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Balaneion (V sec a.C. =450 a.C)

Olimpia (annesso al Santuario di Zeus, Elide, Grecia): il complesso termale del V secolo si configurava già con la presenza di un vasto apodyterium e di una sala per immersione con vasche per immersione individuale che usufruiva anche di una sorta di caldaia che produceva acqua calda. Vi era un praefurnum (camino) con sopra una caldaia che produceva acqua calda con la quale si rifornivano le diverse vasche. Già nelle fasi più avanzate, alla fine del II secolo a.C., inizio del I secolo, il bagno di Olimpia assunse una particolare configurazione perché si incentrò soprattutto su un vano rettangolare su un lato del quale si apriva un’abside, sul lato opposto si veniva a disporre una vasca rettangolare. L’abside ospitava il labrum cioè una sorta di bacino di acqua fredda, la vasca rettangolare era l’alveum, una vasca per immersione in acqua calda.

L’intera superficie della pavimentazione di questo vano era sollevata su dei pilastrini costituiti da elementi litici al di sopra dei quali veniva tessuto un pavimento creando un’intercapedine che veniva alimentata da un praefurnum e che faceva sì che l’aria calda passasse sotto il pavimento riscaldando l’intero vano. Questa è la prima attestazione di una soluzione sulfunsure. Il fuoco che veniva acceso in corrispondenza dal vano voltato introduce un elemento noto come testudo, un elemento metallico cilindrico che diventava bollente ed aveva la funzione di riscaldare l’acqua della vasca. Questo edificio, che si data intorno al 100 a.C., di fatto ha tutti gli elementi di quello che sarà l’edificio termale di età romana.

Dobbiamo conseguentemente credere che queste strutture fossero quindi presenti anche nelle colonie greche dell’Italia meridionale e che il mondo romano abbia tratto dalla conoscenza di simili costruzioni, quelle che saranno poi le terme romane.

Balneum italico e romano

Si indica con il termine balneum una struttura costituita da un elemento destinato alle abluzioni, al bagno. Si indica con il termine terme una struttura che combina il balneum con una palestra. Quelle del Foro di Pompei sono dunque delle terme. Di solito la palestra viene aggregata perché nell’ambito della forte ellenizzazione romana, loro guardavano principalmente ai ginnasi greci. Le palestre sono in qualche modo quindi imitazione dei ginnasi greci con la differenza che nel mondo occidentale la palestra sarà sempre secondaria rispetto alle terme.

Quelli che si chiamano balanea greci sono presenti nelle città con finalità igieniche. Il cittadino quotidianamente si recava qui per il bagno e svolgeva un’attività igienica, erano presenti presso i ginnasi. Vi erano poi gli Asklepiei con ricorso costante ai Balaneia come aspetto collaterale della cura. Nel mondo romano si diffuse assai e diventò una struttura che venne a far parte della vita quotidiana del cittadino.

Presso le terme si prendeva parte ad allenamenti per lo più di aspetto militare ed esercizi legati all’attività del combattimento e poi si procedeva al bagno. Nel passare del tempo le terme divennero uno dei luoghi tradizionali di incontro. Nel mondo imperiale avanzato, infatti, l’accesso alle terme divenne gratuito. A Roma vi erano terme che potevano ospitare migliaia di persone contemporaneamente e poi vi erano una serie di piccoli edifici termali pubblici e privati dove ci si poteva recare in contesti più contenuti dove ci si intratteneva per un periodo molto prolungato.

Le terme non erano soltanto un luogo con finalità igieniche ma anche luogo di socializzazione quotidiana. Questo era vero per il mondo romano e per il mondo bizantino che poi ha trasmesso questa tradizione al mondo arabo. In occidente tutto questo scompare già nel V secolo d.C. per almeno due motivi: prima di tutto perché i grandi complessi termali richiedevano consumi elevati di acqua e di combustibile e quando Roma, che era servita da 14 acquedotti, venne praticamente ridotta senz’acqua, non fu più in grado di mantenerli aperti. Questi complessi termali avevano addirittura acquedotti apposta per loro. L’altro problema fu il Cristianesimo perché il Cristianesimo d’occidente identificava nelle terme un luogo di corruzione.

Nella fase repubblicana si distinsero i bagni maschili ed i bagni femminili. Per la precisione dovremmo dire le terme maschili e i balnea femminili perché quelli maschili avevano sempre anche una palestra. Nelle fasi successive i grandi complessi termali erano frequentati insieme da uomini e donne e poi ancora furono introdotti degli orari diversi per uomini e donne. In genere la procedura prevedeva degli ingressi che davano accesso direttamente alla palestra o direttamente al balneum.

Terme del Foro (I sec a.C. = 50 a.C.) Pompei (Italia, Stato Repubblicano)

Gli ambienti erano ben determinati: si accedeva da una sorta di portone di ingresso e il primo vano che si veniva a trovare era l’apodyterium, ovvero uno spogliatoio e al tempo stesso sala d’attesa con panchine e armadietti. Qui erano presenti delle strutture lignee che non ci sono pervenute. A volte si sostava pure nell’apodyterium a causa del sovraffollamento. Nel corridoio sono state poi rinvenute una serie di lucerne quindi si faceva anche un uso pomeridiano dei bagni. L’ambiente collegato F è un frigidarium, ovvero un ambiente con una grande vasca per immersione di acqua fredda. Questa configurazione che vediamo è però frutto delle modificazioni avvenute dopo il terremoto del 69 d.C.: prima era presente un laconicum, caratterizzato da una temperatura molto alta e secca per favorire la sudorazione dopo l’esercizio fisico (sauna di oggi, mentre il sudatorium era l’attuale bagno turco).

Le trasformazioni avvengono dopo perché il laconicum perde importanza e nelle fasi successive si sceglie una sorta di struttura stretta con piscine ad immersione dove in alcuni casi era possibile anche nuotare, che costituiva la prima fase del bagno e poteva essere anche l’ultima. I percorsi balneari potevano essere o direzionali o circolari. Dall’apodyterium si poteva prendere quindi o il bagno freddo o passare alla sala rettangolare, nota come tepidarium, una sala riscaldata di ambientazione e transizione. L’impatto con il caldarium era infatti fortissimo, quindi il tepidarium era necessario per ambientarsi al calore. Il passo successivo era quindi il caldarium o calidarium che in questa data, in edifici tardo repubblicani, era costituito da un vano rettangolare con un lato breve absidato e con l’altro occupato da una vasca rettangolare.

Sul lato absidato vi era una vasca di acqua fredda che proveniva da una tubazione nella parete, nel lato opposto vi era una vasca per immersione in acqua calda. A Pompei venne quindi replicato il modello di Olimpia. Questo ci dice chiaramente la provenienza di questa tipologia. Anche qui il riscaldamento avveniva attraverso praefurnia che riscaldavano l’area al di sotto della pavimentazione.

Nel caso del bagno femminile quando si costruiva un complesso di riscaldamento si tendeva a posizionare i vani caldi maschili e femminili vicini per sfruttare lo stesso forno. Bisogna immaginare che il vano di servizio si trovava ad una quota inferiore per far sì che il fuoco riscaldasse l’area al di sotto della pavimentazione. In queste aree era dunque necessario portare costantemente nuovo combustibile e portar fuori la cenere prodotta. Nel caso di grandi terme vi era addirittura una vera e propria città sotterranea in cui passavano continuamente i carri con combustibile e cenere in quanto erano presenti decine e decine di forni che funzionavano contemporaneamente.

L’area absidata del caldarium prendeva il nome di scola o schola labrii perché all’interno vi era il labrum, ovvero la vasca in marmo di acqua fredda. La vasca rettangolare si chiamava alveum, di acqua calda. All’interno delle terme vi era poi un costante uso di volte. Questo perché la notevole presenza di acqua faceva sì che vi fosse una forte umidità e qualsiasi tipo di copertura piana in legno sarebbe marcita nel giro di poco tempo. O si costruivano dunque volte in cementizio, poi stuccate, o si creavano dei controsoffitti costituiti da barre metalliche che pendevano dal soffitto reale e che agganciavano delle lastre in terracotta stuccate nella parte inferiore. Vitruvio le descrisse ma in genere questo secondo tipo di copertura era rarissimo.

Affreschi erano presenti in tutte le aree. Presso le terme c’erano le latrine, accessibili anche da fuori. C’erano lucerne, quindi era aperto anche di sera. Gli apoditerium erano piccole strutture con panchine e armadietti per gli abiti a un livello superiore. La copertura doveva essere voltata oppure controsoffittata con lastre di terracotta, un controsoffitto fittile che proteggeva il legno dall’umidità, ma era raro, si usavano più le volte. Il frigidarium aveva una vasca rettangolare, con una serie di nicchie ed un oculo centrale. Il tepidarium era un sistema forse ripreso dagli allevamenti di pesce, con un grande braciere di bronzo che riscaldava a un livello medio la stanza di transizione. L’alveum era riscaldato dalla testudo.

La volta a botte era strigilata, con scanalature perché sulle pareti fredde si addensava il vapore e la volta non era riscaldata, la condensa avrebbe formato gocce gelate che sarebbero cadute, mentre le strigilature evitavano queste cadute, facevano scolare l’acqua che veniva raccolta in una canalina al sotto della volta. Nel caso di Pompei vi era poi una vera e propria palestra con un grande spazio centrale porticato.

Terme Stabiane (I sec. a.C.) Pompei (Italia, Stato Repubblicano)

Era un complesso maschile uguale a quello delle terme del Foro. Lo schema delle terme di età repubblicana si ripeteva simile a se stesso, un percorso semplice, a passaggio ripetuto, oppure seguivi una serie di stanze e poi ripassavi, oppure a percorso circolare in cui non ripassavi. Anche le donne facevano sport. Nel caso delle terme stabiane vi era anche un frigidarium costituito da una grande vasca per immersioni. Quando la vasca era così grande prendeva il nome di natatio perché vi era la possibilità di nuotare. Vi era un apodyterium, un laconicum trasformato in frigidarium, un tiepidarium, un caldarium con schola e alveum e al di là del caldarium, il sistema dei praefurnia e le terme femminili.

Ambienti accessori, latrine

Vi erano latrine una accanto all’altra, in prossimità delle terme. Le vasche delle terme romane avevano un’entrata ed un’uscita d’acqua costante quindi vi era un continuo ciclo di acqua e si produceva così una notevole quantità di acqua chiara di scarto. Tutta quest’acqua normalmente veniva usata da due generi di strutture: le latrine e le fulloniche. Le latrine nel mondo romano erano un luogo pubblico di incontro ed erano molto monumentali. La latrina aveva un canale al di sotto delle sedute che ripuliva continuamente il canale. La latrina aveva dunque bisogno di una notevole quantità d’acqua e per questo motivo veniva posta vicino alle terme, dove ne sfruttava l’acqua di scarto. Vi era poi un altro canale di acqua pulita che scorreva ai piedi di chi frequentava le latrine per risciacquarsi. Le fulloniche avevano una serie poi di vasche di risciacquo che richiedevano anch’esse una notevole quantità d’acqua. Vi erano latrine di dimensioni anche impressionanti con circa 300 posti, grandi colonnati centrali e ninfei.

Sistemi di riscaldamento termali

Il riscaldamento delle strutture avveniva attraverso un forno ricavato all’interno della muratura ad una quota inferiore alla quota pavimentale. La quota pavimentale era rialzata tramite pilastrini in genere in terracotta chiamati pilae. L’area calda era quindi contenuta nello spazio sottostante il pavimento e trasmetteva il suo calore al pavimento creando una sorta di pavimento radiante. Poi non si limitavano a riscaldare il pavimento perché l’aria calda veniva fatta fuoriuscire attraverso delle intercapedini presenti nelle pareti create attraverso dei tubuli, cioè elementi in terracotta cavi all’interno che creavano una sorta di camini paralleli. Anche la parete quindi diventò radiante e fu proprio grazie a questo che riuscivano ad ottenere temperature così elevate. I materiali utilizzati erano sempre materiali refrattari in terracotta.

Le pilae erano fatte in terracotta e generalmente costruite con laterizi di forma circolare per evitare che il flusso di aria venisse ostacolato e si creassero vortici che generassero un raffreddamento. Il sottofondo della pavimentazione era realizzato con delle tegole appositamente costruite chiamate bipedales, della dimensione di due piedi (60x60 circa), che danno anche il passo delle pilae. Al di sopra vi era un massetto e marmo. Stessa cosa per le pareti. Anche se refrattaria però, la terracotta, sottoposta ad una temperatura elevatissima in maniera costante, si brucia e si sbriciola. Per essere precisi dopo circa 40 anni l’intero sistema andava rifatto. Le pareti in mattoni venivano scalpellate e veniva messo un nuovo paramento; tutti gli elementi delle intercapedini venivano smontati e rifatti.

Non solo quindi vi era un consumo mostruoso di cenere (che per altro riempiva anche le intercapedini), ma era necessario anche ricostruire periodicamente le strutture. In corrispondenza poi dei praefurnia venivano disposti dei muretti in modo tale che l’aria calda avesse una specie di orientamento voluto verso il centro dei vani. La vasca di acqua calda era quindi su pavimento sospeso, quella di acqua fredda era al piano del pavimento. I camini portavano fuori l’aria, generando un tiraggio. La scritta BENELAVA segnalava un ambiente a pavimento caldo dove era necessario indossare i sandali. Fuori dai muri c’erano corridoi voltati che facilitavano il tiraggio dell’aria. Le sospensure erano fatte di mattoni rettangolari o circolari per il tiraggio per evitare vortici interni di aria che non devono esserci per l’efficienza del sistema, si smussavano quindi gli spigoli dei pilastrini per accompagnare l’aria.

I coibani spesso erano carbonizzati, spesso dovevano essere sostituiti e i costi erano elevatissimi. Con la crisi del III secolo d.C. ci fu una rivoluzione delle sale calde perché era complesso far fronte alla manutenzione. Le terme non venivano mai spente perché altrimenti ci avrebbero messo giorni per riscaldarsi nuovamente. Tutta la quantità di cenere veniva costantemente portata via con dei carri, ma essendo fina filtrava e si depositava riducendo l’efficienza dell’impianto. Mandavano dei bambini nei praefurni a pulire, cosa poco salutare, con temperature altissime. Questi alternavano strati di cenere a strati di terra per non farla alzare. Quindi vi erano 3 problemi: la cenere, il combustibile, e l’acqua.

Le terme erano collegate ad acquedotti che cambiavano flusso a seconda delle stagioni quindi avevano alle spalle cisterne enormi che portavano poi l’acqua alle vasche, per garantire un flusso sempre uguale. Una testudo è stata riutilizzata come fonte battesimale, ed era aperta. I sistemi di intercapedine con tegule mammate che creavano un’intercapedine che per la teoria dei fumi, più era il flusso dei gas, più era ampia la sezione dell’intercapedine, serviva profonda ma poco alta, ovvero i tubuli con cavità che li mettevano in comunicazione, venivano addossati alle pareti rivestendoli. Arrivavano alla quota di imposta delle volte e poi si raccordavano in un canale orizzontale e defluivano in un camino. Raramente continuavano lungo le volte. I distanziatori fittili erano incastrati. Tegole semplici erano usate per non produrre tegole mammate. In casi eccezionali l’aria calda saliva lungo le volte.

Riscaldamento dell’acqua, caldaia e testudo alvei

Nel caso delle terme dei legionari ad Exeter, in Gran Bretagna, possiamo notare che nello spessore del muro veniva ricavato un vano semicilindrico che era occupato da elementi metallici. L’acqua della vasca entrava in questa cavità, diventava incandescente, si riscaldava e riusciva, creando un flusso continuo di acqua calda chiamato testudo alvei. Inizialmente poi le intercapedini nelle pareti venivano create con le tegule mammate: semplici tegole quadrangolari che presentavano agli angoli quelle che vengono chiamate mamme, ossia delle punte. Esse consentivano di appoggiarle alle pareti attraverso delle grappe creando delle intercapedini che continuavano per tutta la parete però non erano molto profonde.

Questo sistema fu il primo utilizzato e non funzionava moltissimo, perché secondo la teoria dei fumi, l’efficienza dell’intercapedine era direttamente proporzionale alla sua profondità e inversamente alla sua estensione. In foto vediamo la testudo alvei della Villa di Silin in Libia, ed una testudo alvei in piombo della Tunisia, riadoperata come fonte battesimale. Poi nell’immagine vediamo delle intercapedini realizzate con Tegule Mammate e Hamate e poi delle intercapedini realizzate invece con i tubuli, come sono state utilizzate nel Calidarium delle terme della Caccia a Leptis Magna. Il sistema con tegole mammate viene quindi presto sostituito da quello dei tubuli che avevano anche delle aperture laterali che consentivano il passaggio d’aria da un tubulo all’altro in modo tale che se per qualche motivo un tubulo fosse risultato chiuso, l’aria avrebbe continuato a circolare.

I tubuli arrivavano fino alla base della volta, poi vi era un canale unico continuo che raccoglieva l’aria calda per farla fuoriuscire tramite dei camini. Chiaramente i tubuli partivano dal pavimento. Un altro sistema che si diffuse in aree del mondo greco ed in Asia Minore fu la creazione di pareti con distanziatori fittili, dei veri e propri chiodi distanziatori fittili e rocchetti. In ambienti particolarmente freddi venivano realizzati dei laterizi trapezoidali cavi detti voussoir, degli elementi fittili cavi a forma di conci d’arco per far sì che, nei calidaria delle terme, l’aria calda passasse nelle volte e fuoriuscisse da dei camini posti superiormente. Si rese radiante quindi anche la volta e gli archi, ne troviamo un esempio nelle terme di Sparsholt in Gran Bretagna.

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

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