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La seconda rivoluzione industriale

La grande depressione.
Gli statisti dei Paesi europei si resero presto conto della forza delle organizzazioni politiche della classe operaia e dell’influenza che esse esercitavano sulle masse. I governanti repressero quanti erano ritenuti nemici dell’ordine pubblico e delle istituzioni tradizionali.
Il partito socialista tedesco (SPD), fondato nel 1869, fu il modello che, nei diversi paesi, i movimenti operai e di classe cercarono di imitare. Bismarck, il cancelliere dell’impero tedesco, si rese conto dell’importanza strategica dell’SPD quando, nel 1878 dovette varare una politica sociale sfaccettata e complessa in risposta alla fase di recessione economica. L’intera Europa, a partire dal 1873, subì la cosiddetta grande depressione. Si deve sottolineare che le difficoltà economiche degli anni 1873-1895 non colpirono tutti gli stati e neppure tutti i settori ma, soprattutto, l’agricoltura di alcuni paesi del continente europeo.

Il principale motivo della depressione va rintracciato nello sviluppo dei trasporti; il potenziamento delle ferrovie americane ed il miglioremento del sistema di navigazione a vapore fece sì che in Europa arrivassero quantità sempre maggiori di cereali prodotti a basso costo nelle pianure degli U.S.A. e del Canada.
Importante per l’attività economica fu anche l’invenzione di nuovi metodi di refrigerazione delle derrate che, dal 1876, permise il trasferimento di derrate congelate entro gli Stati americani, e, dal 1877, di importare carne bovina argentina in Europa.
Nei Paesi in cui vigeva il regime di libero scambio, gli agricoltori subirono un colpo durissimo. In Francia, dove la maggior parte dei cittadini viveva del lavoro dei campi, anche l’industria si trovò penalizzata poiché la diminuzione dei guadagni realizzati dagli agricoltori provocò una forte contrazione del mercato interno.
L’adozione, in generale, di pesanti tariffe doganali, divenne lo strumento di difesa contro la concorrenza agricola americana e la barriera per rilanciare la produzione industriale. Perciò, solo l’Inghilterra, che basava tutta la sua ricchezza sull’industria, sul commercio e sull’esportazione di manufatti, mantenne il liberismo, che aveva adottato negli anni quaranta quando aveva abolito la corn law, anche a fine ottocento.
Nel 1881, da sola, l’Inghilterra acquistava la metà sia del frumento internazionalmente commercializzato sia delle esportazioni mondiali di carne.
La diffusione del protezionismo caratterizzò, in particolare, la Francia dal 1892, la Germania dal 1879 e l’Italia dal 1887. La situazione più complessa si verificò in Germania poiché il calo dei prezzi agricoli danneggiò, in particolare, l’aristocrazia prussiana degli Junker, mentre la scelta protezionistica era osteggiata dalla borghesia imprenditoriale. Infatti l’importazione di cereali americani a basso prezzo avrebbe permesso di mantenere contenuti i salari operai e quindi di limitare i costi di produzione dei manufatti da esportazione.

Obiettivi della politica sociale di Bismarck: garantire alti profitti agli Junker, rendere competitivi sul mercato internazionale i prodotti dell’industria tedesca, limitare il malcontento degli operai tedeschi.
Bismarck attuò un disegno politico basato sulla compensazione e conciliazione degli interessi divergenti in vista del mantenimento della stabilità sociale del reich ed in funzione della difesa dei privilegi dell’aristocrazia. Inizialmente, nel 1878, Bismarck si volse al partito operaio tedesco sottoponendolo ad una legislazione repressiva. Furono colpite “le associazioni aventi lo scopo di provocare il rovesciamento dell’ordinamento statale e sociale esistente tramite attività socialiste o comuniste”. La legge del 1878, inoltre, proibì le riunioni e le pubblicazioni ispirate alle concezioni di Marx.
Bismarck era consapevole che avrebbe trovato l’opposizione in parlamento delle forze volte ad un reich più liberale ma seppe sfruttare la situazione di indignazione che si era diffusa in Germania a causa dei due attentati subiti dal kaiser Guglielmo I. Certo, inoltre, che la legislazione antisocialista avrebbe provocato astio fra le masse operaio verso il governo e le classi dirigenti, vincendo l’opposizione dei liberali, introdusse, negli anni 1883-84 una serie di disposizioni che aumentavano il sistema di assicurazione dei lavoratori rispetto alla malattia o agli infortuni: pertanto la Germania di Bismarck divenne lo Stato in cui il rigido controllo poliziesco coabitò con la legislazione sociale più avanzata d’Europa.

Le leggi antisocialiste avevano come fine di impedire che scioperi o assenze dal lavoro ponessero ostacoli alla produzione e che la protesta in vista di salari migliori trovasse nei socialisti la forza organizzativa mentre la legislazione sociale voleva dimostrare alla classe operaia che lo Stato non era nemico delle masse. L’attività politica e legislativa di Bismarck era volta ad ottenere il consenso sia della borghesia, sia del proletariato onde placare le obiezioni che poteva suscitare l’adozione della tariffa protezionistica sui cereali (introdotta nel 1879) che danneggiava entrambi i ceti legati allo sviluppo industriale ma avvantaggiava gli Junker e gli agricoltori tedeschi.
Il parlamento, l’adozione del protezionismo fu possibile solo mediante il voto favorevole del partito cattolico del centro, costituito anche da agricoltori interessati al protezionismo doganale. Per ottenere il consenso di tale partito Bismarck dovette, però, attenuare notevolmente il cosiddetto kulturkampf (ossia “lotta per la civiltà”) che egli stesso aveva iniziato dopo l’unificazione, colpendo i cattolici. Il kulturkamp era volto ad esaltare l’assoluta supremazia dello Stato e si tradusse in una serie di provvedimenti restrittivi ai danni delle scuole, delle strutture e delle organizzazioni cattoliche.
Nel 1888 il ventinovenne Guglielmo II salì sul trono imperiale. Da subito tra il nuovo kaiser e l’anziano cancelliere si stabilì un attrito, mentre l’equilibrio politico sociale realizzato da quest’ultimo, manifestò segni di debolezza. Nel 1889, malgrado le legge repressive bismarckiane, i minatori entrarono in sciopero, bloccando l’estrazione del carbone. Il kaiser si rifiutò di inasprire la legislazione anti operaia ed allora, il 18 marzo 1890 Bismarck presentò le dimissioni. Il nuovo cancelliere, Leo Von Caprivi di fatto lasciò cadere la legislazione volta ad ostacolare lo sviluppo del movimento operaio: con ciò il partito socialdemocratico tedesco divenne presto la più importante organizzazione socialista d’Europa.
La svolta del governo tedesco fu facilitata poiché, in Germania, all’interno del partito socialista si diffuse anche il revisionismo di Eduard Bernstein. Egli, alla fine del secolo, ritenne che, contrariamente alle previsioni scientifiche degli intellettuali marxisti, il sistema capitalistico non manifestava segni di crolli imminenti. A suo parere, Marx si era, a tal riguardo, sbagliato poiché la realtà sociale era più complessa degli schemi scientifici marxiani.
Bernstein, perciò, ritenne di dover rinunciare totalmente alla meta finale del socialismo e concentrò le sue energie nella conquista di concrete riforme, volte a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori immediatamente. I dirigenti della II Internazionale condannarono il revisionismo di Bernstein che minava radicalmente la scientificità del marxismo, reso, con ciò solamente un’utopia.

La belle epoque
1895: l’economia mondiale, dopo vent’anni, entrò in una fase di straordinaria espansione che si sarebbe conclusa solo nel 1914. L’eccezionalità del periodo economico e sociale fu denominato dai contemporanei “belle epoque”. La ragione della ripresa fu ascritta, alla fine del secolo, ai grandi giacimenti auriferi scoperti nel 1898 in Sud Africa ed in Canada. In realtà la depressione degli anni 1873-1895 fu una fase di assestamento, dovuta alla comparsa sulla scena economica mondiale di nuovi protagonisti, Stati Uniti e Germania unificata. Solo dopo aver ritrovato un equilibrio l’economia capitalistica riprese il suo impetuoso sviluppo fino alla guerra mondiale.

Però, mentre il sistema economico dell’800 fu caratterizzato dalla chiara supremazia inglese, quello della belle epoque non possiede più un centro. L’Inghilterra, che nel 1914 copriva il 45% degli investimenti esteri mondiali, continuò ad essere la principale protagonista del commercio internazionale e, nel 1914 la sua flotta a vapore superava del 12% le flotte mercantili di tutti gli altri stati europei riuniti insieme. Tuttavia, in alcuni settori della produzione industriale essa fu superata da Stati Uniti e Germania.
Tra il 1871 ed il 1890 emigrarono in America anche 2 milioni di tedeschi: la cifra dell’emigrazione, anche se contenuta, rivela il disagio che ancora una fetta della popolazione tedesca incontrava nel trovare un lavoro. La situazione iniziò a regredire dal 1893 segno della maggior efficienza dell’industria tedesca e della possibilità per essa di offrire ormai pane e lavoro.
Nel 1914 solo il 35% della popolazione attiva tedesca era impegnato nei lavori agricoli, segno dell’imponente crescita industriale che segnò la Germania nei 19 anni dal 1895 al 1913 circa. Nel 1913 la Germania produsse più di 16.000.000 di tonn. d’acciaio, eguagliando quasi la produzione americana; tale cifra, poi, risultò il doppio della produzione degli impianti inglesi e fu pari ai due terzi dell’intera produzione europea.
Nel 1912 la Gran Bretagna continuò ad essere la principale potenza navale commerciale del mondo, con i suoi 20 milioni di tonn. lorde di naviglio, la flotta commerciale tedesca raggiunse i 4,5 milioni di tonn. superando quella degli Stati Uniti che risultò di quasi 3 milioni di tonnellate.

Innovazioni ed aziende della seconda rivoluzione industriale.
Produzione di acciaio: aziende leaders furono in Germania le acciaierie Krupp e negli U.S.A. la United States Steel;
Industria chimica: azienda leader fu in Germania la Ig Farben;
Produzione di energia elettrica: aziende leaders furono in Germania l’AEG e negli Stati Uniti la General Electric Company.

Confronto tra la prima e la seconda rivoluzione industriale
Periodo
I: fine ‘700
II: ultimo trentennio dell’800
Epicentro
I: Inghilterra
II: Europa e Stati Uniti
Materiali
I: cotone, ferro, carbone
II: acciaio, chimica, elettricità, petrolio
Risultati
I: accrescimento prodotti
II: creazione di prodotti nuovi
Innovazione
I: iniziativa artigianale
II: ricerca scientifica e integrazione scienza-tecnologia
Capitali
I: esigui
II: consistenti, ruolo centrale delle banche
Ruolo dello Stato
I: nullo
II: consistente- protezionismo e commesse statatli
Imprese-mercato
I: libera concorrenza
II: monopolio e concentrazione dei grandi gruppi industriali.


I punti di forza economici dei principali paesi
Gran Bretagna
Commercio internazionale – disponibilità di capitali
U.S.A.
Produzione di acciaio – estrazione e raffinazione del petrolio
Reich tedesco
Produzione di acciaio – produzione di energia elettrica- industria chimica

Ragioni e caratteri dell’imperialismo
Nel 1902 l’intellettuale inglese John A. Hobson pubblica il saggio “L’imperialismo” che è uno dei primi tentativi di comprendere la specificità dell’imperialismo e della corsa alle colonie di fine ‘800 tramite il confronto ed il collegamento con lo sviluppo della società industriale e la sovrapproduzione.
1951: viene pubblicato, di Hannah Arendt, il libro “Le origini del totalitarismo”. L’opera afferma che per comprendere i regimi totalitari del ‘900 occorre in primis rivolgersi agli anni compresi tra la nascita del reich tedesco e la prima guerra mondiale: questa è l’età dell’imperialismo.
Alla fine dell’ottocento, mentre gli stati dell’America latina hanno generalmente raggiunto l’indipendenza, l’Africa e l’Asia si trovano quasi interamente sotto il dominio europeo. L’elemento tipico degli anni 1871-1914, secondo molti storici, è la corsa delle principali potenze alla conquista di un impero, territorio su cui esercitare il proprio dominio o controllo.
Il controllo assume diverse forme: in molti casi il territorio sottomesso diviene una colonia dello stato conquistatore, cosicchè quest’ultimo ottiene l’assoluto controllo della regione, che perde totalmente l’indipendenza ed è governata da funzionari europei; in altri casi le autorità indigene non vengono private di tutto il potere e restano in carica. ad ex., solo parzialmente l’India è amministrata direttamente da funzionari europei e quei principi indigeni, che continuano a mantenere il potere, devono sottostare agli ordini della potenza imperialista. L’indipendenza di questi ultimi territori è puramente formale risultando essi protettorati, ossia territori sottoposti alla “protezione” ed al sostegno dell’Inghilterra.
Nei territori non ridotti a colonia e a protettorato si stabilisce il sistema delle zone d’influenza, ad ex., la Cina continua ad essere formalmente guidata, fino al 1911, da un proprio imperatore e non è sottoposta alla protezione da parte di un’unica potenza. Però, in pari tempo, Inghilterra, Francia, Russia, Giappone, USA e Germania, riescono ad assicurarsi una o più zone d’influenza, territori che, pur restando ufficialmente sottoposti al governo di Pechino, di fatto sono totalmente soggiogati agli interessi economici della potenza straniera.

Le motivazioni economiche dell’imperialismo.
Nei secoli precedenti il XIX° le grandi potenze dell’Europa si volgono al mondo e conquistano territori, soprattutto in America ed Asia ma tra il 1870 e il 1914 la corsa all’impero assume un carattere frenetico tanto che, ad ex., in Africa, solo l’Etiopia non è soggiogata al dominio europeo, mentre in Asia, solo il Giappone mantiene piena sovranità politica ed economica.
La vastità delle conquiste e la sistematicità con cui trovarono attuazione sono state lungamente indagate. La prima importante interpretazione dell’imperialismo, una risposta al perché le grandi potenze si spartiscono il pianeta alla fine dell’800 ci è fornita dal giornalista inglese John Atkinson Hobson, favorevole a radicali riforme sociali. Per Hobson l’imperialismo ha una matrice economica; egli dopo aver ripreso le osservazioni ed indagini di Malthus e Marx intorno alle periodiche crisi di sovrapproduzione che investono il sistema produttivo capitalistico, formula la diagnosi secondo cui l’imperialismo consiste fondamentalmente nella ricerca sia di nuovi sbocchi per i manufatti che non è più possibile vendere sul mercato interno, sia di nuovi campi di impiego per i capitali in eccesso. Dopo ave intuito che nelle genesi delle crisi di sovrapproduzione un aspetto decisivo è dato dalla mancanza di potere d’acquisto, dovuta ai bassi salari, da parte dei lavoratori, Hobson propone un rimedio alternativo: mentre la grande borghesia richiede nuovi mercati in cui collocare le merci in eccedenza e, di fatto, una conquista imperiale, Hobson propone un graduale innalzamento del tenore di vita dei lavoratori e della loro capacità di spesa.
L’idea che l’imperialismo è provocato da ragioni economiche è sviluppata anche da numerosi intellettuali marxisti come Rudolfh Hilferding, Rosa Luxemburg e, successivamente, Lenin. Però gli intellettuali socialisti e comunisti, dopo aver colto che l’economia industriale avanzata produce enormi profitti, gigantesche quantità di capitali che non trovano possibilità di essere investite in patria, ritengono che l’aumento dei salari dei lavoratori non sia sufficiente ad arginare quell’imperialismo volto alla conquista di tutti i mercati. In più, a parere dei teorici comunisti, l’imperialismo non può non continuare anche dopo il completamento della spartizione del mondo fra le potenze. I grandi stati industrializzati, infatti, a quel punto, inizieranno a sbranarsi per strapparsi a vicenda i mercati ed i rispettivi imperi, in un crescendo di contraddizioni che solleciterà la rivoluzione proletaria.

Complessita’ dell’ eta’ dell’imperialismo (1871-1914)
La deflagrazione della prima guerra mondiale è sembrata a molti la conferma dell’interpretazione marxista dell’imperialismo. Lo studio attento delle motivazioni che sono all’origine del conflitto mondiale costringe ad esser cauti riguardo all’istituzioni di cause ed effetti. L’elemento economico e finanziario fu solo uno dei fattori che svilupparono il processo imperialistico e, spesso, l’iniziativa imperialistica ha origine dagli statisti che agiscono con motivazioni di ordine militare o diplomatico mentre i finanzieri non ebbero quello sconfinato interesse per l’espansione coloniale che alcuni studiosi gli addebitano.
L’esame dell’investimento dei capitali all’estero, prima del 1914, rende manifesto che solo una minima quantità di denaro fu indirizzata verso i territori di recente acquisto, ad ex. i finanzieri francesi indirizzarono verso le colonie solo il 9% di tutti i capitali che prendevano la via dell’estero, poiché la maggior parte del denaro investito fuori dal territorio nazionale era assorbito dal mercato della Russia, preoccupata di far decollare le proprie industrie e di sviluppare il proprio sistema ferroviario. Quanto alla Gran Bretagna, sebbene essa trasferisse nei possedimenti dell’impero il 50% dei capitali investiti all’estero, è da sottolineare che quasi tutto il denaro era diretto verso le grandi colonie bianche (Australia, Sud Africa, Nuova Zelanda).
In generale, in quegli anni, si ha la prevalenza degli investimenti e dell’economia inglese in America, Africa e Asia; in Europa sono soprattutto Germania e Francia a contendersi il primato economico.
Gli elementi motori della corsa all’impero furono i governi, anche se subirono pressioni dagli ambienti economici. Essi seguirono una strategia di potenza finalizzata a mostrare la propria forza ad altri stati.

Il colonialismo inglese
L’impero coloniale inglese si era formato tra la fine del ‘700 e la prima metà del sec. XIX, sulla via dell’oriente gli inglesi occuparono:
-1819 Singapore; 1826 la penisola di Malacca; 1839 Aden sul mar rosso; Hong Kong, strappata alla Cina dopo la prima guerra dell’oppio (1839-42); furono presenti in India, che nel 1877 venne trasformata in impero, sotto la corona della regina Vittoria. A fine secolo l’espansione in Asia proseguì con la conquista di Birmania (1886-89), Malesia (1895) e di una parte di Borneo e Nuova Guinea.
In Africa: 1815 Colonia del Capo, strappata agli olandesi, a cui fece seguito la conquista dei altri territori nell’Africa meridionale già appartenenti ai Boeri olandesi come il Natal (1842), quindi il Transvaal e l’Orange , dove furono scoperte miniere d’oro e di diamanti, dopo la sanguinosa guerra boera (1899-1901). Alla fine del conflitto, i domini inglesi dell’Africa meridionale (che comprendevano anche la Rhodesia) costitirono l’Unione Sudafricana (1910).
Dal 1882 alla 1^ guerra mondiale, i britannici assunsero anche il controllo di ampi territori nell’Africa centro-settentrionale in Kenia, Nigeria, Gambia, Uganda, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Egitto (con lo strategico Canale di Suez, aperto nel 1869), Sudan. Durante la conquista di quest’ultimo territorio, il fortuito incontro con un corpo di spedizione francese diede luogo alla crisi di Fashoda (1898), nel corso della quale le due grandi potenze furono sul punto di un conflitto armato.
Inoltre, facevano parte dell’impero britannico oltre alle roccaforti mediterranee di Gibilterra e Malta, i territori del Canada , dell’Australia e della Nuova Zelanda (1845-69). Queste erano grandi colonie di popolamento bianco, mete dell’emigrazione britannica, vennero presto avviate (1867) all’autonomia amministrativa ed all’autogoverno con la costituzione dei dominion.

Il colonialismo francese
Il colonialismo francese si differenziò da quello dell’Inghilterra per non avere grosse colonie di popolamento bianco(nel corso del ‘700 la Francia aveva perso gran parte delle sue antiche colonie). Le due direttrici principali dell’imperialismo francese furono l’Africa e l’Indocina.
In Africa la Francia cominciò la sua penetrazione a partire dall’Algeria (1830) a cui si aggiunse la Tunisia (1881). Nel 1902 accordi tra i ministri degli esteri italiano e francese stabiliscono per la Francia il Marocco (opposizione della Germania: sbarco tedesco a Tangeri nel 1905, conferenza di Algesiras nel 1906, invio di una nave da guerra tedesca ad Agadir nel 1911). A tali colonie si devono aggiungere: Senegal, Congo francese (1885-1910), Madagascar (1896), Mauritania, Gibuti.
In Asia dopo al guerra con la Cina, la Francia nel 1885 sabilì il proprio protettorato sul Tonchino e l’Annan (Vietnam) a cui seguì la creazione dell’Unione Indocinese (1887). All’unione nel 1893 fu unito il Laos.

Il colonialismo tedesco
Nel 1883-1885 vennero costituite le colonie dell’Africa sud-occidentale tedesca (Namibia), dell’Africa orientale tedesca (Tanzania, Ruanda, Burundi), del Togo e del Camerun. La Germania aumenta la sua influenza sulla Turchia ed ottiene la concessione della ferrovia di Baghdad.
Nel Pacifico la Germania si assicura parte della Nuova Guinea, acquista dalla Spagna le Marianne e le Caroline, affitta la base cinese di Chiaochou (1898).

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