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Contro l’assolutismo, che dalla fine del XVIII secolo fu indicato con l’espressione “Antico regime”, si scatenò la Rivoluzione francese, per costruire uno Stato fatto di individui liberi, uguali e senza privilegi o status differenziati.
La struttura sociale per ceti (la nobiltà, il clero, il “terzo stato”) venne distrutta e sostituita dall’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Il potere assoluto, che nell’Antico regime era esercitato dalla costellazione di soggetti che gravitavano attorno al re, venne assunto da un’assemblea elettiva, cioè dal Parlamento.

Si riteneva che quest’organo, rappresentando la Nazione, meglio di ogni altro avrebbe tutelato gli interessi e la libertà dei singoli. Il potere parlamentare era assai più assoluto di quello del re. I ceti sociali, che durante l’Antico regime avevano condizionato il potere del re, erano infatti stati aboliti. Il Parlamento poteva davvero decidere “sovranamente”. Sotto questo aspetto, la Rivoluzione francese portò a compimento la concentrazione del potere politico che era stata iniziata, ma non condotta a termine, dalle monarchie assolute. La sovranità veniva ad affermarsi senza limiti. La Rivoluzione francese portò a compimento anche l’altro aspetto dello Stato, la sua impersonalità. Tutte le cariche politiche, compresa quella del re, furono concepite come “rappresentative”. Nessun individuo poteva operare nello Stato in nome proprio, ma tutti in nome di un soggetto impersonale che, allora, si denominava “Nazione”. Sotto altri aspetti, invece, la Rivoluzione francese rappresentò il contrario dell’assolutismo. In particolare, combattendo contro l’arbitrio dello Stato e per i diritti dei singoli, essa aprì la strada al tipo di Stato che si affermerà successivamente: lo Stato di diritto.
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