IL FASCISMO AL POTERE: GLI ANNI TRENTA

Il fascismo entra nella vita degli italiani
Con le «leggi fascistissime» del 1926 e l’abbattimento di ogni opposizione la presa al potere del fascismo poteva dirsi compiuta. Il Gran consiglio del fascismo venne trasformato in un organo costi-uzionale. Il Gran consiglio era capeggiato da Mussolini e riuniva insieme le cariche più importanti del Partito nazionale fascista, del governo e dello Stato.
In quello stesso 1928 fu approvata una nuova legge elettorale applicata poi nel cosiddetto plebiscito del marzo 1929. Il Gran Consiglio preparò e presentò agli elettori una lista unica di 400 candidati alla Camera dei deputati che poteva solo essere approvata e rifiutava in blocco. Non si trattava più di elezioni quanto della registrazione del consenso in un contesto politico e sociale che non ammetteva la minima forma di opposizione. Il plebiscito del 1929 di un’evidente espressione delle aspirazioni di potere nutrite da Mussolini. Ero diventato capo del partito, del governo e capo degli italiani.

Gli scioperi erano stati vietati nel 1926 e il libero sindacalismo fu spinto all’auto-scioglimento, mentre i lavoratori venivano inquadrati nelle organizzazioni del regime. Le uniche riconosciute fu-rono le confederazioni sindacali fasciste. Si arrivò così alla Carta del lavoro una sorta di manifesto programmatico che enunciava in 30 postulati le linee della politica sociale ed economica necessaria per realizzare lo «Stato corporativo», uno stato in cui la divisione delle classi e dei loro interessi contrapposti sarebbero scomparsi in nome della solidarietà collettiva. Si preannunciava la creazione di corporazioni, organi di rappresentanza che avrebbero raccolto insieme lavoratori e datori di lavoro di ciascuna categoria. Venne istituita l’Opera nazionale dopolavoro, organismo che passò poi sotto la diretta gestione del Pnf e si occupava dell’organizzazione del tempo libero dei lavoratori. Nel marzo del 1923 vennero creati inoltre l’Istituto nazionale fascista assicurazioni infortuni sul lavoro e l’Istituto nazionale fascista della previdenza sociale. Il regime voleva ricondurre a se la classe lavoratrice.
I ragazzi ricevettero dal fascismo particolari attenzioni. Nell’aprile 1926 venne creata l’Opera nazionale balilla divisa in:
 Balilla: ragazzi dagli 8 ai 12 anni
 Avanguardisti: ragazzi dai 12 ai 18 anni
Tutti venivano formati con educazione fisica, istruzione premilitare e indottrinamento ideologico. Vennero create anche le cosiddette «colonie estive».
Vennero inoltre creati anche altre organismi per i giovani come:
 I figli della Lupa: bambini con meno di 8 anni
 Piccole italiane
 Giovani italiane
Nel 1937 l’opera nazionale balilla fu sciolta e tutti questi enti vennero ricomposti nella Gioventù italiana del littorio, da cui dovevano uscire uomini e donne destinati a guidare in futuro l’Italia fascista.
Il fascismo volle conquistare il consenso anche fra le donne. Venne così costituita l’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia con il compito di coordinare l’assistenza alle madri bisognose e all’infanzia abbandonata e nella Cassa nazionale di maternità vennero considerate come contribuenti a partire dal 1935 anche le insegnanti e le commesse. Le donne furono oggetto anche di una mas-siccia campagna per l’incremento delle nascite e fu introdotta una durissima legislazione penale in materia di aborto, punibile con 12 anni di reclusione.


Il Concordato e i rapporti tra Stato e Chiesa
Mussolini aveva previsto un accordo con la Chiesa così l’11 febbraio 1929 nella sigla dei Patti lateranensi vi fu un’intesa fra Stato e Chiesa cattolica, firmata da Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri. I Patti constavano di tre parti:
• Trattato: stabiliva il riconoscimento da parte dello Stato del cattolicesimo come sola religione di stato e il Vaticano riconosceva il Regno d’Italia e Roma come sua capitale
• Convenzione finanziaria: stabilì in 1 miliardo e 750 milioni di lire la come con la quale lo Stato italiano estingueva ogni indennizzo dovuto ai papi
• Concordato: regolava molte questioni circa i rapporti tra Stato e Chiesa nella vita civile. Si riconoscevano gli effetti civili del matrimonio religioso e venne introdotto come obbligatorio l’insegnamento della dottrina cattolica anche nelle scuole medie.
Lo stato riconosceva infine l’Azione Cattolica purché non assumesse la forma di partito

La questione romana veniva così risolta e il governo fascista abbandonava la tradizione cavouriana che voleva lo Stato laico e indipendente da ogni connessione con le autorità religiose.
Nel 1931 vide scoppiare un forte contrasto fra Stato e Chiesa. Oggetto della contesa era l’Azione cattolica che rivendicava autonomia dell’educazione della gioventù. Il conflitto si risolse con un ac-cordo che ridimensionava il ruolo e la finalità dell’Azione cattolica.

La politica economica del regime
Anche le strutture produttive non tardarono ad essere a un forte dirigismo subordinate. Il rapporto tra dirigismo e mondo economico attraversarono quattro fasi diverse:
• 1° Fase (anni 1922-1925): caratterizzata da una linea liberista tesa ad attenuare il controllo dello Stato sull’economia. Personale dello stato ridotto, spesa e deficit pubblici diminuirono, crescita della produzione manifatturiera, alleggerimento del carico fiscale per le aziende.
Ripresa dell’economia mondiale trainata dalla prosperità statunitense.
• 2° Fase (combattere l’inflazione): il valore della moneta iniziava a diminuire e così Mussolini decise di lanciare la «battaglia della lira» che doveva portare a 90 lire il cambio con la sterlina. Nel 1927 grazie ad una serie si misure protezionistiche e di controllo sui prezzi la lira si stabilizzò intorno alla quota voluta da Mussolini. Ciò causò però un malcontento del mondo industriale e un danno nelle esportazioni.
• 3° Fase (seguì i fatti americani del 1929): a causa del crollo della borsa di New York vi fu una depressione dell’economia mondiale. Venne creato allora l’Istituto mobiliare italiano, con scopo principale l’esercizio del credito a media scadenza, doveva raccogliere il risparmio attraverso l’emissione di obbligazioni decennali per indirizzarlo al salvataggio e al rilancio delle industrie in difficoltà.

Un secondo passo si ebbe nel 1933 con la creazione dell’istituto per la ricostruzione industriale (Iri), che ebbe il compito di salvare banche ed industrie sull’orlo del tracollo finanziario. L’iri attraverso le banche si assicurò il controllo di molte imprese industriali.
Il fascismo scelse dunque di promuovere la modernizzazione del Paese intervenendo in prima persona nell’economia
Fu in questa fase che prese forma l’ordinamento corporativo. Il Consigli nazionale delle corpora-zioni venne creato per legge nel marzo 1930, con il compito di regolare i rapporti economici fra le diverse categorie produttive e infine con una legge del 1934 istituì le corporazioni, il cui numero fu fissato in ventidue in base ai cicli produttivi e alle branche professionali.
A tali organismi interclassisti fu affidato il potere di elaborare norme per il regolamento dei rapporti lavorativi ed economici, da sottoporre al consiglio nazionale delle corporazioni. Tuttavia le corpo-razioni non divennero mai i centri propulsori dell’economia nazionale perché le decisioni importanti erano presi da altri.
• 4° Fase:
o Autarchia (ricerca di una piena e totale autosufficienza sul piano delle risorse e della produzione)
o Aumento delle spese per gli armamenti
o Conquista militare dell’Etiopia
La scelta dell’autarchia ebbe effetti contraddittori; accentuò il protezionismo e il dirigismo di Stato chiedendo l’Italia ai mercati esteri ma fu antieconomica in quanto imponeva ai consumatori prodotti nazionali d’alto costo e minore qualità rispetto i prodotti importati. Andò invece a vantaggio del regime nel sollecitare l’orgoglio patriottico.
L’autarchia proietto prima del tempo l’Italia in un clima di guerra.

Le opere pubbliche del fascismo
La crisi italiana degli anni 30 venne affrontata dal fascismo come accadde negli Usa o in Germania, con il varo di una grande campagna di lavori pubblici, allo scopo di ridurre la disoccupazione. Il regime già promosso opere di trasformazione, che miravano a modernizzare l’Italia. Coinvolsero in primo luogo l’agricoltura; in questo campo pesava il problema cerea litico: le forti importazioni di grano non erano compensate con una crescita delle esportazioni. Si era dunque cercato di espandere la coltivazione dei cereali e ciò prese il nome di «battaglia del grano». La battaglia del grano diede risultati concreti: la produttività crebbe, specie al Nord ma nel Meridione causò un ridimensiona-mento delle colture specializzate e dell’allevamento che si vide sottrarre i pascoli. Tale sforzo per-mise comunque al regime di consolidare le sue basi sociali e il fascismo siuscì inoltre a sostenere il ruralismo.
Un altro importante intervento in campo agricolo riguardò la «bonifica integrale», che aveva come obiettivo il recupero in tutto il Pese di vasto terreni paludosi, in cui imperava la malaria. Lo Stato si impegnava a realizzare opere di irrigazione, canalizzazione e rimboschimento e questa iniziativa mirava a una diminuzione del numero di braccianti stagionali e all’incremento di coloni legati alla terra e più controllabili. La più grande opera di recupero coinvolse l’area dell’Agro Pontino. I campi furono assegnati a famiglie provenienti soprattutto dal Veneto e dall’Emilia , scelti con l’obiettivo di formare nuclei familiari e abitanti che rispondessero al volere del fascismo.
Le difficoltà di insediamento dei coloni furono numerose e le famiglie contadine non ricavarono dalla nuove terre un reddito sufficiente ad assicurarne la sussistenza.

Capo, Stato totalitario e partito nel fascismo
Alla metà degli anni 30, l’impresa coloniale d’Etiopia permise al fascismo di assumere un’ immagine imperiale, ma questa era già stata perseguita con la ristrutturazione urbanistica e monumentale di Roma. Il mito della romanità era da tempo una componente essenziale dell’ideologia fascista e la vicenda di Roma imperiale costituiva un modello sufficiente per legittimare l’espansione dell’Italia. Il regime puntava anche sulla modernità che consisteva nel riconciliare il pregresso tecnologico con il progresso sociale.
L’esaltazione della romanità e modernità trovava sintesi nel culto di Mussolini che incarnava e armonizzava i due aspetti. La figura del duce svolgeva una funzione essenziale di raccordo fra popolo, Pnf e Stato; il singolo cittadino doveva identificarsi in Mussolini.
Il fascismo si presentava come una sintesi di nazionalismo e rivoluzione, che mirava a trasformare il carattere umano e il modo di vivere dei cittadini. Il mezzo per fare ciò fu individuato nella costru-zione di uno stato totalitario. Lo stato veniva ora identificato con Mussolini stesso e gli italiani fu-rono costretti a sopportare un clima di oppressione. Lo stato totalitario rimare un mito in quanto a-spirava ad un obiettivo mai completamente raggiungibile: la subordinazione a sé della vita e dei va-lori dei singolo. Lo stato totalitario riuscì però a garantire ordine e coesione delle masse. Monarchia e chiesa non erano per nulla favorevoli e soprattutto la chiesa godeva di un seguito e di un prestigio che andavano al di là delle contingenti vicende politiche.
Il Pnf venne presentato dal fascismo come una riposta all’incapacità dello Stato liberale di rappresentare le masse e Mussolini era il capo indiscusso dello Stato, cos’ il Pnf si incaricò di modificare i comportamenti dei cittadini anche nella sfera privata.
Il fascismo ponendosi come a ideologia di uno stato totalitario mirò a totalizzare dunque le coscien-ze eliminando gli oppositori. Il codice penale del 1931 introdusse misure contro di essi.
L’ammonizione era un avvertimento verbale che poteva comportare il divieto di associarsi ad altri individui, la vigilanza speciale aggiungeva l’obbligo di presentarsi regolarmente alla polizia, il con-fino era la segregazione sotto sorveglianza in piccole isole o località. Il vertice del sistema era costituito da Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Gran parte della dirigenza antifascista capì ben presto che l’unica via d’uscita era l’abbandono dell’Italia, un atto denominato dal regime «fuoriuscitismo». Tra i fuoriusciti vi furono Nitti, Sforza; Sturzo, Turati. Si trovava quasi per interno oltre confine la classe politica destinata a governare l’Italia alla caduta del fascismo. Nelle prigione del regime morì invece Antonio Gramsci.

La rivoluzione culturale del fascismo
Il fascismo dovette fare i conti con il mondo della cultura. Il filosofo e ministro della Pubblica Istru-zione Giovanni Gentile, si propose come pensatore del nascente regime, promuovendo la stesura si un «Manifesto degli intellettuali fascisti». Adesso rispose il «Manifesto degli intellettuali antifascisti» redatto da Benedetto Croce. Fu questa l’ultima effettiva occasione di un aperto confronto culturale tra il fascismo e i suoi oppositori. Dopo rimase solo il problema di dare uno statuto chiaro all’ideologia che alimentava le scelte del regime fascista. Con Gentile quest’armonizzazione trovo centro nel concetto si Stato etico, uno stato portatore di una vera e propria visione politica e morale del mondo giustificata dallo stato stesso e da imporre a tutta la nazione.
Il fascismo si pose l’obiettivo d una vera rivoluzione culturale allo scopo di fascistizzare gli italiani e rigenerare totalmente il Pese.
La riforma Gentile del 1923 aveva sancito la supremazia delle discipline umanistiche su quelle tecniche e l’introduzione dell’esame di stato alla fine di ogni corso di studi e l’insegnamento della religione alle elementari. Venne poi introdotto il libro di testo unico e successivamente ogni insegnate Doveva giurare fedeltà al regime.
Il regime promosse la diffusione di riviste libere e iniziative come i littoriali della cultura, che diedero voce ai giovani intellettuali o talenti emergenti.
Nel 1935 furono istituiti corsi di preparazione politica presso le sedi del Pnf, nei piani di studio dei corsi di laure in giurisprudenza e scienze politiche veniva introdotto l’insegnamento di storia e dot-trina del fascismo. Il regime creò l’accademia d’Italia di cui fecero parte Pirandello e Marconi.
Il regime riservò ai mezzi di comunicazione di massa un’attenzione particolare. Questo aspetto fu curato dal nuovo Ministero della Cultura Popolare (Minculpop), che esercitò soprattutto uno strettissimo controllo sulla stampa. Di largo uso fu la radio per l propaganda e i messaggi del duce al popolo. Si investì nella cinematografia che riusciva ad evidenziare con efficacia i tratti della nuova comunità nazionale e le imprimeva nelle menti dei cittadini senza la mediazione del ragionamento. A questo scopo fu creato l’Istituto nazionale Luce che puntò sul documentario d’attualità.

Imperialismo ed impresa d’Etiopia
In campo coloniale il regime si limitò inizialmente a consolidarle conquiste precedenti. La Libia venne ricolonizzata attraverso una campagna militare feroce e conclusasi con l’esecuzione di uno dei capi della resistenza. Nella parte pacificata del Paese una requisizione di terre rese possibile l’insediamento di contadini italiani. In Somali ed Eritrea una serie di concessioni privale con supporto statale permetteva di radicare ulteriormente la presenza italiana sul territorio.
Ma la ricerca di una nuova colonia era già da tempo negli obiettivi del fascismo ed intorno al 1934 Mussolini maturò la decisione di conquistare l’Etiopia. La strada parte sgombra a seguito di un accordo tra Mussolini e il ministro degli esteri francese, avvicinando l’Italia alla Francia in funzione antitedesca in cui la Francia offriva condiscendenza in cambio di espansioni territoriali nella regione etiopica.
Il 3 ottobre 1935 Mussolini ordinò l’invasione dell’Etiopia, che era retta dal negus Hailé Selassié. Essa provocò la reazione della Società delle Nazioni che decise di stabilire sanzioni finanziari e commerciali all’Italia. Mussolini intraprese così la via dell’autarchia. Ma le sanzioni della società delle Nazioni non comprendevano Stati Uniti e Germania. Fu soprattutto quest’ultimo fattore che favorì l’avvicinamento tra Mussolini e Hitler.
La condotta del conflitto fu sanguinosa e crudele. Contro gli insediamenti civili vennero utilizzati gas asfissianti e bombardamenti aerei e fu adottato il sistema delle deportazioni di massa. Il 3 mag-gio 1936 il negus fuggì in esilio e il 5 maggio il generale Bardoglio entrò nella capitale Addis Abeba. Il 9 maggio Mussolini poté proclamare dal balcone di palazzo Venezia, la fondazione dell’Impero d’Etiopia.

Leggi razziali , Asse Roma-Berlino, Patto d’Acciaio
In Mussolini era forte il desiderio di portare l’Italia nel novero delle grandi potenze mondiali.
Nacque così (dalla conquista in Etiopia e dall’eredità della Roma antica che Mussolini tanto ammi-rava) l’idea della superiorità del popolo italiano, civilizzatore di terre abbandonate e rette da genti poco più che primitive. Fu qui che entrò il concetto di razza. Nacque la necessità si giustificare la propria aggressività con il mito della «razza civilizzatrice», del popolo evoluto che portava progresso e ordine là dove regnavano solo caos e barbarie.
Prima dell’avvicinamento fra Hitler e Mussolini poche voci avevano orientato il razzismo italiano in direzione antisemita.
La vicenda d’Etiopia, ma soprattutto la guerra di Spagna, favorirono l’alleanza fra Germania e Italia che poi verrà sancita con l’Asse Roma-Berlino del 1936.
Venne affermata allora la vicinanza ideologica fra nazismo e fascismo e la politica razziale italiana avanzo in senso antisemita. Il 25 luglio del 1938 fu pubblicato sul “Giornale d’Italia” il «Manifesto della razza». Gli ideologi di tal documento affermavano che la razza italiana era prettamente aria-na, come tale andava difesa da contaminazioni, in particolare dagli ebrei, definiti estranei pericolosi al popolo italiano. Il papa Pio XI espresse preoccupazioni per gli atteggiamenti razziali ma ugual-mente il 1° settembre 1936 furono varate dal consiglio dei ministri le leggi razziali
In seguito alla promulgazione gli ebrei stranieri vennero espulsi. Mentre quelli che avevano ottenuto la cittadinanza dopo il 1918 se la videro togliere. A tutti gli ebrei fu proibito iscrivere i propri figli nelle scuole secondarie, mentre alle elementari vennero create speciali sezioni
Gli ebrei furono esclusi dall’insegnamento. Allontanati dalla pubblica amministrazione, fu fatto loro divieto di esercitare professione se non verso altri ebrei e di contrarre matrimoni con cittaidni di razza ariana.
L’antisemitismo italiano fu un antisemitismo di Sato. L’antisemitismo fascista ci appare oggi come l’esito della rivoluzione culturale che mirava a far nascere il nuovo italiano. Nella popolazione c’erano atteggiamenti antisemiti già diffusi e a causa della polita razziale l’ebrei si trasformò in un nemico oggettivo da perseguitare a pari degli oppressori politici.

Il 7 marzo 1936 ordinò all’esercito di marciare sulla Renania, occupando una fascia di territorio che secondo il Trattato di Versailles doveva rimanere smilitarizzata. Nessuno degli stati europei tentò una reazione e Hitler verificava la debolezza dei suoi antagonisti.
Nel frattempo Mussolini voleva far pagare al Regno Unito la politica antitaliana sul caso etiopico. Londra considerava la Germania un’alleata possibile contro il diffondersi delle idee bolsceviche e quindi la rimilitarizzazione era stata considerata come un fatto interno al Pese lasciando così la Francia isolata.
Cominciò così l’avvicinamento delle politiche estere tedesca e italiana che trovò un primo corona-mento nell’Asse Roma-Berlino siglato nell’ottobre 1936 e nel 1937 l’Italia aderì al Patto Antiko-mintern, stipulato un anno prima da Germania e Giappone.
Italia e Germania avevano avuto delle divergenze nel 1934 quando Hitler aveva tentato di annettere l’Austria alla Germania (Anschuluss). Il tentativo fallì sia per l’opposizione interna dei cristiano-democratici sia perché Mussolini intervenne ordinando lo spostamento di truppe verso i confini del Brennero dichiarando di essere pronto a difendere l’autonomia dell’Austria. In realtà Mussolini te-meva che la popolazione tedesca che la abitava potesse favorire un’annessione della regione all’Austria dopo che si sarebbe trasformata in uno stato tedesco.
Tuttavia nel marzo 1938 Hitler riuscì nell’ Anschuluss con l’uso della forza e questa volta il duce e l’Italia non reagirono. L’annessione venne poi sancita da un plebiscito popolare dell’aprile dello stesso anno.
Con l’ingrandirsi della Germania che aveva occupato Boemia e Moravia, Mussolini tentò di rigua-dagnare terreno e prestigio occupando l’Albania nell’aprile del 1939. Il duce ormai lontano dai go-verni di Londra e Parigi, poiché si temeva per una nuova guerra europea scelse la strada dell’alleanza formale con la Germania. Fu il cosiddetto Patto d’Acciaio, firmato a Berlino il 22 maggio 1939. Il patto prevedeva la consultazione reciproca in caso di controverse internazionali e l’obbligo a prestarsi assistenza militare se una delle due parti fosse stata coinvolta in un conflitto.

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