Letteratura italiana
Incontriamo Solimano, che rappresenta la figura narrativa del bello e dannato. L'aspetto del dannato è fondamentale. Solimano è il Re caduto di Nicea, uno dei primi Re spodestati dai crociati. Ha trovato rifugio presso il Re d'Egitto, che lo ha accolto, dandogli come incarico quello di arruolare i predoni arabi (quindi di creare un esercito di irregolari). Sono le tribù beduine, nomadiche, predoni. Il passaggio dalla regalità all'essere guida di una banda di predoni, comporta per Solimano una sofferenza. Solimano è l'antesignano di Rinaldo, perché entrambi sono le proiezioni di Achille. Al contempo, Solimano rappresenta in sé i grandi sconfitti dell'epica: Turno, Ettore.
Rappresenta nella massima forma la fragilità umana; è una figura esule, di Nicea, un turco, ha perso il regno, è privo di famiglia, perde tutti i legami affettivi che ha. Siamo di fronte al personaggio abbandonato. Solimano entra in scena perché viene sollecitato dalla Furia a letto. La Furia è quell'entità pagana, demoniaca, che perseguita gli uomini spingendoli alla rabbia e alla caduta. Questa entità demoniaca spinge Solimano alla sua disgrazia. È il dannato per eccellenza della Liberata. Spesso nella Liberata è chiamato il Soldano, perché era il sultano di Nicea. Solimano entra in scena come personaggio esule, isolato e sconfitto due volte.
Canto nono
Ottava 1
“Ma il gran mostro infernal, che vede questi Que’ già torbidi cori e l’ire spente, e cozzar contra ‘l fato e i gran decreti svolger non può de l’immutabil Mente, si parte, e dove passa i campi lieti secca, e pallido il sol si fa repente; e d’altre furie ancora e d’altri mali ministra, a nova impresa affretta l’ali.”
Ottava 2
“Ella, che dall’essercito cristiano Per industria sapea de’ suoi consorti Il figliuol di Bertoldo esser lontano, Tancredi e gli altri più temuti e forti, disse: Che più s’aspetta? Or Solimano inaspettato venga e guerra porti. Certo (o ch’io spero) alta vittoria avremo Di campo mal concorde e in parte scemo.”
Ottava 3
“Ciò detto, vola ove fra squadre erranti, fattosen duce, Soliman dimora, quel Soliman di cui non fu tra quanti ha Dio rubelli, uom più feroce allora né se per nova ingiuria i suoi giganti rinnovasse la terra, anco vi fora. Questi fu re de’ Turchi ed in Nicea La sede de l’imperio aver solea,”
Ottava 4
“e distendeva incontra a i greci lidi Dal Sangario al Meandro il suo confine, ove albergar già Misi e Frigi e Lidi, e le genti di Ponto e le bitine; ma poi che contra i Turchi e gli altri infidi passar ne l’Asia l’arme peregrine, fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto ben fu due fiate in general conflitto.”
Nei versi 7-8: troviamo Solimano “ben fu due fiate” sconfitto. È un personaggio che entra da perdente sulla scena, e isolato, perché non è più nel suo regno. Nella Gerusalemme Conquistata, Tasso decide di rendere Erminia la sorella di Solimano. Questo aspetto diminuisce la forza del personaggio, che si alimenta dalla drammaticità di essere un personaggio estraniato dal contesto affettivo. Solimano entra in scena come personaggio ridotto a una condizione che rifiuta, viene fatto comandante dei predoni arabi. È un personaggio che non è in grado di riconoscere più se stesso, a cui è venuta meno la propria identità e che vive della rabbia del riscatto.
Ottava 5
“Ma riprovata avendo in van la sorte E spinto a forza dal natio paese, ricoverò del re d’Egitto in corte, ch’oste gli fu magnanimo e cortese; ed ebbe a grado che guerrier sì forte gli s’offrisse compagno a l’alte imprese, proposto avendo già vietar l’acquisto di Palestina a i cavalier di Cristo.”
Ottava 6
“Ma prima ch’egli apertamente loro La destinata guerra annunziasse, volle che Solimano, a cui molto oro diè per tal uso, gli Arabi assoldasse. Or mentre ei d’Asia e dal paese moro L’oste accogliea, Soliman venne e trasse Agevolmente a sé gli Arabi avari, ladroni in ogni tempo o mercenari.”
Ottava 7
“Così fatto lor duce, or d’ogni intorno La Giudea scorre, e fa prede e rapine Sì che ‘l venire è chiuso e ‘l far ritorno Da l’essercito franco a le marine; e rimembrando ognor l’antico scorno e de l’imperio suo l’alte ruine, cose maggior nel petto acceso volve, ma non ben s’assecura o si risolve.”
Da verso 5: in questi quattro versi viene descritto Solimano. Lo “scorno” rappresenta il senso della frustrazione e della sconfitta. “Rimembrando” è un aspetto che lo accomuna a molti personaggi della Liberata, cioè l’idea ossessiva del ricordo, molto simile a Tancredi, anche se l’oggetto del ricordo è diverso: per Tancredi è la donna amata (e quindi è un ricordo malinconico), mentre per Solimano è il ricordo della sconfitta che accentua l’ira. Le “alte ruine”: “ruina” è una parola quasi tecnica nella Liberata, indica la sconfitta totale, politica ed esistenziale. Nella Liberata il tema della fugacità dell’umano è fondamentale.
Ad esempio, due personaggi durante una navigazione passano davanti le rovine di Cartagine, e questo passaggio è l’occasione per meditare su quanto i regni umani siano transeunti. E così, quando Argante sta per essere ucciso da Tancredi, si volta verso Gerusalemme, e questo personaggio feroce ha un accenno di malinconia di fronte alla sconfitta umana in una città che sperava di poter difendere e che invece cade. L’intera opera è dedicata a una guerra sacra, voluta dagli dei, ma è anche un poema che parla della fine di un regno. Infatti, sono moltissimi i regni caduti, tutti quelli dei mussulmani sono regni finiti (rappresentano proprio la fragilità dell’umano). Però, quando il lettore legge la Gerusalemme Liberata, sa che anche il regno di Gerusalemme cristiano, cioè quello costruito dopo le crociate, è ormai caduto. Quindi il lettore è pienamente proiettato in questa fragilità dell’umano.
Verso 7: “petto acceso” è l’idea del personaggio rabbioso, inquieto, tormentato. Lo vediamo anche al verso 8. I versi finali della liberata molto spesso sono il sigillo, non solo della struttura strofica, ma anche della morale, etico, esistenziale, di un aspetto di un personaggio. Infatti, Solimano non si assicura e non si risolve, cioè non sa scegliere. È un personaggio moderno anche nella sua inquietudine. Tanti sono i personaggi inquieti, in modo diverso.
Ottava 8
“A costui viene Aletto, e da lei tolto È ‘l sembiante d’un uom d’antica etade: vota di sangue, empie di crespe il volto, lascia barbuto il labro e ‘l mento rade, dimostra il capo in lunghe tele avolto, la veste oltra ‘l ginocchio al piè gli cade, la scimitarra al fianco, e ‘l tergo carco de la faretra, e ne le mani ha l’arco.”
Comincia l’azione, perché arriva Aletto: è la Furia, l’elemento demoniaco che tormenta gli uomini producendo in loro inquietudine e sensi di colpa. È Aletto che guida Solimano in tutte le sue azioni. Solimano ci appare come un personaggio spinto da forze demoniache, spinto da una sorta di cupio dissolvi, ossia il desiderio di essere annichilito. È un personaggio spinto all’autodistruzione. Aletto si traveste, assume la forma di un personaggio che si chiama Araspe, un personaggio umano, dal compito di incalzare Solimano alla vendetta (continuare la guerra). Questo travestimento è interessante per due aspetti: è l’inversione di quanto abbiamo visto all’inizio del canto 1, con l’angelo che assume forma umana per guidare Goffredo (è interessante come l’angelo diventi un giovinetto, mentre Aletto assume la forma del vecchio); inoltre si vede l’eccezionalità di Solimano, è l’oltre-umano che assume forma terrena per comunicare direttamente con lui. Il secondo aspetto, è il fatto che qui Tasso sta riscrivendo un episodio dell’Eneide, ma anche dell’Iliade: l’idea che la divinità assuma sembianza umana per parlare con gli uomini.
Ottava 9
“Noi, gli dice ella, or trascorriam le vote Piaggie e l’arene sterili e deserte, ove né far rapina omai si pote, né vittoria acquistar che loda merte. Goffredo intanto la città percote, e già le mura ha con le torri aperte; e già vedrem, s’ancor si tarda un poco, insin di qua le sue ruine e ‘l foco.”
Elementi interessanti: “Ruine” al verso 8: tema della distruzione. Versi 1-2: sono nel deserto della Palestina (riferimento fattuale). Si insiste sulle spiagge sterili e deserte che rimanda l’idea dell’abbandonato, il fatto che Solimano sia un personaggio isolato e che ha perduto il proprio status. Nell’enjambement si noti la forza del “vote”, le vuote spiagge, che comunica il senso di desolazione dell’umano.
Ottava 10
“Dunque accesi tuguri e greggie e buoi Gli altri trofei di Soliman saranno? Così racquisti il regno? E così i tuoi Oltraggi vendicar ti credi e ‘l danno? Ardisci, ardisci; entro a i ripari suoi Di notte opprimi il barbaro tiranno. Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio E nel regno provasti e ne l’essiglio.”
Si ha l’esortazione all’azione, a riprendere la guerra. Verso 5: si ha il doppio “ardisci”.
Ottava 11
“Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza Gli Arabi ignudi in vero e timorosi, né creder mai potrà che gente avezza a le prede, a le fughe, or cotanto osi; ma feri li farà la sua fierezza contra un campo che giaccia inerme e posi. Così gli disse, e le sue furie ardenti Spirogli al seno, e si mischiò tra’ venti.”
Ottava 12
“Grida il guerrier, levando al ciel la mano: O tu, che furor tanto al cor m’irriti (ned uom sei già, se ben sembiante umano Mostrasti), ecco io ti seguo ove m’inviti. Verrò, farò là monti ov’ora è piano, monti d’uomini estinti e di feriti, farò fiumi di sangue. Or tu sia meco, e tratta l’armi mie per l’aer cieco.”
Verso 1: “levando al ciel la mano”; il braccio alzato è una sorta di comunicazione con l’oltreumano. Si inserisce in quella linea di verticalità che abbiamo visto fin dall’inizio. Solimano sa che Aletto non è solo un umano, è consapevole della figura demoniaca che si nasconde dietro Araspe (inciso tra parentesi, versi 3-4), perché ciò che si sta impegnando a fare è una guerra di distruzione. Solimano è consapevole che si sta spingendo verso la distruzione, che è anche auto-distruzione. Solimano si avvia consapevolmente su questo percorso. Il senso del “bello e dannato” è un po’ questo. Riporta a quel sistema dicotomico tipico dell’epica, tra l’umano e il ruolo del divino. Non c’è più Goffredo che accetta di essere guidato da un’entità angelica, ma un uomo che accetta di essere trascinato nella morte da un’entità demoniaca; infatti al verso 4 quel “io ti seguo” implica la passività, perché viene accettato un destino, ma implica anche l’adesione a questo destino. Solimano si muove.
Ottava 13
“Tace, e senza indugiar le turbe accoglie E rincora parlando il vile e ‘l lento, e ne l’ardor de le sue stesse voglie accende il campo a seguitarlo intento. Dà il segno Aletto de la tromba, e scioglie Di sua man propria il gran vessillo al vento. Marcia il campo veloce, anzi sì corre Che de la fama il volo anco precorre.”
Ottava 14
“Va seco Aletto, e poscia il lascia e veste, d’uom che rechi novelle, abito e viso; e ne l’ora che par che il mondo reste fra la notte e fra ‘l dì dubbio e diviso, entra in Gerusalemme, e tra le meste turbe passando al re dà l’alto avviso del gran campo che giunge e del disegno, e del notturno assalto e l’ora e ‘l segno.”
Ottava 15
“Ma già distendon l’ombre orrido velo Che di rossi vapor si sparge e tigne; la terra in vece del notturno gelo bagnan rugiade tepide e sanguigne; s’empie di mostri e di prodigi il cielo, s’odon fremendo errar larve maligne: voltò Pluton gli abissi, e la sua notte tutta versò da le tartaree grotte.”
È uno dei capitoli del tenebroso infernale, del demoniaco tassiano. L’ “orrido velo”, i “rossi vapor”, le “rugiade tepide e sanguigne” che caratterizzano il cielo, è un’immagine omerica, che assume una cadenza demoniaca, è l’idea del demoniaco che si espande nel mondo. In un certo senso siamo di fronte al trionfo del demoniaco. Siamo al canto 9, quindi siamo all’apice a quella sezione degli intoppi che si apriva al canto 4 con il concilio infernale e che si conclude al canto 14, con la ripresa delle sorti felici della crociata. Siamo al momento di massimo trionfo delle forze demoniache. Subito dopo c’è la descrizione di una battaglia.
Ottava 25
“Porta il Soldan su l’elmo orrido e grande Serpe che si dilunga e il collo snoda, su le zampe s’inalza e l’ali spande, e piega in arco la forcuta coda. Par che tre lingue vibri e che fuor mande Livida spuma, e che ‘l suo fischio s’oda. Ed or ch’arde la pugna, anch’ei s’infiamma Nel moto, e fumo versa insieme e fiamma.”
Solimano stesso si trasforma in un’entità demoniaca; infatti, ha un elmo su cui ha un serpente “orrido e grande”. Questa descrizione da incubo viene vista dalla soggettiva dei soldati crociati che combattono contro di lui, perché ovviamente non è così, ma così viene visto, in maniera demoniaca e non umana.
Ottava 26
“E si mostra in quel lume a i riguardanti Formidabil così l’empio Soldano, come veggion ne l’ombra i naviganti fra mille lampi il torbido oceano. Altri danno a la fuga i piè tremanti, danno altri al ferro intrepida la mano; e la notte i tumulti ognor più mesce, ed occultando i rischi, i rischi accresce.”
Verso 1: “e si mostra” rimanda ancora all’idea della soggettività. Verso 3-4: viene visto nello stesso modo con cui dei naviganti dell’oceano in una notte di tempesta vedono la tempesta alla luce dei lampi. Un’immagine tremante, che compare e scompare e che altera la realtà. Tasso mostra una percezione distorta della conoscenza umana, una percezione associata alla notte (di nuovo); siamo in una dimensione affine al sogno/incubo tipico della Liberata. Solimano perde anche questa battaglia; è nuovamente sconfitto.
Ottava 68
“Non lontana è Clorinda, e già non meno Par che di tronche membra il campo asperga. Caccia la spada a Berlinghier nel seno Per mezzo il cor, dove la vita alberga, e quel colpo a trovarlo andò sì pieno che sanguinosa uscì fuor de le terga; poi fere Albin là ‘ve primier s’apprende nostro alimento, e ‘l viso a Gallo fende.”
Ottava 69
“La destra di Gerniero, onde ferita Ella fu già, manda recisa al piano: tratta anco il ferro, e con tremanti dita semiviva nel suol guizza la mano. Coda di serpe è tal, ch’indi partita Cerca d’unirsi al suo principio invano. Così mal concio la guerriera il lassa, poi si volge ad Achille e ‘l ferro abbassa,”
Ottava 70
“e tra ‘l collo e la nuca il colpo assesta; e tronchi i nervi e ‘l gorgozzuol reciso, gio rotando a cader prima la testa, prima bruttò di polve immonda il viso, che giù cadesse il tronco; il tronco resta (miserabile mostro) in sella assiso, ma libero del fren con mille rote calcitrando il destrier da se lo scote.”
Ottava 81
“Un paggio del Soldan misto era in quella Turba di sagittari e lanciatori, a cui non anco la stagion novella il bel mento spargea de’ primi fiori. Paion perle e rugiade in su la bella Guancia irrigando i tepidi sudori, giunge grazia la polve al crine incolto e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.”
Ottava 82
“Sotto ha un destrier che di candore agguaglia Pur or ne l’Apennin caduta neve; turbo o fiamma non è che roti o saglia rapido sì come è quel pronto e leve. Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia, la spada al fianco tien ritorta e breve, e con barbara pompa in un lavoro di porpora risplende intesta e d’oro.”
Ottava 83
“Mentre il fanciullo, a cui novel piacere Di gloria il petto giovenil lusinga, di qua turba e di là tutte le schiere, e lui non è chi tanto o quanto stringa, cauto osserva Argillan tra le leggere sue rote il tempo in che l’asta sospinga; e, colto il punto, il suo destrier di furto gli uccide e sovra gli è, ch’a pena è surto,”
Ottava 84
“ed al supplice volto, il qual in vano Con l’arme di pietà fea sue difese, drizzò, crudel!, l’inessorabil mano, e di natura il più bel pregio offese. Senso aver parve e fu de l’uom più umano Il ferro, che si volse e piatto scese. Ma che pro, se doppiando il colpo fero Di punta colse ove egli errò primiero ?”
Ottava 85
“Soliman, che di là non molto lunge Da Goffredo in battaglia è trattenuto, lascia la zuffa, e ‘l destrier volve e punge tosto che ‘l rischio ha del garzon veduto; e i chiusi passi apre co ‘l ferro, e giunge a la vendetta sì, non a l’aiuto, perché vede,
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Gerusalemme Liberata
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Gerusalemme Liberata
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Orlando Furioso e Gerusalemme Liberata