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Letteratura italiana

Il romanzo

Il romanzo in Italia nasce nell'800 con I Promessi Sposi (e poi con la storia della colonna infame che scompone). Secondo alcuni, Il Filocolo di Boccaccio rappresenta un primo tentativo di scrivere un romanzo. In Italia sono tanti i generi destinati a grande successo:

  • La lirica, che regna da secoli
  • La novella
  • La poesia
  • I poemi cavallereschi

Il 600 è il secolo in cui appaiono le prime forme di romanzo (il Don Chisciotte della Mancia). In Italia però il romanzo fa fatica ad affermarsi. Viene giudicato come inferiore dagli intellettuali, affermandosi come genere per lettori poco colti, poco esigenti in confronto ai poemi in versi preferiti dagli intellettuali, dame e signori delle corti. Ritengono che il romanzo abbia un abbassamento di genere, di tono, di stile. Questo accade in Italia ma non nel resto d'Europa. Dal 600 all'800 il romanzo, in Italia, deve lottare per acquistare importanza soprattutto contro il fronte classicistico.

Nel 700, dopo il tentativo del romanzo barocco, iniziano a diffondersi i primi centri del romanzo. In primo luogo vi è Venezia: sono adattamenti di alcune opere teatrali che vengono romanzate. Sono opere linguisticamente sciatte quindi non ancora destinate a un pubblico colto (proto-romanzo di consumo). Vi sono altri tentativi per scrivere un romanzo più nobile: Alessandro Verri, Vincenzo Cuoco (romanzi di gusto estetizzanti destinati a un pubblico di nicchia).

Il romanzo nell'800

Nell'800 finalmente il romanzo si afferma con prepotenza. Il romanzo nasce in Italia con I Promessi Sposi di Manzoni. Nella seconda metà ormai il romanzo ha conquistato piena dignità e conosce modulazioni eterogenee.

Il romanzo di primo Ottocento aveva il ruolo di educatore delle coscienze, di perlustrazione nelle pieghe dell'umanità che aveva bisogno di una letteratura di altissimo valore etico e civile (Manzoni con lo storico, il romanzo campagnolo...), nel secondo Ottocento, invece, possiamo parlare del romanzo del negativo, del crollo dei valori, dei valori post-risorgimentali, della denuncia del caos e della perdizione dell'uomo contemporaneo che avverte la modernità come violenta (romanzi di Capuana, Federico de Roberto).

Il Verismo trionfò in Italia (1875 e 1895) ma non vi è mai stata un'Italia Verghiana: ci vuole tempo per cogliere Verga nella sua grandezza. Il suo punto di vista è originale: Verga crea il linguaggio del vero, muovendo dal realismoscientifico di area positivista. Punti cardine della narrativa Verghiana:

  • Studio del reale
  • Reinvenzione della realtà nella narrativa

Verga sta al romanzo verista come Manzoni sta a quello storico. Il romanzo storico entrò in crisi già con lo stesso Manzoni che non si dedica più alla finzione ma al racconto nitido della realtà con La Storia della Colonna Infame (il vero finale non è il lieto fine dei due sposi ma è la prosecuzione dell'opera con la storia della colonna infame). La Colonna Infame apre la letteratura come inchiesta della realtà.

Verga creò nel romanzo italiano verista una rivoluzione, uguale e paragonabile a quella che Manzoni operò al romanzo storico. L'esperienza di Verga cambia il romanzo: esiste un romanzo in Italia prima e dopo Verga. Nei Malavoglia propone un nuovo modello:

  • Ambientazione; si tratta per lo più di luoghi regionali (al contrario dei romanzi scapigliati ambientati nella Milano frenetica della modernità)
  • Il narratore come cronista della realtà, dunque uno studio del vero.
  • Il primato dell'osservazione impassibile della realtà, con un chiaro intento della documentazione e della denuncia delle classi basse.

Queste tecniche narrative vengono messe in crisi già da Verga stesso. Il 1889 per Verga è come La Colonna Infame per Manzoni. Il Mastro Don Gesualdo si presenta come un'opera più tradizionale rispetto ai Malavoglia:

  • I tempi della narrazione sono rettilinei (per raccontare il vuoto di una non-vita, di una vita persa dietro alla roba), quindi più tradizionali (Malavoglia: cerchi concentrici)
  • Utilizzo del passato remoto (Malavoglia: imperfetto)
  • La disfatta sopravviene alla fine, al termine: c'è un cammino verso la sconfitta (Malavoglia: fin dall'inizio vi è un presagio di sconfitta inesorabile)
  • Presenza del tempo oggettivo che si misura nel passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, degli anni, che lascia tracce. Gesualdo, in fondo, è un personaggio che non avverte lo scorrere tradizionale del tempo. Ha una percezione del tempo tutta sua: è un tempo accelerato, quello economicistico, la furia di fare, il lavoro. Gesualdo non si accorge del fatto che la figlia piange in silenzio, non si accorge di nulla. Perché? C'è una dissociazione del tempo, tra il tempo reale, della vita, della storia e quello interiore del personaggio. Questo viene meno negli ultimi capitoli quando Gesualdo, ghiotto della roba, sente (e qua si sente già Pirandello) “gli scrupoli della coscienza”. Verga introduce la malinconia soltanto quando il personaggio Gesualdo si concede all'umanità degli affetti: sono momenti rari e fuggitivi in cui il personaggio rivela la propria verità.

Davanti a questa struttura Verghiana, un po' tradizionalista, non siamo più al racconto arido del vero. Gesualdo diventa uno dei primi inetti alla vita. Inetto sarà la parola chiave della letteratura del primo 900, eppure i barlumi di tutto ciò sono già nel Mastro Don Gesualdo. Già nel 1889 Verga non racconta la realtà ma la versione distorta della realtà di Gesualdo, il suo fallimento esistenziale. Inizia quella moltiplicazione dei punti di vista che esplode con Pirandello.

  • Narratore esterno, non neutrale, non parla in prima persona ma fa sentire la sua presenza mettendo in evidenza le sembianze grottesche del personaggio (Malavoglia: interno)
  • Paesaggio: radiografia del negativo

Dopo Verga, l'Italia:

  • Carducciana, anni 70/80 (il successo in Italia fu di Carducci, non di Verga. La voce di Verga è inascoltata. I Malavoglia vennero scarsamente accolti dalla critica. Anche Pascoli e il suo simbolismo venne rivalutato nel 900, al suo apparire la poesia non venne compresa dalla critica).
  • Reazione idealistica: l'ideale si contrappone al reale e si affermano lo spiritualismo di Antonio Fogazzaro e l'estetismo di D'Annunzio. Egli narra vite eccellenti e non quelle di umili uomini. I due scrittori sono accomunati da una volontà di rivalsa davanti allo squallore del presente: basta con la realtà, l'uomo ha bisogno di illusioni. Questi scrittori decidono di rifugiarsi nell'ideale. Il successo che non arriva a Verga, arriva a questi due colleghi: il pubblico rifiuta la dura e cruda indagine della realtà caratterizzata da incertezze (si profila all'orizzonte l'epoca della depressione economica, della paura del socialismo, dello scandalo della Banca Romana (1892), della crisi profonda della società agraria italiana, del protezionismo che aumenta i prezzi di prima necessità) per rifugiarsi nelle illusioni fornite dalla letteratura.

Con Fogazzaro e D'Annunzio il romanzo si trasforma in un genere nobile, che conquista il pubblico, un genere che viene recensito, pubblicato in moltissime copie, rispetto al romanzo disadorno di Verga, la cui esperienza viene dimenticata facilmente. Questi due tipi di romanzo si caratterizzano per lo stile: il bello stile. Lo scrittore mostra insofferenza verso la mediocrità, la volgare bassezza che invece stava a cuore a Verga. Questa letteratura si innalza e gli scrittori vi affinano la propria arte della parola. Una delle accuse più spesso rivolte a Pirandello sarà quella di non essere attento allo stile, di scrittura sciatta. Pirandello si rifà allo stile di Verga ed è anti-dannunziano (anche nel teatro). Riappare il narratore onnisciente che era stato spodestato dal metodo positivo dei veristi ed all'impersonalità di Verga (motivata dal tramonto delle certezze ideali che erano vive prima dell'Unità d'Italia e che crollano dopo essa).

Il romanzo moderno: Svevo, Pirandello e Tozzi

L'apertura decisiva verso il romanzo moderno è data da chi fruga nelle ombre della coscienza (e non dal spiritualismo o dall'estetismo). Questa apertura avverrà grazie a tre personalità: Italo Svevo, Luigi Pirandello e Federico Tozzi che si interrogano e ascoltano la propria solitudine interiore. Caratteristiche:

  • Letteratura caratterizzata da un ripiegamento all'interno della coscienza, rifiuto dell'estetizzazione e scrittura anti-esondativa.
  • Si accentua il primato delle aree periferiche (Trieste, Girgenti, Toscana). Gli scrittori non si esprimono da luoghi nevralgici della modernità (Milano scapigliata, la Roma bizantina e dannunziana, poi la Milano futurista, la Firenze delle avanguardie) ma da luoghi decentrati di bilinguismo, da cui è più semplice affrancarsi dalle norme della tradizione letteraria e intraprendere vie nuove. Montale disse “solo gli isolati comunicano”: il poeta, lo scrittore ha bisogno di solitudine per raccontare il mondo. Il nuovo appartiene alla penna di osservatori isolati e inascoltati nel loro tempo. Almeno fino alla Grande Guerra questi autori passano in seconda classe rispetto all'esperienza di D'Annunzio. L'Italia è devota a quella parola sensuale ed è perfettamente incanalata verso il Fascismo e l'uomo forte.

Svevo pubblica Una Vita nel 1892: rimane incompreso. La scintilla viene da Montale che gli dedica un omaggio nel 1925 (anno degli Ossi di Seppia). Successivamente Svevo cadrà nuovamente nel buio e sarà ripreso più tardi. Pirandello non se la passa meglio perché stampa la sua prima raccolta di novelle “Amori senza amore” nel 1894. Pubblica poi anche L'Esclusa nel 1901 e in volume nel 1908 e viene valutato ancora nel 1914, da un intellettuale quale Renato Serra, un “bozzettista curioso”. Tozzi muore nel 1990 nella indifferenza e nella dimenticanza.

  • In ambito italiano guardano a Verga, non lo dimenticano. Lo sconosciuto Svevo, nel 1889 su un quotidiano triestino apprezza la forza “dello straniamento critico”, la capacità di rielaborare la realtà da un punto di vista straniato e dunque estraneo rispetto alla materia trattata del Mastro Don Gesualdo. Pirandello festeggia l'80esimo compleanno di Verga e scrive un discorso in cui loda Verga come il “tormentato maestro dell'anti-retorica, della naturalezza prodigiosa, di uno stile necessario”, ovvero uno stile che rappresenta la nuda realtà. Renato Serra, nel 1914 gli riconosce il ruolo di uno scrittore isolato, lontano. Dice, occorre rispettare Verga come un “mostro sacro chiuso in un museo da cui non lo vogliamo disturbare”. La replica arriva da Tozzi che dedica a Verga un articolo dal titolo “Giovanni Verga e noi”, ovvero il loro rapporto di giovani scrittori con Verga in cui dice “procuriamoci le occasioni di far rivivere l'esperienza verghiana”: bisogna assimilare la sua lezione ormai non più attuabile (in quanto l'umanità ha scoperto e subito nuovi traumi) e andare oltre. Non si tratta di ribaltare la lezione verghiana ma di superarla.

Caratteristiche del nuovo romanzo e differenze rispetto all'ottocentesco

  • Lo spazio diventa un luogo emblematico che spesso diviene il riflesso esterno dei sentimenti del personaggio.
  • Per quanto riguarda il tempo le innovazioni sono più marcate: non è più lineare ma tende ad assecondare i ritmi soggettivi del personaggio, i moti della sua interiorità. (Proust: il tempo del ricordo; Svevo, tempi dell'inconscio; Joyce; troviamo già qualche sfumatura nel Mastro Don Gesualdo).
  • Come conseguenza, una nuova modulazione dei rapporti causa-effetto che legano la serie degli avvenimenti secondo una progressione non consequenziaria. Subentra un meccanismo di associazioni apparentemente prive di logica proprio perché seguono i soprassalti dell'inconscio (flusso di coscienza).
  • Si ha un'alterazione della struttura: si ha una struttura aperta esemplificata da vicende che non concludono, lasciando la vicenda disponibile a una pluralità di soluzioni possibili (esemplare è il caso di Con gli occhi chiusi di Tozzi e di Pirandello che in Uno, nessuno e centomila non conclude). Le chiavi di lettura sono individuali.
  • Il rifiuto del bello scrivere per approdare a uno stile che bada al contenuto.
  • Il dettaglio vince sulla sintesi dell'insieme in quanto spesso è nel dettaglio, nel particolare imprevedibile che si rivela il destino dell'individuo, di una coscienza che è sempre, per Pirandello, destrutturata percezione delle cose e della realtà.
  • Questo tipo di romanzo non conquista subito il lettore, non contribuisce a quietare le sue ansie, non vi sono risposte e nemmeno trame avvincenti o uomini esemplari. Questa è una letteratura che non illude, non fornisce pace ma serve ad accrescere la comprensione della vita.
  • Il nuovo io: si giunge allo studio impietoso dell'uomo contemporaneo che è un personaggio che ha perduto la fiducia della conoscenza razionale del mondo e il conforto di un'identità rassicurante. Il protagonista nelle opere di questi autori è un borghese medio che non appartiene alla classe degli eroi dannunziani ma nemmeno alla classe dei verghiani. Il nuovo personaggio è un uomo spaesato, mal sicuro, incerto di sé e delle sue relazioni, è l'anti-eroe per eccellenza e della vita di tutti i giorni. Nel saggio teorico di Pirandello “L'Umorismo” 1908, egli scrive “in certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima mostra, si spoglia di tutte le finzioni abituali e gli occhi nostri diventano più acuti, più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita e in sé stessa la vita quasi in un nudità arida e inquietante”. Questo è l'oggetto di indagine del nuovo romanzo: l'uomo nella sua nudità che Pirandello definisce come arida e inquietante, piena di nuove disarmanti paure. Il nuovo personaggio è molto spesso l'alter-ego dello scrittore che non si considera più missionario dell'ideale artistico inattingibile. L'alter ego dello scrittore è l'uomo comune alle prese con le faccende quotidiane, intento all'ascolto dei propri pensieri e dell'aggrovigliata irrisolta condizione esistenziale. Il nuovo romanzo si concentra sul primo piano dell'io per metterne a nudo le ansie, le attese, i sogni che sono spesso inconfessati, i soprassalti dell'inconscio. Il nuovo io che trionfa è un io profondamente dissociato: un io che tende a porsi delle domande sulla realtà che lo circonda che diventa sempre più indecifrabile ma soprattutto sente come transitoria la sua presenza nel mondo. L'uomo sente sgretolarsi le sue certezze che lo rendevano sicuro ma sente anche sgretolarsi (soprattutto in Pirandello) le sue relazioni private e pubbliche. Perciò sia il personaggio che lo scrittore provano la stessa sofferenza. Vi è un nuovo rapporto con il reale sottoposto a molteplici rappresentazioni (non vi è un’unica realtà), sempre più sfuggente. È una progressiva diseorecizzazione del protagonista che perde l'aura eroica. Dopo Fogazzaro e D'Annunzio si verifica un calo di tensione ideale, di ispirazioni e in pari tempo un calo di certezze con conseguente accrescimento di una vera e propria vocazione all'auto-analisi e introspezione. Questo nuovo io è figlio di una nuova cultura europea di fine secolo che ha messo in dubbio il principio di oggettività del naturalismo e ha modificato la percezione della realtà naturale e umana. Le conseguenze: si dissolve l'unità del personaggio, se ne mette in dubbio la possibilità di padroneggiare i sentimenti, le proprie pulsioni e le proprie volontà. È il ROMANZO DELLA CRISI DI IDENTITÀ DELL'IO.

Il narratore

  • L'autore rinuncia al narratore onnisciente (che riflette la prospettiva univoca) che è in grado a mettere ordine nel groviglio del reale. Non si può stabilire con il protagonista nessun rapporto di complicità. Il nuovo narratore tenta una investigazione attorno all'io (del personaggio) e attorno al suo complicato rapporto con la realtà, perciò diventa un narratore insicuro, titubante. Con Pirandello il narratore è ironico e umoristico, a volte amaramente sarcastico. Il narratore testimonia sulla pelle i timori, le angosce dei personaggi. Non è mai rassicurante ma al contrario, contesta il personaggio. Il personaggio ha quasi una vita autonoma e invoca una vita univoca ma il narratore contesta tutte le illusioni che l'uomo si crea e con la quale tenta una parvenza di vita. È un io/narratore che tende alla demistificazione della realtà. La prima conseguenza è che muta il rapporto tra la voce del narratore e il protagonista: si instaura un'inquisizione, un dialogo.

Lo scopo

  • Far cadere la maschera per mettere a nudo il groviglio intricato e interiore del personaggio. “Per osservarlo camminare con il teschio scoperchiato” dice Svevo. Pirandello dice “maschere nude”. Il nuovo romanzo è una nuova forma di autobiografia ed è uno scavo: lo scrittore si serve dei personaggi per compiere una sorte di auto-analisi su sé stesso, per analizzare i propri traumi. È un viaggio auto-analitico, spietato ed è il manifesto della crisi di identità del 900.

I personaggi

  • Gli inetti di Svevo. Sono inetti presuntuosi, piccoli borghesi che hanno la coscienza sporca.
  • Le maschere, i personaggi dissociati sono i protagonisti di Pirandello. Le maschere sono chiuse e condannate alla solitudine (L'esclusa). Sono personaggi soli anche se circondati da famiglie e affetti. Sono dissociati, condannati alla solitudine ma anche desiderosi di cercare un'identità.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mart1na11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Castellano Francesca Pia.
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