Boccaccio e il Decameron
Il Decameron segna la nascita della prosa moderna. La letteratura italiana nasce soprattutto come lirica, come scrittura in versi. La prosa fa fatica ad affermarsi in Italia, mentre in altri paesi avviene il contrario. Il primo ostacolo per l’affermazione e la nascita della prosa in Italia è il predominio della lingua latina, che era la lingua della chiesa e delle sacre scritture.
I primi documenti di prosa italiana sono delle formule volgari utilizzate da quelle che sono definite scritture esposte, incise, scritte negli spazi aperti (lapidi, iscrizioni). Sono le prime tracce di prosa in volgare. Questi sono tutti testi di carattere pratico, la prima utilizzazione del volgare avviene solo in funzione dell’utilità, in quanto non è ritenuto degno di entrare a far parte della letteratura. Inizia a comparire nei testamenti e nelle lettere (scrittura epistolare).
In Toscana esiste un ceto sociale, quello della borghesia cittadina, composto da mercanti, che si servivano sempre di più del volgare, non erano più a loro agio con la lingua latina, il volgare andava incontro alle esigenze più pratiche della vita di tutti i giorni. La prosa italiana nasce all’insegna di quello che viene definito realismo. Per parlare della realtà occorre una lingua in grado di catturare davvero la realtà. Il volgare era una lingua più viva.
Storia della prosa duecentesca
Nel corso del Duecento si scrivevano ancora in latino dei manuali, chiamati Dictandi. Erano guide che insegnavano come scrivere i testi in prosa, soprattutto le epistole. Nel corso del Duecento questi manuali cominciano ad essere scritti anche in volgare, non più in latino, perché per rivolgersi ad un determinato ceto sociale bisogna utilizzare la lingua parlata da esso, ovvero la borghesia cittadina.
Guido Fava
Guido Fava era un retore di Bologna, dove era attivo un centro universitario importante. Ha lasciato moltissimi testi in latino rivolti soprattutto ai propri studenti. Ha scritto dei veri e propri manuali, tra cui le opere:
- Gemma Purpurea: offre una serie di precetti e consigli per chi voglia formulare lettere che obbediscano alle tradizionali artes dictandae latine.
- Parlamenta et Epistole: sono modelli di discorsi e lettere, insegnano quali sono i meccanismi per scrivere e parlare bene.
Sono opere fondamentali perché utilizzano anche brani in volgare, dunque comincia un lento affiancamento latino-volgare. Inizia una strada lentissima di erosione. Fava svolge anche una traduzione di grandi trattati latini e utilizza il volgare per raggiungere un pubblico più vasto. Il dato più importante è che le opere di questo tipo tentano di rivolgersi per la prima volta ad un pubblico di non letterati, più vasto, ma che sono ugualmente interessati alle arti della parola, legati alla pratica lavorativa, ovvero i mercanti.
La scrittura epistolare
Sono i primi documenti in volgare che hanno valore letterario. Dante e Petrarca scrivono tantissime lettere ma in latino, anche Machiavelli prediligeva il latino per le sue lettere. Il volgare sarà utilizzato soprattutto dai mercanti.
Guittone d’Arezzo è il più prolifico autore di lettere in volgare del ‘200. Utilizza un volgare di particolare rilievo. Sono giunte a noi 34 lettere. Era anche un grande poeta. Caratteristiche delle sue lettere:
- Difficilissime da comprendere
- Si indirizza soprattutto ai propri confratelli, dunque un pubblico di uomini colti, lo stile è solenne, ma sceglie il volgare per il desiderio di catturare la realtà, di essere più incisivo e più sincero. Sono lettere piene di lazzi, scherzi, motti di spirito.
I trattati
Prosa con intento didascalico: volontà di infondere un ammaestramento, un insegnamento. Uso del volgare per raggiungere un pubblico di illetterati, chi non sa il latino. In particolare sono opere di virtù, intendono trasmettere degli insegnamenti morali. Scritti per la maggior parte da religiosi, che intendono raggiungere un numero più ampio di pubblico.
Bono Giamboni è uno dei più importanti trattatisti dell’epoca. Era laico. A lui si devono le prime opere di volgarizzamento del latino, cercava di tradurre dal latino al volgare opere che riteneva fondamentali. In particolare è autore del volgarizzamento del Libro dei Vizi e delle Virtù:
- Trattato in 76 capitoli in cui si intrecciano una serie di storie
- Sceglie la forma dell’allegoria per impartire il proprio ammaestramento morale. L’allegoria è la forma privilegiata della rappresentazione del reale, ma non lo sarà per Boccaccio che sceglierà la via del realismo.
- Offre un viaggio allegorico che immagina di compiere insieme alla Filosofia, una donna allegorica, che lo porta ad esaminare la fede e la virtù, e affrontano una serie di peripezie e cammini che li portano ad incontrare anche i vizi, tutti impersonati da grandi allegorie.
Le prediche
Terza grande esperienza in prosa del ‘200. Ribadisce l’importanza dell’opera del Decameron che fiorisce senza avere esperienze o tradizioni alle spalle. La lingua prediletta è il volgare, prediletta anche dalla liturgia. Il Concilio di Tours (813) è fondamentale per la letteratura, in quanto viene permesso per la prima volta ai predicatori e ai sacerdoti di predicare, fuori e all’interno della propria chiesa, nel volgare materno del proprio paese. I fedeli prima ascoltavano la messa in latino senza capire una parola di quello che veniva detto. Questa novità diventerà una prassi, la strada prediletta. Si diffondono quindi le prediche in volgare, e anche gli opuscoli iniziano ad essere redatti nella lingua più vicina al “popolo”. Nel Medioevo le prediche consistevano in letture di un breve brano della Bibbia, il suo commento più o meno ortodosso, e una serie di personali considerazioni del predicatore. Boccaccio era un lettore di prediche del tempo, sono molto importanti per l’influenza che avranno sulle sue opere.
Giordano da Pisa è uno dei maggiori predicatori dell’epoca. Era un frate domenicano. Possiamo ascoltarlo solo attraverso le parole dei fedeli, perché le sue prediche sono andate perdute. Essendo discorsi improvvisati, anche la natura di questi testi è difficile da studiare e da comprendere. Quelle che leggiamo oggi spesso non sono opera dei predicatori ma venivano trascritte dai fedeli che ascoltavano, sono resoconti di prediche. Sono ancora più importanti perché trascritti, dunque documenti della lingua del tempo. Chiamate reportationes, resoconti scritti fatti da uditori. Fra i tre generi di prosa (epistolografia, trattatistica, prediche), in Boccaccio anche i predicatori costituiscono una delle fonti principali. Tutti questi però non si avvicinano alla prosa narrativa, ovvero che raccontano una storia in senso narrativo. Nel Medioevo raccontare una storia significava raccontarla in versi, spesso con accompagnamenti musicali. La letteratura nasce come letteratura e musica. Il raccontare in prosa ha una storia più recente, nell’antichità si usava la forma del poema.
I testi popolari
Sono gli antecedenti di Boccaccio. Racconti in prosa breve o di media estensione, scritti in volgare, diretti al popolo e che raccontavano le vite esemplari, ad esempio dei santi. Finalizzate ad un ammaestramento morale, quindi la finalità non era ludica ma didascalica. Anche all’interno del Decameron, che ha avuto grande successo ma solo in chiave ludica, la finalità educativa di salvezza dell’anima è molto forte.
Iacopo da Barazze è uno dei più importanti scrittori della letteratura agiografica, ovvero relativa alla vita dei santi. Fu arcivescovo di Pisa e vissuto tra il 1229 e il 1298. Scrive la Legenda Aurea, uno dei libri più letti e più diffusi nel corso del Medioevo. Caratteristiche:
- 182 racconti della vita dei santi. Contiene tantissime notizie sull’iconografia sacra.
- È un manuale-antologia
- Scritto in forma di calendario liturgico, segue una scansione cronologica temporale, ad ogni giorno viene indicato il santo con la data della sua nascita al cielo (morte).
- Testo importante perché in più di una occasione l’autore si rivolge direttamente al lettore, un tratto di grande novità.
Il fatto più importante di questa opera è che era scritto in latino ma viene immediatamente volgarizzata. Diviene uno dei libri più letti nel Medioevo non in latino ma in volgare, che contribuisce alla sua diffusione. Anche questi sono pur sempre lontani dalla scelta di Boccaccio. La prosa del ‘200 non era fatta solo di testi edificanti morali o volgarizzamenti di testi latini, ma ci sono anche opere originali rispetto al proprio panorama.
Il Novellino
L’antecedente più importante del Decameron, l’unico libro che Boccaccio ha alle spalle e può essere ritenuto un archetipo, un modello. Definito come il Novellino, in quanto:
- Non sappiamo chi l’ha scritto, l’autore è ignoto.
- Il titolo è posticcio.
- Sono ignote le date di scrittura.
È una raccolta di 100 brevi novelle scritte di sicuro alla fine del ‘200. Importanza della brevità, uno dei caratteri distintivi del genere della novella. L’ipotesi più accreditata è che è un’opera non di un solo autore ma è stata messa insieme da qualcuno, è una selezione, un’antologia di testi ricavato da un corpus forse più ampio andato perduto. Non sappiamo chi raccolse questa selezione.
Titolo: uno dei testimoni autografi, ovvero il manoscritto più autorevole che tramanda l’opera, non riporta il titolo ma cento novelle antiche, Novellino, Libro di Novelle e di bel parlar gentile. Altri testimoni manoscritti riportano invece il titolo Novellino, titolo che indica una selezione fatta da corpus preesistenti. Anche Petrarca chiama il suo libro di poesia in un modo latino che è stato poi chiamato in modo diverso per secoli (il Canzoniere).
Il novellino diventa archetipico del genere letterario della novella perché condensa alcune delle caratteristiche fondanti del genere:
- Brevità. Non ci sono narrazioni estese. È una rappresentazione essenziale, concentrata soprattutto in brevissimi tratti descrittivi. Rilievo dato anche alle scene dialogiche, il volgare si prestava di più al dialogo.
- Varietà dell’argomento: ad es. non c’è solo ridere nel Decameron. I 100 brani raccolti hanno un carattere vario, sono storie fantastiche, comiche, apologhi edificanti, prediche trasformate in forma di racconto. La varietà è sia tematica che dell’ambientazione, per i tempi e i luoghi. È un carattere innovativo.
La novella si connette comunque anche al proprio tempo. La prosa è spesso ancora di più ancorata al reale rispetto alla poesia. La grande varietà si riflette anche nei personaggi, che possono essere storici, di fantasia, borghesi (novità). Tutto il mondo diviene materia di novella. Questo prepotente ingresso nella contemporaneità è uno dei tratti distintivi della scrittura in prosa. La caratteristica del novellino che non troveremo nel Decameron è che non c’è una cornice, un collegamento tra le novelle. È di grande rilievo nel Decameron e anche in un’altra opera simile, Le mille e una notte. La cornice è il luogo deputato all’esperienza dell’autore.
Il fatto che il genere della novella nasca con Boccaccio è vero solo in parte. Boccaccio codifica il genere della novella, in realtà esistevano già delle forme di scrittura apparentabili alla novella. Esisteva una ricca fioritura di novelle medievali di cui però abbiamo solo notizia, non sono testi tramandati. Boccaccio rende un genere musicale codificato. Il genere esisteva anche prima ma ancora aveva un carattere multiforme, cangiante, rarefatto, in via di formazione.
Il novellino è un’opera in primo piano. Il titolo era stato ricavato da un’opera del ‘500 e gli viene dato da Monsignor Giovanni Della Casa. Compare per la prima volta in una lettera che scrive nel 1525 a Carlo Gualteruzzi, che pubblica la cosiddetta Editio Princeps, Le ciento novelle antiche, la prima edizione a stampa del libro, e la intitola così.
La fisionomia originaria del novellino è ancora avvolta nel mistero. L’ipotesi più accreditata è che dal principio il libro contava 123 novelle, che erano quelle contenute nel codice più antico che tramanda l’opera (che non era il codice utilizzato dal primo editore del ‘500). Esiste un anonimo raccoglitore fiorentino vissuto sul finire del ‘200 che decide di fare una selezione da questo codice antico, da cui seleziona solo 100 novelle e le organizza. Sono 99 novelle e un prologo che è di fondamentale importanza.
Prologo: da esso deduciamo tante informazioni importanti, perché il Novellino non ha la cornice e quindi non compare mai la voce dell’autore, non prende la parola alla fine delle novelle. È un ulteriore indizio della stesura da parte di più autori. Informazioni che compaiono:
- Il libro tratta di “alquanti fiori di parlare, di belle cortesie, e di bei risposi (risposte), di belle valenzie e doni, secondo che per lo tempo passato hanno fatto molti valenti uomini”. È la prima indicazione sul contenuto, quindi parla di una selezione che dichiara di aver attuato.
- La destinazione della silloge (antologia). Ha una doppia destinazione, una valenza didattica, pedagogica ed educativa da un lato, e ludico edonistica, legata al divertimento e al piacere dall’altro. In apparenza si contraddicono ma sono di vitale importanza anche per il Decameron.
- Raccoglie queste novelle “a prode e piacere di coloro che non sanno e desiderano sapere”, quindi intende rivolgersi ad un pubblico nuovo e con una nuova lingua.
Carattere innovativo del Novellino. Il carattere narrativo è dominante, non solo c’è il carattere religioso ma c’è anche una prosa narrativa che intende rappresentare la società alla fine del ‘200. Stretta connessione della novella con il proprio tempo. Un nuovo pubblico intende specchiarsi e vedersi specchiato in questa nuova forma letteraria. Nel Novellino sopravvivono tracce di nuovo e di antico, cerca pur sempre di farsi ancora portavoce del mondo cortese, che è in parte decaduto, e parla della necessità del recupero di questi valori (lealtà, liberalità, onestà). C’è un legame tra il vecchio e il nuovo mondo.
I personaggi sono sia quelli del proprio tempo ma anche uomini illustri di altre epoche, anche biblici. Il limite del novellino è che è un’opera quasi sospesa, protesa verso il nuovo ma ancora ancorata al passato. Tratti di maggiore novità dell’opera: sono presenti ritratti di scena quotidiana, in cui la mentalità nuova, proto-borghese, tenta di promuovere alcuni dei nuovi valori, come quello della parola, del motto arguto, il gusto della beffa. Nuove forme e declinazioni dell’ars dictandi. Il mondo contemporaneo ha sempre più spazio nel Novellino, diventa sempre più egemone via via che scorre il libro.
La responsabilità morale delle novelle è ciò che conta sempre nell’opera, lo sottolinea l’anonimo. Devono consegnare un insegnamento morale ma in modo diverso ad esempio della vita dei santi, in modo aderente alla tradizione ma allo stesso tempo aderire alla realtà tramite anche l’utilizzo di un volgare più vicino alla vita quotidiana, per descrivere le nuove istanze soprattutto del ceto mercantile. Quindi il Novellino rappresenta il traguardo più alto della prosa del tempo, e uno dei libri più importanti all’interno della prosa d’arte, che ha davvero un valore letterario. Tutte le novelle hanno uno schema fisso, che tende a risolversi nel finale del cosiddetto motto di parola risolutore.
Il novellino è importante anche perché c’è una grandissima accuratezza formale, è un esempio di scrittura in volgare ma con grande attenzione stilistica. Nel prologo l’anonimo dichiara di aver selezionato le novelle soprattutto per la bellezza della scrittura. La cura formale non è mai fine a sé stessa, è anche bellezza d’animo, insegnamento morale. Il tema fondante della letteratura italiana delle origini è che prima ancora di insegnare qualcosa, la letteratura deve piacere di per sé, deve essere ben scritta. Anche la lingua è piacere, in tutte le sue forme, anche nell’eloquenza.
La narrativa di viaggio: il Milione
Il primo grande libro di viaggio della letteratura italiana è di Marco Polo. Presenta una serie di problemi, tipici della letteratura delle origini. Non viene scritto da Marco Polo ma lo detta a un suo compagno di cella, Rustichello da Pisa, che lo scrive in francese, che insieme al latino era la lingua della comunità dotta internazionale. La descrizione del mondo, all’inizio si chiamava non il Milione. Ha una datazione e luogo di scrittura ben precisi: dettato e scritto a Genova tra il 1298 e il 1299. Fonde insieme oralità e scrittura. Marco Polo era stato catturato nel 1484, quando la flotta genovese aveva sconfitto quella pisana nella Battaglia della Meloria. Non scrive il proprio libro perché era un mercante, aveva un senso di profonda inadeguatezza, riteneva di non essere in grado e di non avere le capacità di mettere per iscritto le proprie memorie. Aveva una fervida immaginazione.
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