- La rivoluzione industriale inglese

- I motivi del primato britannico
Nel 1700 la Gran Bretagna aveva messo in atto delle riforme politiche che l'avevano fatta progredire, eliminando l'assolutismo e creando una monarchia costituzionale e un sistema parlamentare, dividendo i poteri. Dopo la guerra dei Sette Anni, nella quale vince con la Prussia, ha il predominio dei mari. Questo aiuta a creare una società dinamica che accresce anche la ricchezza della nazione.
Il partito dei Whigs rappresenta gli interessi della jentry (piccola e media nobiltà). Questi Whigs assecondano le forze sociali più dinamiche e intraprendenti: vengono abolite politiche mercantilistiche (protezionismo) che ostacolavano l'apertura del mercato su larga scala. Comincia a nascere lo spirito imprenditoriale: non si voleva solo commerciare, ma anche guadagnare. Viene fatta una legge che tutela i diritti di proprietà sui brevetti. Si cerca di razionalizzare il sistema economico fiscale istituendo un ministero del commercio estero (board of trade). Il Parlamento e il governo avevano finalmente distrutto un ordinamento e una politica economica di tipo feudale assicurando, secondo il liberalismo di Locke, la tutela dei diritti naturali e lo sviluppo della libera iniziativa (liberismo economico). La parte più dinamica della società inglese voleva commerciare: aveva lo spirito portato per il commercio, poiché voleva costruirsi la propria ricchezza (questo ricorda la teoria giansenista della "grazia necessaria" di Pascal). Non volevano restare "con le mani in mano" a godere dei "frutti oziosi" che provenivano dagli affitti delle terre (stampo feudale). La borghesia voleva ardentemente risalire nella società (a questo non credeva Goldoni) e poteva farlo solo commerciando (dandosi da fare, addirittura) e questo spirito di operosità viene sentito anche dalla nobiltà e dalla jentry inglese. Questi uomini si trasformano in uomini d'affari, imprenditori.

La rivoluzione industriale è possibile non solo per questo nuovo clima sociale più dinamico, laborioso, imprenditoriale, ma anche per la cultura del tempo. Infatti, tra individualismo economico e protestantesimo vi è uno stretto legame. Come già detto, la dottrina calvinista della grazia e della predestinazione porta l'uomo a isolarsi (lathe biosas) e a darsi da fare per ricevere la grazia. Questo spirito viene sentito soprattutto nelle sette puritane. I puritani e il loro spirito d’iniziativa sono stati il motore della rivoluzione industriale.

- Gli effetti propulsivi delle innovazioni agricole
Ma quali sono i fattori che aiutano la rivoluzione a nascere? Senza dubbio, i progressi nell'agricoltura. Sin dal settecento cominciano le bonifiche che aumentano il terreno coltivabile. Il sistema delle enclosures (delle recinzioni, della proprietà privata solo per i nobili) stava cambiando il paese. Le terre si concentrano nelle mani di pochi grandi e medi proprietari. I piccoli proprietari sono costretti a vendere e andare in affitto altrove. Si riduce la possibilità di sopravvivenza dei contadini, che non potevano più coltivare neanche un piccolo lembo di terra, di adibire alcuni campi al pascolo degli animali, di raccogliere la legna e cacciare sui terreni incolti. I contadini, dunque, che svolgevano tutte queste piccole attività, si riducevano a lavorare per le aziende agricole e a produrre per il mercato, oppure a lavorare nelle miniere e nelle zone industrializzate.

I grandi proprietari terrieri, ormai imprenditori, investono sui loro campi introducendo nuove e razionali tecniche agricole per coltivare, come la quadruplice rotazione (con colza, orzo, trifoglio e grano) a sostituzione della vecchia rotazione (mettendo a riposo un terzo del terreno). La colza e il trifoglio avevano un alto potere fertilizzante, così si riduceva il maggese (riposo), in modo da poter riprodurre su più terra. Colza e trifoglio erano utili per far pascolare il bestiame, così si scopre che la quadruplice rotazione serve sia a incrementare l'allevamento, sia l'agricoltura. Si adottano anche attrezzi di ferro, accrescendo la produttività.
Vi è una rivoluzione demografica, che fa decollare l'industria in Inghilterra. La popolazione inglese cresce in modo vertiginoso: si passa da 6 a 9 a 14 milioni di abitanti dal 1750 al 1850. Aumenta la natalità e diminuisce la mortalità. Le bonifiche ai territori fermano le epidemie e la maggiore disponibilità di alimenti accresce la speranza di vita. I progressi agricoli portano più produzione al minor prezzo, quindi più persone potevano nutrirsi con una dieta varia ed equilibrata che aumenta le difese immunitarie degli uomini. Aumento di popolazione crea molta manodopera e a basso costo. Questo favorisce la rivoluzione industriale. Dunque, incremento del consumo porta una espansione della produzione industriale.

- I motori della rivoluzione industriale: cotone, ferro e vapore
Oltre ai progressi nell'agricoltura (con la quadruplice rotazione, le bonifiche, attrezzi di ferro) e alla rivoluzione demografica (aumento di popolazione crea molta manodopera e a basso costo), sono soprattutto le innovazioni tecnologiche a favorire l'industrializzazione. Si hanno grandi invenzioni nell'industria del cotone (con il filatoio meccanico) e del ferro (con la macchina a vapore). Queste invenzioni sono il frutto dell'inventiva e del talento di brillanti artigiani e operai. Questa concezione, in effetti, è molto vicina al fine di Cartesio. Cartesio, infatti, aveva teorizzato il Metodo per poter arrivare a costruire congegni meccanici che aiutino l'uomo riducendo la fatica e aumentando la durata di vita. È ovvio che l'economia inglese ne tragga beneficio, poiché la tradizione era orientata verso la sperimentazione e l'empirismo. Abbiamo già studiato quanto durante la rivoluzione scientifica il più grande progresso era quello dell'incontro tra scienza e tecnica: gli scienziati e gli artigiani (tecnici) stringono rapporti per aumentate le conoscenze e le possibilità individuali. Questa relazione progredisce creando macchinari tecnologici durante la rivoluzione industriale. Prima della rivoluzione industriale la produzione tessile è a domicilio nelle campagne. Un mercante (imprenditore) forniva le materie prime ai contadini i quali potevano scegliere una data di consegna (i tempi erano molto lunghi) e gestire in autonomia il loro lavoro secondo i ritmi naturali. Dunque, in questa data, il mercante torna per ricevere il prodotto finito che poi commerciava. Ma come si passava dalla materia prima al prodotto finito? Attraverso la filatura (trasformando la materia prima in filo) e la tessitura (utilizzando i fili per fare le stoffe). Spesso il commerciante porta anche gli strumenti al contadino, come la ruota e il fuso. La donna arrotolava il filo a mano sui fusi (filava) e l'uomo tesseva con telai di legno. La produzione era soprattutto di lana.

Dal 1750 tutto cambia quasi all'improvviso: i consumi di lana e lino, molto costosi e poco resistenti, si riducono; cresce enormemente quello del cotone (importato dall'America e India); introdotte innovazioni tecniche per la filatura e la tessitura, come: - la spoletta volante, che accelera la tessitura migliorando la qualità; - la filatrice semi-meccanica (spinning jenny), che produceva due fili insieme con un solo operaio; - il filatoio automatico ad acqua, che funzionava con la sola energia idraulica; - il filatoio intermittente (mule jenny), un ibrido tra i due precedenti (due fili per volta ed era automatico). Questo filatoio intermittente produceva filato di grande qualità a prezzi inferiori, impiegando un solo operaio producendo, in poco tempo, ciò che prima avrebbero fatto cento lavoratori. Altre innovazioni: - la cotton gin, separava i semi dalle fibre di cotone; - la sbiancatura con il cloro; - la stampa della stoffa; - il telaio meccanico.
Questi processi portano a una vera industria cotoniera, perché il cotone era puro, resistente e a basso prezzo. In Inghilterra il flusso commerciale si inverte perché punta sul commercio e dunque sull'esportazione limitando (con alti dazi) le importazioni (mercantilismo). Si esporta più cotone che lana. Il primato britannico sui mari, acquisito dalla vittoria della guerra dei sette anni, permette un aumento del reddito nazionale. Continua il commercio triangolare tra Inghilterra, Africa e India e l'Inghilterra con l'Africa e l'America. Il settore tessile, che produceva merce necessaria ed era in crescita, era la ruota, la scintilla che fa partire la rivoluzione industriale, che poi si estende agli altri settori.
James Watt inventa la macchina a vapore (1775) che azione il telaio meccanico. Con questa macchina a vapore l'energia termica viene convertita in energia meccanica (lavoro) mentre prima si aveva solo l'energia idraulica dei mulini. La macchina viene utilizzata prima per estrarre il carbone. In seguito, viene utilizzata sia nel settore tessile sia in quello del ferro come fonte di energia. Viene poi perfezionata, riducendo consumi e dimensioni. Grazie a questi progressi, Trevithick costruisce la prima locomotiva a vapore (1796). Ma l'energia idraulica continua a rappresentare la principale fonte di energia per il settore tessile. Circa trenta anni più tardi, l'energia termica del vapore e quella idraulica vengono unite, così da costruire la prima turbina, che trasforma l'energia idraulica in energia meccanica.
L'industria del ferro conosce invece innovazioni meno radicali: l'Inghilterra, ricca di giacimenti minerali ferrosi, dà il via all'industria metallurgica. Per la fusione del ferro non si utilizza più il carbon fossile, ma il carbone purificato (cocke). Si voleva convertire questo metallo (cocke) in ghisa e ci si riesce grazie all'invenzione del forno di pudellaggio, di Cort. In questo forno si raggiungevano temperature altissime, così da poter lavorare meglio il materiale. Si riduce il consumo di energia (di cocke) per produrre una certa quantità di ghisa. I costi si abbassano. Aumenta la produzione di ferro. La macchina a vapore viene molto utilizzata per lo sviluppo dell'industria siderurgica.

- La domanda interna e i commerci internazionali
Il mercantilismo (favorire esportazioni limitando importazioni) frena velocemente l'autoconsumo (si crea e si consuma solo ciò che si è creato, senza esportazioni o importazioni). Si diffonde il lavoro salariato nelle campagne e nelle città. Si forma un mercato interno, con conseguente crescita della domanda di beni ordinari (quotidiani) e si stimola la produzione. La rivoluzione dei costumi è avvertita e "vissuta" soprattutto dalle classi agiate. Se cresce il mercato interno, cresce anche la rete dei trasporti, diminuendo tempi e costi di circolazione (o spostamento) delle merci. Si creano sistemi di pedaggi (come oggi con l'autostrada) e la rete stradale viene gestita da società private, così da mantenerle sempre al meglio grazie alla manutenzione: nuove pavimentazioni, percorribili anche durante l'inverno (cattiva stagione). Dal 1750 si estendono anche le reti dei canali navigabili dove si trasportavano materiali pesanti come il ferro e il carbone. La rete dei canali inglesi supera mille chilometri nel 1800. L'Inghilterra del Settecento è davvero la regina dei mari conquistando una posizione dominante nei traffici commerciali: Londra è il centro dell'economia mondiale. Grazie alla vittoria della guerra dei Sette Anni, l'Inghilterra si è arricchita moltissimo, poiché entra un grande flusso d'oro, poi reinvestito nelle industrie. In più, grazie ai nuovi territori conquistati e alla nuova rete commerciale, le materie prime vengono portate più velocemente alle industrie e a costi ridotti. Ma la nuova rete commerciale era utilizzata anche per vendere, e dunque esportare prodotti finiti.

- L’avvento del sistema di fabbrica
Nuove invenzioni tecniche portano a nuovi metodi di produzione. Cambia in maniera radicale l'organizzazione del lavoro, con il passaggio al moderno sistema di fabbrica. Le fabbriche sono di grandi dimensioni e riuniscono un alto numero di lavoratori e di macchinari. Il sistema di fabbrica si forma gradualmente, perché già prima vi erano le manifatture a domicilio o piccole officine artigianali. Nelle fabbriche si trovano macchinari che funzionano grazie a un'unica fonte di energia. Essendo la fabbrica un luogo unico chiuso, poteva esserci un controllo più efficace delle lavorazioni e dei lavoratori (questo prima era il compito delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri): la fabbrica controlla infatti sia il lavoro, sia i ritmi di questo. E anche la qualità e la quantità del prodotto finito. Le prime fabbriche vennero avviate grazie all'autofinanziamento e poco con i prestiti: gli imprenditori preferivano mettere in gioco il loro patrimonio, investendo per il futuro. Non c'era poi bisogno di molto denaro per acquistare gli attrezzi necessari. Poi con gli alti ricavi ottenuti si reinvestiva per migliorare o per ingrandire il sistema di fabbrica. I prestiti, poi, non si facevano perché le banche non si fidavano. Inizialmente, l'organizzazione della fabbrica era a livello familiare, dove vi era l'imprenditore (proprietario) che era il capofamiglia che gestiva il lavoro e le mansioni degli altri membri. Ma inizialmente il sistema di fabbrica tarda partire perché non si riuscivano a trovare lavoratori (manodopera). La manodopera tendeva chiudersi in un clima di autosufficienza, rimanendo nella propria zona o addirittura nel nucleo familiare. La manodopera era poi immobilizzata nel proprio luogo per via della legge sui poveri (Speenhamland system). Dunque, con l'avvento del sistema di fabbrica si reclutano interi nuclei familiari che prima erano impegnati con il lavoro a domicilio. Come abbiamo già detto, l'autorità del capofamiglia resta invariata: questo gestiva le mansioni il salario di familiari e svolgeva le mansioni più specializzate, controllando il lavoro di tutti. Si sviluppa una forte gerarchia tra i lavoratori: al vertice c'erano i capifamiglia e grandi operai; alla base, le donne e i bambini.
Gli storici hanno opinioni contrastanti circa la condizione operaia: - la visione pessimistica sottolinea la spaccatura tra mondo tradizionale, artigiano, che rispetta ed è vincolato al tempo della natura, e il mondo industrializzato, dove la vita è difficile.
- La visione ottimistica vede nella stessa spaccatura il segno di una evidente emancipazione dalla miseria tipica dell'età preindustriale e forse di emancipazione anche dalla natura. L'industrializzazione porta a una grande e disordinata crescita delle città, nelle quali trovavano luogo le fabbriche. Le più grandi città raddoppiano in pochi decenni il loro numero di abitanti.
Ma in fabbrica le condizioni di lavoro erano terribili: le giornate superano le 12 ore anche per i bambini (!); gli ambienti erano poco igienici e poco sicuri. La situazione non è migliore in città, che vedeva una grande affluenza di cittadini, ma il numero di abitanti era sempre lo stesso. Infatti, le famiglie si ammassano in case improvvisate e malridotte: addirittura non vi erano strade pavimentate e fognature: le condizioni igieniche erano inesistenti. Queste terribili condizioni portano a un aumento della mortalità, soprattutto infantile.
Come già detto, il sistema di lavoro nelle fabbriche è penoso ed estenuante. Dagli ultimi decenni del Settecento cominciano le reazioni contro il sistema di fabbrica. Le reazioni consistevano nel sabotare e distruggere le macchine, poiché si pensava causassero disoccupazione e bassi salari. Questo movimento viene chiamato "luddismo", dal nome dell'operaio Ludd che si dice abbia rotto il telaio con il quale lavorava in segno di protesta. Il luddismo è la lotta, fisica contro le macchine, metaforica contro l'impoverimento (riduzione dei salari) e la disoccupazione dovuta al fatto che le macchine sostituivano il lavoro di moltissimi uomini. Il parlamento è severo contro gli scioperi e le associazioni operaie (con il "Combination Act", l'atto di combinazione). Ma dopo qualche anno il fenomeno riprende e con maggior violenza. Segue una dura repressione che termina spesso con la condanna a morte degli operai ribelli.

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