Canto XV del Paradiso
Il cielo di Marte
Il luogo è il cielo di Marte, il quinto cielo, dove soggiornano gli spiriti combattenti per la fede.
L'amore come armonia universale
Il canto armonioso dei beati, che nel cielo di Marte raffigurano una croce, cessa con perfetto sincronismo determinato dalla volontà divina. Le anime, la cui volontà concordemente s’adegua a quella di Dio, quasi corde di una lira che la mano esperta dell’artista fa vibrare e modula a suo piacimento, si fermarono e sospesero il loro canto, affinché Dante potesse esprimere il suo desiderio.
Dante si sofferma su alcune considerazioni sull’amore di carità di quei beati, che sono disposti a manifestazione dell’amore e dell’armonia universale, interrompere il loro soave canto, sensibile alla del paradiso, per invogliare il pellegrino a pregarle. Il silenzio e il vuoto della narrazione vengono così riempiti da osservazioni morali e teologiche che investono il tema fondamentale tra il rapporto tra ciò che è relativo e ciò che è assoluto, tra l’uomo e la guida; è una naturale premessa al colloquio che seguirà tra Dante e l’avo Cacciaguida, colloquio che si svilupperà anche nei due canti successivi e che costituisce uno dei momenti culminanti della Commedia, tali da illuminare il significato più profondo del viaggio intrapreso dal pellegrino.
In questa premessa domina la figura dell’antitesi: la volontà rivolta al bene, che coincide con Dio stesso, si contrappone a quella diretta all’amore che si rivolge direttamente a Dio contrasta con la cupidigia dei beni mondani, l’amore male; che non dura in eterno si oppone all’amore di cui ci “si spoglia”. Compare esplicitamente in quest’ultima affermazione la coppia oppositiva “relativo transuente-eterno”, che è anche uno dei temi del canto e dell’interno del poema.
Le similitudini astrali
Una delle anime splendenti, che compongono la croce, scivola improvvisamente e velocemente lungo due dei bracci per venire ai piedi della stessa e poter rivolgere la parola a Dante. Per rendere l’idea del fenomeno viene richiamato quello delle stelle cadenti, che solcano il cielo sereno e nitido e che costringono l’occhio dell’osservatore, prima tranquillo e immobile, alla mobilità per seguirne il tragitto.
Quell’anima pare subito un fuoco, poi una stella, poi un astro, è una gemma, o pietra preziosa, un fuoco dietro una lastra d’alabastro. Sono tutti termini che sprigionano luce. Sono paragoni nobili per descrivere quest’anima beata.
Enea con Anchise e il significato dell'incontro con Cacciaguida
Ed ecco un’altra similitudine, questa volta letteraria: così l’ombra di Anchise si mosse incontro ad Enea che andò a fargli visita nei campi Elisi, secondo quanto afferma Virgilio, il nostro più grande poeta. Dunque viene istituita un’equivalenza tra Anchise e Cacciaguida, Enea e Dante. Non solo, ma nelle parole che il trisavolo di Dante pronuncia subito dopo c’è un riferimento a san Paolo, che nella seconda epistola ai Corinzi afferma di essere stato rapito fino al terzo cielo al fine di difendere la fede tra le genti: dunque san Paolo = Dante.
Il grande evento, di cui si erano poste le premesse, con la suspense narrativa e il silenzio astrale, è l’incontro con l’avo Cacciaguida, che svelerà al pronipote, nel corso di tre canti, XV, XVI e XVII del Paradiso, le radici del male terreno, della decadenza morale e politica delle principali istituzioni, Chiesa e Impero, il destino dell’esilio a cui andrà incontro Dante e la missione di riscatto spirituale per l’umanità intera di cui quest’ultimo è stato investito.
L’incontro ha un’importanza capitale nell’intera struttura del poema, che sembra quasi costruito intorno a questo episodio. Non a caso i canti XV, XVI e XVII sono centrali nel Paradiso, centralità numerica e sostanziale. Nei canti di Cacciaguida.
-
Appunti sul III Canto Paradiso di Dante
-
Appunti sul I Canto Paradiso di Dante
-
Appunti su XI Canto Paradiso di Dante
-
Appunti sul VI Canto Paradiso di Dante