Estratto del documento

Appunti di letteratura italiana

Università di Roma La Sapienza

Facoltà di Lettere, Arti e Scienze Sociali
Corso di laurea: Scienze Archeologiche
Docenti: Giorgio Inglese
Letteratura italiana (Boccaccio e il Decameron), Giorgio Inglese

Sapienza, Università di Roma per CdL: Geografia, Lettere Classiche e Moderne, Scienze Archeologiche, Scienze Storiche; a.a. 2018-2019.

Sono presenti su questo file tutte le lezioni del Corso dell'a.a. 2018-2019, indispensabile per chi ancora deve sostenere l'esame su tale modulo da frequentante; il professore alterna tre moduli, di anno in anno: Dante e la Commedia, Petrarca e il Canzoniere e Boccaccio e il Decameron (tale modulo, eseguito l'ultima volta nel suddetto a.a., dovrebbe esser valido per i futuri studenti dell'a.a. 2021-2022).

L'edizione del Decameron utilizzata e consigliata dal docente, al quale fa riferimento l'indicazione dei paragrafi, è l'Einaudi del 17/06/2014 a cura di Vittore Branca, divisa in due volumi.

Lezione 1

La distinzione tra i concetti di cultura e poesia del Decameron fa riferimento a due momenti del processo creativo: l'elaborazione intellettuale e la creazione fantastica. Nello stile dell'opera si percepisce il peso di una prosa latineggiante, come la posizione del verbo alla fine della proposizione.

Dalla morte di Dante alla peste del 1348 vedono la luce in Italia tre opere di importanza monumentale: la Commedia, il Decameron e il Canzoniere.

Quello del Decameron fu un successo rapido e largo come ci dimostra la serie successiva delle emulazioni novellistiche (es. Sacchetti), cantari, riproduzioni pittoriche di fatti o personaggi del Decameron, nonché riprese da parte di umanisti che sembrano esprimere un giudizio negativo.

Nel '400 si ha una rivalutazione dell'opera più linguistica che contenutistica: Lorenzo De Medici elogia Boccaccio per aver esaltato la cultura fiorentina; Pietro Bembo considera l'opera il corrispettivo in prosa del Canzoniere ma ne ripudia i contenuti in quanto moralmente inaccettabili.

Il successo del Decameron si estende anche in Europa (Chaucer, Cervantes, teatro elisabettiano, Margherita di Navarra). Il '500 segna l'inizio della censura letteraria da parte della chiesa: il Decameron viene "rassettato" per opera di Vincenzo Borghini, ne viene pubblicata una versione purgata che comunque approfondisce l'aspetto filologico ed esegetico.

Nel '700 ne circolano versioni clandestine con apparati iconografici apertamente osceni; poco più in là il Decameron sta al centro di un dibattito storico tra intellettuali (tra cui Foscolo): rispetto alla Commedia viene considerata un'opera moralmente decaduta e, soprattutto, negazione della moralità cristiana; tutto ciò è accompagnato però dall'esaltazione dell'intelligenza umana (F. De Sanctis).

Si occupò di Boccaccio la critica d'ispirazione idealistica: trova nella sua prosa un aspetto di poesia (creazione fantastica). Nell'Italia unita finalmente il Decameron diventa un libro scolastico antologico: Raffaello Farnaciani raccoglie 25 novelle escludendo quelle a contenuto sessuale, lo stesso fa Sapegno con altre 24 (nella novella di Ciappelletto vengono censurate le battute relative all'omosessualità del personaggio).

Nella seconda metà del '900 la critica boccacciana ha conseguito numerosi successi in ambito filologico: Vittore Branca raccoglie le sue critiche in Boccaccio medievale, un volume del 1956 in cui si esalta la modernità del Decameron considerando sempre l'eredità medievale.

Auerbach ha dedicato all'opera un commento nell'opera Mimesis: ritiene che Boccaccio sia il primo autore in cui i fatti quotidiani possono raggiungere un contenuto letterario di alto livello. Giuseppe Petronio, studioso di ottica vagamente marxista, nel 1950 parla di "realismo decameroniano" come rappresentazione della società; F. Bruni dedica al Boccaccio una monografia in cui sospende il giudizio morale dell'opera.

Biografia

Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Firenze o a Certaldo, il padre era un banchiere di nome Boccaccio (l'autore del Decameron usa il patronimico); risiede a lungo a Napoli (1327-1340), una grande capitale in piena fioritura economica e culturale sotto Roberto D'Angiò.

A questa fase sale il Filotero, di materia erotico-avventurosa, il Filocoro e il Filostrato (poema in ottave di materia troiana).

1340-1346: risiede a Firenze e compone il Teseida di ambientazione classica, dedicato all'amore e alla virtù cavalleresca; poco dopo scrive l'Elegia di madonna Fiammetta, breve racconto in prosa sull'amore, la passione e la sofferenza amorosa.

Nel 1348 la peste impone un drastico mutamento alla sua vita: muore il padre e deve lavorare per la famiglia, assume quindi degli incarichi di rappresentanza per il comune di Firenze; inizia poi la stesura del Decameron fino al 1353.

Al 1350 risale l'incontro con Petrarca, di cui si considerava discepolo: acquisisce meglio la dottrina della poesia e approfondisce la sua adesione alla spiritualità cristiana, tanto da prendere gli ordini sacri minori. Entra in contatto con la grecità e segue l'opera di Dante: viene incaricato dal comune fiorentino di leggere e commentare 16 canti dell'Inferno. Muore nel 1375.

Contesto storico

Dal 1314 al 1347 regna Ludovico di Baviera, l'ultimo degli imperatori di nazione germanica che tenta di intervenire in Italia; il suo successore, Carlo IV di Lussemburgo, rinuncia invece al regno d'Italia.

In questo periodo la Francia è lacerata dalla guerra dei Cento Anni, a causa di due dinastie, Plantageneti e Valois, che si contendono la corona; ciò in Italia si ripercuote con l'affermazione di stati provinciali o regionali (es. Padova) (conquiste di Milano, Venezia e Firenze).

La conseguenza è la dispersione del potere politico che causa la nascita di governi signorili o oligarchici (Milano) (Firenze e Venezia) per via dei numerosi conflitti interni; Napoli, invece, gode fino al 1343 del florido regno di Roberto d'Angiò ma alla sua morte sorge una crisi dinastica. Nello Stato della Chiesa a Bonifacio VIII segue una crisi di potere per cui la sede della Chiesa viene trasferita ad Avignone.

A Firenze le tensioni si prolungano fino al 1328, nel 1340 questa regge un governo borghese alleato con Napoli: periodo positivo che si interrompe a causa di una crisi economica, culminante nella peste del '48; in un periodo di ripresa Firenze riesce a difendersi dai Visconti ma la tensione economica esplode nella rivolta proletaria dei Ciompi (popolo magro contro popolo grasso, Corporazione delle Arti e dei Mestieri).

Lezione 2

La peste

La peste del 1348 rappresenta la più grave catastrofe demografica della storia; il morbo nacque intorno al 1340 in Asia centrale, raggiunse Bisanzio attraverso le carovaniere e poi arrivò in Europa. Colpì una popolazione già fortemente indebolita dalla crisi agricola, è una pandemia che dura moltissimo: fino ai primi anni del '400 con due tregue decennali negli anni '50 e '90; sembra che 1/3 della popolazione europea sia perita, a Firenze morirono i 3/5 degli abitanti soltanto nel primo anno di diffusione.

Catastrofico l'incastro tra pestilenza e crisi economica: Ruggero Romano afferma che il morbo ne fu più l'effetto che la causa. Fin dall'inizio del '300 le istituzioni non sono più in grado di distribuire le risorse sufficienti per sostenere la crescita demografica: all'inizio del secolo l'Italia contava 11 milioni di abitanti, ridotti a 8 milioni dopo la prima ondata di peste (1350), il numero iniziale si raggiungerà nuovamente soltanto nel '500.

La società italiana del '300 era prevalentemente agricola, gli stessi borghesi non si emanciparono mai del tutto, anche i commercianti restavano ancorati alla proprietà terriera e ai valori feudali medievali; il morbo blocca anche la crescita delle città: simbolo di questo snodo storico è il motivo decameroniano dello spostamento della brigata dalla città alla campagna.

Il contesto storico, dunque, condiziona il lessico letterario dell'opera; la sintesi tra valori aristocratici (cortesia) e valori borghesi (intelligenza, prudenza) dà vita ad un vero e proprio corollario sociale che integra il ceto mercantile e rurale.

I manoscritti

Del Decameron vi è un codice autografo (hamiltoniano) che risale al 1370 (data accertata dalle diverse fasi scrittorie del Boccaccio); esserne in possesso non risolve tutti i problemi filologici poiché è mutilo: mancano il proemio, parte dell'introduzione, l'VIII giornata e parte della VII, della IX e della X.

Inoltre, a causa della mal conservazione dell'inchiostro, molte parti sono state ripassate da un copista che commise più errori; quando Boccaccio giunse alla conclusione della copiatura era già molto anziano e, a causa di problemi agli occhi e distrazioni, aumentarono gli errori di trascrizione.

Nonostante i difetti, il manoscritto è comunque importantissimo: documenta il lavoro di un autore che si fa copista per dare forma alla sua opera; in esso usa segni evidenziatori di paragrafo, di varie misure e colori, per visualizzare immediatamente i piani del discorso: tutte le rubriche (inizio giornata e inizio novella) sono in rosso, le lettere capitali decorate in vario modo (filigranate, colorate) e di varia misura, hanno lo scopo di scandire la fine del narrare, le ballate di chiusura.

Questi difetti sono noti grazie al confronto con altri codici non autografi ma fedeli all'originale. I due manoscritti più importanti sono il manoscritto parigino-italiano 482 e il manoscritto Laurenziano 42.1, redatto da Francesco Mannelli e accompagnato da chiose, indicate tra le note con la lettera M.

L'architettura dell'opera

L'architettura del Decameron è molto complessa. Vi sono innanzitutto degli elementi para testuali con la funzione di incorniciare il testo vero e proprio: l'opera si apriva con una tavola con le rubriche delle singole novelle che però manca nel manoscritto autografo ma compare in quello parigino-italiano; sullo stesso piano para testuale vi è anche il titolo e una rubrica che precede ogni giornata (ogni novella ne ha una), vi è poi una rubrica finale che conclude l'ultima novella, giornata e l'intera opera.

Su un altro livello si ode la voce dell'autore come presentatore/apologeta/narratore: nel proemio e nell'introduzione alla IV giornata, in cui Boccaccio difende la sua penna dalle critiche, e la conclusione dell'autore in cui si rivolge direttamente al lettore.

Su un ulteriore livello si pone la narrazione dalla voce dell'autore: questa riguarda l'introduzione alle giornate e la conclusione della giornata in cui l'autore racconta le vicende della brigata; all'interno di questo livello ci sono le novelle (narrazione 2), precedute da un prologo, per voce non di Boccaccio ma di un novellatore. Talvolta la novella contiene altri racconti affidati ad un personaggio della novella stessa (narrazione 3).

Il titolo

Può coincidere con il nome dell'opera o, come in questo caso, contenerlo, con l'aggiunta di altri elementi (comincia il libro chiamato Decameron). Il titolo significa "10 giornate" (Δέκα ἡμέρων) ed è ripreso da Boccaccio da titoli di opere di alcuni padri della chiesa sui sei giorni della Creazione (Exameron): dunque allude ad una letteratura di altissimo livello, un commento alle Sacre Scritture; modellato sul fiorentino è diventato Decamerone.

Alcuni critici hanno legato il riferimento alla Creazione con la volontà della brigata di crearsi un mondo nuovo, allontanandosi dalla distruzione creata dalla peste.

L'opera ha anche un cognome: Principe Galeotto, è un personaggio del ciclo bretone, amico di Lancillotto; il termine invia inequivocabilmente al V canto dell'Inferno: il ruolo di Galeotto era quello di mediatore tra Lancillotto e Ginevra, dunque, il Decameron intende rivolgersi alle donne come intermediario del senso amoroso in generale. L'allusione alla Commedia indica un sistema di testi da prendere in considerazione per comprendere l'opera ma è chiaro che il Decameron sarà una parodia dell'opera dantesca: "comico" in Boccaccio non è solo un termine stilistico, come in Dante, ma assume proprio il senso di "giocoso": il tema dantesco dell'amore tra Paolo e Francesca ha un parallelismo nella X novella della VII giornata in cui si riprendono i temi del peccato amoroso e dell'adulterio.

Lo stile

Il istilo umilissimo e rimesso: proposta linguistica aperta ad un pubblico ampio. Il carattere linguistico medio del Decameron non è né aulico e nemmeno plebeo, ma nobile in quanto si serve del volgare fiorentino, avente una sua illustre tradizione.

Ha comunque al suo interno una pluralità di stili: nel Proemio e nelle singole novelle si riconoscono segni di uno stile aulico (andamento latineggiante, parallelismi, figure retoriche), soprattutto in tematiche tragiche (IV giornata) e magnificenti (X giornata).

Il lessico si adatta agli ambiti storici e sociologici, investendo diversi dialetti, espressioni gergali e forme locali (dialetto napoletano per Andreuccio da Perugia, comprovata esperienza nel territorio dell'autore).

Lezione 3

VII giornata, X novella: i due senesi

Ha come tema il beffe delle donne ai mariti; il novellatore è Dioneo e qui non si avvale del privilegio di non rispettare il tema della giornata.

La rubrica è un efficace congegno narrativo, complementare al corpo della narrazione lunga, esse possono indicare il nocciolo della novella anticipando al lettore lo svolgimento finale o, al contrario, alimentare le sue aspettative.

La narrazione vera e propria comincia dal paragrafo 8, da subito è evidente il procedimento della parodia rispetto all'episodio dantesco: in primo luogo vi è un abbassamento delle condizioni sociali dei personaggi - Paolo e Francesca appartengono all'alta aristocrazia, a famiglie principesche -, Boccaccio li sposta invece su una modesta popolarità che si ritrova nell'onomastica (Tingoccio, Meuccio: vezzeggiativi).

L'autore introduce anche una configurazione ambientale restringendo gli orizzonti della narrazione ad un piccolo rione di Siena (Porta Salaia) - differente è la descrizione meno concreta e più elevata di Ravenna da parte di Francesca.

I due senesi della novella non si accontentano della descrizione dantesca dell'aldilà ma vogliono averne un'osservazione diretta (giuramento). Dopo la premessa si presenta la questione delle comari - anche in questa vicenda c'è il tema dell'adulterio ma anche un abbassamento dei legami parentelari, Gianciotto e Paolo Malatesta erano fratelli, ora il legame è più lieve.

Alla reticenza di Francesca si oppone qui l'allusione del nemico realizzata attraverso immagini e metafore, fonte di comicità. In Dante, poi, la morte degli amanti è cruenta e tragica, qui la morte è vista come effetto fisiologico (Tingoccio muore per l'eccessiva foga fisica che impiega nell'atto dell'innamoramento): evidente effetto comico.

Il terzo giorno (come Cristo, anche la fede cattolica viene coinvolta in senso giocoso) egli torna dal compare Meuccio per raccontare cosa ha visto nell'aldilà: egli si trova in Purgatorio (il rapporto con i vivi lì è più stretto poiché questi possono abbreviare le pene dei morti tramite la preghiera di suffragio); le pene sono considerate pesanti così come la stessa chiesa ci teneva a far credere per evitare che i cristiani commettessero peccati.

Tingoccio riporta un quadro del Purgatorio e, quando deve andarsene con l'arrivo dell'alba, Meuccio chiede quale possa essere la pena per il rapporto con la comare ed egli è più dettagliato nel parlare descrivendo la sua condanna: il Purgatorio assomiglia più all'Inferno dantesco, innanzitutto c'è un corrispettivo anonimo di Minosse, il fuoco è simile alla pena dei lussuriosi (travolti da una bufera incessante).

La parodia e il riso

Parodia: la parodia è un termine greco che indica un'imitazione o una citazione burlesca, la quale comporta il rovesciamento di senso: il peccato che Tingoccio commette con la comare viene annullato dall'abbassamento sociale, dalla descrizione geografica e fisica dei personaggi e dal riso. Secondo gli psicologi, il riso nasce quando la situazione sospende la necessità di censurare determinati eventi: la passione provoca adesso questo meccanismo liberatorio.

Il riso decameroniano corrisponde, però, alla risoluzione di un giudizio etico o pratico: NON TUTTO IL DECAMERON SI PONE SUL RISO E SUL GIOCOSO: ad esempio, la IV giornata è dedicata al tragico, ad amori con infelice fine. Nonostante questo intento parodico NON vi è contrapposizione a Dante: non bisogna dimenticare che Boccaccio sia uno dei fondatori del culto di Dante, studiandone e promuovendone la circolazione dei testi e sostenendo la "lectura Dantis" (lettura e commento di alcuni Canti della Commedia); compose anche una biografia del poeta: Trattatello in lode di Dante, in cui Boccaccio espone una sua idea, non particolarmente originale, della poesia, essa è una bella finzione capace di trasmettere un insegnamento; in questo caso esiste un'affinità tra poesia e Sacre Scritture.

La parodia boccacciana si basa su un'opposizione di valori ma ciò non significa che l'autore non condivida i valori espressi da Dante nel V Canto dell'Inferno.

Anteprima
Vedrai una selezione di 9 pagine su 37
Letteratura italiana - appunti Pag. 1 Letteratura italiana - appunti Pag. 2
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 6
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 11
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 16
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 21
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 26
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 31
Anteprima di 9 pagg. su 37.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Letteratura italiana - appunti Pag. 36
1 su 37
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Nobody_scuola_1990 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Inglese Giorgio.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community