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Appunti di Scienza delle finanze, Primo parziale

La presente dispensa riporta con accuratezza i contenuti del corso di Scienza delle finanze relativi all'insegnamento della prof. Ambrosanio, conclusosi con alcune lezioni tenute dal prof. Rigamonti.

Costruita sulla base di un'assidua frequenza alle lezioni, tale dispensa si compone di una prima parte introduttiva, relativa ai concetti di base della materia, fondamentali per la comprensione... Vedi di più

Esame di Scienza delle finanze docente Prof. M. Ambrosiano

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Avendo notato nei grafici analizzati l'esistenza, almeno parziale, di una traslazione dell'onere

d'imposta, vogliamo ora analizzare l'ammontare di tale trasferimento, chiedendoci quanta parte

dell'imposta venga trasferita dal contribuente di diritto al contribuente di fatto.

[Si tenga presente, con riferimento alla direzione della traslazione che si parla di traslazione “in

avanti” se l'imposta è trasferita dai produttori ai consumatori, mentre si parla di traslazione

“all'indietro” se l'imposta è trasferita dai consumatori ai produttori].

Un primo modo, “formale”, per rispondere a tale quesito potrebbe essere l'utilizzo dell'indice di

traslazione, dato dalla formula: Tr = [(P – P )/t]*100

T E

Come ogni indice, tale indicatore varierebbe in una scala da 0 a 1, ma il moltiplicatore finale (*100)

lo rende in questo caso variabile su una scala percentuale da 0 a 100, dove si ha Tr = 0 se non c'è

alcun trasferimento d'imposta, mentre Tr = 100 nel caso tutta l'imposta venga trasferita dal

contribuente di diritto al contribuente di fatto.

Volendo però comprendere più a fondo il significato di tali situazione analizziamo graficamente tali

casi limite.

Ipotizziamo innanzitutto di voler porre un'accisa sui produttori in un mercato in cui la curva di

domanda sia perfettamente elastica (Grafico 4). L'introduzione di una simile imposta sposta

parallelamente verso l'alto la curva di offerta, di un ammontare pari all'accisa t.

Come prevedibile (in quanto già visto precedentemente) l'introduzione dell'imposta comporta una

riduzione delle quantità scambiate sul mercato (Q < Q ); tuttavia il prezzo pagato dai consumatori

T E

non varia (P = P ). Il prezzo incassato dai produttori (P , da leggersi sulla “vecchia” curva S, non

T E P

su S') evidenzia come l'accisa sui produttori ricada in questo caso interamente sui produttori stessi,

senza che vi sia alcun trasferimento, infatti i consumatori continuano a pagare P , mentre i

E

produttori incassano P = P – t.

P E

Con riferimento all'indice proposto in precedenza, poiché P = P risulta immediato come Tr = 0.

T E

Poniamo ora il caso opposto di un'accisa sui produttori con curva di domanda perfettamente rigida

(Grafico 5).

In tale situazione la quantità scambiata non varia in seguito all'introduzione dell'imposta (Q = Q ),

T E

per definizione del concetto di curva di domanda perfettamente rigida, ma varia il prezzo pagato dai

consumatori, su cui è interamente traslata l'imposta: P = P + t.

T E

Anche in questo caso, inserendo tale “formula” in quella dell'indice di traslazione è semplice

comprendere come si ottenga Tr = 100, effettivamente rappresentativo della massima traslazione

possibile d'imposta.

Se ne ricava come per rispondere al quesito relativo a quanta parte dell'imposta venga trasferita dai

contribuenti di diritto ai contribuenti di fatto sia rilevante l'elasticità della domanda

[Se ripetessimo esempi simili, variando però l'elasticità della curva di offerta, ci renderemmo conto

come anch'esse sia rilevante nella nostra indagine].

In linea generale si può affermare che la traslazione dell'imposta dai produttori ai consumatori

risulta tanto maggiore, quanto minore è l'elasticità della domanda.

Osservando infatti gli effetti di una stessa accisa sui produttori su due curve di domanda

diversamente elastiche (Grafico 6) si nota come una curva di domanda meno elastica (D ) comporta

2

una minor riduzione nelle quantità scambiate (Q < Q ), ma un maggior aumento del prezzo pagato

T T '

dai consumatori (P < P ) rispetto ad una curva di domanda più elastica (D ).

T T ' 1

Tali ragionamenti scaturiscono dal teorema di Dalton.

Passiamo ora a considerare un mercato, sempre di concorrenza perfetta, ma in cui siano applicate

imposte ad valorem (non più accise (imposte specifiche) come sin qui visto), e consideriamo

innanzitutto l'introduzione di un'imposta ad valorem di aliquota “t” sui consumatori (Grafico 7).

L'introduzione di una simile imposta modifica la curva di domanda (come normale trattandosi di

un'imposta sui consumatori), ma non più causandone uno spostamento parallelo: ciò avveniva con

le accise in quanto le stesse hanno importo fisso, predeterminato indipendentemente dal prezzo del

bene cui sono applicate, ma le imposte ad valorem si applicano invece come percentuale del prezzo

del bene cui sono applicate, e variano dunque nel loro importo al variare di tale prezzo. Poiché la

distanza verticale tra D e D' deve rappresentare l'imposta unitaria, ed essa aumenta all'aumentare del

prezzo (es. un conto è il 20% di 10€, un conto il 20% di 1'000€), si ha dunque una rotazione verso il

basso della curva D fino ad ottenere la curva D', ed il punto di rotazione è quello di prezzo nullo (in

tale punto infatti, la presenza o l'assenza dell'imposta non ha effetti).

Come nel caso dell'accisa, la quantità scambiata dopo l'introduzione dell'imposta diminuisce (Q <

T

Q ), il prezzo pagato dai consumatori aumenta (P > P , dove P è da leggere sulla curva D)*, ed il

E T E T

prezzo incassato dai produttori diminuisce (P < P , dove P è da leggere sulla curva D')*.

P E P

*[Come già visto nel grafici precedenti, la disponibilità dei consumatori a pagare si continua a

leggere sulla curva D, mentre la curva D' serve ad identificare il nuovo ricavo medio dei produttori,

ossia il prezzo da loro incassato conseguentemente all'introduzione dell'imposta].

Poiché gli effetti dell'introduzione dell'imposta ad valorem considerata sono apparentemente gli

stessi dell'introduzione di un'accisa viene da chiedersi se, a parità di gettito, esse producano o meno

gli stessi effetti, e dunque, in altre parole, se sia o meno rilevante la forma assunta dall'imposta.

Posto che per poter dire che le due imposte hanno gli stessi effetti economici devono verificarsi

esattamente lo stesso effetto (anche in termini di ammontare non solo di “direzione”) sui prezzi e

sulle quantità (se entrambe le imposte portassero ad esempio ad una riduzione delle quantità, ma di

differente ammontare si parlerebbe infatti solo di effetti che vanno nella stessa direzione, non di

stessi effetti), nel caso considerato dal Grafico 7, il gettito (definito come prodotto tra l'aliquota e la

base imponibile) dell'imposta ad valorem risulta: G = t*P *Q , dove t*P è l'imposta unitaria nel

T T T

punto di nuovo equilibrio P, ossia la distanza verticale tra D e D' in tale punto, e dunque l'altezza del

rettangolo di base Q la cui area, evidenziata nel grafico, rappresenta il gettito.

T

[N.B.: Nel grafico sono evidenziate con colori differenti l'aera corrispondente alla parte di gettito

pagata dai consumatori (in blu) e l'area corrispondente alla parte di gettito pagata dai produttori (in

verde); la somma delle due aree corrisponde al gettito complessivo dell'imposta].

Dato tale gettito, identifichiamo un'accisa di pari gettito, e valutiamone gli effetti in rapporto a

quelli dell'imposta ad valorem considerata (Grafico 8) (studio d'incidenza differenziale).

Per dare un gettito pari a quello dell'imposta ad valorem, l'accisa dev'essere rappresentata da una

curva che passi per il punto T, e tale curva, in quanto rappresentativa di un'accisa, sarà parallela alla

curva D; si identifica dunque la curva D , la cui distanza t dalla curva D rappresenta l'ammontare

2 1

unitario dell'accisa (mentre l'ammontare unitario dell'imposta ad valorem nel punto T rimane, come

detto precedentemente, t*P ).

T

Come evidente dal grafico, gli effetti di tale accisa sono esattamente identici a quelli dell'imposta ad

valorem (stessa riduzione di quantità scambiate, stesso aumento del prezzo pagato dai consumatori,

e stessa diminuzione del prezzo incassato dai produttori), dunque in concorrenza perfetta non solo

non è rilevante il soggetto percosso, ma nemmeno rileva la forma dell'imposta, perchè a parità di

gettito producono gli stessi effetti economici.

Abbandonando l'assetto di concorrenza perfetta, si arriverebbe agli stessi risultati sin qui visti?

Per rispondere a tale domanda, prendiamo in considerazione la forma di mercato opposta a quella di

concorrenza perfetta, ossia il monopolio.

Come fatto in precedenza approcciando la concorrenza perfetta, dobbiamo innanzitutto ora definire

la condizione di equilibrio in monopolio; va dunque detto che il monopolista produce fino alla

quantità per cui il ricavo marginale coincide con il costo marginale (R = C ).

Mg Mg

[Tale condizione vale anche in concorrenza perfetta, ma con la particolarità che in tal caso il ricavo

marginale coincide anche con il ricavo medio, e dunque con il prezzo (R = R = P = C )].

Mg Me Mg

In tale punto d'equilibrio, vale la formula: ε

R = C = P (1 – 1/ )

Mg Mg

ε

dove è l'elasticità della curva di domanda in valore assoluto.

Come mostrato dal Grafico 9, ∆P dipende dunque dalla relazione tra prezzo P e ricavo marginale

R , dove tale relazione dipende a sua volta dalla forma della funzione di domanda (che noi

Mg

assumiamo essere sia lineare, ma solo a fini di semplificazione).

Posto quindi che un aspetto da tenere in considerazione per valutare gli effetti delle imposte in

monopolio è la forma della funzione di domanda, un altro aspetto da tenere in considerazione è il

regime dei costi di produzione, che può essere:

• Regime di costi crescenti

[Il costo medio cresce al crescere della quantità prodotta]

• Regime di costi decrescenti

[Il costo unitario di produzione diminuisce al crescere della quantità prodotta]

• Regime di costi costanti

[Il costo unitario di produzione non varia al variare della quantità prodotta]

Considerando un normale* regime di costi crescenti (come fatto nel Grafico 9) si può concludere

che i risultati ottenuti in monopolio rispetto all'incidenza delle imposte sono del tutto simili a quelli

ottenuti in concorrenza perfetta (rilevano quindi le elasticità di domanda ed offerta).

*[Il regime di costi crescenti è definito normale poiché nella realtà pratica, nella quasi totalità dei

casi i costo medio cresce al crescere della quantità prodotta].

Non si può dire altrettanto provando invece ad immaginare un mondo di costi costanti. Se infatti in

concorrenza perfetta il risultato associato a costi costanti (ossia ad una curva di offerta

perfettamente elastica) è una traslazione in avanti del 100% dell'imposta sui consumatori (l'imposta

grava quindi interamente sui consumatori), come mostrato dal Grafico 10, lo stesso risultato non

vale in regime di monopolio.

Consideriamo, per dimostrarlo, un'accisa sulla produzione. La condizione d'equilibrio del

monopolista dopo l'introduzione dell'imposta risulta essere:

ε

R = P (1 – 1/ ) = C + t

Mg Mg

Ipotizzando (come detto sopra, per semplicità) che la curva di domanda sia lineare, ed abbia la

forma Q = a – bP, si ottiene: R = P (2 – a/bP)

Mg

[I passaggi intermedi tra le formule “Q = a – bP” e “R = P (2 – a/bP)”, disponibili nella traccia

Mg

della lezione caricata su BlackBoard, derivano dal fatto che il ricavo marginale è definibile come la

misura dell'aumento del ricavo totale all'aumentare della quantità prodotta, ed è dunque calcolabile

come il rapporto tra la derivata del ricavo totale e la derivata della quantità prodotta: R = ∂RT/∂Q]

Mg

Per quanto scritto in precedenza, quanto ottenuto implica:

C + t = P (2 – a/bP)

Mg

Ricavando P da tale uguaglianza si ottiene:

P = ½ (C + t + a/b)

Mg

Con una curva di costo costante ed una funzione di domanda lineare, dunque:

∂P/∂t = ½ → ∂P = ½ ∂t

L'imposta grava quindi per il 50% sul monopolista, e per il 50% sui consumatori; risultato ben

lontano dall'intero gravare dell'imposta sui consumatori visto per l'ipotesi in analisi (costi costanti)

in concorrenza perfetta.

L'indice di traslazione, in questo caso, non è dunque del 100%, ma solo del 50%.

Nel particolare regime di costi decrescenti si può infine dimostrare che in monopolio l'indice di

traslazione dell'imposta sui consumatori sia superiore al 100%, in quanto il prezzo di mercato per i

consumatori aumenta più dell'ammontare dell'imposta; non ci soffermiamo tuttavia su tale

dimostrazione.

Si tenga semplicemente presente che la ragione intuitiva che spiega questo risultato sta nel fatto che

che un'imposta, a livello generale, comporta sempre una riduzione del mercato, ossia una

contrazione delle quantità scambiate sul mercato; nel caso di curva di costo decrescente, vendere

meno significa per il monopolista un aumento del costo medio di produzione, dunque il egli scarica

sui consumatori non solo l'imposta, ma anche l'aumento di costo a cui va incontro a causa della

riduzione delle dimensioni del mercato dovuta all'imposta.

Visto sin qui come in monopolio il grado di traslazione delle imposte non coincida con quello in

precedenza rilevato per il regime di concorrenza perfetta a parità di condizioni (forma della

funzione di domanda e regime di costi di produzione), ci chiediamo ora se in monopolio la forma

assunta dalle imposte sia o meno rilevante.

[Si ricordi che in concorrenza perfetta la forma delle imposte non rileva, così come è irrilevante chi

sia il contribuente di diritto].

La risposta a tale interrogativo è che, a differenza che in concorrenza perfetta, in monopolio la

forma dell'imposta è rilevante, poiché a parità di gettito un'accisa ed un'imposta ad valorem non

producono gli stessi effetti economici.

Consideriamo per dimostrarlo un'imposta specifica (accisa):

R = C + t

Mg Mg

R – t = C

Mg Mg

[N.B.: Le due formule, matematicamente identiche, si distinguono solo formalmente in quanto

rispecchiano rispettivamente un'accisa sui produttori, ed un'accisa sui consumatori]

Come già visto, “parità di effetti economici” significa che le imposte considerate producono gli

stessi identici effetti sulla quantità e sul prezzo, determinando lo stesso prezzo P e la stessa quantità

Q nell'equilibrio post introduzione dell'imposta.

Ricordato ciò, sviluppando il ragionamento procedendo in modo inverso rispetto a quanto fatto

analizzando la rilevanza della forma delle imposte in concorrenza perfetta.

In tal caso si era infatti posto che le imposte avessero lo stesso gettito, andando poi a vedere se

producessero anche gli stessi effetti economici; ipotizziamo invece ora che (in monopolio)

un'imposta specifica ed un'imposta ad valorem producano gli stessi effetti economici, proponendoci

di capire se da ciò derivi o meno lo stesso gettito: in caso di risposta affermativa la forma

dell'imposta non sarà rilevante; in caso contrario invece, ossia nel caso in cui le imposte non dessero

lo stesso gettito, la forma dell'imposta risulterà rilevante.

Come detto alcune righe fa, se due imposte producono gli stessi effetti economici, esse determinano

lo stesso prezzo P d'equilibrio post-imposta; da ciò deriva che nei due casi (accisa ed imposta ad

valorm), sarà anche uguale il ricavo marginale R , dunque:

Mg

R – t = R (1 – t*)

Mg Mg

dove t è la misura dell'accisa, e t* è la misura dell'imposta ad valorem.

Da tale uguaglianza si ottiene: t = (t*)(R )

Mg

che indica il rapporto tra le aliquote che assicura la parità di effetti economici (tale è infatti la nostra

ipotesi di partenza).

Poichè, come indicato dal Grafico 9, la curva del ricavo marginale giace al di sotto della curva del

ricavo medio (prezzo) t è minore di t*P: t = (t*)(R ) < t*P

Mg

Dato che il gettito dell'accisa è tQ, ed il gettito dell'imposta ad valorem è t*PQ, per quanto appena

detto (t < t*P), a parità di effetti economici l'imposta ad valorem porta più gettito.

Come accennato, dunque, in monopolio la forma delle imposte non è irrilevante.

Posto che non andiamo oltre nell'analisi di monopolio ed incidenza delle imposte, né trattiamo

l'incidenza nelle altre forme di mercato, in quanto la questione si farebbe troppo complessa, ed

anche i risultati ottenibili non sono così chiari come nelle forme estreme, ritorniamo ad esaminare

gli effetti economici delle imposte.

Un elemento che abbiamo visto essere rilevante sia in concorrenza perfetta che in monopolio è

l'elasticità della domanda e dell'offerta in relazione alla traslazione delle imposte; cerchiamo dunque

di approfondire tale concetto.

Le imposte producono due generi di effetti.

• Effetto di reddito

L'effetto di reddito è prodotto da tutte le imposte, nessuna esclusa, e comporta molto

semplicemente che i cittadini diventino più poveri in relazione al pagamento delle imposte,

qualunque forma essa assumano.

• Effetto di sostituzione

L'effetto di sostituzione, cui si è inconsapevolmente già accennato in precedenza, fa

riferimento al tentativo dei contribuenti di non pagare o pagare meno possibile le imposte,

acquistando beni diversi, dunque quelli non tassati, o quelli meno tassati.

Le imposti modificano infatti i prezzi relativi del beni tassati e non tassati (o tassati di più e

tassati di meno), conseguentemente i contribuenti modificano i propri comportamenti per

evitare o ridurre le imposte da pagare.

Salvo casi particolari, c'è una sola imposta che non produce effetto di sostituzione, ossia

l'imposta in somma fissa, o capitaria (Lump Sum Tax).

L'effetto di sostituzione è la causa del fatto che le imposte siano distorsive, e causa quel fenomeno

comunemente chiamato eccesso di pressione che andremo ora ad indagare con il Grafico 11.

[La catena causale, ripetiamo, è la seguente: le imposte modificano i prezzi relativi dei beni; questo

genera un effetto di sostituzione dovuto alla reazione dei contribuenti; l'effetto di sostituzione

produce l'eccesso di pressione]

Assumiamo per semplicità del grafico un regime di costi costanti*, e consideriamo gli effetti

dell'introduzione di un'imposta specifica (accisa).

*[N.B.: Si tratta di una semplificazione avente puramente fini di chiarezza grafica; si consiglia

quindi, anche ai fini dell'esame, di replicare tale grafico anche nell'ipotesi di costi non costanti].

L'eccesso di pressione è quella parte di minore rendita del consumatore che non si trasforma in

gettito per lo Stato, e corrisponde nel Grafico 11 all'area evidenziata in verde.

Posto che il commento al grafico riprende i concetti di microeconomia utili a definire la rendita del

consumatore prima e dopo l'imposta, a quanto è grande l'eccesso di pressione? e da cosa dipende?

e

Indicato con l'eccesso di pressione, come già detto esso corrisponde nel Grafico 11 all'area TDE

evidenziata in verde, che per brevità chiameremo area A.

Si ha dunque: e = A = (∆P ∆Q)/2 = (t∆Q)/2

Abbiamo dunque identificato l'ammontare dell'eccesso di pressione.

ε

Per capire da cosa dipende, indichiamo invece con l'elasticità della domanda al prezzo. Essa è

data dal rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata e la variazione percentuale

del prezzo, dunque: ε = (∆Q/Q)/(∆P/P)

Ricavando ∆Q da tale formula e sostituendolo (tali passaggi sono disponibili su BlackBoard nella

traccia della lezione) nell'espressione di cui sopra (e = … ) si scopre che:

• L'eccesso di pressione è funzione positiva dell'aliquota d'imposta (funzione quadratica per la

precisione), dunque esso (eccesso di pressione) aumenta più che proporzionalmente

all'aumentare dell'aliquota d'imposta. ε

• L'eccesso di pressione è funzione positiva dell'elasticità della domanda, ossia aumenta al

suo aumentare, perchè maggiore è l'elasticità, maggiore è la reazione del consumatore

all'aumento del prezzo, dunque maggiore è l'effetto di sostituzione e di conseguenza

l'eccesso di pressione.

[Se l'elasticità della domanda fosse nulla infatti, come indicato dal Grafico 12 (in cui la

domanda è perfettamente rigida), non ci sarebbe effetto di sostituzione, e l'eccesso di

ε

pressione sarebbe di conseguenza nullo ( = 0 → e = 0)].

Come visto trattando le caratteristiche desiderabili di un ordinamento, è più efficiente un'imposta

che produce un piccolo effetto di sostituzione rispetto ad un'imposta che produce un grande effetto

di sostituzione (sarebbe infatti massimamente efficiente un'imposta che non provocasse reazione da

parte dei consumatori), dunque in base all'ultima osservazione fatta sarebbe ragionevole tassare, o

tassare maggiormente i beni a domanda meno elastica, che sono i beni di prima necessità, poiché

ciò produrrebbe un minor effetto di sostituzione, e dunque un minor eccesso di pressione.

E' però sufficiente osservare come sono applicate le 3 aliquote IVA (normale, ridotta, e super-

ridotta) per capire come nel nostro ordinamento accada esattamente il contrario: ai generi

alimentari, eccetto quelli di lusso (es. aragoste, ecc.) sono di norma applicate le aliquote più basse,

anzi che le più alte!

Questo perché tra le caratteristiche desiderabili di un ordinamento c'è anche l'equità, e come già

detto equità ed efficienza sono tra loro in contrasto. Sarebbe infatti più efficiente tassare i beni a

domanda più rigida, ma siccome essi sono i beni di più largo consumo, che assorbono quote

rilevanti del reddito anche del contribuenti meno abbienti, nonostante l'efficienza lo sconsigli, per

equità si ad essi applicano le aliquote più basse ai generi di più largo consumo.

Tale risultato si può dimostrare in termini analitici attraverso quella che nei manuali è chiamata

regola di Ramesy per la tassazione.

Le imposte sui redditi degli individui – L'IRPEF

Introduzione e caratteristiche dell'imposta

In Italia l'imposta sul reddito delle persone fisiche è l'IRPEF (o IRE, come avrebbe dovuto

chiamarsi in seguito ad una riforma che, sostanzialmente, non c'è mai stata), introdotta nel nostro

Paese il 1/01/1974, in seguito alla riforma tributaria del '73/'74. Essa è caratterizzata da un gettito

molto notevole, data anche la vasta platea di contribuenti, e si può dire altrettanto anche per le

imposte sul reddito delle persone fisiche di tutti gli altri Paesi europei.

Oltre all'Italia, infatti, anche tutti gli altri Paesi europei hanno all'interno del loro ordinamento una

grande imposta sul reddito, e ciò si spiega, oltre che per il gettito elevato di tale imposta, anche per

altre due sue caratteristiche:

• E' un'imposta progressiva, ossia, l'imposta da pagare, dunque il debito d'imposta, aumenta

più che proporzionalmente all'aumentare del reddito.

Ciò dà luogo a due riflessioni:

◦ Poichè si tratta di un'imposta contemporaneamente progressiva e personale, essa opera

una discriminazione quantitativa dei redditi, suddividendoli infatti in scaglioni (si ricordi

che le imposte reali operano invece una discriminazione qualitativa (es. reddito di

capitale, fondiario, ecc.)).

◦ In quanto progressiva, l'IRPEF è un'imposta flessibile.

Ricordando come abbiamo definito la flessibilità tra le caratteristiche desiderabili di un

ordinamento tributario, va detto che un'imposta è flessibile quando si adatta

autonomamente al modificarsi dello scenario economico. L'imposta progressiva, in

effetti, fa da stabilizzatore automatico poiché in fasi di crescita, in cui i redditi

aumentano, il debito d'imposta aumenta in modo più che proporzionale, frenando di

conseguenza la crescita, mentre in periodi di depressione i redditi diminuiscono, ma il

debito d'imposta diminuisce più che proporzionalmente, con conseguente effetto di

rallentamento e stabilizzazione della recessione.

• Ha una funzione redistributiva

In realtà la funzione redistributiva dell'IRPEF è molto dubbia, ed andrebbe comunque vista

nell'ambito dell'intero ordinamento, non della singola imposta, ma non ci soffermiamo su

questo. Presupposto e principi di tassazione

Il presupposto dell'imposta è il possesso di redditi, in denaro o in natura, e da qualsiasi fonte

provenienti, da parte dei soggetti passivi, che sono classificabili in due categorie:

• Soggetti residenti, che sono soggetti passivi per tutti i redditi, ovunque prodotti

• Non residenti, che sono soggetti passivi solo per i redditi prodotti in Italia

Due sono quindi i principi di tassazione: il principio della residenza (del percettore del reddito), che

fa riferimento alla prima categoria di soggetti passivi, secondo il quale un Paese tassa i redditi dei

suoi residenti ovunque questi redditi siano stati prodotti; ed il principio della fonte (dove per fonte

si intende il Paese fonte del reddito, all'interno del quale il reddito viene prodotto), secondo il quale

un Paese tassa tutti i redditi prodotti al proprio interno, sia dai residenti che dai non residenti.

Dal momento che l'Italia non è l'unico Paese ad applicare congiuntamente questi due principi,

sussistono problemi di doppia tassazione. Per la tassazione degli individui il problema è risolto

abbastanza facilmente con le convenzioni bilaterali contro le forme di doppia imposizione (secondo

il Modello OCSE / OECD); per quanto riguarda la tassazione societaria, invece, si rimanda alla

trattazione della tassazione delle multinazionali, che affronteremo più avanti.

Base imponibile: dal problema di definizione del reddito al reddito complessivo

Dal presupposto, dall'evento che deve verificarsi affinché scatti l'obbligazione al pagamento del

tributo, dobbiamo ora passare alla base imponibile.

La problematica fondamentale nella definizione della base imponibile sta nella difficoltà insita nella

definizione di reddito, problema di cui gli economisti di occupavano già a fine 1800 / inizio 1900.

Dal dibattito da allora sviluppatosi sono emerse almeno tre “definizioni” di reddito, ciascuna delle

quali corrisponde ad una visione del mondo e della vita degli individui molto diversa:

• Reddito-entrata (o reddito omnicomprensivo)

La logica alla base della definizione di reddito entrata collega capacità contributiva e

benessere: secondo tale visione qualunque cosa entri nella disponibilità di un soggetto, ne

accresce il potere economico, quindi il livello di benessere, e dunque la sua capacità di

pagare le imposte.

In tale visione del reddito, la base imponibile è dunque indicata dal consumo potenziale del

contribuente.

• Reddito prodotto

La concezione di reddito-prodotto risponde ad una logica totalmente diversa da quella di

reddito-entrata o reddito-consumo, che è quella di partecipazione al processo produttivo. In

tale ottica dovrebbero essere sottoposti a tassazione tutti i redditi che derivano dalla

partecipazione dell'individuo al processo produttivo dei beni e dei servizi (salari, profitti,

interessi, e rendite).

• Reddito-consumo (o reddito-spesa)

Nell'ottica del reddito-spesa si vuole tassare il consumo effettivo, ossia quella parte del

reddito effettivamente destinato al consumo. Ciò si contrappone notevolmente al reddito-

entrata, che tassa invece le potenzialità di consumo dell'individuo, dunque non il consumo

effettivo, ma il consumo potenziale.

Il reddito effettivo è anche un'interpretazione di reddito in senso psicologico, in quanto

l'individuo trae benessere ed utilità dall'utilizzo effettivo del reddito, non tanto dal suo mero

possesso.

Per capire quale tra queste definizioni potrebbe essere la migliore per la definizione della base

imponibile, e per quali ragioni, proviamo ad approfondire la questione, partendo da un'identità

contabile valida per qualunque individuo, che mette in relazione usi e fonti del reddito:

W + CAP + CG + VDE + AE = C + ∆R

dove:

• W= Salari

• CAP = Redditi da capitale (dunque profitti, interessi, rendite, ecc.)

• CG = Gapital Gains, ossia guadagni di capitale (non redditi!)

• VDE = Vincite, donazioni, ed eredità (cosiddetti guadagni portati dal vento)

• AE = Altre entrate (es. redditi in natura)

• C = Consumo effettivo

• ∆R = Variazione dello stock di ricchezza

Per quanto precedentemente detto con riferimento a ciascuna categoria di reddito, non risulta

complesso ricavare dall'identità proposta le formule delle tre categorie di reddito in analisi, che

risultano essere: Reddito entrata

RE = W + CAP + CG + VDE + AE = C + ∆R

[da cui, C = RE - ∆R]

Reddito prodotto

RP = W + CAP

Reddito consumo / reddito spesa

RC / RS = C = RE - ∆R

[Sfruttando la relazione ricavata dalla prima formula]

Partendo da un simile punto di vista matematico, il reddito-entrata (RE) risulta essere la definizione

di reddito migliore in termini di equità, in quanto essa, coincidendo con l'identità proposta all'inizio,

comprende qualsiasi elemento anche solo potenzialmente indicativo di reddito, e dunque nessun

individuo che riceva redditi non sottoposti a tassazione risulta da ciò avvantaggiato (proprio perchè

non ci sono redditi non sottoposti a tassazione).

L'equità, come visto in passato, non è tuttavia l'unica caratteristica desiderabile di un ordinamento

tributario, ed è necessario dunque valutare se il reddito-entrato sia anche adeguato sotto gli altri

punti di vista, oltre che equo.

Purtroppo è sufficiente valutarne la semplicità amministrativa per capire come la risposta sia

negativa; a livello di applicabilità pratica, infatti, non è affatto facile definire la base imponibile

calcolata come reddito-entrata per qualunque individuo!

Si pensi ad esempio ai capital gains (CG): essi possono essere tassati al realizzo, quando ne è noto

l'ammontare (es. ho venduto un asset ed ho realizzato un guadagno in conto capitale di ammontare

noto), oppure alla maturazione, come richiede il concetto di reddito-entrata in quanto reddito

potenziale, ma risultano in tal caso estremamente complessi valutare, e quindi tassare, in particolare

con riferimento ad elementi quali le azioni non quotate, o asset privi di valutazione di riferimento

(per le azioni quotate, infatti, è sempre possibile, osservando la quotazione di borsa, sapere quanto

si sta potenzialmente guadagnando o perdendo, ma così non è per molti altri asset non quotati).

Discorso analogo vale per le cosiddette altre entrate (AE), poiché in esse rientrano anche forme non

monetarie di reddito, ossia redditi in natura. Essi si distinguono in forme non monetarie che “non

passano” per il mercato, quali le forme di autoconsumo (es. l'agricoltore che destina a consumo

privato una parte di ciò che normalmente produce per vendere), o di “fai da te”, che andrebbero

trasformate in forme monetarie per poter essere sommate agli altri redditi, tramite meccanismi

eccessivamente complessi, e forme non monetarie che “passano” per il mercato, quali i fringe

benefits (es. auto aziendale, cellulare di servizio, buoni pasto, buoni carburante), meno difficili da

valutare, ma per cui si pone un altrettanto ostico problema relativo alle modalità di tassazione.

Nessun ordinamento tributario utilizza dunque la nozione di reddito entrata (per lo meno nella sua

formulazione sin qui vista) nella definizione della base imponibile dell'imposta sul reddito delle

persone fisiche, poiché per quanto ottima in termini di equità presenta rilevanti problemi

d'applicabilità pratica.

Compresi i limiti del reddito-entrata, proviamo a capire quali vantaggi o svantaggi presenta invece

il la definizione di reddito-consumo (o reddito-spesa).

Da un punto di vista applicativo non è facile tassare il consumo di ogni individuo, poiché per

stabilire quanto ciascuno spende del proprio reddito sarebbe necessario alternativamente che i

consumatori conservassero gli scontrini di tutte le loro transazioni (ipotesi molto scomoda, e

teoricamente possibile, ma solo in un mondo di onesti), oppure che ogni transazione passasse su

conti registrati (ipotesi molto complessa in termini di applicazione pratica. Dal lato della semplicità

amministrativa, dunque, il reddito-consumo risulta quasi meno adatto del reddito-entrata.

Guardando all'efficienza, tuttavia, il reddito-consumo risulta migliore del reddito-entrata, ed anche

del reddito-prodotto; tali definizioni di reddito (reddito-entrata e reddito-prodotto), infatti, portano

secondo la letteratura al fenomeno chiamato doppia tassazione del risparmio. Se ci si pone in

un'ottica pluri-periodale, infatti, il risparmio risulta in tali casi tassato una prima volta quando

prodotto, ed una seconda volta quando ne maturano i frutti, con conseguente disincentivo al

risparmio (sintomo di inefficienza). Al contrario, nell'ottica della definizione di reddito consumo,

essendo tassato solo quanto effettivamente consumato, è il consumo ad essere disincentivato, con

conseguente incentivo al risparmio. Ne risulta la garanzia che nel ciclo vitale di un individuo le

imposte pagate siano indipendenti dagli utilizzi del reddito (ossia dalla scelte di consumo e di

risparmio).

Per dimostrare matematicamente quanto detto riprendiamo il vincolo di bilancio inter-temporale di

un individuo noto dalla microeconomia, in cui si considera un individuo che vive due periodi, e non

riceve né lascia eredità, ed in cui:

• C= Consumo

• Y = Reddito

• S = Risparmio

• r = tasso d'interesse

[Utilizzato sia per il calcolo del rendimento del risparmio che per l'attualizzazione]

Posto che 1 e 2 sono i periodi di vita dell'individuo, si ha:

C = Y – S

1 1

C = Y + rS + S = Y + S(1+r)

2 2 2

Il valore attuale del consumo è dunque uguale al valore attuale del reddito (perchè tra il periodo 1

ed il periodo 2 tutto il reddito viene destinato al cunsimo). Matematicamente ciò si esprime con la

formula: C + C /(1+r) = Y + Y /(1+r)

1 2 1 2

Fatte tali premesse, consideriamo un'imposta T d'aliquota t applicata su una base imponibile definita

come reddito-entrata. Si ha quanto segue: T = tY

1 1

T = t(Y + rS)

2 2

Il valore attuale delle imposte risulta essere:

T + T /(1+r) = tY + t[Y /(1+r) + rS/(1+r)]

1 2 1 2

Il valore attuale delle imposte è dunque correlato positivamente all'ammontare di risparmio: più alto

è il risparmio (S), più alti sono gli interessi sullo stesso (rS), maggiore sarà il valore attuale delle

imposte.

Consideriamo invece un'analoga imposta, sempre d'aliquota t, applicata però ad una base imponibile

definita come reddito-consumo (o reddito-spesa). Si avrà:

T = tC = t(Y – S)

1 1 1

T = t(Y + S + rS)

2 2

Il valore attuale delle imposte risulta essere:

T + T /(1+r) = t(Y – S) + [t/(1+r)](Y +S+rS)

1 2 1 2

Da cui si ottiene: T + T /(1+r) = t[Y + Y /(1+r)]

1 2 1 2

Il tal caso, come sopra argomentato, il valore attuale delle imposte è indipendente dalle scelte di

risparmio, e sembrerebbe dunque che la tassazione del reddito-spesa sia più efficiente del reddito

entrata.

In realtà anch'essa produce delle distorsioni, e quindi delle inefficienze, per esempio se si considera

la scelta tra consumo e tempo libero, ma di questo ci occuperemo più avanti.

Ciò che rileva, tuttavia, è che l'argomentazione a favore del reddito-consumo per cui esso non

sottopone il risparmio a doppia tassazione è insufficiente a giustificarne l'iniquità (non tutti i redditi

possibili rientrano infatti nella nozione di reddito-consumo, come facilmente evidenziabile dal

confronto tra la formula dell'RS e l'identità contabile introdotta per sviluppare la trattazione, dunque

alcuni percettori di redditi esclusi ne trarrebbero vantaggio) e le difficoltà di applicazione.

E' evidente dunque come nessuna delle tre definizioni di reddito analizzate sia priva di difetti e

dunque applicabile esattamente così come definita per il calcolo della base imponibile dell'imposta

sui redditi delle persone fisiche, e nello specifico dell'IRPEF.

Dal momento che la definizione del presupposto dell'IRPEF (“il possesso di redditi in denaro o in

natura, da qualsiasi fonte derivanti, ecc.”) sembra coincidere con la definizione di reddito-entrata, il

legislatore ha deciso di assumere tale definizione di reddito come base, apportandone però delle

modifiche in termini di previsione di considerazioni di incentivo (es. accordare particolari

trattamenti a particolari categorie di redditi, quali quelli destinati a fini previdenziali), e di equità

(deduzioni e detrazioni). Sempre su indicazione del legislatore, inoltre, la base imponibile

dell'IRPEF è definita come somma di una serie di redditi, senza che vi sia una definizione unitaria

di base imponibile.

Le categorie di reddito indicate dal legislatore sono:

• Redditi fondiari

• Redditi di capitale

• Redditi di lavoro

◦ Di lavoro subordinato

◦ Di lavoro autonomo

◦ Assimilati (pensioni, fondamentalmente)

• Redditi d'impresa

• Redditi diversi

Vediamo di seguito molto velocemente, prima di riprendere il discorso relativo alla definizione del

reddito complessivo, le problematiche relative ad ognuna di queste categorie.

I redditi fondiari derivano da terreni e fabbricati; il problema ad essi legato deriva dal fatto che essi

non sono redditi effettivi, ma redditi normali, che fanno riferimento a redditi potenziali ottenibili da

contribuenti con capacità medie, in circostanze ordinarie. Ciò significa che ad essere tassato è un

reddito normale predeterminato indipendentemente dall'ammontare del reddito effettivo, con

conseguente esenzione, di fatto, di tutto quanto a livello effettivo “stesse sopra” il reddito normale.

Ciò può essere letto in chiave positiva se interpretato come incentivo all'attività imprenditoriale,

poiché chi, impegnandosi, riesce ad ottenere un reddito effettivo più alto del reddito normale non

paga le imposte sull'eccedenza, tuttavia nel nostro ordinamento l'utilizzo di redditi normali è visto di

generalmente di cattivo occhio, soprattutto poiché essi stanno alla base di quello strumento di

accertamento che sono gli studi di settore, introdotti nel 1993. Tali strumenti individuano attraverso

regole statistico matematiche, un reddito medio ordinario per ciascun settore di attività, tenendo

conto oltre che del settore stesso anche di fattori terzi, quali la collocazione geografica; ciò

avvantaggia lo Stato in termini di maggior certezza delle entrate, ma richiede un forte investimento

iniziale, ed aggiornamento periodico. Ad oggi nel nostro Paese è la SOSE SpA ad occuparsi degli

studi di settore, ed in questo momento tale società sta anche realizzando il calcolo del fabbisogno di

spesa standard di Regioni e Comuni. A calcolare il reddito normale alla base degli studi di settore

non è dunque un'autorità indipendente, poiché al processo partecipano attivamente i soggetti

coinvolti.

I redditi di capitale sono qui redditi proventi derivanti dall'impiego di capitale.

Essi sono quasi sempre esclusi dalla base imponibile dell'IRPEF, in quanto soggetti ad imposte

sostitutive (dell'IRPEF, appunto), e non ci occupiamo per questo di essi in modo approfondito in

questa sede; li analizzeremo invece approfonditamente quando ci occuperemo di attività finanziarie.

[Si tenga tuttavia sin d'ora presente che rientrano nei redditi di capitale i redditi derivanti da rapporti

per i quale c'è certezza dell'an e del quantum, oppure incertezza solo sul quantum; i redditi derivanti

da rapporti per cui si ha incertezza sull'an sono invece da catalogarsi tra i redditi diversi].

I redditi da lavoro autonomo, dipendente, ed assimilati differiscono nella determinazione della base

imponibile dell'IRPEF poiché i redditi da lavoro dipendente ed assimilati sono calcolati al lordo,

mentre i redditi da lavoro autonomo sono calcolati al netto delle spese di produzione del reddito.

Ciò introduce margini elevati di discrezionalità, sui quali il legislatore è anche intervenuto, seppur

con successo solo marginale; si tratta dunque dei redditi di più difficile accertamento.

I redditi d'impresa sono una parte sostanziosa di questo corso, ma li tratteremo in seguito parlando

della tassazione delle imprese; non ci occupiamo dunque di essi in questa sede.

I redditi diversi, infine, altro non sono che un “calderone” che raccoglie tutti i redditi non includibili

in nessuna delle sopra-citate categorie.

Come si diceva, la somma di tutti questi redditi dà il cosiddetto reddito complessivo, da cui sono

tuttavia esclusi:

• Redditi soggetti a tassazione separata (es. TRF)

• Redditi soggetti a regimi sostitutivi (es. redditi da capitale)

• Redditi esenti

• Eventuali deduzioni

Dalla somma algebrica indicata (somma delle varie categorie di reddito, e sottrazione delle

categorie di redditi esclusi appena elencata) si arriva finalmente alla base imponibile, cui applicare

le aliquote.

L'applicazione delle aliquote alla base imponibile porta all'imposta lorda, dalla quale, sottraendo le

eventuali detrazioni si ricava l'imposta netta.

Aliquote d'imposta e debito d'imposta

Analizzati presupposto e base imponibile dell'IRPEF, passiamo ora ad occuparci di aliquote

d'imposta e debito d'imposta.

Posto che l'imposta finale è funzione del reddito

T = f(Y)

aliquota media ed aliquota marginale sono rispettivamente definibili come

t = T/Y

me

t = ∆T/∆Y

mg

A seconda di come si configura il rapporto tra aliquota media t , aliquota marginale t , reddito e

me mg

valore dell'imposta è possibile classificare le imposte come proporzionali, progressive o regressive.

• Imposte proporzionali

Per le imposte proporzionali vale la relazione: ∆t / ∆Y = 0

me

Ciò significa che la variazione dell'aliquota media al variare del reddito è nulla, ed infatti,

ipotizzando un'imposta sul reddito proporzionale con aliquota del 20%, i contribuenti

pagherebbero il 20% del loro reddito indipendentemente dal suo ammontare.

L'aliquota media rimane dunque costante al variare della base imponibile, ed è anche uguale

all'aliquota marginale: t = t

me mg

• Imposte progressive

Per le imposte progressive vale la relazione: ∆t / ∆T > 0

me

Ciò significa che l'aliquota media aumenta all'aumentare della base imponibile, ed è minore

dell'aliquota marginale: t < t

me mg

• Imposte regressive

Per le imposte progressive vale la relazione esattamente opposta a quella delle imposte

progressive: ∆t / ∆T < 0

me

Ciò significa che l'aliquota media diminuisce all'aumentare della base imponibile, ed è

maggiore dell'aliquota marginale: t > t

me mg

La progressività

Dal momento che l'IRPEF è un'imposta progressiva, approfondiamo il concetto di progressività,

cercando di capire come si realizza la progressività di un'imposta.

Va innanzitutto detto che esistono diverse forme di progressività:

• Progressività per scaglioni

La progressività per scaglioni prevede la suddivisione del reddito dei contribuenti in

intervalli definiti scaglioni, a ciascuno dei quali viene fatta corrispondere ed applicata

un'aliquota d'imposta, giungendo così al calcolo dell'imposta finale.

Portiamo per maggior concretezza un esempio pratico. Si ipotizzi la seguente situazione:

Reddito Aliquote

Fino a 1'000€ 5,00%

Oltre 1'000€ - Fino a 2'000€ 6,00%

Oltre 2'000€ - Fino a 3'000€ 7,00%

Qualora il contribuente di riferimento avesse un reddito Y = 2'500€, egli dovrebbe applicare

ai “primi” 1'000€ del suo reddito l'aliquota del 5%, ai successivi 1'000€ l'aliquota del 6%, ed

agli ultimi 500€ l'aliquota del 7%.

Il debito d'imposta sarebbe dunque:

T = (1'000*5%) + (1'000*6%) + (500*7%)

T = 50 + 60 + 35

T = 145

• Progressività per deduzioni

Posto che per deduzione s'intende una sottrazione dalla base imponibile, la progressività per

deduzioni prevede l'applicazione di un'unica aliquota legale, combinata ad un abbattimento

fisso della base imponibile.

Affinchè un'imposta sia progressiva, infatti, non è per forza necessario che siano presenti

aliquote marginali differenti!

Vediamo un esempio per chiarire il concetto. Si immagini un regime di progressività per

deduzione, in cui sia in vigore un'unica aliquota marginale t = 20%, ed in cui sia prevista

mg

una deduzione fissa di 100€:

Y DED Imponibile Imposta t me

100 100 0 0 0

200 100 100 20 10,00%

300 100 200 40 13,30%

400 100 300 60 15,00%

500 100 400 80 16,00%

Data un'aliquota marginale costante, l'imposta è resa progressiva dalla deduzione, che

essendo costante perde di valore ed importanza al crescere del reddito.

[In questo esempio si è creata una soglia di esenzione di 100€]

• Progressività per detrazioni

Posto che per detrazione s'intende una sottrazione dell'imposta, la progressività per

detrazioni prevede l'applicazione di un'unica aliquota legale, combinata ad un abbattimento

fisso dell'imposta.

Vediamo anche in questo caso un esempio per fare chiarezza, ipotizzando l'applicazione di

un'aliquota marginale t = 20%, ed una detrazione fissa di 20€.

mg

Y Imposta lorda DET Imposta netta t me

100 20 20 0 0

200 40 20 20 10,00%

300 60 20 40 13,30%

400 80 20 60 15,00%

500 100 20 80 16,00%

Data un'aliquota marginale costante, l'imposta è resa progressiva dalla detrazione, che

essendo costante, perde di valore ed importanza al crescere dell'imposta lorda.

In entrambi i casi proposti l'aliquota marginale t è costante, ma l'aliquota media t è crescente, con

mg me

t < t .

me mg

Facendo attenzione è possibile inoltre notare come gli esempi portati per questi ultimi due tipi di

progressività coincidano in termini di imposta netta da pagare ed aliquota media t .

me

Indicando infatti la progressività per deduzioni come: T = t(Y – DED), e la progressività per

detrazioni con: T = tY – DET, uguagliando le due espressioni si ottiene:

t(Y – DED) = tY – DET

da cui: tDED = DET

Se il prodotto tra l'aliquota marginale e la deduzione è pari alla detrazione, i due metodi dunque

coincidono, ed i nostri esempi sono stati proprio costruiti sull'ipotesi “T = T”, ossia che l'imposta da

pagare nei due casi dovesse risultare la stessa.

Ne risulta evidente come l'unica condizione necessaria perchè un'imposta sia progressiva sia che

l'aliquota media cresca al crescere del reddito.

L'IRPEF prevede contemporaneamente sia una suddivisione dei redditi in scaglioni, sia l'esistenza

di deduzioni e detrazioni, dunque la progressività di tale imposta è data dall'insieme dei tre

elementi; per modificare la progressività dell'IRPEF non è dunque solo possibile modificare la scala

delle aliquote associate agli scaglioni, ma è anche possibile modificare deduzioni e detrazioni

previste.

Vien dunque da chiedersi come si sia evoluta la progressività dell'IRPEF dal 1974 ad oggi: il

legislatore in questo arco temporale ha voluto aumentare o diminuire la progressività dell'imposta?

E rispetto a quali redditi (più bassi o più alti) si è voluta aumentare o attenuare la progressività?

Per rispondere adeguatamente a tali quesiti, ed ottenere dunque indicazioni sulle scelte di policy del

nostro legislatore, è necessario individuare degli strumenti che aiutino a misurare la progressività di

un'imposta.

Ne esistono di due tipologie:

• Indici locali di progressività

Gli indici locali di progressività sono definiti “locali” in quanto fanno riferimento non alla

progressività dell'imposta in sé, ma alla progressività relativa a determinati livelli di reddito.

Essi sono dunque utili per rispondere a domande quali: “Per i redditi tra 20 e 30 mila euro,

l'imposta sui redditi è più progressiva in Francia o in Italia”, oppure “L'IRPEF è più

progressiva nel passaggio tra 20 e 30 mila euro, o nel passaggio tra 40 e 60 mila?”

• Indici globali di progressività

Gli indici globali di progressività valutano la progressività dell'intera struttura di aliquota,

dunque fanno riferimento all'effetto della progressività sulla distribuzione del reddito.

Indici locali di progressività

Esistono 4 principali indici locali di progressività

1. Progressività dell'aliquota marginale MP = ∆t /∆Y

mg

L'indice di progressività dell'aliquota marginale indica di quanto aumenta l'aliquota

marginale dato un determinato aumento del reddito.

A livelli più elevati di tale indice corrisponde una maggior progressività, dunque maggiore è

MP, maggiore è la progressività dell'imposta.

2. Progressività dell'aliquota media AP = ∆t /∆Y

me

L'indice di progressività dell'aliquota media indica di quanto aumenta l'aliquota media dato

un determinato aumento del reddito.

A livelli più elevati di tale indice corrisponde una maggior progressività, dunque maggiore è

AP, maggiore è la progressività dell'imposta.

3. Elasticità del debito d'imposta (rispetto alla base imponibile, ossia rispetto ad Y)

ε = (∆T/T) / (∆Y/Y)

1

L'indice d'elasticità del debito d'imposta indica il rapporto tra la variazione percentuale del

debito d'imposta e la variazione percentuale del reddito.

ε

Qualora tale rapporto fosse = 1 si sarebbe in presenza di un'imposta proporzionale, in

1

quanto tale risultato indicherebbe come la variazione del debito d'imposta sia esattamente

uguale alla variazione del reddito.

ε

Per > 1, invece, l'imposta aumenta più che proporzionalmente rispetto al reddito, dunque

1

si è in presenza di un'imposta progressiva.

ε

Al contrario, per < 1 si sarebbe di fronte ad un'imposta regressiva.

1

4. Elasticità del reddito netto (ossia al netto dell'imposta, rispetto alla base imponibile, ossia

rispetto ad Y) ε = [∆(Y–T)]/(Y–T) / (∆Y/Y)

2

L'indice d'elasticità del reddito netto indica il rapporto tra la variazione percentuale del

reddito netto e la variazione percentuale del reddito.

ε

Qualora tale rapporto fosse = 1 si sarebbe in presenza di un'imposta proporzionale, in

2

quanto la variazione percentuale del reddito netto risulterebbe uguale alla variazione

percentuale del reddito.

ε

Per < 1, si sarebbe invece di fronte ad un'imposta progressiva, poiché la variazione

2

percentuale del reddito netto è in tal caso minore della variazione percentuale del reddito

lordo, come conseguenza del fatto che il debito d'imposta aumenta più che

proporzionalmente rispetto al reddito.

ε

Al contrario, per > 1 si avrebbe a che fare con un'imposta regressiva

2 Indici globali di progressività

Gli indici globali di progressività sono misure “sintetiche” del grado complessivo di progressività di

un'imposta, e servono a studiare gli effetti di un'imposta sulla distribuzione del reddito.

Ne esistono due, ma prima di arrivare a tali indici è necessaria una premessa sul quanto riguarda la

distribuzione del reddito.

Essa è rappresentata dalla curva di Lorenz (Grafico 13), che associa le quote della popolazione

(indicate sull'asse delle ascisse) alle quote del reddito complessivo (indicate sull'asse delle ordinate).

In tale piano, la retta di equidistribuzione è rappresentata dalla bisettrice, che per definizione fa

coincidere in ogni suo punto ascisse ed ordinate; su tale bisettrice sono infatti indicati i punti in cui

il 10% della popolazione detiene il 10% della ricchezza, il 20% della popolazione detiene il 20%

della ricchezza, e così via.

La curva di Lorenz indica invece l'effettiva distribuzione del reddito (es. il 60% della popolazione

detiene il 30% della ricchezza), collocandosi più o meno distante dalla curva di equidistribuzione

(la bisettrice) a seconda del fatto che la distribuzione osservata sia più o meno disuguale: il grado di

disuguaglianza nella distribuzione del reddito è tanto maggiore quanto maggiore è l'area compresa

tra la retta di equidistribuzione e la curva di Lorenz.

In modo matematicamente più preciso, il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito è

indicato dall'indice di Gini, dato dal rapporto tra l'area A compresa tra la retta di equidistribuzione e

la curva di Lorenz, e l'area del triangolo OCD rappresentato nel Grafico 14, che chiamiamo A+B.

Tale area A+B, essendo l'area di un triangolo, si calcola con la classica formula “base per altezza

fratto due”, dunque in questo caso risulta assumere valore ½.

Ne consegue come: G = A/(A+B) = A/ ½ = 2A

Oltre all'indice di Gini esistono anche altri indici utili nello studio della disuguaglianza nella

distribuzione del reddito; in particolare, vanno evidenziati tre indici detti di concentrazione:

• Indice di concentrazione dei redditi lordi, G(Y)

• Indice di concentrazione dei redditi netti, G(Y – T)

• Indice del prelievo, G(T)

[Dove i redditi si intendono “al lordo” o “al netto” del pagamento dell'imposta]

Posto che alla base del ragionamento sta l'ipotesi di non re-ranking, tale per cui si da per assunto

che l'imposta non alteri l'ordinamento nella distribuzione dei redditi, e che dunque coloro che erano

più ricchi prima dell'applicazione dell'imposta lo siano anche dopo averla pagata, risulta evidente

dal Grafico 15 come un'imposta progressiva riduca la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.

In seguito all'applicazione di un'imposta progressiva, infatti, la curva di Lorenz dei redditi netti (L

Y –

) risulta più vicina alla bisettrice rispetto alla curva di Lorenz dei redditi lordi (L ), e poiché come

T Y

visto la bisettrice è la retta di equidistribuzione, ciò indica come l'imposta renda meno disuguale la

distribuzione dei redditi.

[Ciò non vale per le imposte proporzionali, in seguito alla cui applicazione la distribuzione non

varia (come già visto trattando degli indici locali di progressività); in tal caso, infatti, la curva L e la

Y

curva L coinciderebbero. Un imposta regressiva renderebbe invece la distribuzione dei redditi

Y – T

post-imposta più disuguale della distribuzione ante-imposta, individuando una curva L più

Y – T

lontana dalla bisettrice rispetto alla curva L ].

Y

Confrontando tali indici si ottengono i due indici globali di progressività cui si accennava, come già

detto utili ai fini dello studio dell'effetto di un'imposta sulla distribuzione del reddito:

• Indice di Kakwami [Indice K]

L'indice di Kakwami, o indice K, misura la progressività in termini di scostamento dalla

proporzionalità.

Nel Grafico 15 la proporzionalità sarebbe rappresentata dall'esatta coincidenza tra la curva

di Lorenz dei redditi lordi L e la curva di Lorenz dei redditi netti L ; il fatto che ciò non

Y Y – T

valga per le imposte progressive, che concentrano il prelievo sui redditi più elevati, permette

di misurare quanto un'imposta progressiva faccia allontanare dalla situazione di

proporzionalità.

Quanto detto viene rappresentato matematicamente come segue:

K = G(T) – G(Y)

L'indice K viene dunque visto come differenza tra l'indice di concentrazione del prelievo e

l'indice di concentrazione dei redditi lordi. Con riferimento ad imposte progressive esso

assume valori positivi, ed aumenta all'aumentare della progressività dell'imposta.

[Si veda a riguardo anche il materiale disponibile sulla pagina docente]

• Indice di Raynolds-Smolensky [Indice RS]

L'indice di Raynolds-Smolensky, o indice RS, misura la progressività in termini di impatto

redistributivo, ossia di quanto la distribuzione dei redditi netti è meno disuguale della

distribuzione dei redditi lordi.

Matematicamente esso risulta dalla formula:

RS = G(Y) – G(Y – T)

L'indice RS è calcolato quindi come differenza tra l'indice di concentrazione dei redditi lordi

e l'indice di concentrazione dei redditi netti. Con riferimento ad imposte progressive esso

assume valori positivi, ed aumenta all'aumentare della progressività dell'imposta.

Quanto appena detto comporta che l'imposta personale sul reddito determini un effetto

redistributivo (RS > 0) se e solo se progressiva; in caso contrario si avrebbe RS = 0, per le

imposte proporzionali*, che non hanno effetti sulla distribuzione del reddito (come già detto,

infatti, per le imposte proporzionali la curva di Lorenz dei redditi lordi coincide con quella

dei redditi netti), o RS < 0, per le imposte regressive, che fanno aumentare la disuguaglianza

nella distribuzione reddituale.

*[Le imposte proporzionali, oltre ad RS = 0, hanno anche K = 0, come abbastanza ovvio

data la definizione dell'indice K]

La progressività dell'IRPEF

Tornando più specificamente all'IRPEF, vediamone com'è strutturata la progressività.

Come detto, la progressività dell'IRPEF è data tanto da una struttura d'aliquote variabili applicate a

diversi scaglioni di reddito, quanto dalla previsione di deduzioni e detrazioni.

Gli scaglioni di reddito e le corrispondenti aliquote sono i seguenti:

Reddito Aliquote

Fino a 15'000€ 23,00%

Oltre 15'000€ - Fino a 28'000€ 27,00%

Oltre 28'000€ - Fino a 55'000€ 38,00%

Oltre 55'000€ - Fino a 75'000€ 41,00%

Oltre 75'000€ 43,00%

A tali aliquote si aggiungono le addizionali regionale e comunale, la prima obbligatoria, e la

seconda facoltativa (anche se dati i tempi di crisi sono sempre meno i Comuni che non la

applicano).

Notevole è poi la struttura delle detrazioni, articolate come segue:

• Detrazioni per tipologia di reddito

◦ Una prima detrazione legata alla tipologia di reddito è quella prevista per i lavoratori

dipendenti, che prevede una soglia di esenzione dall'imposta fissata ad 8'000€ (di reddito

annuo) e decresce linearmente per i redditi superiori, fino ad annullarsi per redditi

superiori ai 55'000€ annui.

◦ Alla detrazione appena descritta se ne aggiunge una seconda, sempre indirizzata ai

lavoratori subordinati, nota come “provvedimento degli 80€ al mese in busta paga”,

introdotta con la legge di stabilità 2015. Tale detrazione prevede, per i lavoratori

subordinati percettori di redditi inferiori ai 24'000€ annui una detrazione d'imposta di

960€ annui (corrispondenti appunto a 80€ al mese, che il datore di lavoro non tratterrà

più dallo stipendio, e risulteranno dunque come maggiorazione della busta paga

mensile), detrazioni minori per i percettori di redditi fino a 26'000€, e nessuna detrazione

per coloro che percepiscono un reddito annuo superiore a tale soglia.

◦ Una seconda tipologia di redditi a cui sono indirizzate delle detrazioni sono i redditi

pensionistici. In tal caso le detrazioni sono differenziate a seconda che i percettori si

collochino sopra o sotto la soglia dei 75 anni d'età, ed anche in questo caso è prevista

una soglia d'esenzione, cui segue una progressione via via decrescente della detrazione.

◦ Terza ed ultima tipologia di redditi soggetti detrazione sono i redditi da lavoro

autonomo. Anche in questo caso lo schema non varia: è prevista una soglia di esenzione,

più bassa rispetto a quella prevista per i lavoratori subordinati (4'800€ annui), e la

progressione della detrazione è poi linearmente decrescente al crescere del reddito

annuo.

• Detrazioni per carichi di famiglia

◦ Posto che si definiscono “a carico” tutti i parenti conviventi con il contribuente che siano

percettori di un reddito annuo inferiore ai 2'840,51€ (quindi non solo i figli o il

coniunge), sono previste detrazioni d'imposta in caso di parenti carico, anche in questo

caso decrescenti al crescere del reddito

◦ A ciò, le legge di stabilità 2015 ha anche aggiunto il cosiddetto “bonus bebè”, valido per

3 anni (fino al 31/12/2017) per i figli nati entro un determinato arco temporale a

contribuenti percettori di redditi inseribili in un preciso intervallo di valori.

[I dettagli numerici sono disponibili nei file caricati sulla pagina docente, ma come si

dirà in seguito non sono di particolare rilievo ai fini dell'esame].

• Altre detrazioni

La principale detrazione non rientrante nelle categorie precedentemente descritta è quella

che prevede la detraibilità del 19% dei cosiddetti oneri personali, quali spese mediche, mutui

su prima casa, ecc., ovviamente con previsione di relative franchigie.

Va detto, per completezza, che il nostro sistema di agevolazioni sugli oneri personali ha

subito diversi cambiamenti di rotta tra la forma di detrazione e quella di deduzione negli

ultimi anni, a seconda fondamentalmente dei gusti personali del Ministro delle finanze di

volta in volta in carica.

In un simile ambito, la differenza tra un sistema di deduzioni ed uno di detrazioni rileva in

termini di equità ed efficienza, come risulta facilmente comprensibile analizzando il

seguente esempio:

Si ipotizzi di avere sostenuto una spesa medica per 100€, e che sia in vigore una sistema di

detrazione del 19% di tale somma. Ciò comporta una sottrazione di 19€ all'importo finale

dell'imposta, dunque, teoricamente, un risparmio secco di 19€ sul servizio di cui si è

usufruito, che ha quindi avuto un costo effettivo di 81€, e questo vale per qualunque

contribuente, indipendentemente dal suo reddito.

Si ipotizzi invece un'identica spesa medica di 100€, abbinata però ad un sistema di

deduzioni. Il quantum della deduzione non è in questo caso determinato univocamente, ma

dipende dall'aliquota marginale di ciascun contribuente. Ne consegue che il risparmio

d'imposta sia tanto più elevato quanto più elevata è l'aliquota marginale, e di conseguenza

che esso (risparmio d'imposta) sia tanto più elevato quanto più elevato è il reddito.

Risulta evidente come in questo caso la detrazione sia preferibile alla deduzione, sia perchè

più equa (la deduzione agevola infatti i percettori di redditi più alti), sia perchè più efficiente

(tutti pagano infatti in tal caso lo stesso prezzo per lo stesso servizio, senza discriminazioni

reddituali a favore dei più ricchi).

[N.B.: Sono disponibili sulla pagina docente gli schemi riepilogativi della struttura di tutte le

detrazioni illustrate; tali schemi, comprensivi di indicazioni numeriche e formule, non

devono essere oggetto di studio approfondito, ma importante è comprenderne la logica

sottostante, realizzando ad esempio come le detrazioni decrescenti al crescere del reddito

contribuiscano ad aumentare la progressività dell'imposta].

Un altro elemento che potrebbe far variare la progressività dell'imposta potrebbe poi essere la scelta

tra la tassazione dell'individuo e la tassazione della famiglia.

Se l'imposta sul reddito fosse proporzionale il problema non si porrebbe, poiché si otterrebbe lo

stesso debito d'imposta sia applicando l'aliquota proporzionale al reddito individuale che al reddito

familiare; ciò non vale tuttavia per le imposte progressive, e la definizione del soggetto tassabile (il

singolo o la famiglia) diviene quindi una questione di rilievo nell'analisi della progressività

dell'imposta stessa.

Posto che tassare la famiglia richiederebbe la definizione di cosa si intende per famiglia, ma che tale

questione esula degli interessi specifici del corso, va detto che il nostro ordinamento è al momento

orientato alla tassazione individuale.

La logica della tassazione individuale sta nella presunzione che la capacità di spesa di ciascun

membro della famiglia sia indipendente da quella degli altri componenti della famiglia stessa.

In tal caso, volendo calcolare l'aliquota media familiare t per comprendere quanto l'imposta,

mf

seppur individuale, incida a livello familiare, sarebbe sufficiente calcolare separatamente il debito

d'imposta per ciascun individuo, sommare i risultati ottenuti, e dividerli per la somma dei redditi dei

componenti della famiglia. Immaginando dunque una famiglia di due elementi si avrebbe:

t = (T1 + T2) / (Y1 + Y2)

mf

La logica sottostante alla tassazione familiare, al contrario, è la presunzione che le capacità di spesa

di ciascun membro della famiglia dipendano anche dal reddito familiare nel suo complesso.

Esistono due regimi di tassazione familiare:

• Cumulo

Nell'ottica che debito d'imposta ed aliquota siano riferiti alla famiglia, il regime del cumulo

prevede di sommare i redditi di tutti i componenti del nucleo familiare, applicare l'aliquota

relativa allo scaglione di riferimento, e calcolare quindi l'imposta dovuta.

Ne risulta come l'aliquota media familiare sia funzione della sommatoria dei redditi, oltre

che di eventuali altri fattori quali deduzioni e detrazioni.

f(ΣY

[Matematicamente: t = , eventuali deduzioni, detrazioni, ecc.)]

mf i

• Per parti (dove le parti sono i componenti del nucleo familiare)

◦ Splitting

Il sistema dello splitting, utilizzato in USA e Germania, prevede di sommare i redditi dei

componenti del nucleo familiare, e dividerli per il numero delle parti, ottenendo così il

reddito al quale applicare l'aliquota d'imposta (è il reddito medio familiare). A tale

reddito andrà applicata l'aliquota d'imposta relativa allo scaglione di riferimento,

calcolando dunque il debito d'imposta “unitario” che, moltiplicato per il numero delle

parti, porterà ad ottenere il debito d'imposta complessivo.

Ipotizzando una famiglia composta da marito e moglie, con redditi y e y , si avrà:

1 2

( y + y )/2 = y

1 2 0

dove y è il reddito cui applicare l'imposta.

0

Dunque, data la corrispondente aliquota t, l'imposta pagata dalla famiglia sarà:

T = 2t y

0

◦ Quoziente familiare

Il regime del quoziente famigliare, utilizzato ad esempio in Francia, prevede di:

sommare i redditi di tutti i componenti del nucleo familiare, compresi quelli di eventuali

componenti a carico; dividere il risultato per la somma dei pesi attribuiti ai singoli

componenti; calcolare l'imposta sulla parte di reddito che si ottiene da tale divisione; e

moltiplicare tale imposta per il numero delle parti.

La logica sottostante questo procedimento, non molto dissimile da quella del regime di

splitting, è quella di calcolare l'imposta sul reddito cosiddetto quozientizzato, o

equivalente, ossia ottenuto attribuendo dei pesi a ciascuna parte.

Matematicamente si ha: P = Σc

i i.

dove P è la somma dei pesi e c è il peso attribuito al componente

i

Immaginando una famiglia con moglie, marito e due figli, che abbiano rispettivamente

pesi 1, 1, 0.5, e 0.5, risulta P = 3.

Dato un reddito complessivo familiare Y, il reddito equivalente, o quozientizzato, risulta

essere Y/Σc , dunque nel nostro esempio Y/3.

i

A tale reddito equivalente si applicano le aliquote, e l'imposta ottenuta viene moltiplicata

per la somma dei pesi Σc , ossia per 3 in questo caso, per ottenere l'imposta definitiva da

i

pagare a carico della famiglia.

Posto che il regime del cumulo disincentiva le forme di convivenza (prende infatti anche il nome di

“tassa sul matrimonio”), va detto che le tassazioni sul reddito familiare (indipendentemente dal

regime di cumulo o per parti) evitano il problema dell'elusione, presente invece nei regimi di

tassazione individuale.

In un sistema di tassazione individuale, infatti, i contribuenti sono incentivati ad attribuire spese ed

imputare redditi al coniuge che sconterebbe una tassazione più bassa, mentre ciò non accade con la

tassazione familiare, neutrale rispetto a questo problema.

Con riferimento alle famiglie, al di là del fatto che sia in vigore un sistema di tassazione individuale

o familiare, viene da chiedersi se sia corretto attribuire un vantaggio fiscale alle famiglie numerose.

Un simile provvedimento potrebbe essere giustificato come forma di equità, poiché a parità di

reddito familiare, la capacità contributiva di una famiglia diminuisce all'aumentare del numero dei

suoi componenti; tuttavia una significativa parte della letteratura non concorda con tale

giustificazione, ritenendo la scelta di avere dei figli paragonabile ad una qualsiasi altra decisione di

utilizzo del reddito (es. una famiglia decide di mantenere dei figli; un'altra di fare un viaggio

all'estero ogni anno). Le politiche di incentivo alle famiglie numerose necessitano dunque di

ulteriori spiegazioni a loro supporto oltre quella relativa all'equità, ed acquistano infatti significato

alla luce di eventuali politiche demografiche di incentivo alle nascite. Naturalmente non sono in tal

senso sufficienti soli incentivi quali il bonus bebè, o un aumento delle detrazioni possibili

dall'imposta sul reddito oltre un certo numero di figli a carico, poiché per essere efficaci tali

politiche demografiche necessiterebbero anche della previsione di altri strumenti, quali particolari

servizi alle famiglie, e soprattutto alle mamme lavoratrici, tuttavia il valore che una collettività dà

alle famiglie numerose, e dunque alla nascita di figli, è elemento determinante nella giustificazione

di eventuali incentivi alle stesse nell'ambito dell'imposta sui redditi.

Da un punto di vista storico, con riferimento a questi aspetti, in Italia l'imposta sui redditi è entrata

in vigore a partire dal 1923 secondo il regime del cumulo (ed era infatti chiamata imposta

complementare, o di famiglia). Tale imposta è stata sostituita in seguito alla riforma del sistema

tributario del 1973/74 con l'IRPEF, introdotto anch'esso con il regime del cumulo, tuttavia nel 1975

la riforma del diritto di famiglia portò ad equiparare i diritti dei coniugi (es. anche una donna può

essere capofamiglia) e nel 1976 una sentenza della Corte Costituzionale dichiarò l'incostituzionalità

del regime del cumulo, con conseguente passaggio ad un sistema di tassazione individuale.

A partire dagli anni '90 è poi iniziata una notevole produzione di deleghe fiscali al Governo per

attuare riforme nella direzione del quoziente familiare, ma le stesse non sono mai state attuate nei

loro principi poiché avrebbero comportato una perdita di gettito troppo rilevante. Non volendo

proseguire in tale direzione, nel 1995 si è provveduto al rafforzamento di detrazioni e deduzioni, e

dal 1996 sono state poco a poco introdotte misure per agevolare le fasce di reddito, e dunque i

contribuenti, più deboli (es. detrazioni in funzione dell'età e del numero dei figli, dell'età del

coniuge, ecc.).

Attualmente è in discussione una delega del 2013 che l'attuale Governo ha ereditato da quello

precedente, finalizzata alla riforma non soltanto dell'imposta sul reddito, ma di tutto il sistema

tributario. Tale delega avrebbe dovuto essere esercitata entro il 15/03/'15, ma ne è stata chiesta una

proroga di 6 mesi; sapremo dunque solo verso Ottobre quale sarà il suo destino.

A tali provvedimenti se ne sono nei decenni scorsi affiancati anche altri, relativi ad esempio al

controllo dell'inflazione.

In linea di principio anche la scelta tra tassazione del reddito monetario o del reddito reale è infatti

rilevante con riferimento all'imposta sui redditi. Per l'epoca storica che stiamo vivendo, in cui

l'inflazione è molto bassa, tale questione non ha particolare rilievo, ma lo assume, e lo ha assunto in

periodi di elevati processi inflazionistici quali quelli che hanno caratterizzato le crisi petrolifere.

In presenza di elevata inflazione, infatti, tassare il reddito monetario porta al fenomeno del

cosiddetto fiscal drag (drenaggio fiscale inflazionistico): i redditi monetari aumentano per effetto

dell'inflazione, ma a fronte di un'imposta è progressiva il debito d'imposta aumenta più che

proporzionalmente rispetto ai redditi, per quanto non vari il potere d'acquisto.

Su un lavoratore dipendente medio, l'evoluzione nella tassazione è stata la seguente:

Anno 1976 1983 1993 2001 2007

Aliquota

media 5,6 14 17 18,7 17,6

per RLD*

*[RLD: Reddito da Lavoro Dipendente]

Tra il 1976 ed il 1983 l'aliquota media è aumentata per effetto dell'inflazione in modo evidentissimo

(è più che raddoppiata), dunque il legislatore ha prima (nell' '83) introdotto aumenti delle detrazioni,

e poi (dall' '86 ad oggi) provveduto ad una riduzione degli scaglioni (da 32 a 9, ai 5 odierni) e delle

aliquote marginali massime (dal 72% al 65%, a scendere poi fino al 43% odierno).

Risulta evidente da tale excursus storico come la scelta di tassare l'individuo o la famiglia, e come

farlo, dipenda dalla linea di pensiero e dagli obiettivi del legislatore, in relazione anche alle

condizioni macroeconomiche del periodo.

Date tutte le modifiche citate (relative ad aliquote, scaglioni, deduzioni e detrazioni, ecc.), quali

sono stati a livello generale gli effetti sulla progressività?

Per rispondere a tale quesito occorre far riferimento agli indici globali di progressività, K ed RS,

che per l'Italia sono stati calcolati come segue:

Anno K RS

1998 15,9 4,8

2001 19,1 5,1

2006 21,9 5,2

207 22,8 5,4

Risulta evidente come la progressività sia nel tempo aumentata, poiché i provvedimenti di cui si è

detto hanno portato ad un aumento degli indici, dunque ad un aumento del grado di progressività

complessiva dell'imposta, con teorico miglioramento della distribuzione del redditi.

L'aumento del grado complessivo di progressività, tuttavia, potrebbe rispondere ad un aumento di

progressività sui redditi bassi e medio-bassi, ma non sui redditi alti; questione diversa sarebbe

dunque andare ad analizzare gli effetti sui singoli livelli di reddito (alto, medio, basso); non ce ne

occupiamo però in questa sede.

Imposte indirette e scelte di consumo

Abbiamo visto tempo fa come gli effetti economici delle imposte siano l'effetto di reddito (il

contribuente diviene più povero poiché deve pagare l'imposta), e l'effetto di sostituzione (il

contribuente modifica i suoi comportamenti per minimizzare le imposte da pagare). Abbiamo

inoltre detto come l'effetto di sostituzione non sia presente quasi esclusivamente nel caso

dell'imposta in somma fissa, e come lo stesso abbia come conseguenza negativa l'eccesso di

pressione, definito come la minor rendita dell'economia*, misurata in termini monetari, che non si

trasforma in gettito per lo Stato.

*[N.B.: Nel Grafico 11, in cui si è trattato dell'eccesso di pressione, si è per semplicità riportato un

caso che evidenzi soltanto la minor rendita del consumatore, tuttavia l'eccesso di pressione

coinvolge in norma l'economia in sé, dunque consumatori e produttori contemporaneamente].

Ripresi tali concetti, va detto che esiste un altro caso in cui, pur non essendo in presenza di imposta

in somma fissa, non si produce effetto di sostituzione, e non si ha dunque eccesso di pressione. Ciò

avviene nel caso in cui la curva di domanda sia perfettamente rigida, come mostrato dal Grafico 16.

Una domanda perfettamente rigida non si ha nemmeno per i beni di prima necessità (che hanno sì

una domanda molto poco elastica, ma allo stesso tempo non perfettamente rigida), dunque si tratta

di un caso molto marginale, ma cerchiamo di approfondirne il concetto sottostante.

Dati due beni, X e X , con prezzi P e P , un consumatore, avente reddito R è soggetto al seguente

1 2 1 2

vincolo di bilancio: R = P X + P X

1 1 2 2

Posto che la linea di bilancio esprima tutte le possibili combinazioni di X e X acquistabili con il

1 2

reddito R, è evidente dalla rappresentazione del Grafico 17 come nello stesso piano in cui viene

rappresentato il vincolo di bilancio sia anche possibile disegnare infinite curve di indifferenza.

Ciascuna curva di indifferenza indica tutte le possibili combinazioni di beni che danno al

consumatore lo stesso livello di utilità, e tale livello d'utilità cresce per curve via via più in alto a

destra.

Nell'esempio proposto, la curva U , per quanto sia quella che offre il maggior livello d'utilità, non è

3

raggiungibile, in quanto collocata sopra la linea di bilancio. La curva U , al contrario, non è

1

nemmeno da considerare, poiché, anche a parità di spesa, porta un livello di utilità inferiore a quello

raggiungibile con la curva U . Come insegna la microeconomia, dunque, il consumatore massimizza

2

la propria utilità (MAX U (X , X )) soggetto al vincolo di bilancio a condizione che siano uguali le

1 2

utilità marginali ponderate U /P = U /P

1 1 2 2

ossia, in altre parole, nel punto di tangenza tra curva d'indifferenza e vincolo di bilancio.

[N.B.: L'inclinazione della linea di bilancio è data dal rapporto tra i prezzi. L'inclinazione della

curva di indifferenza indica invece il saggio marginale di sostituzione di X con X (quanto di bene

1 2

1 chiedo in più per rinunciare ad un'unità di bene 2)].

Posto tale schema di riferimento, utile a riprendere concetti derivati alla microeconomia, vogliamo

ora confrontare gli effetti in un simile contesto di due tipi di imposte indirette: un'imposta speciale

ed un'imposta generale sul consumo.

Volendo partire dall'analisi di un'imposta speciale sul bene X , il Grafico 18 mostra come l'imposta

2

aumenti il prezzo del bene X , e dunque come, a parità di reddito, sia possibile acquistarne una

2

quantità minore di X . Ne consegue una rotazione del vincolo di bilancio che impedisce al

2

consumatore di continuare ad accedere alla curva U (ripresa dal Grafico 17), costringendolo a

2

spostarsi su una curva d'indifferenza più bassa (U ).

4 01 02

Se prima dell'imposta il consumatore sceglieva dunque una combinazione d'equilibrio (X , X ), a

01 t2

seguito dell'imposta egli si sposta alla combinazione (X , X ), ed il minor consumo del bene X ,

2

dato nel grafico dal segmento EF = GH, rappresenta anche il gettito dell'imposta (speciale sul bene

X ).

2

[Questo perchè, pur consumandone meno, il consumatore continua ad acquistare delle unità di bene

X , e su di esso paga l'imposta].

2

Il Grafico 19 ed il Grafico 20 mostrano invece gli effetti di un'imposta generale (ossia che colpisca

tutti i beni, dunque in questo caso sia X che X ), in relazione agli effetti dell'imposta speciale

1 2

appena descritta.

Nel caso si ponga come ipotesi da cui sviluppare il ragionamento la parità di gettito tra l'imposta

speciale e l'imposta generale, si nota (Grafico 19) come l'imposta generale produca una minor

perdita di benessere, poiché il consumatore può stare su una curva d'indifferenza più alta (U , anzi

5

che U ). Tenendo invece invariata la perdita d'utilità (Grafico 20), il nuovo vincolo di bilancio è

4

parallelo al precedente e tangente alla stessa curva d'indifferenza, ma in un punto “più basso” (I anzi

che H), tanto che risulta evidente come l'imposta generale produca un reddito più elevato (il

segmento orizzontale KG è più lungo di HG, e come visto già dal Grafico 18 tali segmenti indicano

il gettito prodotto dalle imposte).

Sembra dunque che l'imposta generale sia preferibile all'imposta speciale.

E' inoltre dimostrabile come un'imposta generale sui consumi sia equivalente ad un'imposta

proporzionale sul reddito d'aliquota t. Dato il vincolo di bilancio del consumatore R = P X + P X ,

1 1 2 2

qualora venga introdotta un'imposta proporzionale sul reddito d'aliquota t, esso diviene:

(1 – t)R = P X + P X

1 1 2 2

–1 –1

R = P X (1 – t) + P X (1 – t)

1 1 2 2

Qualora invece fosse introdotta un'imposta generale sui consumi ad aliquota υ (teta) si avrebbe:

R = (1+υ)P X +(1+υ)P X

1 1 2 2

R/(1+υ) = P X + P X

1 1 2 2

Ne risulta come per υ = t/ (1– t), risulta: R/(1+υ) = R (1–t), che determina l'equivalenza delle due

imposte.

[N.B.: I passaggi matematici più dettagliati sono disponibili nella traccia della lezione caricata sulla

pagina docente].

Tassare il reddito ad aliquota t equivale dunque a tassare i beni di consumo ad aliquota υ = t / (1–t),

e data tale equivalenza, poiché si era detto come un'imposta generale sui consumi fosse preferibile

ad un'imposta speciale sugli stessi, per la proprietà transitiva un'imposta proporzionale sul reddito

risulta preferibile ad un'imposta speciale sui consumi.

Tale risultato è noto come teorema di Barone.

Tale teorema prevede tuttavia per essere valido un'ipotesi implicita relativa al reddito, ossia che il

reddito di riferimento sia una variabile esogena per il contribuente, ovvero che il contribuente non

possa modificare le sue scelte di lavoro, e quindi di reddito, in seguito all'introduzione dell'imposta.

Volendo dunque enunciare correttamente il teorema di Barone occorre dire che un'imposta generale

sui consumi che equivale ad un'imposta proporzionale sul reddito dato il rapporto tra le aliquote,

risulta preferibile ad un'imposta speciale sul consumo se e solo se il reddito del contribuente è

esogeno rispetto allo stesso.

Dati infatti: C = Consumo; R = Riposo; T = Tempo totale a disposizione; w = Remunerazione

unitaria; L = Tempo di lavoro; wL = Reddito da lavoro; il Grafico 21 mostra come un'imposta

proporzionale sul reddito ad aliquota t, ruoti verso il basso il vincolo di bilancio. La distanza

verticale tra le due linee di bilancio rappresenta infatti l'imposta da pagare, che aumenta

all'aumentare del reddito (es. il 10% di 100 è minore del 10% di 200%). Sul vincolo di bilancio

originale si legge quindi il reddito lordo, mentre sul nuovo vincolo di bilancio si legge il reddito al

netto dell'imposta.

Ciò costringe il contribuente a scendere su una curva d'indifferenza più bassa, ma qualora egli possa

modificare le proprie scelte di lavoro, ossia la propria offerta di lavoro nei confronti del proprio

datore di lavoro, si troverebbe soggetto ad incentivi contrastanti.

L'effetto di reddito dell'imposta dà infatti un incentivo a lavorare di più, poiché per avere lo stesso

guadagno occorre lavorare di più; al contrario, l'effetto di sostituzione incentiva a lavorare di meno,

poiché non essendo tassato il riposo, il lavoratore avrebbe vantaggio a spostarsi in tal senso. Se

prima infatti per ogni unità di lavoro otteneva w, che rappresentava anche il costo opportunità del

riposo (il “prezzo” del tempo libero, in altre parole), ora per ogni unità di lavoro ottiene w(1 – t),

dunque il prezzo del tempo libero scende.

L'imposta modifica il prezzo relativo di lavoro e riposo, dunque effetto di reddito e di sostituzione

danno incentivi opposti. Ne consegue come l'effetto sull'offerta di lavoro da parte del contribuente

sia teoricamente indeterminato, poiché non è possibile ex ante quale sarà l'effetto finale, che

dipenderà dall'intensità relativa dell'effetto di reddito e dell'effetto di sostituzione: qualora prevalga

l'effetto di reddito il contribuente lavorerà di più; qualora invece prevalga l'effetto di sostituzione il

contribuente lavorerà di meno.

Se il contribuente non può in nessun modo modificare, nemmeno al margine, il tempo di lavoro

risulta valido il risultato del teorema di Barone; in caso contrario invece un'imposta proporzionale

sul reddito che, dato il rapporto tra le aliquote, sia equivalente ad un'imposta generale sui consumi

non è necessariamente preferibile ad un'imposta speciale sul consumo.

Dal momento che nella realtà pratica gli individui sono generalmente in grado di modificare la

propria offerta di lavoro ci si è chiesti quale evoluzione comportasse sull'offerta di lavoro un

aumento delle imposte sul reddito.

Poiché l'elemento che scatena l'effetto di sostituzione è l'elasticità della domanda/offerta, studi

empirici hanno provato a calcolare l'elasticità dell'offerta di lavoro degli individui al salario. Più

elastica è l'offerta di lavoro rispetto a variazioni del salario, maggiore sarà l'effetto di sostituzione, e

maggiore l'incentivo a lavorare di meno.

Di elasticità dell'offerta di lavoro non si può però parlare in termini generici, dunque ne sono stati

considerati segmenti diversi: l'elasticità dell'offerta di uomini capo-famiglia, di donne spostate non

lavoratrici, ma con mariti lavoratori, e di donne capo-famiglia.

L'elasticità dell'offerta di lavoro al salario risulta minore per gli uomini capo-famiglia, e maggiore

per le donne coniugate non lavoratrici con marito che lavora. Per le donne capo-famiglia sembra

che l'elasticità si collochi in modo intermedio tra queste due altre categorie.

L'offerta di lavoro dipende dunque dall'intensità relativa dell'effetto di reddito e di sostituzione, che

a sua volta dipende dall'elasticità, che, a sua volta ancora, dipende dalle categorie cui si fa

riferimento.

La tassazione del reddito d'impresa in Italia

[Scaricare la dispensa dalla pagina docente di Rigamonti]

Il Codice Civile non definisce il reddito d'impresa; definisce tuttavia l'imprenditore (Art. 2082) e le

attività commerciali (Art. 2195).

Posto che è imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine

della produzione, o dello scambio di beni e servizio, e che sono attività commerciali quelle che

obbligano chi le esercita ad iscriversi al Registro delle Imprese, tenuto presso le Camere di

Commercio (attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi; attività intermediaria nella

circolazione di beni; attività di trasporto; attività bancaria, o assicurativa; attività ausiliarie alle

precedenti), il Testo Unico delle Imposte sui Redditi (in seguito TUIR), all'Art. 55, definendo il

reddito d'impresa, fa rinvio al Codice Civile, indicando come redditi d'impresa quelli derivanti

dall'esercizio di una delle attività elencate all'Art. 2195 del Codice Civile.

In concreto, le società che possono produrre redditi d'impresa sono in primis le società di capitali, in

secondo luogo le società di persone, eccezion fatta per le società semplici, che non possono

esercitare attività d'impresa, ed infine le persone fisiche.

A dire il vero anche gli ente non commerciali (es. associazioni, fondazioni, ONLUS, ecc.) possono

produrre redditi d'impresa, ma l'attività da cui tali redditi derivano non dev'essere l'attività

principale dell'ente, e non ce ne occupiamo dunque nel dettaglio.

Con riferimento alle società di capitali, nel nostro Paese la principale imposta sul reddito d'impresa

prodotto da esse prodotto prende il nome di IRES, che ha sostituito la vecchia IRPEG, ed ha

un'aliquota del 27,5%. In capo alle società di capitali, il reddito d'impresa sconta inoltre l'aliquota

del 3,5% prevista dall'IRAP, calcolata però su una differente base imponibile.

Le società di persone ai fini fiscali sono invece soggetti cosiddetti trasparenti rispetto al reddito

d'impresa prodotto, dunque tale reddito viene attribuito pro quota ai soci, che sommeranno tali

redditi agli altri redditi eventualmente posseduti, pagando sul totale così ottenuto l'IRPEF. Se l'IRES

non riguarda le società di persone, lo stesso discorso non vale per l'IRAP, cui tali società sono

soggette esattamente come le società di capitali.

Le persone fisiche imprenditori individuali che producono redditi d'impresa, infine, sono tassate con

l'IRPEF, in quanto il reddito d'impresa altro non è che una delle 6 categorie di reddito che possono

produrre le persone fisiche (oltre ai redditi fondiari, di lavoro dipendente, di lavoro autonomo, di

capitale, e diversi). Con riferimento alle persone fisiche, ai fini IRAP è soggetto il solo reddito

d'impresa prodotto dalla persona fisica, ma (ovviamente) non anche gli altri redditi che la persona

fisica possa eventualmente avere.

Fatte tali premesse, relative alla definizione del reddito d'impresa, ai soggetti che possono produrlo,

ed a come esso è tassato in capo questi, passiamo ad occuparci dell'IRES, e dunque (di una parte,

poiché c'è anche l'IRAP) della tassazione del reddito d'impresa in capo alle società di capitali.

L'IRES

L'IRES è l'Imposta sul Reddito delle Società che si applica al reddito d'impresa delle società di

capitali con aliquota del 27.5%.

La precedente IRPEG aveva aliquote decisamente superiori, che hanno toccato punte del 38%, per

poi scendere gradualmente fino al 33%, da cui si è passati direttamente al 27,5% con l'introduzione

dell'IRES; il gettito dell'imposta, tuttavia, è rimasto tendenzialmente invariato poiché l'aliquota è

solo uno degli elementi dell'imposta, ed all'analisi della stessa va abbinata l'analisi della base

imponibile, che è stata aumentata, rendendo indeducibili o maggiormente indeducibili alcuni costi.

Posto che una società di capitali, a differenza delle persone fisiche, può produrre solo reddito

d'impresa, poiché qualsiasi reddito prodotto da società di capitali viene attratto e tassato come

reddito d'impresa (es. se l'impresa percepisce degli interessi, questi non sono tassati come redditi di

capitale, ma come redditi d'impresa), vediamo come si determina la base imponibile dell'IRES.

Il punto di partenza per la determinazione della base imponibile ai fini IRES è il risultato

d'esercizio, determinato dal Conto Economico che ogni società di capitali ha in Italia l'obbligo

civilistico di redigere ed approvare almeno una volta all'anno, insieme agli altri elementi (Stato

Patrimoniale, Nota Integrativa, ecc.) costituenti il bilancio d'esercizio.

A partire da tale risultato occorre apportare alcune variazioni, in aumento o in diminuzione, che

saranno dunque incrementative o decrementative del reddito e tale asimmetria tra bilancio fiscale e

bilancio civilistico è spiegata da tre motivazioni:

• In primo luogo va detto che i principi alla base della redazione del bilancio fiscale e del

bilancio civilistico sono profondamente differenti.

Come infatti il principio cardine per la redazione del bilancio civilistico in Italia è il

principio della prudenza, poiché la normativa del Codice Civile è improntata alla tutela dei

terzi e dell'integrità del capitale (es. ricavi ed utili vanno indicati solo quando certi, mentre

costi ed oneri anche quando presunti, per evitare sopravvalutazioni), nell'ottica del

legislatore fiscale ciò ha è di alcun interesse, ed anzi, poiché il legislatore ha a cuore la

massimizzazione dell'entrate, l'utile su cui calcolare l'imposta dovrebbe essere più alto

possibile.

Tali obiettivi non sono compatibili, dunque il solo utile o perdita indicato dal bilancio

civilistico non può di per sé costituire la base imponibile dell'imposta, ma necessita di

correzioni.

• In secondo luogo va detto che il legislatore fiscale ha molto spesso la necessità di introdurre

semplificazioni, forfettizzazioni rispetto al bilancio civilistico, poichè non è possibile per chi

deve fare o controllare la dichiarazione dei redditi entrare troppo nel dettaglio della stessa

(es. con riferimento ai costi relativi alle auto, ad esempio, non si può andare a vedere

l'effettivo utilizzo a fini aziendali o personali della vettura, dunque il legislatore ha

introdotto aliquote che, giuste o sbagliate che siano, non ammettono prova contraria, a fini

di determinare con certezza l'ammontare da sottoporre a tassazione in modo semplice e

chiaro).

• Infine, il risultato di bilancio non può coincidere con la base imponibile poiché a volte il

legislatore fiscale ha necessità di introdurre norme che siano d'incentivo all'impresa, ad

esempio per favorire gli investimenti.

Vediamo dunque nel dettaglio per le principali tipologie di ricavi e costi quali siano le variazioni da

apportare all'utile od alla perdita di bilancio per arrivare alla determinazione della base imponibile.

Componenti positivi di reddito

La principale voce dei componenti positivi di reddito sono ricavi, indicati all'Art. 85 del TUIR,

derivanti dall'attività caratteristica.

Essi si determinano ai fini fiscali secondo il principio della competenza economica, esattamente

come ai fini civilistici: esistono alcune rare eccezioni di ricavi che si rilevano per cassa, ma non ce

ne occupiamo; i ricavi rilevati a Conto Economico non subiscono dunque di fatto variazioni.

Una seconda rilevante componente positiva di reddito sono le rimanenze di merci o prodotti finiti.

Dal punto di vista civilistico le rimanenze sono un costo sospeso, da rilevare per rispettare il

principio della competenza e della correlazione tra costi e ricavi; dal punto di vista fiscale, invece,

essono sono in modo molto più pratico componenti positivi di reddito.

In bilancio, dal punto di vista civilistico esse si valutano al minore tra costo d'acquisto e valore di

mercato (per il principio di prudenza); dal punto di vista fiscale, invece, è previsto dal legislatore un

valore minimo d'iscrizione, con chiara possibilità da parte dell'imprenditore di indicare un valore

superiore (poiché è interesse del legislatore fiscale che la base imponibile sia maggiore possibile).

Posto che per valutare le rimanenze possono essere utilizzati i metodi del LIFO, del FIFO, o del

costo medio ponderato, il valore minimo d'iscrizione previsto dal legislatore fiscale è quello

derivante dall'applicazione del principio del LIFO.

Ciò perchè se un'impresa applica il FIFO, i primi acquisti che ha fatto saranno i primi ad essere

scaricati dal magazzino, con conseguente rimanenza in giacenza dei beni acquistati ai prezzi

d'acquisto più recenti, mentre al contrario il LIFO rimangono in giacenza i beni valutati ai costi

d'acquisto più vecchi. Nel momento storico che stiamo vivendo una simile osservazione appare

irrilevante, ma bisogna considerare una variabile importante, ossia l'inflazione, oggi trascurabile,

ma in passato anche molto elevata: in un momento di forte inflazione valutare il magazzino a LIFO

od a FIFO porta a differenze considerevoli poiché con il FIFO rimangono in giacenza i beni valutati

ai prezzi più recenti, dunque agli prezzi ultimi d'acquisto, che per effetto dell'inflazione verificatasi

nel corso dell'esercizio sono più alti; con il LIFO invece rimane in giacenza quanto valutato ad

inizio esercizio, acquistato a prezzi più bassi poiché non c'era inflazione. Il LIFO sottovaluta

dunque rispetto al FIFO, ed è chiaro come per esso (LIFO) fossero le preferenze degli imprenditori

in periodi di forte inflazione, in quanto era così possibile ridurre la base imponibile dell'imposta e di

conseguenza il debito d'imposta, pur a prezzo di distorcere l'effettivo valore del magazzino.

Il legislatore fiscale, aderendo a questa scelta, comprendendo le necessità delle imprese ed andando

loro incontro pone dunque come metodo base proprio il LIFO per la valutazione delle rimanenze ai

fini fiscali (non si può in altre parole valutare le rimanenze ad un valore più basso di quello che si

ottiene dall'applicazione del LIFO a scatti annuali), lasciando poi naturalmente agli imprenditori la

possibilità di utilizzare un valore più alto.

Altro componente positivo di reddito sono poi le plusvalenze.

Posto che genera plusvalenze la cessione di beni diversi da quelli alla cui attività è diretta l'impresa,

e che le stesse sono date dalla differenza tra prezzo di vendita e costo d'acquisto, va detto che dal

punto di vista contabile le plusvalenze vanno contabilizzate per intero nell'esercizio di realizzo.

Il legislatore fiscale, al contrario, se il bene che si sta andando a vendere è posseduto da almeno 3

anni, permette che le imposte sulla plusvalenza siano essere rateizzate in 5 esercizi (a quote

costanti).

Concentrando l'attenzione su un particolare tipo di plusvalenza, ossia quella derivante dalla cessione

di partecipazioni (azioni, quote in altre società di capitali), va detto che una riforma del TUIR del

2004 relativa ad alcune norme cardine della tassazione del reddito d'impresa, ne ha modificato il

regime d'applicazione, introducendo il cosiddetto regime di PEX (Participation Exemption), che

prevede che al verificarsi di determinate condizioni, le plusvalenze realizzate in seguito alla

cessione di partecipazioni siano esenti da imposte. Tali condizioni sono quattro, e devono verificarsi

tutte contemporaneamente affinchè l'eventuale plusvalenza realizzata sia esente da imposta (in caso

contrario l'eventuale plusvalenza si tassa per intero):

• La partecipazione in cessione deve essere stata posseduta ininterrottamente per almeno un

anno.

• La partecipazione in cessione deve essere iscritta in bilancio tra le immobilizzazioni

finanziarie

[Lo scopo è quello di garantire l'esenzione alla cessione di partecipazioni non speculative,

che sarebbero invece iscritte nell'attivo circolante]

• La società partecipata non deve risiedere in un paradiso fiscale

[L'agevolazione non può essere goduta su una partecipazione collocata in un paradiso

fiscale]

• La società partecipata deve svolgere effettiva attività d'impresa, e non può dunque essere

una sola “scatola vuota” (società veicolo).

Nel 2004, come si diceva, quando la norma è stata introdotta per la prima volta, è stata prevista la

completa esenzione delle partecipazioni aventi le caratteristiche riportate; con il tempo sono stati

poi sono stati introdotti dei correttivi, abbassando la soglia di esenzione prima al 95%, poi al 91, e

successivamente all'84%, riportandola poi al 95% (soglia attualmente in vigore). L'esenzione non è

dunque totale, ma quasi totale, poiché solo il 5% dell'eventuale plusvalenza concorre a formare la

base imponibile, che è tassata al 27,5%, ed il 27,5% del 5% fa poco più dell'1%, dunque il

contributo all'imposta è minimo.

Altro componente positivo di reddito sono le sopravvenienze attive, che derivano dalla

sopravvenuta insussistenza di costi, debiti, oneri, spese, ecc., ma non ci soffermiamo su di esse,

poiché criteri civilistici e fiscali tendenzialmente coincidono in tal caso.

Penultimo componente positivo da prendere in considerazione sono i dividendi, il cui trattamento è

stato modificato nel 2004, in linea con quanto fatto per le partecipazioni.

Il problema di fondo legato alla tassazione dei dividendi risiede nella doppia imposizione

economica; i dividendi, in assenza di meccanismo correttivi, sarebbero infatti tassati due volte, in

capo a due soggetti diversi: in prima battuta sarebbero tassati in capo al soggetto che li produce

come redditi d'impresa, ed in seconda battuta in capo ai soci che li percepiscono sotto forma di

dividendo.

In tutti gli Stati, Italia compresa, sono in vigore dei meccanismi che tendono ad evitare, o

quantomeno alleviare il problema della doppia imposizione, e ne esistono di due tipi: il meccanismo

del credito d'imposta, ed il meccanismo dell'esenzione.

Prima della riforma era in vigore il meccanismo del credito d'imposta; dal 2004 e tuttora è invece in

vigore il meccanismo dell'esenzione*.

Dal punto di vista civilistico il dividendo si contabilizza al 100% o per competenza o per cassa; nel

primo caso si fa riferimento all'effettiva ricezione del denaro, mentre nel secondo caso si

contabilizza “in anticipo” (es. sapendo per certo che la partecipata chiuderà l'esercizio in utile e

distribuirà un dividendo d'ammontare noto, lo si iscrive nel bilancio in redazione, anche se lo stesso

verrà materialmente ricevuto nell'esercizio successivo).

Dal punto di vista fiscale, invece, i dividendi si contabilizzano per cassa, senza alternative, a

prescindere dalla scelta civilistica, e la variazione rispetto al bilancio civilistico sarà in riduzione del

95% (quota di dividendo da non assoggettare a tassazione).

*[N.B.: Vedere l'esempio numerico riportato sulla dispensa in relazione alla differenza tra

l'applicazione del meccanismo del credito d'imposta, pre-2004, e del meccanismo oggi in vigore

dell'esenzione.].

L'ultimo componente positivo di reddito da analizzare sono gli interessi attivi, ma anche in questo

caso, come per le sopravvenienze attive, non sono necessarie particolari osservazioni in quanto tali

interessi sono determinati secondo il principio della competenza sia a fini civilistici che fiscali.

Componenti negativi di reddito

Le variazioni previste dal legislatore per i componenti negativi di reddito sono molto più numerose

delle variazioni viste per i componenti positivi, poiché il legislatore vuole evitare che vengano

dedotti nell'ambito del reddito d'impresa dei costi che non riguardano in tutto o in parte l'attività

d'impresa stessa; il principi fiscale cardine in questo senso è infatti il principio dell'inerenza.

Dal punto di vista dei costi il TUIR esamina innanzitutto le principali tipologie di costi, indicando

quali criteri vadano applicati per stabilire se un determinato costo è deducibile, in tutto od in parte, e

con che meccanismi, ed in seconda battuta, essendo impossibile disciplinare in maniera analitica

ogni singola tipologia di costo, prevede una norma di chiusura di carattere generale, chiamata

principio d'inerenza, secondo la quale tutto ciò che non è stato precedentemente disciplinato, è

ammesso in deduzione se e nella misura in cui il costo è inerente, afferente, all'attività d'impresa.

Analizzeremo di seguito le principali voci di costo, disciplinate direttamente dal Testo Unico.

Un primo componente negativo di reddito è sicuramente costituito dai costi ordinari di esercizio.

In questa voce rientrano tutti quei costi per cui il TUIR dà indicazioni soprattutto di carattere

forfettario (es. i costi telefonici sono indicati come deducibili nella misura dell'80%, i costi relativi

alle auto sono deducibili solo per il 20%, ecc.), e si tratta di presunzioni assolute, per cui non è

ammessa la prova contraria.

Altra grande categoria di costi è poi rappresentata dagli ammortamenti, che sono ripartizioni del

costo di un cespite (dove per cespite si intende un bene, materiale o immateriale, destinato a

rimanere impiegato nel processo produttivo per più di un esercizio) lungo il periodo di vita utile

dello stesso.

Da un punto di vista civilistico si prevede che le quote d'ammortamento siano calcolate cespite per

cespite, ripartendone il costo d'acquisto lungo il periodo di vita utile, ottenendo piani

d'ammortamento “personalizzati” per ogni bene, o per lo meno per ogni tipologia di bene, da

rivedere ogni anno.

La normativa fiscale è invece di carattere maggiormente pragmatico, anche perchè non vuole

permettere alle imprese di dedurre liberamente ammortamenti calcolati a loro discrezione; il

legislatore ha dunque elaborato delle tabelle in cui, bene per bene, vengono stabilite le aliquote

fiscali da utilizzare obbligatoriamente per il calcolo degli ammortamenti ai fini fiscali.

Purtroppo, per ragioni di semplicità, di fatto il criterio fiscale trova applicazione anche nel bilancio

civilistico, anche se ciò comporta rappresentazioni distorte della realtà aziendale, soprattutto perchè

le aliquote indicate dal legislatore fiscale risalgono ormai a qualche anno fa, e non rispondono

dunque in modo perfettamente realistico alle possibilità d'ammortamento. Per un computer, ad

esempio, è prevista la deduzione annuale del 20% del costo d'acquisto che, in altre parole, significa

l'ammortizzazione del costo d'acquisto di tale bene in 5 anni, nonostante nella realtà pratica

l'obsolescenza si verifichi nel giro di soli 3 o 4 anni.

Un altra problematica legata agli ammortamenti deriva poi dal fatto che possono essere previsti

periodi d'ammortamento diversi per uno stesso bene a seconda della tipologia contrattuale

d'acquisto. Con riferimento ad un immobile, ad esempio, la normativa fiscale indica una

deducibilità annua del costo d'acquisto del 3%, dunque un periodo d'ammortizzazione di circa 33

anni; tuttavia, prima del 2004 un immobile acquisito tramite leasing immobiliare poteva essere

ammortizzato in soli 8 anni, con conseguente abbondantissimo ricorso a tale tipologia contrattuale.

Tale anomalia è stata in parte corretta, portando il periodo d'ammortizzazione prima a 18 anni, e poi

a 12, a partire dal 2014 (la riduzione deriva dalla volontà di dare un minimo d'incentivo al mercato

immobiliare, tra i più colpiti dalla crisi), ma i contratti di leasing rimangono comunque più

conveniente dei contratti di compravendita.

Avendo portato alcuni esempi relativi all'ammortamento dei beni materiali va per completezza fatto

altrettanto con riferimento alle immobilizzazioni immateriali, distinguibili tra veri e propri beni

immateriali (es. marchi o brevetti), giuridicamente tutelati, ed i cosiddetti costi capitalizzati, ossia

quelle spese che si ritiene abbiano un'utilità pluriennale. Va dunque detto come l'ammortamento dei

brevetti possa essere dedotto annualmente al 50% (dunque in due anni il costo sostenuto viene

dedotto per intero); come l'ammortamento dei marchi e dell'avviamento possa invece essere dedotto

in 18 esercizi; e come i costi relativi a studi e ricerche, ed i costi di pubblicità, propaganda, e

similari siano deducibili in un massimo di 5 esercizi.

Tali periodi non coincidono con quelli indicati dal Codice Civile per gli ammortamenti delle

immobilizzazioni immateriali, dunque si avranno a riguardo variazioni, generalmente in aumento.

Si tenga presente che, poiché il TUIR non disciplina direttamente l'ammortamento di ogni possibile

cespite, per le categorie residuali sono accettate le quote di ammortamento indicate dal bilancio

civilistico.

Una terza importante categoria di componenti negativi di reddito riguarda svalutazioni ed

accantonamenti.

Come già visto, il legislatore civilistico nella redazione del bilancio impone il rispetto il principio


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DESCRIZIONE APPUNTO

La presente dispensa riporta con accuratezza i contenuti del corso di Scienza delle finanze relativi all'insegnamento della prof. Ambrosanio, conclusosi con alcune lezioni tenute dal prof. Rigamonti.

Costruita sulla base di un'assidua frequenza alle lezioni, tale dispensa si compone di una prima parte introduttiva, relativa ai concetti di base della materia, fondamentali per la comprensione della trattazione successiva, e di una seconda parte più specifica, relativa invece alla tassazione individuale e societaria del nostro Paese, con riferimento anche alle sue modifiche storiche relative al recente passato.

La completezza del lavoro, il rimando a questioni citate in precedenza ed i numerosi collegamenti permettono di individuare, anche con sole poche letture, gli aspetti più volte richiamati dai docenti.
La spiegazione delle formule di principale rilievo ed il rinvio ai materiali caricati sulla pagina personale della docente consentono inoltre di render chiaro e concreto anche quanto apparentemente piuttosto astratto e di difficile comprensione.

Parte integrante della dispensa sono inoltre due appendici finali: nella prima sono riportati tutti i grafici a cui viene fatto riferimento durante la trattazione, e le note di commento agli stessi; la seconda riporta invece alcuni esempi di domande d'esame (prima prova intermedia), sia a riposta breve che a riposta strutturata, proposte e risolte dalla stessa docente in occasione dell'ultima lezione del corso.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Economia
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SimoGR di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Ambrosiano Maria.

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