Tutor 52044 punti

La vita ai tempi del Corona Virus


Quando a gennaio abbiamo saputo di un nuovo virus che stava mietendo vittime in Cina e che aveva provocato l’isolamento in quarantena di milioni di persone la maggior parte di noi non ha prestato grande attenzione alla notizia. Alcuni l’hanno semplicemente ignorata, altri l’hanno accolta come una delle tante informazioni provenienti da zone remote del mondo che possono preoccupare, dispiacere o lasciare indifferenti ma davvero in pochissimi abbiamo pensato che si trattasse di un fatto che potesse riguardarci direttamente.

Col passare del tempo i contorni della vicenda hanno iniziato a diventare più nitidi, come una persona lontana che non riusciamo a riconoscere perché troppo distante e che, man mano che si avvicina, ci permette di osservarla per poter definire se la conosciamo o meno. Forse la questione iniziava in qualche modo a riguardarci e il fatto che si iniziasse a ripetere che questa malattia fosse letale solo per gli anziani e per chi già era malato ci lasciava perplessi e suscitava reazioni differenti: visto che noi non rischiamo di morire non ci dobbiamo preoccupare? Ma i nostri nonni? E quel parente malato? Che cosa ci vogliono trasmettere gli adulti tramite i mezzi di comunicazione? Ci vogliono dire che dobbiamo basare la nostra vita sull’egoismo e che se un pericolo non può toccarci dobbiamo ritenerlo inesistente?
Ed ecco che sono passati altri giorni e dopo un pomeriggio di nervosismo e di attesa ci hanno comunicato che le scuole sarebbero state chiuse per due settimane provocando una reazione entusiastica pressoché generale. Siamo usciti, abbiamo festeggiato, dimenticando o facendo finta di farlo, che se si era arrivati a questa decisione il motivo doveva essere grave. Abbiamo bevuto dalla stessa bottiglia di birra, ci siamo salutati con i bacetti come abbiamo sempre fatto e abbiamo guardato con un sentimento di derisione mista a disapprovazione quei pochi giovani che iniziavano a mettersi la mascherina. Si trattava più che altro di qualche appassionato di k-pop o di manga giapponesi che conosceva bene un’abitudine considerata normale da molto tempo nei paesi dell’estremo Oriente.

La quarantena decisa a causa del Corona Virus


Il successivo annuncio dell’obbligo di rimanere in casa ci ha colti di sorpresa e ci ha travolti come un’ingiusta sentenza di prigionia. Le giornate passano tra aule virtuali, grandi quantità di compiti e videochiamate con gli amici. I più fortunati di noi hanno una casa abbastanza spaziosa in cui non sentirsi completamente oppressi o dei genitori che non sono disperati perché non hanno più una fonte di reddito. Altri, costretti in spazi angusti e nell’angoscia dell’incertezza economica, vivono la reclusione come la concretizzazione di un incubo.
Ormai pochi di noi, forse i più privilegiati o i più sprovveduti, continuano a vivere nel disinteresse per ciò che accade perché il male altrui, fosse anche quello di chi ci è vicino, non è considerato male finché non ci riguarda direttamente. E l’unica nostra preoccupazione è se e quando riapriranno le scuole, che ne sarà di chi non aveva la sufficienza e quando mai potremo di nuovo uscire di casa. Di quei rimproveri di sconsideratezza per aver proseguito con una vita normale fino alla vigilia della quarantena disconosciamo l’esistenza. Molti altri li ascoltano e si domandano quale dovrebbero esseri i nostri modelli di comportamento sensato: se alcuni genitori hanno dialogato con tutte le loro energie per spiegare l’importanza di rimanere a casa, altri, ancora nel fine settimana del 7 e dell’8 di marzo, organizzavano incauti per i loro figli feste di compleanno a cui venivamo invitati suscitando lo sconcerto delle nostre famiglie che con grande difficoltà riuscivano a convincerci di non essere esagerati o paranoici se ci proibivano di andare.

temi sull'adolescenza

E tutti quei giovani poco più grandi di noi che si sono riversati in massa sui treni per ritornare nelle loro zone di origine contro ogni principio di buon senso e rispetto nei confronti dei loro stessi cari? E di tutte quelle persone che si ostinano a non indossare le mascherine, che cosa dovremmo dire? Sì, rieccole le famigerate mascherine. Abbiamo scoperto (perché nel frattempo abbiamo iniziato a informarci, non su Instagram o su Whatsapp ma sui giornali o addirittura sui siti delle università) che non si tratta di una stravaganza da fan dei BTS ma che in Corea, dove le indossano addirittura in casa, hanno contribuito grandemente a impedire il propagarsi dell’epidemia. E mentre continuiamo a informarci veniamo a sapere di Carlo Urbani, il medico che individuò la SARS nel 2003 e che riuscì a evitarne l’espansione grazie a delle misure di contenimento del tutto simili a quelle adottate, forse davvero tardivamente, anche nel nostro Paese. In Vietnam, una volta debellata l’epidemia, si celebrò una grande festa in onore di Carlo Urbani, “colui che ha salvato il nostro Paese”. Ma scopriamo con sgomento che questo grande medico non poté partecipare alle celebrazioni perché fu contagiato e ucciso dalla SARS. E non possiamo non pensare ai tanti medici che sono morti in Italia perché privi delle più basilari forme di protezione da una malattia così contagiosa. E questo incubo quotidiano diventa sempre più nitido e spaventoso quando giungono le notizie che mai avremmo immaginato: muoiono anche i giovani, giovani sani, adolescenti come noi. E allora affiora alla nostra mente il ricordo di quella lezione di storia sull’influenza spagnola. Come stavano le cose? Con la massima concentrazione cerchiamo di recuperare quei dati che prima sembravano così lontani e che invece adesso assomigliano spaventosamente anche al nostro presente: l’influenza spagnola scoppiò per la prima volta nel 1918 tra aprile e giugno facendo poche vittime negli Stati Uniti sicché molti ne dedussero che non fosse una malattia grave e che fosse pericolosa solo per gli anziani. Il governo condivideva questa posizione e non attuò pressoché nessuna misura di contenimento. Ma nell’ottobre dello stesso anno il numero dei casi e delle morti collegate all’influenza aumentò notevolemente.

Si ammalarono più di venti milioni di cittadini statunitensi e circa ottocentocinquantamila morirono. Moltissimi di loro erano giovani. Quando il governo si rese conto della situazione era ormai troppo tardi e le contromisure adottate non ebbero l’efficacia sperata. Eppure, in quella lezione sull’influenza spagnola scorgiamo una piccola luce di speranza che, come una candela in una stanza buia, riesce a spezzare anche l’oscurità più profonda. Ci ricordiamo di quella piccola città degli Stati Uniti che si trovava in un’area colpita duramente dal virus ma che riuscì a evitare che l’epidemia si propagasse in modo diffuso. Il maestro della città, infatti, agì con determinazione spiegando ai suoi concittadini le misure di prevenzione della malattia e ideando un sistema di quarantena con cui proteggere la città; in questo modo riuscì a tenere sotto controllo l’epidemia in un raggio di trenta chilometri.
Ora che quei fatti che sembravano così lontani sono diventati la nostra realtà quotidiana possiamo decidere se cedere alla disperazione e all'egoismo o se intraprendere un’altra strada. Abbiamo capito che questi virus ci raggiungono a causa dell’ingerenza dell’essere umano sulla natura, della sua violenza nei confronti degli altri esseri viventi. Constatiamo che la loro diffusione è poi dovuta all'irresponsabilità e all'anteporre gli interessi di pochi al bene di molti. Se prima la nostra angoscia per il futuro riguardava la mancanza di lavoro e la possibilità di essere costretti a cercarlo fuori dall’Italia, ora abbiamo iniziato a dubitare del futuro stesso e, talvolta, della reale affidabilità degli adulti. Ma la nostra gioventù non si deve manifestare solo in una svagata sconsideratezza: questa esperienza, il ricordo di quel coraggioso maestro statunitense di cento anni fa, ci invitano a prendere coscienza dell’infinito potenziale della nostra età. Tra una videolezione, una maratona su Netflix e una nottata alla playstation, si fa avanti il desiderio di altro: di giustizia, di rispetto, di un mondo in cui gli esseri umani possano vivere in armonia e senza paura. E iniziamo a pensare che stiamo diventando migliori, meno egoisti e più empatici e che vogliamo qualcosa di diverso per il nostro futuro. Quando finalmente potremo tornare ad abbracciarci, forse i nostri abbracci saranno più autentici e le nostre azioni più responsabili. E se l’impresa ci sembra titanica, ci conforta sapere che almeno stiamo capendo qualcosa e che se non sappiamo come fare almeno ce lo stiamo domandando. Perché, del resto, come disse tanto tempo fa un filosofo cinese, un viaggio di mille miglia, comincia con il primo passo.

A cura di Natalia_M

per approfondimenti vedi anche:
Tema Su Virus: Corona
Tema sulla situazione politica in Europa sul corona Virus
Pagina di diario con riflessioni sul Corona Virus
Saggio breve sul Coronavirus
tema sul coronavirus
Hai bisogno di aiuto in Temi di Italiano Svolti?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email