Estratto del documento

Letteratura italiana

Orari

  • Lunedì 14.30-16.00, aula 211
  • Mercoledì 9:00-10.30, aula 201
  • Giovedì 12:45-14:15, aula 201

Esame 9 CFU

Scritto (modulo A e B) e orale (modulo C)

Moduli A e B: Storia della letteratura italiana dal ‘200 all’800

Modulo C: Francesco Petrarca

Lo scritto si tiene tre volte all’anno:

  • Maggio/giugno
  • Settembre
  • Gennaio

Parametri di valutazione dell’esame

  • Completezza e pertinenza delle risposte;
  • Correttezza delle risposte;
  • Forma: ortografia, lessico, sintassi.

Valutazioni positive: Sufficiente, Discreto, Buono, Ottimo.

Due domande

  • Una domanda su un argomento di storia della letteratura italiana
  • Parafrasi e commento di un testo, con riconoscimento dell’autore e dell’opera (eventualmente delle forma metrica)

Lo scritto dura 90 minuti e le domande coprono entrambi i moduli. La parte sugli argomenti di storia letteraria deve essere studiata su un manuale a scelta dello studente. I testi devono essere preparati su una dispensa disponibile alla libreria Cortina. Parafrasi è la versione in prosa, non rispetta la divisione in versi.

Modulo A: La scuola siciliana

Coordinate cronologiche

La scuola poetica siciliana, sorta attorno al 1230 negli ambienti che gravitavano attorno all'imperatore e re di Sicilia Federico II di Svevia, produsse la prima lirica in volgare italiano. La sua attività durò circa un trentennio e si concluse con la sconfitta, nella battaglia di Benevento (1266), di Manfredi, figlio di Federico e suo successore, quindi con lo sgretolamento dell'ambiente di raffinata cultura che era stato tanto propizio al sorgere della scuola stessa. Si parla di scuola siciliana per indicare un gruppo di poeti (circa 25) attivi nel ventennio di massima fioritura della scuola nel ventennio 1230-1250.

Contesto storico

Durante la prima metà del sec. XIII il regno di Sicilia comprendeva tutta l'Italia meridionale e godeva di un periodo di particolare equilibrio politico-amministrativo e prosperità economica per merito di Federico II. Federico dette impulso ad una serie di iniziative politiche e culturali significative come la fondazione dell'Università di Napoli (1224), la scuola di Capua e la scuola di medicina di Palermo. Nella sua corte a Palermo si raccolsero le figure più rappresentative dell'epoca e si svilupparono numerosi interessi culturali (venne dato un notevole impulso alle conoscenze tecnico-scientifiche, alla letteratura filosofica araba, alla letteratura greco-bizantina, alla poesia tedesca (soprattutto alla lirica cortese) e alla poesia provenzale in lingua d'oc).

Proprio da questa tradizione ebbe origine la "scuola siciliana", come fu definita da Dante nel De vulgari eloquentia. Cercando di realizzare una supremazia ghibellina in Italia Federico II, si contrapponeva alla Chiesa sia sul terreno della politica che su quello della cultura, incoraggiandone la laicità e le tendenze scientifiche. Per quanto riguarda la poesia favorì lo sviluppo di forme liriche in volgare ispirate alla tradizione dei trovatori provenzali. Egli stesso, come i figli Enzo e Manfredi, fu poeta in volgare.

Rispetto al modello provenzale cambia anzitutto la figura del poeta. Questi non è più un professionista proveniente dalle file dei cavalieri poveri e dalla piccola nobiltà, ma un borghese che esercita funzioni giuridiche e amministrative a corte e che si dedica alla poesia per diletto. Le differenze politiche e sociali determinano alcune differenze tematiche: l’accento delle poesie cade sull’amore in quanto tale; la poesia siciliana è dunque più astratta e rarefatta di quella provenzale (che poneva l’accento sul rapporto tra il vassallo e la dama); e dunque più lontana dalla concretezza delle situazioni reali e della cronaca. La figura della donna è meno delineata, mentre spesso il centro lirico è costituito da una riflessione sulla natura e sugli effetti dell’amore.

Conseguenze

  • Da un lato si insiste sulla introspezione psicologica e sull’interiorità del poeta;
  • Dall’altro l’esperienza dell’amore diviene un’esperienza intellettuale, sottoposta a considerazioni d’ordine scientifico o accostata a momenti e aspetti materiali della vita animale e vegetale. Quest’ultimo aspetto dipende poi, in buona misura, dal gusto scientifico e naturalistico tipico della cultura laica prevalente alla corte sveva.

Progetto culturale di Federico II

Federico II è autore di alcuni testi; secondo una parte degli studiosi è il promotore della scuola. La produzione poetica è incentrata sul tema laico dell’amore e scritto in lingua volgare. In quel periodo entrambi questi temi rappresentavano un progetto culturale alternativo a quello della Chiesa. Secondo Roberto Antonelli, il programma di Federico era «volto a creare nella propria corte un centro di prestigio alternativo alla Chiesa romana, dunque pari o superiore a quello papale nello stile latino, nel diritto, nella filosofia, nelle scienze e nelle arti figurative»; inoltre la poesia della Scuola siciliana ha «una valenza inequivocabilmente “regia”, “italiana”».

Gli inizi della poesia della Scuola Siciliana vanno collocati probabilmente negli anni Venti del Duecento, «anche in ragione del fatto che Federico, dopo l’incoronazione imperiale nel 1220, soggiornò principalmente e in maniera più o meno continuativa in Sicilia e nell’Italia meridionale solo dal 1223 al 1232. Al 1228 circa risalirebbe Giamaì non mi conforto di Rinaldo d’Aquino» (Costanzo Di Girolamo).

«Appare perciò superata, in base all’insieme di queste considerazioni, l’ingegnosa ipotesi di Roncaglia che datava la nascita o piuttosto il concepimento della Scuola al marzo del 1232, quando i fratelli Ezzelino e Alberico da Romano, signori della Marca trevigiana, avrebbero donato all’imperatore, durante un suo soggiorno in Veneto, un codice trobadorico da cui il Notaro e altri funzionari-poeti avrebbero attinto la grammatica della nuova poesia nel giro di pochi mesi» (C. Di Girolamo).

Nel Nord Italia la lingua della poesia lirica è il provenzale, o meglio la lingua d’oc, usata sia da trovatori giunti dal Sud della Francia sia da poeti italiani (es. Sordello da Goito). La Scuola poetica siciliana rifiuta la lingua d’oc, lingua internazionale della poesia lirica, per fondare una propria autonoma tradizione, che però prende le mosse da quella trobadorica.

Giacomo da Lentini, Madonna, dir vo voglio

Madonna, dir vo voglio
como l’amor m’à priso,
inver’ lo grande orgoglio
che voi, bella, mostrate, e no m’aita.
Oi lasso, lo meo core,
che ’n tante pene è miso
che vive quando more
per bene amare, e teneselo a vita!

Questo testo è la traduzione di una canzone del trovatore Folchetto di Marsiglia. Apre il più grande manoscritto antologico di poesia duecentesca, il Vaticano Latino 3793. L’eredità della poesia occitanica è fondamentale; da lì deriva l’insieme di motivi e il sistema di valori che si riassumono nel cosiddetto «amor cortese». I poeti della scuola siciliana restringono ulteriormente il campo rispetto ai trovatori: la loro poesia è pressoché priva di riferimenti alla realtà e l’amore è spogliato di elementi contingenti e per così dire assolutizzato.

La scuola poetica siciliana restringe la poesia sostanzialmente al tema amoroso: spariscono i motivi politici e morali che caratterizzavano la lirica occitanica. Altro elemento fondamentale è il cosiddetto divorzio tra musica e poesia, invece strettamente legati nella produzione trobadorica. La lingua dei siciliani contemplava l’uso di un siciliano ‘illustre’, con provenzalismi e latinismi, ma a causa della toscanizzazione che avvenne da parte dei copisti, ci fu la sopravvivenza solo di poche testimonianze nella veste linguistica originaria.

Non è facile capire perché si utilizzasse la lingua siciliana, tanto più se si considera che Federico II, trascorsi a Palermo gli anni della fanciullezza, [...] non tornò quasi mai nell’isola. Tra le varie lingue che egli padroneggiava, parlava il volgare del sì con inflessione siciliana? È probabile, ma su questa base non si può costruire molto; di più vale la constatazione che è siciliano l’iniziatore della lirica sveva, Giacomo da Lentini» (Francesco Bruni). Fenomeno che deriva dalla differenza tra il sistema vocalico del siciliano e quello del toscano.

Le strutture metriche e retoriche della poesia siciliana si rifanno a quelle della poesia trobadorica, selezionandole però rigorosamente (escludendo le forme legate alla lotta politica o più ispirate alla cronaca poiché nel regime imperiale non concedeva quel clima di libertà tipico della Provenza o del Nord d’Italia). Le strutture metriche sono ridotte a tre forme principali:

  • La canzone (dalla canso provenzale) che diventa la forma metrica più illustre di poesia lirica. Essa costituisce lo schema metrico più rappresentativo della Scuola Siciliana ed era composta di endecasillabi alternati spesso a settenari.
  • La canzonetta ha una struttura narrativa dialogica e dunque presta di argomenti meno nobili ed elevati. Anche i versi sono più brevi e vivaci e un andamento più semplice e spontaneo.
  • Infine il sonetto, usato per la prima volta dal caposcuola dei siciliani Giacomo da Lentini. I quattordici versi che lo compongono sono sempre endecasillabi. Il sonetto è un componimento di meno impegno rispetto alla canzone e per questo può aprirsi anche alla realtà quotidiana. I temi trattati presso la scuola siciliana sono soprattutto: discorsivi, teorici, filosofici e morali ma anche scherzosi e amorosi.

Linguaggio

Data la sua natura raffinata e selettiva, la lirica siciliana si esprime in un linguaggio aulico ed elevato. Il volgare siciliano ne costituisce la base, seppure depurata attraverso il filtro della conoscenza del latino, del provenzale, e degli altri volgari italiani. Si tratta dunque di un volgare illustre e interregionale. Con la crisi rapida e improvvisa della civiltà siciliana seguita alla sconfitta di Benevento (1266), i canzonieri siciliani che raccoglievano la produzione di poesia della Scuola non furono più tramandati né ricopiati e quelli esistenti andarono perduti. Essi erano stati però ricopiati in Toscana da copisti che ne avevano alterato la lingua, volgendola dal siciliano al toscano.

La linea poetica toscana si considerava infatti erede di quella siciliana per altezza di temi e nobiltà d’intenti e per raffinatezza retorica, metrica e linguistica, assumendo e ritraducendo in Toscana i testi siciliani, si disegnava dunque una linea di continuità nella tradizione facendola culminare nello stilnovismo toscano e ci si appropriava di una esperienza letteraria, quella siciliana, lontana nel tempo e nello spazio, al punto da modificarne la struttura linguistica. Alla base di tale grande operazione culturale, che sancirà per secoli il predominio del modello toscano, c’è Dante, il quale nel De Vulgari eloquentia (l’eloquenza in lingua volgare) esprime la propria ammirazione per il linguaggio illustre dei Siciliani e per la gravità del loro stile, di fatto ponendo se stesso e i poeti dello Stil novo come i soli legittimi continuatori di quell’esperienza.

La rima siciliana

Rima: «L’identità della parte finale di due parole, a partire dalla vocale tonica compresa» (Pietro G. Beltrami); quindi avere : vedere; amore : dolore.

Rima siciliana: rima di e chiusa con i e di o chiusa con u, originata dalla toscanizzazione dei testi siciliani. Una rima perfetta in siciliano diventa imperfetta in toscano: questa imperfezione viene poi immessa nella poesia italiana. Es. siciliano vidiri : diri > toscano vedere : dire; siciliano usu : amurusu > toscano uso : amoroso.

Giacomo da Lentini è il caposcuola della scuola siciliana, autore del corpus più vasto, probabile inventore del sonetto.

Principali esponenti della scuola siciliana

  • Guido delle Colonne (registro alto)
  • Pier delle Vigne (registro alto)
  • Stefano Protonotaro (registro alto)
  • Rinaldo d’Aquino (anche registro ‘medio’)
  • Giacomino Pugliese (anche registro ‘medio’)
  • Cielo d’Alcamo (autore del famoso contrasto)

Giacomo Da Lentini viene considerato da Dante stesso come il massimo rappresentante dei siciliani ed è molto probabilmente l’inventore del sonetto. La sua attività come funzionario imperiale è ampiamente documentata e fu noto in Toscana come Notaro (così lo chiama Dante stesso nella Commedia). Sul piano della creazione delle immagini egli procede con analogie che rimandano al mondo sociale e a quello naturale e vegetale, con una scelta in cui si riflette la propensione dei Siciliani a una considerazione scientifica e naturalistica della realtà. A lui si deve la prima definizione dell'amore nella letteratura italiana: "Amor è uno desio che ven da core / per abondanza di gran piacimento". I temi più frequenti della sua lirica sono la contemplazione della bellezza, la creazione nel cuore di un'immagine della donna, verso la quale si indirizza il suo amore, il dono di sé fatto dall'innamorato all'amata.

Da Giacomo Da Lentini derivano due principali tendenze:

  • Una tragica, e cioè di meditazione amorosa e di elevato contenuto teorico e morale, in cui si distinguono i maggiori poeti siciliani dopo Giacomo, e cioè Guido delle Colonne e Stefano Protonotaro;
  • L’altra più narrativa e colloquiale, tendente alla canzonetta popolareggiante in cui si distinguono Rinaldo d’Aquino e Giacomo Pugliese.

Questa seconda linea ha poi diversi punti di contatto con una produzione che sembra giullaresca e quindi estranea alla Scuola siciliana vera e propria, di cui massima espressione è il Contrasto di Cielo d’Alcamo. Più scarna, ma notevolmente raffinata sul piano stilistico per la ricchezza di figure retoriche e per il sottile gioco analogico, è la produzione poetica di Guido delle Colonne, del quale sono pervenute cinque canzoni.

Eternato da Dante nell'Inferno (canto XIII) fu Pier della Vigna (circa 1190-1249), di Capua, strettissimo collaboratore di Federico II, caduto poi in disgrazia e morto suicida. Per lui l'attività poetica fu senza dubbio di importanza relativa, ma è interessante ricordare che egli fu tra gli interlocutori di Iacopo da Lentini nella disputa sull'amore che probabilmente diede inizio alla scuola siciliana e che era stata iniziata da Iacopo Mostacci, rimatore aulico, imitatore piuttosto passivo di correnti provenzali.

Amore è un desio che ven da core, Giacomo da Lentini

Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onnì cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.

Parafrasi: L'amore è un desiderio che proviene dal cuore per abbondanza di grande bellezza; e gli occhi in primo luogo generano l'amore, mentre il cuore lo alimenta. Può accadere talvolta che uno si innamori senza vedere l'oggetto del proprio sentimento, ma quell'amore che stringe con forza è quello che nasce dalla vista degli occhi: infatti gli occhi raffigurano al cuore la bontà e la cattiveria di ogni cosa che vedono, come essa è formata in modo naturale; e il cuore, che concepisce questo, immagina, e quel desiderio gli piace: e questo amore è quello che regna fra la gente.

Metro: sonetto con schema della rima ABAB, ABAB, ACD, ACD (una rima delle quartine si ripete nelle terzine, cosa inconsueta nello schema classico del sonetto). Lo schema riprende in parte quello dei sonetti di J. Mostacci e di Pier della Vigna, anche se le due risposte non sono "per le rime". La lingua presenta pochi residui del volgare siciliano ("zo", v. 12) e alcuni provenzalismi e latinismi, come "piacimento" (v. 2), "onni" (v. 10, da omnis), "bono e rio" (v. 10).

Jacopo Mostacci nel sonetto di apertura della "tenzone" proponeva un dubbio e chiedeva agli interlocutori di aiutarlo a dirimerlo, se cioè l'amore fosse dotato di una "sostanza" e costringa gli uomini ad amare, oppure, come lui pensava, sia solamente un "accidente" in base alla filosofia aristotelica. Propriamente si tratta quindi di un joc partit in cui il testo iniziale pone una questione sulla natura amorosa e suggerisce due diverse tesi da sostenere, anche se ignoriamo chi eventualmente sia stato chiamato a fare da giudice nella contesa e se altri, oltre a Giacomo e a Pier della Vigna, abbiano risposto. Giacomo da Lentini propende per la tesi sostenuta da Jacopo, ovvero che l'amore sia un "accidente" provocato nel cuore dell'uomo dalla bellezza della donna, una sorta di desiderio che procura piacere al cuore stesso. Pier della Vigna, al contrario, nella sua risposta sostiene che l'Amore sia una forza invisibile.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giadaa98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana dal 1200 al 1800 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Baldassarri Gabriele.
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