dimensione orale a quella scritta. Negli ultimi capitoli si dà notizia che la storia di Florio e Bencifiore è stata scritta in greco dal reverendo Ilario, il quale aveva iniziato Florio ai valori cristiani. Testimone e auctor, il reverendo Ilario risulta essere la fonte per il narratore Boccaccio. Però all’inizio del romanzo la fonte è definita popolareggiante.

Queste incongruenze forse sono dovute al fatto che Boccaccio, per nobilitare la sua materia, allega al Filocolo (derivante dal greco) l’auctoritas di un esponente della cultura greca. Il Filocolo risulta il prototipo per eccellenza di una letteratura “mezzana”: nel suo interno vivono leggenda e vita, erudizione e realtà, mito e scienza, portando a compimento un’operazione letteraria intesa a coniugare le due anime della corte angioina: una cultura “alta”, scientifica, naturalistica, e una cultura “bassa”, di svago, mondana, rivolta a un pubblico femminile, affascinato dalle storie e dalle pene d’amore. Egli unifica i due poli, integrando l’invenzione narrativa con il sapere, per richiamare due fasce di pubblico (i dotti e le donne) in un unico ambito. Egli unisce l’evento romanzesco con l’azione epica (conversione non solo personale ma di tutto il suo popolo).

I “poemi di antichità”

Filostrato 1339

L’opera è scritta nel 1339, adottando un nuovo registro linguistico: non più la prosa ma la versificazione. Il Filostrato è introdotto da una lettera inviata dal poeta alla sua amata, e il libro si fa testimone del vissuto dell’autore nella sua sofferenza amorosa, egli stesso ricorda nella lettera che questa storia celava sotto alcuni aspetti la storia d’amore tra lui e la donna amata. La lettera rivela una stringente continuità con il Filocolo, perché si torna a parlare di “questioni d’amore”.

Nel rivolgersi alla donna amata e lontana da lui, l’autore ricorda di una “questione” analoga all’undicesima questione d’amore del Filocolo, cioè se fosse meglio vedere, pensare o non vedere la donna amata. Nel Filocolo si predilige il pensare, ma nel Filostrato la situazione si capovolge in quanto l’autore si ritiene “pentito”, e la preferenza per la presenza, per gli occhi, per la vista subentra, il che significa che c’è uno spostamento nella gerarchia dei gradi dell’amore.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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