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THOMAS HOBBES

IL MATERIALISMO DI HOBBES

Per quel che riguarda la parte filosofica del pensiero hobbesiano bisogna sottolineare una sua concezione particolare nota come materialismo in base alla quale si possono studiare soltanto gli elementi di cui possiamo conoscere la causa e possiamo vedere gli effetti, ossia ciò che è generabile e ciò che è stato generato. Per Hobbes però sono generabili soltanto i corpi, la materia e quindi solo i corpi devono essere oggetti di studio della filosofia: tale affermazione è prettamente materialistica in quanto da importanza a ciò che è sensibile. Poi afferma che possiamo distinguere tra i corpi naturali, che troviamo nella realtà e non creati dall’uomo e i corpi artificiali, creati dall’uomo, che hanno una causa e sono stati generati (sono effetti) come le leggi, lo stato, una struttura con luogo e corpi fisici, fatto di cose generabili quindi materiali, le istituzioni: la filosofia nella sua totalità le studia entrambe. Questa prima parte della filosofia è contenuto nel primo libro che compone la sua opera più celebre, intitolata De corpore.

LA VISIONE POLITICA

Nel secondo libro della sua opera principale, il De corpore, vi è il prodotto più originale dell’intera riflessione di Hobbes in quanto egli teorizza la sua concezione di stato assoluto tramite diversi passaggi: tutta la sua riflessione può essere catalogata come un unicum della storia della filosofia anche se può essere messo in relazione con la filosofia giusnaturalista ed il diritto dell’epoca. Il paragone che si può istaurare con tale tipologia di filosofia termina però qui: infatti Hobbes costituisce un caso a parte, con una teorizzazione politica forte che sarà estranea a tutto il resto della filosofia empirista. Il suo ragionamento parte dal definire la condizione dell’uomo, un aspetto filosofico già lungamente sviluppato non soltanto da Aristotele, il primo che si era occupato di ciò definendo l’uomo un animale sociale, che cerca di vivere in comunità, ma anche da San Tommaso. Tale concezione che era stata largamente accettata nel corso dei secoli ed era attuale nel 600, con l’innata propensione dell’uomo ad una vita con i suoi simili e con il riunirsi in comunità che diventava una manifestazione dell’indole umana, fu completamente ribaltata dal filosofo inglese che affermò, riprendendo una frase di Plauto fino a quel momento non molto nota, che homo homini lupus, ossia che l’uomo è un lupo per l’altro uomo, a simboleggiare che l’indole naturale dell’uomo è quella di sopraffare gli altri simili, scatenante di conseguenza una condizione di lotta perenne per la semplice sopravvivenza. Tale affermazione cambia radicalmente le premesse, in quanto non si può più pensare ad una convivenza pacifica tra gli uomini, che sono sempre in lotta fra di loro e rischiano la vita. Se quindi tutti vogliono non solo sopraffare l’altro ma possono anche arrivare ad ucciderlo, l’uomo deve sempre stare attento a non morire: il principio che spinge l’animo dell’uomo è quello della conservazione, in base al quale l’uomo cerca di preservare quello che gli è di più sacro, la sua vita, un principio che mette in stretta relazione gli uomini con gli animali; l’uomo fino ad ora non sembra avere nella di diverso dagli altri esseri viventi e il modo in cui Hobbes concepisce la natura dell’uomo sembra portare verso un circolo chiuso poiché l’uomo è spinto per sua natura ad essere malvagio e a tentare di sopraffare gli altri suoi simili da un lato ma dall’altro rispetta il principio di conservazione e carca di sopravvivere. Ciò che però permette ad Hobbes di uscire da tale circolo chiuso e di introdurre l’elemento che distingue (come è naturale) l’uomo e gli altri esseri viventi : la ragione, con la quale l’uomo si da delle regole e capisce che per poter vivere insieme agli altri senza mettere a rischio la propria vita si possono applicare delle regole con la ragione, il punto di forza in possesso dell’uomo. Per Hobbes le regole fondamentali con cui l’uomo può assicurarsi una vita civile e tranquilla sono tre: cercare la pace, ossia che l’uomo si deve attivare per fare il contrario di ciò che ci dice l’istinto e non cercare sempre un pretesto per uccidersi a vicenda; la seconda regola è invece strettamente connessa con la prima in quanto per raggiungere la pace dobbiamo rinunciare al diritto su tutto, in quanto se l’uomo non rinunciasse mai ad un suo diritto, ciò sarebbe un pretesto, un motivo per uno scontro e l’uomo agirebbe nuovamente istintivamente; la terza regola è stare ai patti, vale a dire rispettare gli impegni presi con gli altri.

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