Estremi relativi di funzioni su spazi metrici
Estremi liberi
Definizione 1.1: Sia X uno spazio normato e sia A ⊂ X e sia f : A. Diciamo che x ∈ A è un punto di minimo relativo per f se esiste δ > 0 tale che ∀x ∈ A, f(x) ≤ f(x) ∩ B(x, δ).
Similmente si dà la definizione di massimo relativo. Una prima condizione necessaria è la seguente:
Teorema 1.1 (Fermat)
Sia Ω ⊂ X un aperto di X, f : Ω e sia x un punto di estremo relativo per f e sia u ∈ X. Se f è derivabile nella direzione di u allora ∂f(x) = 0.
Dim. Basta osservare che ∂f(x) è la derivata della funzione ϕ(t) = f(x + tu) in t = 0 e ϕ(t) ha estremo relativo per t = 0.
Esempio 1.1
Consideriamo la funzione f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = x2 + y2. Si verifica direttamente che (0, 0) è punto di minimo relativo (anzi assoluto). Di conseguenza, f(0, 0) = 0.
Esempio 1.2
Consideriamo la funzione f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = x2 - y2. Si verifica direttamente che (0, 0) non è punto di estremo relativo. Tuttavia, f(0, 0) = 0.
Teorema 1.2
Sia A una matrice simmetrica: A = A. Si ha che: λmin ≤ (Ax, x) ≤ Λmax ∀x ∈ ℝn \ {0}, dove λmin e Λmax sono rispettivamente il minimo ed il massimo degli autovalori di A.
Dim. Consideriamo la funzione F : ℝ⁺ → ℝn definita dalla legge F(x) = kxk2. Notiamo che F è omogenea di grado zero quindi F(∂B(0)) = F(ℝn). Poiché ∂B(0) è compatto in ℝ e secondo il teorema di Weierstrass esistono due punti x0, x1 ∈ ∂B(0) tali che F(x0) = F(x) = F(x1) ∀x ∈ ∂B(0) e, grazie all’omogeneità, F(x0) = F(x) = F(x1) = 0.
Siccome x0, x1 sono interni al campo di esistenza di F ne segue ∇F(x0) = ∇F(x1) = 0. Tenendo presente che ∇(Ax, x) = 2Ax e che ∇(kxk) = x/kxk, si ha:
∇F(x) = 2Ax - (Ax, x)x/kxk2 = 0
che è nullo se e solo se Ax = F(x)x, ovvero se x0, x1 sono autovettori della matrice A ed F(x0), F(x1) rispettivi autovalori. Da tutto questo si ottiene:
F(x0)kxk2 ≤ (Ax, x) ≤ F(x1)kxk2 ∀x
ovvero F(x0) ed F(x1) sono rispettivamente il massimo ed il minimo degli autovalori di A.
Se A è una matrice simmetrica, la forma quadratica indotta q(x) = (Ax, x) è una funzione omogenea di grado 2. Dal teorema precedente si ha che q assume solo valori positivi se λ > 0, assume solo valori negativi se Λ < 0 mentre assume qualsiasi valore reale se λ < 0, Λ > 0. Diremo perciò la forma quadratica definita positiva, definita negativa oppure non definita rispettivamente nei tre casi.
Teorema 1.3
Sia f : Ω ⊂ X un aperto di X e sia x un punto di estremo relativo per f in Ω. Se u = 0, u ∈ X e f è due volte differenziabile, allora la forma quadratica f''(x)(u, u) è semidefinita. Precisamente, se x è punto di minimo la forma è semidefinita positiva mentre se x è punto di massimo la forma è semidefinita negativa.
Dim. Basta osservare che, se x è punto di minimo relativo per f, allora la funzione ϕ(t) = f(x + tu) ha, nell’origine, un punto di minimo relativo. Similmente si procede per il massimo.
Teorema 1.4
Sia f : Ω ⊂ X due volte differenziabile in Ω aperto. Supponiamo inoltre che la forma quadratica f''(x0)(u, u) sia semidefinita positiva in Ω e che, in un punto x ∈ Ω, risulti f(x0) = 0. Allora x è un punto di minimo relativo per f in Ω.
Dim. Poiché x è interno all’insieme Ω, è possibile trovare δ > 0 in modo che B(x0, δ) ⊆ Ω. Preso un punto x ∈ B(x0, δ), applichiamo la formula di Taylor al secondo ordine con il resto nella forma di Lagrange. Allora esiste ξ appartenente al segmento di estremi x0, x tale che:
f(x) = f(x0) + f'(x0)(x - x0) + f''(ξ)(x - x0)(x - x0)/2
e, ricordando che f(x0) = 0, e che la forma è semidefinita positiva, f''(ξ)(x - x0)(x - x0) ≥ 0 ∀x ∈ B(x0, δ), da cui la tesi.
Teorema 1.5
Sia f : Ω ⊂ X di classe C in Ω aperto. Supponiamo inoltre che la forma quadratica f''(x0)(u)(u) sia definita positiva e che, f(x0) = 0. Allora x è un punto di minimo relativo per f in Ω.
Dim. Procediamo in maniera simile al teorema precedente usando la formula di Taylor con il resto nella forma di Peano. Allora:
f(x) - f(x0) = f''(x0)(x - x0)(x - x0)/2 + o(kx - x0k2)
in un opportuno intorno di x0, da cui la tesi.
In modo del tutto simile si dimostra che...
Teorema 1.6
Sia f : Ω ⊂ X di classe C in Ω aperto. Supponiamo inoltre che la forma quadratica f''(x0)(u)(u) sia definita negativa e che, f(x0) = 0. Allora x è un punto di massimo relativo per f in Ω.
Esempio 1.3
Sia f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = x2 + y2. Il gradiente si annulla soltanto nell’origine ed inoltre risulta Hf(x, y) = [2, 0; 0, 2] > 0 perché gli autovalori sono tutti positivi.
Esempio 1.4
Sia f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = x2 - y2. Il gradiente si annulla soltanto nell’origine ed inoltre risulta Hf(x, y) = [2, 0; 0, -2] e la forma è indefinita perché gli autovalori sono di segno opposto.
Esempio 1.5
Sia f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = x3 - y2. Il gradiente si annulla soltanto nell’origine ed inoltre risulta Hf(x, y) = [6x, 0; 0, -2]. La matrice Hessiana, in un intorno dell’origine, è indefinita. Inoltre, la matrice Hessiana nell’origine è semidefinita negativa e quindi, i teoremi sin qui provati non ci dicono nulla. Tuttavia, per via elementare, si riconosce che la funzione non ha segno costante in alcun intorno dell’origine.
Esempio 1.6
Sia f : ℝ⁴ → ℝ definita dalla legge f(x, y, z, t) = x2 + y2z + t. La funzione non ha estremi relativi perché il gradiente non si annulla in alcun punto.
Esempio 1.7
Sia f : ℝ³ → ℝ definita dalla legge f(x, y, z) = xy2 - z3. Il gradiente si annulla solo nell’origine e applicando alla matrice l’algoritmo di Gauss-Lagrange si vede che la segnatura della forma quadratica è + - -. Infatti, Hf(0, 0, 0) = [0, 1, 0; 1, 0, 0; 0, 0, -2]. Quindi l’origine non è estremo relativo.
Esempio 1.8
Studiare gli estremi relativi ed assoluti della funzione f : ℝ³ → ℝ definita ponendo f(x, y, z) = x3 + xy2 - yz2 + e-(x2 + xy - z).
La funzione assegnata è composta da g : ℝ³ → ℝ definita da g(x, y, z) = x3 + xy2 - yz2 e dalla funzione ϕ : ℝ → ℝ definita da ϕ(t) = t + e-t. Incominciamo cercando gli estremi relativi ed assoluti della funzione g. La funzione è regolare e quindi gli estremi relativi vanno cercati tra i punti stazionari. Si ha: ∇g(x, y, z) = (3x2 + y2, 2xy, -2yz) = 0, quindi g non ha estremi relativi.
Cerchiamo adesso gli estremi assoluti. Poiché limx→+∞ g(x, 0, 0) = +∞, limz→+∞ g(0, 0, z) = -∞, e la funzione g è continua si ha: g(ℝ) = ℝ. Adesso studiamo la funzione ϕ in ℝ. La funzione ϕ ammette minimo relativo ed assoluto per t = 0 e ϕ(0) = 1. Inoltre, limt→+∞ ϕ(t) = +∞, quindi sup f(x, y, z) = +∞, inf f(x, y, z) = min f(x, y, z) = 1, ed il minimo viene assunto sui punti della superficie x2 + xy - z = 0.
Esempio 1.9
Studiare gli estremi relativi ed assoluti della funzione f : ℝ² → ℝ definita ponendo f(x, y) = x2y2e-(2x2 + 3y2). La funzione è continua e non negativa in ℝ². Inoltre si ha: f(0, 0) = 0 e quindi min f(x, y) = 0. Inoltre, lim(x,y)→∞ f(x, y) = 0. Infatti, f(x, y) = (2x2y2)e-(2x2 + 3y2) → 0.
Sia adesso P un punto di ℝ² non appartenente agli assi coordinati. Usando la definizione di limite si ha che 0 < f(x, y) < f(P) fuori di un opportuno cerchio. Poiché il cerchio è compatto la funzione ammette massimo nel cerchio e tale massimo non è assunto sulla frontiera perché il valore sulla frontiera del cerchio è la metà di f(P). Annulliamo quindi il gradiente per determinare il punto di massimo. Si ha:
∇f = 2xy(1 - 2x)e-(2x2 + 3y2), -2yx(1 - 3y)e-(2x2 + 3y2).
L’unico punto stazionario, a meno di simmetrie, è P = (1/√2, 1/√3), e, in virtù del ragionamento precedente, risulta punto di massimo.
Esempio 1.10
Studiare gli estremi relativi ed assoluti della funzione f : ℝ³ → ℝ definita ponendo f(x, y, z) = x2y3 + xyz. Annullando il gradiente si trova che i soli punti stazionari sono i punti (0, 0, z). Notiamo che f(0, 0, z) = 0. Inoltre, f(x, 0, z) = x2 e quindi i punti trovati sono tutti punti di sella.
Esempio 1.11
Studiare gli estremi relativi ed assoluti della funzione f : ℝ²\{(0, 0)} → ℝ definita ponendo f(x, y) = x2y2 + xy + y2. La funzione risulta composta da g : ℝ²\{(0, 0)} → ℝ definita da g(x, y) = x2 + xy + y2 e da ϕ(t) = 1/√3t. Si vede facilmente che il gradiente di g è sempre diverso da zero. Inoltre, la funzione g converge a zero al tendere di (x, y) all’origine e quindi inf g = 0. Infine, sup g = +∞ e quindi usando il fatto che ϕ(t) è monotona in ]0, +∞[ si trova inf f(x, y) = 0 e sup f(x, y) = +∞.
Osservazione 1.1
Sia f : Ω ⊂ X e sia ϕ : T → X continua in T. Se x = ϕ(t0) è un punto di estremo relativo per f allora t0 è estremo relativo per f ϋ.
Esempio 1.12
Studiamo gli estremi relativi della funzione f : ℝ² → ℝ definita dalla legge f(x, y) = -sen(x2 - y2) + cos(x2 + y2). Posto u = x2 - y2 e v = x2 + y2, si ha: ∂(u, v)/∂(x, y) = 8xy e quindi si ha invertibilità locale fuori dagli assi coordinati. Studiare la funzione F(u, v) = f(ϕ(u, v)) = sen u + cos v è molto semplice. I punti stazionari sono Ph,k = (π/2 + kπ, hπ) ∀k ∈ ℤ, ∀h ∈ ℕ e si vede con chiarezza che, nel caso h, k entrambi pari il punto Ph,k è di massimo relativo, nel caso di h, k entrambi dispari il punto Ph,k è di minimo relativo mentre negli altri casi il punto è di sella. Invertendo si trova Qh,k = (π/2 - (hπ + kπ)/2, hπ - kπ)/2 ∀k ∈ ℤ, ∀h ∈ ℕ. Rimangono da studiare i punti degli assi coordinati che si studiano facilmente.
Esempio 1.13
Studiare gli estremi relativi della funzione f(x, y) = (x2 - y2)e-(x2 + y2). Ragionando come nell’esempio precedente si trova F(u, v) = ue-v che non ammette estremi relativi. Rimangono da studiare i punti degli assi coordinati che si studiano facilmente.
Esempio 1.14
Studiare gli estremi relativi ed assoluti della funzione f : ℝ² → ℝ definita ponendo f(x, y) = arcsen |x4 - x2y + y4 - 1|. La funzione è composta attraverso la funzione g : ℝ² → ℝ definita dalla legge g(x, y) = x4 - x2y + y4 - 1 e la funzione ϕ : ℝ → ℝ definita dalla legge ϕ(t) = arcsen |t|/(2t + 1). Studiamo la funzione g(x, y). Annullando il gradiente si trova che i punti stazionari sono i punti degli assi coordinati ed il punto P = (√2, -2). Poiché la funzione è nulla sugli assi coordinati si ricava che tali punti sono di sella per g. Studiando la forma Hessiana nel punto P si trova infine che anche il punto P è di sella per g. È facile infine trovare delle restrizioni di g dalle quali vedere che la funzione non è limitata. Da tutto questo segue che g(ℝ²) = ℝ.
Studiamo adesso la funzione ϕ(t). La funzione presenta minimo assoluto in t = 0 dove vale 0, massimo assoluto in t = 1 dove vale π/6 e non ha altri punti di estremo relativo. Da questo segue che max f(x, y) = ϕ(1) = π/6 e che min f(x, y) = ϕ(0) = 0.
Varietà differenziabili
Definizione 2.1
Un insieme M ⊆ ℝn si dice varietà (differenziabile) p-dimensionale di classe Ck se per ogni x ∈ M esiste un aperto U contenente x ed una funzione f : U → ℝn-p di classe Ck(U) tale che {x ∈ U : f(x) = 0} = M e inoltre rango(f(x)) = n - p.
Esempio 2.1
La circonferenza di ℝ2 centrata nell’origine avente raggio unitario è una varietà di dimensione 1. Infatti, poniamo M = {(x, y) ∈ ℝ2 : x2 + y2 = 1}. In questo caso U = ℝ2 mentre f : ℝ2 → ℝ è la funzione f(x, y) = x2 + y2 - 1. Inoltre ∇f(x, y) = (2x, 2y) ≠ (0, 0) in M e quindi M risulta una varietà di dimensione 1 e di classe C in ℝ2.
Definizione 2.2
Sia h ∈ ℝn. Diciamo che h è tangente alla varietà M nel punto x ∈ M se esiste una funzione ψ : ]t0 - δ, t0 + δ[ → M tale che ψ(t0) = x0, ψ'(t0) = h.
Esempio 2.2
Sia M la circonferenza dell’esempio precedente. Consideriamo la funzione ψ : ]t0 - δ, t0 + δ[ → M definita dalla legge ψ(t) = (cos t, sen t). Si ha: ψ'(t0) = (-sen t0, cos t0).
Definizione 2.3
Sia M una varietà p-dimensionale di classe Ck in ℝn e sia x ∈ M. L’insieme Mx dei vettori tangenti alla varietà M nel punto x si dice spazio tangente alla varietà M nel punto x. Per ragioni di comodità aggiungiamo a tale insieme il vettore nullo continuando a chiamare spazio tangente il nuovo insieme.
Teorema 2.1
Sia M una varietà p-dimensionale di classe Ck in ℝn e sia x ∈ M. Lo spazio tangente alla varietà M nel punto x è uno spazio vettoriale di dimensione p e, se f = 0 è un’equazione locale della varietà M in un intorno si x risulta Mx = ker ∇f(x).
Esempio 2.3
Consideriamo M = {(x, y, z) ∈ ℝ3 : x2 + y2 = 1}. È facile riconoscere che M è una varietà 2-dimensionale di classe C∞ in ℝ3. Precisamente si tratta di un cilindro nello spazio ordinario. Per il teorema precedente sappiamo che lo spazio tangente ad M in un suo punto P = (x0, y0, z0) è uno spazio vettoriale di dimensione 2. Si tratta quindi di un piano. Per determinare l’equazione del piano - usando il teorema precedente - bisogna determinare kerf(P). Poiché f(x, y, z) = x2 + y2 - 1 allora f(P) = (2x0, 2y0, 0) e quindi l’equazione di M è:
fP(P - P0) = ∇f(P) · (P - P0) = 0
ovvero x0(x - x0) + y0(y - y0) = 0.
In generale se M = {(x, xn) ∈ ℝn : xn = f(xn)} allora, posto F(x, xn) = xn - f(xn), si ha:
Mx = {h ∈ ℝn : h ⊥ ∇f(x) ∪ {1}} = ker ∂f/∂xj = h (xn)
Teorema 2.2
Sia M una varietà p-dimensionale di classe Ck in ℝn e sia x ∈ M. Sia f = 0 un’equazione locale di M in x. Allora:
Mx⊥ = L(∇f(x1), ..., ∇f(xn-p))
Nel caso in cui sia nota una parametrizzazione ϕ di M, se ϕ(t0) = x, allora:
Mx⊥ = {h ∈ ℝn : <part;ϕ(t0), h> = 0, j = 1, ..., p}
Esempio 2.4
Consideriamo una funzione f : ℝ3 → ℝ di classe C1 sull’aperto D. Poniamo M = {(x, y, z) ∈ ℝ3 : (x, y) ∈ D, z = f(x, y)}. M è una varietà bidimensionale in ℝ3. Infatti, una sua equazione locale è F(x, y, z) = z - f(x, y) = 0. Dato P = (x0, y0, z0) ∈ M, lo spazio tangente alla varietà M nel punto P è il piano la cui giacitura è ortogonale a (∇f(x0, y0), -1).
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