Palazzi e ville tra XVII e XVIII secolo
Palazzi nelle città del seicento
Il consolidarsi delle società di corte nel corso del Seicento e il rafforzarsi degli apparati statali portano le nobiltà
italiane, dai possessori di feudi ai patriziati urbani, fino alla più recente nobiltà di toga, a ripensare e adeguare
le proprie strategie insediative. Quasi ovunque, il palazzo urbano si conferma come il fulcro di un “sistema
della casa” aristocratico articolato, che può arrivare a comprendere diversi tipi di edifici residenziali. Nelle città,
che si ristrutturano sulla base di gerarchie politiche tradotte in nuovi usi dello spazio, il potere di una casata
tende a rappresentarsi in modi sempre meno autoreferenziali, e il palazzo consente di fare fronte a queste
rinnovate esigenze. Sempre di più contano le reti di relazioni, i rapporti tangibili e visibili che un palazzo
consente di istituire sia nel confronto con le residenze di altre famiglie (e non è difficile, nell’Italia di questi anni,
individuare “sezioni orizzontali” di società in cui le élite si osservano tra loro: i senatori a Bologna, i
parlamentari palermitani, la “nobiltà del ’22” torinese, i cardinali romani…), sia verticalmente, attraverso
l’omaggio ai poteri consolidati e alle loro scelte architettoniche.
Il palazzo seicentesco tende a dare forma alla città: si dispone in modo da organizzarne i nodi, le vedute, gli
incroci. Richiede notevoli investimenti, ma d’altronde il suo allineamento ben riuscito su uno stradone
prestigioso o il suo affaccio su una nuova piazza possono mutare in modo radicale lo status di una famiglia.
Per questo, ai committenti e agli architetti sono richieste capacità di interpretazione e comprensione delle
dinamiche urbane: occorre individuare i luoghi che conteranno nei decenni a venire, saper sfruttare a proprio
vantaggio una norma di riallineamento, o ancora, riuscire ad acquistare per primi un terreno. Questo porterà
alcuni progettisti, particolarmente abili a negoziare lo spazio urbano e a districarsi tra le rivalità interne ai ceti
dirigenti, a costruirsi delle carriere come costruttori di palazzi.
Anche per questo legame con la città, il palazzo del Seicento raramente insegue una forma ideale: una volta
conquistato un sito, il disegno dell’architettura gli si adatta. Lo slittamento di un portale fino ad incrociare una
strada laterale può rimediare all’affaccio su una via stretta; oppure, dal corpo principale può partire una nuova
ala, per andare alla conquista di uno slargo. Memorabile, in questo senso, è il tentacolare sviluppo di alcuni
palazzi romani: Palazzo Barberini prende una forma a H irregolare, che consente di sviluppare un doppio
fronte d’ingresso (fig. 1; scheda 1); Palazzo Borghese si piega e si allunga fino a raggiungere il Tevere (fig. 2),
su cui si affaccia con una loggia e un giardino pensile. E dove lo spazio per mettersi in scena (o per svoltare
con una carrozza) non c’è, lo si può creare: a Roma le demolizioni, di fronte ai palazzi cardinalizi, non sono un
evento eccezionale; a Torino, la piazza di fronte a Palazzo Carignano nasce da un lotto edificabile strappato ai
gesuiti, e lasciato signorilmente libero da edifici.
Il palazzo è anche un bene economico sui generis.
Da un lato, la sua costruzione contribuisce alla concentrazione di valori e rendite propria delle città; dall’altro,
esso tende a sottrarsi alle dinamiche economiche dei mercati urbani. Fondamentale per il costituirsi di
patrimoni durevoli, l’istituto giuridico del fedecommesso – termine che indica l’assegnazione di un bene a un
fondo inalienabile, che si costituisce come nucleo intergenerazionale del patrimonio di una famiglia nobile – è
un privilegio a cui le famiglie nobili fanno sistematicamente ricorso, vincolandovi il proprio palazzo. È il
fedecommesso a consentire alle famiglie aristocratiche di investire sulla residenza urbana nell’arco di più
generazioni, e anche di intraprendere investimenti non commisurati alle proprie rendite ordinarie. Anche per
questo, la messa a rendita del palazzo è estremamente variabile lungo tutto l’antico regime: oscilla fra la
sottrazione dell’intero edificio alle logiche del profitto e il suo sfruttamento intensivo, per lo più tramite affitti e
attività commerciali che si addensano intorno agli spazi di rappresentanza. D’altra parte, è la stessa
definizione di palazzo ad applicarsi a beni molto diversi. Tra la residenza di un principe romano o di un
banchiere genovese e la “casa da nobile” di una famiglia neotitolata in una città di provincia, che concentra
tutte le ambizioni di rappresentanza nel concatenamento di un atrio, una scala e un modesto salone, stanno
innumerevoli gradazioni dell’abitare e del rappresentarsi in società.
Caratteri del palazzo seicentesco
I limiti cronologici inferiori del periodo che prendiamo in esame sono porosi non meno della definizione stessa
di palazzo: a cavallo tra Cinque e Seicento la continuità prevale un po’ ovunque sul cambiamento, e dobbiamo
affidare a singoli progetti, o ad avvenimenti di portata più simbolica che concreta, il compito di rappresentare la
svolta verso le nuove ambizioni e forme del palazzo seicentesco. Un caso estremo di continuità è quello
genovese, dove è in costruzione dal secondo Cinquecento il sistema di palazzi dei “rolli” (le residenze private
che la Repubblica destinava, a rotazione, ad uso di ambasciate e per accogliere visite di rappresentanti
stranieri): nel 1618, l’apertura di una nuova strada ai margini dell’abitato – via Balbi – rilancia il mercato,
consentendo di intraprendere nuove costruzioni su una scala inedita. A Palazzo Balbi Durazzo, ampliato a più
riprese fino all’inizio del Settecento (quando vi interviene Carlo Fontana), il carattere aperto dei palazzi del
Cinquecento si potrà accentuare, articolandosi in uno spettacolare atrio a doppia altezza e nello scalone
teatralmente affacciato verso il mare. Il più compatto Palazzo Rosso (Brignole Sale) (figg. 3, 4), che intorno al
1670 va a completare la lottizzazione cinquecentesca di Strada Nuova, è invece contraddistinto da uno
sviluppo tutto in verticale: il monoblocco traforato tipico della Genova rinascimentale si scompone in uno snello
edificio padronale e in due corpi più bassi, terrazzati, che scavalcano con passaggi pensili i vicoli sottostanti.
L’irraggiamento internazionale e il potere della casta dei banchieri genovesi si condensano in una
pubblicazione di portata europea: i Palazzi di Genova di Pieter Paul Rubens (Anversa, 1622, con edizioni
successive arricchite di nuovi casi ed esempi), singolare forma di ritratto collettivo di un’élite attraverso le sue
abitazioni.
l carattere corale e competitivo della costruzione residenziale non è soltanto prerogativa delle repubbliche
(quanto succede a Genova vale anche per Venezia): a Roma il modello di residenza è de nito dalle grandi
dimore delle famiglie cardinalizie. Nella città eterna, il secolo dei palazzi inizia con il rilancio del cantiere di
Palazzo Borghese a seguito dell’elezione di Paolo V (1605): il già notevole edi cio si ingigantisce e gli
appartamenti del piano nobile si prolungano con una lunghissima in lata di stanze in sequenza, sfruttando
l’estensione verso Ripetta. Ma è con Palazzo Barberini alle Quattro Fontane (dal 1628, con interventi per tutto
il XVII secolo) che la ricerca di originalità dell’architettura romana di quegli anni si manifesta no in fondo.
L’edi cio, dedicato a ospitare due diversi rami della famiglia, è un ibrido tra palazzo e villa suburbana.
Nell’inedita articolazione dei percorsi interni, i principi di regolarità e simmetria sono accantonati a favore di
una composizione per parti, caratterizzata da colpi di scena. Tra gli ambienti che più faranno scuola – anche nel
vero senso della parola, diventando oggetto di esercizi di disegno di innumerevoli aspiranti architetti in
Europa – vi sono l’atrio porticato con terminazione a esedra, i due s
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