Ominide 778 punti

Le grandi scoperte

L’ età moderna fu annunciata dalla stagione delle grandi scoperte geografiche che decretarono il declino economico – culturale delle civiltà gravitanti attorno al bacino del Mediterraneo. Il tentativo di trovare una via alternativa per le Indie e la ricerca di nuove risorse e mercati da parte delle potenze europee, soprattutto Spagna e Portogallo, portarono alla scoperta del Nuovo mondo. Le imprese di Cristoforo Colombo e degli altri grandi esploratori della sua epoca furono possibili anche grazie allo straordinario sviluppo della cartografia nautica e al miglioramento delle tecniche di navigazione. Le conoscenze astronomiche e geografiche dell’epoca in cui Colombo compì il suo primo viaggio alla scoperta del Nuovo mondo erano già sviluppate. Studi storico più approfonditi hanno dimostrato come sia erroneo ritenere che, ancora nel quattrocento, gli uomini di scienza e i marinai europei credessero che la Terra fosse piatta. Questa era stata in parte la convinzione dominante nell’ Alto Medioevo. A quell’ epoca, infatti, per l’ Europa occidentale era impossibile accedere al patrimonio scientifico greco – romano. Già dalla fine del XII secolo però, le traduzioni dall’ arabo di alcuni tra i più importanti scienziati dell’antichità classica come Aristotele e Tolomeo, resero possibile all’ occidente conoscere il patrimonio astronomico, geografico e cartografico. Basti pensare che lo stesso Tolomeo aveva calcolato che le misure della circonferenza terrestre fossero pari al 33.330 chilometri. Ancora più precise furono le stime fatte da alcuni scienziati arabi intorno all’ anno Mille. Tolomeo fu grande non solo per quanto riguarda le questioni astronomiche ma anche, e soprattutto, per il progresso della cartografia nautica. I marinai europei, nonostante la continua minaccia dei pirati, ripresero a solcare il Mediterraneo con le loro imbarcazioni. La loro navigazione si fondava sullo strumento dei portolani, carte su cui venivano tracciate linee corrispondenti alle rotte da seguire per poter navigare da un porto all’ altro del Mediterraneo, tenendo conto della rosa dei venti, la figura con cui sono rappresentati i punti cardinali. Nei portolani erano anche descritti nel dettaglio la conformazione che avevano le diverse coste, i punti ritenuti più idonei per poter ancorare le imbarcazioni, la differente natura dei porti e le eventuali difficoltà da affrontare e superare per poter attraccare. Per poter usare fruttuosamente i portolani, era necessario che un marinaio fosse capace di destreggiarsi nell’ uso della bussola, strumento basato sulla tendenza tipica di un ago metallico magnetizzato a orientarsi spontaneamente verso il nord. Le bussole cominciarono ad essere introdotte nella navigazione a partire dall’ XI secolo. Per tutta l’ età antica, al fine di mantenere la rotta, un navigatore poteva assumere come unici punti di riferimento la conformazione delle coste e, tutt’ al più, le posizioni occupate dal Sole e dalle stelle, nei differenti momenti del giorno e della notte. Era però sufficiente che il cielo fosse coperto dalle nuvole per rendere impossibile intraprendere un viaggio in mare. Grazie alla bussola e ai portolani, i marinai non furono più obbligati ad aspettare condizioni meteorologiche favorevoli e le ore migliori e più illuminate del giorno. Quanto all’ astrolabio, esso serviva a misurare a bordo della nave l’altezza degli astri, ma prima del 1500 neppure i naviganti migliori generalmente vi riuscivano, sia per la mancanza di carte marine sia per la difficoltà di mantenere una rotta regolare. Una volta che un’ imbarcazione si allontanava dalla vista della terraferma, non risultava possibile tracciare la sua posizione in termini di latitudine ( la distanza dall’ equatore calcolata in gradi ) e di longitudine ( distanza, sempre misurata in gradi, da un meridiano di riferimento ). Queste difficoltà stimolarono la creazione di nuovi strumenti e per questo in Portogallo venne realizzato il primo astrolabio. Era costituito da una spessa ruota metallica incrociata da quattro raggi che formavano tra loro altrettanti triangoli cavi. Nella seconda metà del XVI secolo i navigatori europei poterono disporre del cosiddetto loch, un dispositivo composto da una corda annodata in più punti e da una tavoletta a forma di quadrante che rimaneva in posizione verticale. Con il loch era possibile misurare la velocita a cui procedeva l’ imbarcazione. A esso si aggiunse anche l’ elaborazione del sistema di proiezioni cartografiche, messo a punto nel 1569 dal geografo fiammingo Mercatore.

Vi fu l’ introduzione di nuovi e più adeguati tipi di imbarcazione. Il tipo di imbarcazione prevalente nel Mediterraneo fu la galera, una barca, in una prima fase, a remi sviluppata in lunghezza, su cui era montata una vela di forma triangolare ( la vela latina ) e che veniva utilizzata esclusivamente nelle operazioni militari. Bisogna però attendere il Basso Medioevo per assistere alla comparsa della galera grossa, una via di mezzo fra la galera a remi e l’imbarcazione larga a vela. Nel quattrocento, la galera larga a vele, adeguatamente munita di cannoni per proteggersi da eventuali attacchi da parte dei pirati, divenne la tipica nave mediterranea. I suoi principali vantaggi consistevano nella grande maneggiabilità, nella velocità e nell’ agilità con cui solcava i mari, contribuendo così fortunatamente a rendere sempre più rapidi i traffici commerciali. La navigazione continuava però ad essere concentrata sulla costa, soltanto raramente i marinai si azzardavano a sfidare il mare aperto, dove era più alto il rischio di imbattersi in navi pirata o in condizioni meteorologiche avverse. Sui mari del nord Europa, i marinai erano già abituati a fronteggiare le forti correnti dell’ Oceano. A differenza del timone laterale, in uso nelle galere mediterranee, i velieri utilizzati sui mari del nord montavano un timone centrale ubicato a poppa( la parte posteriore della nave ) che permetteva di eseguire manovre più rapide. Essi si avvalevano anche di una velatura mista ( con prevalenza della vela quadrata ) installata su più alberi con cui era possibile sfruttare meglio la direzione dei venti. Grazie a queste peculiarità tecniche i mariani del nord Europa riuscivano a sfruttare non soltanto le correnti provenienti da poppa ma anche quelle angolari. Questa serie di accorgimenti contribuì a ridurre al minimo gli uomini dell’ equipaggio e consentì di costruire navi di dimensioni sempre più grandi, capaci di affrontare i lunghi viaggi transoceanici. In realtà questo tipo di nave, nonostante la presenza del timone centrale che la rendeva più affidabile nelle manovre rispetto alle galere mediterranee, si rivelò nel suo complesso difficilmente governabile. Con la realizzazione della caravella le caratteristiche positive della galera mediterranea vennero integrate con le caratteristiche del veliero nordico. Così nacque la caravella, ossia un veliero a tre alberi su cui erano installate, rispettivamente, due vele quadrate e una triangolare. Uno dei tre alberi, il più alto detto pennone, era posizionato al centro della nave o costituiva il perno attorno a cui la nave poteva ruotare in caso di manovra. Fu proprio con questo tipo di nave a cui venne successivamente affiancato il galeone, che Cristoforo Colombo poté compiere la sua grande impresa. Il suo intento ero quello di individuare nuove rotte oceaniche per poter così raggiungere l’ attuale Cina e l’ Le grandi scoperte.
L’ età moderna fu annunciata dalla stagione delle grandi scoperte geografiche che decretarono il declino economico – culturale delle civiltà gravitanti attorno al bacino del Mediterraneo. Il tentativo di trovare una via alternativa per le Indie e la ricerca di nuove risorse e mercati da parte delle potenze europee, soprattutto Spagna e Portogallo, portarono alla scoperta del Nuovo mondo. Le imprese di Cristoforo Colombo e degli altri grandi esploratori della sua epoca furono possibili anche grazie allo straordinario sviluppo della cartografia nautica e al miglioramento delle tecniche di navigazione. Le conoscenze astronomiche e geografiche dell’epoca in cui Colombo compì il suo primo viaggio alla scoperta del Nuovo mondo erano già sviluppate. Studi storico più approfonditi hanno dimostrato come sia erroneo ritenere che, ancora nel quattrocento, gli uomini di scienza e i marinai europei credessero che la Terra fosse piatta. Questa era stata in parte la convinzione dominante nell’ Alto Medioevo. A quell’ epoca, infatti, per l’ Europa occidentale era impossibile accedere al patrimonio scientifico greco – romano. Già dalla fine del XII secolo però, le traduzioni dall’ arabo di alcuni tra i più importanti scienziati dell’antichità classica come Aristotele e Tolomeo, resero possibile all’ occidente conoscere il patrimonio astronomico, geografico e cartografico. Basti pensare che lo stesso Tolomeo aveva calcolato che le misure della circonferenza terrestre fossero pari al 33.330 chilometri. Ancora più precise furono le stime fatte da alcuni scienziati arabi intorno all’ anno Mille. Tolomeo fu grande non solo per quanto riguarda le questioni astronomiche ma anche, e soprattutto, per il progresso della cartografia nautica. I marinai europei, nonostante la continua minaccia dei pirati, ripresero a solcare il Mediterraneo con le loro imbarcazioni. La loro navigazione si fondava sullo strumento dei portolani, carte su cui venivano tracciate linee corrispondenti alle rotte da seguire per poter navigare da un porto all’ altro del Mediterraneo, tenendo conto della rosa dei venti, la figura con cui sono rappresentati i punti cardinali. Nei portolani erano anche descritti nel dettaglio la conformazione che avevano le diverse coste, i punti ritenuti più idonei per poter ancorare le imbarcazioni, la differente natura dei porti e le eventuali difficoltà da affrontare e superare per poter attraccare. Per poter usare fruttuosamente i portolani, era necessario che un marinaio fosse capace di destreggiarsi nell’ uso della bussola, strumento basato sulla tendenza tipica di un ago metallico magnetizzato a orientarsi spontaneamente verso il nord. Le bussole cominciarono ad essere introdotte nella navigazione a partire dall’ XI secolo. Per tutta l’ età antica, al fine di mantenere la rotta, un navigatore poteva assumere come unici punti di riferimento la conformazione delle coste e, tutt’ al più, le posizioni occupate dal Sole e dalle stelle, nei differenti momenti del giorno e della notte. Era però sufficiente che il cielo fosse coperto dalle nuvole per rendere impossibile intraprendere un viaggio in mare. Grazie alla bussola e ai portolani, i marinai non furono più obbligati ad aspettare condizioni meteorologiche favorevoli e le ore migliori e più illuminate del giorno. Quanto all’ astrolabio, esso serviva a misurare a bordo della nave l’altezza degli astri, ma prima del 1500 neppure i naviganti migliori generalmente vi riuscivano, sia per la mancanza di carte marine sia per la difficoltà di mantenere una rotta regolare. Una volta che un’ imbarcazione si allontanava dalla vista della terraferma, non risultava possibile tracciare la sua posizione in termini di latitudine ( la distanza dall’ equatore calcolata in gradi ) e di longitudine ( distanza, sempre misurata in gradi, da un meridiano di riferimento ). Queste difficoltà stimolarono la creazione di nuovi strumenti e per questo in Portogallo venne realizzato il primo astrolabio. Era costituito da una spessa ruota metallica incrociata da quattro raggi che formavano tra loro altrettanti triangoli cavi. Nella seconda metà del XVI secolo i navigatori europei poterono disporre del cosiddetto loch, un dispositivo composto da una corda annodata in più punti e da una tavoletta a forma di quadrante che rimaneva in posizione verticale. Con il loch era possibile misurare la velocita a cui procedeva l’ imbarcazione. A esso si aggiunse anche l’ elaborazione del sistema di proiezioni cartografiche, messo a punto nel 1569 dal geografo fiammingo Mercatore.
Vi fu l’ introduzione di nuovi e più adeguati tipi di imbarcazione. Il tipo di imbarcazione prevalente nel Mediterraneo fu la galera, una barca, in una prima fase, a remi sviluppata in lunghezza, su cui era montata una vela di forma triangolare ( la vela latina ) e che veniva utilizzata esclusivamente nelle operazioni militari. Bisogna però attendere il Basso Medioevo per assistere alla comparsa della galera grossa, una via di mezzo fra la galera a remi e l’imbarcazione larga a vela. Nel quattrocento, la galera larga a vele, adeguatamente munita di cannoni per proteggersi da eventuali attacchi da parte dei pirati, divenne la tipica nave mediterranea. I suoi principali vantaggi consistevano nella grande maneggiabilità, nella velocità e nell’ agilità con cui solcava i mari, contribuendo così fortunatamente a rendere sempre più rapidi i traffici commerciali. La navigazione continuava però ad essere concentrata sulla costa, soltanto raramente i marinai si azzardavano a sfidare il mare aperto, dove era più alto il rischio di imbattersi in navi pirata o in condizioni meteorologiche avverse. Sui mari del nord Europa, i marinai erano già abituati a fronteggiare le forti correnti dell’ Oceano. A differenza del timone laterale, in uso nelle galere mediterranee, i velieri utilizzati sui mari del nord montavano un timone centrale ubicato a poppa ( la parte posteriore della nave ) che permetteva di eseguire manovre più rapide. Essi si avvalevano anche di una velatura mista ( con prevalenza della vela quadrata ) installata su più alberi con cui era possibile sfruttare meglio la direzione dei venti. Grazie a queste peculiarità tecniche i mariani del nord Europa riuscivano a sfruttare non soltanto le correnti provenienti da poppa ma anche quelle angolari. Questa serie di accorgimenti contribuì a ridurre al minimo gli uomini dell’ equipaggio e consentì di costruire navi di dimensioni sempre più grandi, capaci di affrontare i lunghi viaggi transoceanici. In realtà questo tipo di nave, nonostante la presenza del timone centrale che la rendeva più affidabile nelle manovre rispetto alle galere mediterranee, si rivelò nel suo complesso difficilmente governabile. Con la realizzazione della caravella le caratteristiche positive della galera mediterranea vennero integrate con le caratteristiche del veliero nordico. Così nacque la caravella, ossia un veliero a tre alberi su cui erano installate, rispettivamente, due vele quadrate e una triangolare. Uno dei tre alberi, il più alto detto pennone, era posizionato al centro della nave o costituiva il perno attorno a cui la nave poteva ruotare in caso di manovra. Fu proprio con questo tipo di nave a cui venne successivamente affiancato il galeone, che Cristoforo Colombo poté compiere la sua grande impresa. Il suo intento ero quello di individuare nuove rotte oceaniche per poter così raggiungere l’ attuale Cina e l’ attuale Giappone, navigando però nella direzione opposta a quella tradizionalmente battuta dai viaggiatori del passato, che si spostavano ancora via terra verso oriente. Il suo proposito era però fondato. I calcoli matematici su cui egli fece affidamento ipotizzavano però una distanza tra l’Europa e l’ Asia di molto inferiore a quella effettiva. Tolomeo aveva trascurato nei suoi calcoli matematici, di precisare a quante miglia marittime corrispondesse il grado, cioè l’ unità di misura della navigazione. Così Cristoforo Colombo calcolò che la lunghezza del grado fosse di 83 chilometri, quando invece la sua misura reale era pari a 111 chilometri. Fra le motivazioni personali che indussero Colombo a intraprendere il suo viaggio vi era anche un progetto politico – religioso di stampo medievale. Secondo lo storico della cultura Tzventan Todorov, infatti, Colombo voleva utilizzare le ingenti quantità di oro che egli era convinto che avrebbe trovato in quelle terre così lontane, per potersi così finanziare una nuova e successiva crociata e sottrarre definitivamente la Terrasanta al dominio degli infedeli musulmani.
attuale Giappone, navigando però nella direzione opposta a quella tradizionalmente battuta dai viaggiatori del passato, che si spostavano ancora via terra verso oriente. Il suo proposito era però fondato. I calcoli matematici su cui egli fece affidamento ipotizzavano però una distanza tra l’Europa e l’ Asia di molto inferiore a quella effettiva. Tolomeo aveva trascurato nei suoi calcoli matematici, di precisare a quante miglia marittime corrispondesse il grado, cioè l’ unità di misura della navigazione. Così Cristoforo Colombo calcolò che la lunghezza del grado fosse di 83 chilometri, quando invece la sua misura reale era pari a 111 chilometri. Fra le motivazioni personali che indussero Colombo a intraprendere il suo viaggio vi era anche un progetto politico – religioso di stampo medievale. Secondo lo storico della cultura Tzventan Todorov, infatti, Colombo voleva utilizzare le ingenti quantità di oro che egli era convinto che avrebbe trovato in quelle terre così lontane, per potersi così finanziare una nuova e successiva crociata e sottrarre definitivamente la Terrasanta al dominio degli infedeli musulmani.

Hai bisogno di aiuto in Storia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Come fare una tesina: esempio di tesina di Maturità