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Introduzione secondo semestre

Questo secondo semestre analizziamo “Il fascismo in tre capitoli”. Il primo capitolo parla dell’evoluzione storica del fascismo, dal 1919-1945, la presa del potere. Il secondo capitolo riguarda le interpretazioni del fascismo, le interpretazioni degli storici riguardo al regime fascista, la cosiddetta storiografia. Il terzo capitolo conclude con una serie di definizioni; l’autore prende delle parole, ognuna delle quali ha un significato preciso, per capire cosa vuol dire fascismo, il fenomeno totalitario. L’autore propone una propria definizione del fascismo: “il fascismo è un fenomeno politico moderno, nazionalista e rivoluzionario, antiliberale e antimarxista, organizzato in un “partito milizia”, con una concezione totalitaria della politica e dello Stato, con una ideologia fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista, mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà”. Il libro è la risposta alle domande di Emilio Gentile.

Riprendiamo dove ci siamo lasciati l’ultima volta. Per capire il fascismo e i fenomeni totalitari come il nazismo è importante partire da qui, sennò non capiremo chi sono stati, cosa sono stati, la loro natura: partiamo quindi dalla Grande Guerra, fra l’altro mai combattuta in Germania, dal risentimento dei tedeschi, anche per il paese italiano, c’è la questione del fiume, la vittoria mutilata e altro.

L’avvento dei regimi totalitari in Europa e l’avvento del nazismo

Cerchiamo di capire come mai il virus del totalitarismo si sia diffuso in Europa. Se vediamo la cartina politica dell’Europa, vediamo che le democrazie sono poche, ma in tantissimi paesi si sono diffusi regimi totalitari o che li assomigliano, che li chiamiamo come regimi autoritari, che hanno una natura diversa dai regimi totalitari, ma hanno una stessa natura, come l’ostacolo alla libertà. Nei paesi democratici si diffondono negli anni ’20 e ’30 delle correnti politiche totalitarie: ricordiamo Mussolini, Lenin e Stalin. La politica è messa in discussione un po’ ovunque. Il virus totalitario ha colpito tutta Europa, il nostro compito è capire perché, perché dopo la prima Guerra Mondiale in Europa non si è trovato un vaccino antitotalitario, e questo virus si è diffuso su larga scala ad est, a ovest e al centro dell’Europa e anche nel nostro Paese. Non hanno trovato le forze per fermarlo fino alla Seconda guerra mondiale. Facciamo attenzione a come scoppia, a quali sono gli schieramenti della Seconda guerra mondiale: troviamo da una parte la democrazia contro regimi totalitari da un’altra. La Seconda guerra mondiale scoppia nel 1939, dopo una lunga incredibile alleanza. È stata difficile da capire anche per i contemporanei, tra Hitler e Stalin, il famigerato patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due ministri esteri. La Seconda guerra mondiale comincia così, cambierà quando Hitler rivolterà i cannoni all’Unione Sovietica, ma all’inizio sembra una lotta tra democrazia e regimi totalitari.

Sarà una guerra ancora più ideologica della Prima guerra, la Seconda guerra lo è stata ancora di più, la crociata da una parte con le democrazie dall’altra con i regimi totalitari. Bisogna capire come mai tanti europei non hanno sviluppato anticorpi antitotalitari, dobbiamo partire dall’esperienza, quella che ci ha colpito, ovvero quella che milioni di giovani europei hanno vissuto nella Prima guerra di trincea. La parola esperienza è veramente interessante: fare esperienza di qualcosa non vuol dire vivere qualcosa che ci passa addosso, non vuol dire semplicemente provare tutte, l’esperienza è qualcosa di più profondo, che ci segna, sono i ricordi che ci segnano in modo consapevole ma anche in modo levitato che compaiono fuori, è un’esperienza che incide profondamente nella vita dei giovani europei.

Gentile parla spesso del giovannismo, il culto della giovinezza, una canzone del fascismo nel ’30 si chiama giovinezza: stiamo facendo un pezzo di storia dei giovani, è importante dire che la guerra ha segnato profondamente i giovani europei, quelli che hanno dai 18 anni in su, per la leva di massa. Sono loro i protagonisti dei combattimenti, sono loro che hanno aiutato nelle trincee per tanti anni, sono loro che hanno imparato a fare il mestiere del soldato, cioè sparare al nemico. Questi giovani sono stati particolarmente segnati, qualcuno ancora non maggiorenne è stato mandato in trincea, formato anche per essere ufficiale, mediano tra le truppe, i fanti e gli ordini che arrivano dai generali. Erano ragazzi appena maturati, giovani più di noi. I protagonisti sono i giovani della Prima guerra mondiale, perché sono i giovani del futuro dei vari paesi compresa Italia.

Parlare dell’esperienza dei giovani significa capire non solo quest’esperienza ma anche cosa è successo dopo, compresi i regimi totalitari, perché quest’esperienza è stata indelebile, indimenticabile, ha avuto effetti pesanti soprattutto dal punto di vista fisico. Ricordiamo la mutilazione di massa nella Seconda guerra mondiale, tutto l’esempio delle protesi, l’artificiale che aiuta il fisico a riprendersi. C’è anche una specie di mutilazione psicologica, la nevrosi di guerra, e tanti di coloro che avevano subito la malattia, lo shell-shock, molti venivano abbandonati nei manicomi e negli ospedali. Però c’è qualcosa di più profondo che riguarda tutti, volenti o non volenti, cioè interventisti volontari, ma anche quelli che la guerra non voleva, anche quelli che hanno dovuto farla non tanto perché fossero patrioti ma per la disciplina militare (ricordiamo la cartolina militare, e se rifiutavi venivi considerato disertore). Ci vai o ci stai, sono importanti due cose: sacrificare la propria patria, la propria famiglia, lo devi fare perché o ti ammazza il tuo nemico o ti ammazza il tuo compagno alle spalle, si deve fare l’abitudine. Dopo la tregua del Natale del 1914, la guerra va avanti, la disciplina militare diventa più dura. Le conseguenze sono due: o impazzisci o ti abitui a fare il soldato, e fare il soldato significa fare violenza, usare le armi per risolvere i problemi politici, abituarti a utilizzare la violenza per risolvere i conflitti politici.

L’esperienza della Grande Guerra e la seduzione totalitaria

Cos’è successo all’Europa per essere così illusa dai totalitarismi? I totalitarismi non si sono imposti con la forza, ma con la seduzione, sedurre significa impedire alla persona sedotta di riprendersi, che abbia una capacità di prendere distanza. Ci chiediamo come il totalitarismo abbia sedotto milioni di europei. Partiamo dall’esperienza della Grande Guerra.

L’esperienza della Grande Guerra ha amplificato (diffuso su larga scala) le aspirazioni delle avanguardie di inizio secolo: ecco perché Ventrone dedica uno spazio enorme sulle avanguardie europee e sulle avanguardie italiane (come futurismo, nazionalismo...), stiamo sempre parlando di quelle. Il primo capitolo inizia con poche pagine su queste avanguardie, ma cosa ci interessa? Bisogna ricordarle perché la guerra è come un enorme megafono, che amplifica i modi di pensare, la mentalità, il modo di pensare alla vita politica, le relazioni sociali, il modo di fare politica tipico di avanguardie di inizio secolo, quello che Ventrone definisce come incunaboli. Alcune avanguardie dopo la guerra sono diventate antifasciste, non c’è uno stesso processo per tutte le avanguardie.

Ma chi erano gli avanguardisti? Sono i pochi giovani del ceto medio, studenti, intellettuali, artisti, qualche politico che fanno rivoluzioni. Scendono in piazza e ottengono le cose con la forza, scavalcando la democrazia, il parlamento. Cos’è successo con la guerra? Queste cose terribili hanno riguardato tutti, tutti sono stati coinvolti, la guerra ha militarizzato la società civile, in particolare i soldati. Hanno dovuto affrontare i problemi in modo tipico delle avanguardie, l’azione politica diretta, hanno vissuto un’esperienza diretta voluta dalle avanguardie come quelli interventisti. Hanno vissuto un’esperienza traumatica che li ha segnati profondamente, ma che ha messo in pratica le aspirazioni delle avanguardie, come il Manifesto futurista di Marinetti. La guerra ha coinvolto tutti, la propaganda di guerra era veramente efficace (non bastava la disciplina militare), la guerra è stata legittimata dalla propaganda; la guerra cambierà radicalmente l’Europa, l’Europa che una volta era pacifica, nella maggior parte dei cittadini del tempo. Dopo la guerra, ci si abitua ad affrontare i problemi con l’azione diretta, è a tutto la violenza, che non fa più scandalo, si diffondono le rivoluzioni come la bolscevica, le aspirazioni rivoluzionarie come quella in Russia del 1917, la rivoluzione si fa con le armi. Questo perché tutta l’Europa si era diffusa questo metodo, si era abituata ad usare delle armi.

Nel primo capitolo di Gentile si parla ancora delle avanguardie, ricordando oltre al futurismo, il nazionalismo. Gentile ricorda altre, anche una rivista importante di Firenze “La Voce”, fondata e diretta da Giuseppe Prezzolini: è importante perché un po’ tutte le avanguardie italiane sperimentano nuovi linguaggi artistici e politici in questa rivista, ed è in questa rivista che si alimenta il risorgimento incompiuto. Gentile fa anche riferimento alle avanguardie di estrema sinistra, si parlava di Mussolini, che tradisce il socialismo per diventare interventista, si parla anche dei sindacalisti rivoluzionari, corrente diffusa in Italia e in altri paesi dell’Europa, che vogliono fare la rivoluzione di sinistra, quella proletaria, la lotta di classe, però a differenza del partito socialista, vogliono fare la rivoluzione attraverso lo strumento del sindacato, cioè organizzazioni di lavoratori che difendono gli interessi dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro. I sindacalisti rivoluzionari pensano che gli operai si devono organizzare nel basso delle fabbriche dove lavorano, e devono utilizzare un metodo per fare rivoluzione, cioè lo sciopero generale. Si diffonde tra di loro il mito dello sciopero generale, diffuso da un intellettuale francese ed è stato recepito dai sindacati rivoluzionari. Sciopero vuol dire che scioperano tutti, significa paralizzare una nazione, il primo è stato nel 1904. I sindacalisti rivoluzionari possiamo inserirli tra le avanguardie.

Legittimazione della violenza

La guerra prende queste aspirazioni di destra e di sinistra e le mette insieme, anche la sinistra interventista, Mussolini compreso, cominciano a pensare nei termini di nazione, diventano sindacalisti nazionali. I soldati devono utilizzare i metodi delle avanguardie italiane liberali, non c’è niente di democratico in guerra, è un modo di far politica diversa. La guerra legittima la violenza come modo normale di fare politica, come se fosse normale raggiungere i propri obiettivi politici attraverso la violenza, la violenza scandalizza gli europei, i soldati cominciano ad usare la violenza in maniera meccanica, senza riflettere.

La guerra finisce nel 1918, e succede che il metodo di far politica di guerra, cioè la violenza, viene applicata alla società di pace, la politica dopo la Prima guerra mondiale è di questo tipo, è violenta, tal punto tale che alcuni partiti se sono di estrema destra o di estrema sinistra usano le armi, i civili non restituiscono le armi, le nascondono in cantina perché non si sa mai. Si scoprirà che a destra in Italia, le armi ci sono e si vede tantissimo. La violenza viene trasportata nella società di pace, e viene usata non con il nemico della patria, ma contro il nemico politico (quello che ha un’altra opinione politica). Si comincia a pensare che la patria coincida con la propria opinione politica. C’è la tentazione di dimenticare se stessi e la patria. Anche il nemico allora si trasforma, non è il nemico della trincea di fronte, ma è il nemico politico.

Questo brutalizza molto la politica del primo dopoguerra, militarizza, è finita la guerra ma la militarizzazione della società civile continua. C’era la tentazione di monopolizzare l’idea di patria, si rifonde nella vita politica del dopoguerra. Essere veri patrioti significa essere fascisti/nazionalisti. Ognuna di queste opposizioni ritiene di incarnare il bene del duro paese, e squalifica l’avversario politico come se l’avversario politico fosse l’incarnazione del male.

Invenzione del “nemico oggettivo”

Proprio perché l’idea di patria viene fatta coincidere con la patria politica, la propaganda di guerra ha segnato gli europei, la guerra ha inventato il nemico, ma ha inventato quello che gli storici chiamano “il nemico oggettivo”. Questo ci aiuta a capire cosa sono i totalitarismi. Il nemico dei totalitaristi non è semplicemente il nemico che è contrario alle mie idee, il nemico del fascismo non sono gli antifascisti, il nemico per i regimi totalitari è qualcosa di più: è qualcosa che è nemico, non perché mi è contrario, ma perché esiste. Tutti i totalitarismi che assolvono la questione del nemico dalla guerra sono oggettivamente nemici. Devo combatterlo perché esiste e per la salvezza della patria. Si parla di nemico oggettivo assoluto. È necessario organizzare la società di massa come dice LeBon, è necessario essere coesi: è più facile essere coesi se c’è un nemico comune, che mette in discussione la nostra esistenza, è facile difenderci insieme. I totalitarismi usano questa categoria astratta del nemico oggettivo, perché gli fanno dimenticare dei sacrifici che hanno fatto, a partire dalla libertà personale. È utile avere un capro espiatorio, dare la colpa a qualcuno di ciò che non funziona, per esempio possiamo prendere gli ebrei per i nazisti.

Ci chiediamo se altri regimi totalitari abbiano nemici oggettivi? I kulaki, i contadini, che hanno acquisito risorse durante la Nep. I kulaki sono nemici oggettivi per Stalin, più di un milione di persone ammazzati in massa dopo che passa dalla Nep ai piani quinquennali. I kulaki vengono attribuiti come colpevoli, per esempio, delle carestie sviluppate in Russia negli anni ’30, perché il sistema comunista non può mettere in discussione le proprie scelte, la colpa è sempre di qualcuno altro. C’è un articolo del Codice penale sovietico di Lenin: “verrà applicata la pena capitale a tutti coloro che aiutano o possano aiutare in via ipotetica la borghesia nel mondo”. I nemici oggettivi del sistema sovietico sono la borghesia, e i kulaki sono uno dei modi di essere la borghesia agraria. Ma anche il fascismo ce l’ha un nemico oggettivo? Non sono gli ebrei, perché Mussolini aveva un’amante ebrea, e sulla Marcia di Roma hanno partecipato tanti ebrei, considerati come tutti altri fascisti. Ma chi sarà?

Prevalenza degli interessi collettivi

La vita politica del Primo Guerra è cambiata, crea degli stati d’animo collettivi potenti, dopo la guerra si diffonde dei modi di fare politica dei liberali e individuali. In guerra, la libertà è scomparsa come valore, non puoi scegliere che tipo di libertà fare, non puoi scegliere le relazioni sociali, non si ha nessuna scelta libera, nemmeno che tipo di operazione militare fare, non c’è spazio per la libertà personale. L’idea che sia valore assoluto, che deve fondare un sistema politico, che cos’è? Se non hai la libertà, c’è la patria, l’obbedienza, si obbedisce perché c’è in gioco la salvezza della patria, l’onore della patria. Il valore della patria legittima la violenza, legittima i metodi che non sono fatti moderati, quindi anti-moderati. Sembra che il confronto/il compromesso tra partiti indebolisca la patria, gli europei che hanno dovuto identificare con il valore sommo perché non volevano sacrificarsi. Si impara a far prevalere gli interessi collettivi sugli interessi individuali. La libertà non è un valore accessibile. Gli europei si sono abituati a obbedire, quando indossano la divisa militare, che significa far parte di un esercito di massa, a capo di un esercito indiscutibile, e significa che questa massa organizzata è gerarchica, ci sono dei comandi gerarchicamente sovraordinati (generale-ufficiale-sottoufficiale-soldati). Questo modo di vivere gli europei l’hanno imparato in guerra. Anche i regimi totalitari sono in divisa: la moda della divisa non viene meno con la guerra, tutti la stessa divisa. È una politica dove i colori sono importantissimi, ogni regime totalitario ha un suo colore, hanno un certo tipo di camicia, come i fascisti hanno la camicia nera (viene dagli arditi, reparto speciale della guerra, al quale venivano affidato missioni pericolose). I bolscevichi ce l’hanno, hanno il rosso, la bandiera rossa con la falce e il martello. Avere tutti la stessa divisa, è essere una massa organizzata, è essere indistinguibili, non conta più l’individualismo (infatti si parla di anti-individualismo), conta il collettivo. Essere cittadini significa essere tutti uniti nello stesso sforzo. Un’altra cosa che i soldati hanno imparato nelle guerre è il cameratismo, valore importante, la solidarietà fra soldati, aiuta anche il singolo individuo; senza questo il singolo è perso. Non a caso i soldati fascisti fra di loro si chiamano camerati, i fascisti hanno in mente che bisogna salvare l’Italia dall’individualismo liberale, bisogna imporre i bisogni collettivi della patria sugli interessi individuali. Sacralizzazione della guerra, dunque violenza, gerarchia, obbedienza, tutti ingredienti della guerra che troveremo nei sistemi totalitari.

Nuovi modelli di organizzazione politica e aristocrazia

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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