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La Seconda Guerra mondiale

La politica espansionista della Germania di Hitler portò in pochi anni allo scoppio di un secondo conflitto mondiale. Le potenze dell’Europa occidentale erano impreparate alle rivendicazioni del leader nazista, mentre questi era più che mai proiettato nella realizzazione dei propri ideali. Hitler era certo dell’indecisione di Gran Bretagna e Francia, quanto dell’impossibilità di un’alleanza tra le democrazie occidentali e l’Unione Sovietica. Per questo stipulò il patto anti-Comintern, con il quale consolidò anche l’appoggio di Italia e Giappone, e proseguì nel rivendicare territori.

Annessa l’Austria al Reich tedesco, il Führer minacciò di invadere la regione cecoslovacca dei Sudeti. Un accordo tra Gran Bretagna e Francia ne sancì la cessione alla Germania prima che la situazione degenerasse, a patto che il Reich rinunciasse ad ulteriori annessioni. Ma nel 1939 Hitler violò l’accordo, riducendo Boemia e Moravia a protettorati tedeschi e la Slovacchia ad un semplice stato satellite. Volse quindi le sue mire al corridoio di Danzica, il territorio polacco che dalla Prima Guerra Mondiale separava la Prussia orientale dal resto della Germania. Francia e Gran Bretagna si affrettarono a schierarsi in difesa della Polonia minacciata, quando un inatteso patto di non aggressione tra Germania ed URSS spianò la strada alle intenzioni del Führer. Dietro all’accordo, della durata di 10 anni, c’era un protocollo segreto con il quale russi e tedeschi si accordavano per la spartizione delle terre polacche.

La “guerra lampo” (1939-1941)

L’1 Settembre 1939 l’esercito tedesco invase la Polonia, mentre le Armate Rosse dell’URSS avanzavano da est. La strenua resistenza polacca dovette cedere all’innovativa strategia bellica applicata dalla Germania: la Blitzkrieg (“guerra lampo”), una guerra di movimento che prevedeva il massiccio impiego di mezzi corazzati ed una fitta copertura aerea. In pochi giorni l’attacco alla Polonia indusse Gran Bretagna e Francia a scendere in campo contro il Reich, mentre Mussolini, in accordo con Hitler, tenne l’Italia fuori dal conflitto.

Ad est l’Unione Sovietica seguì le condizioni segrete del patto con la Germania, e occupate alcune regioni della Polonia orientale attaccò la Finlandia. A occidente, con l’entrata in guerra della Francia, si aprì invece un vasto fronte lungo il confine tedesco. I francesi, trincerati lungo le fortificazioni della linea Maginot, attendevano che il nemico si facesse avanti. Tuttavia Hitler si rivolse a settentrione, e nel primo 1940 conquistò Danimarca e Norvegia. Ottenuto un considerevole vantaggio strategico nel Mare del Nord, anche in previsione di scontri sottomarini, tornò ad occuparsi dell’Europa continentale. I nazisti invasero Belgio, Olanda e Lussemburgo, quindi attaccarono la Francia dall’unico tratto scoperto della linea Maginot. L’esercito francese, considerato tra i più forti dopo la Prima Guerra Mondiale, capitolò in un solo mese, e le forze di Hitler entrarono vittoriosamente a Parigi.

La Francia settentrionale era in mano al Reich, mentre nel sud ancora libero fu imposto il governo filonazista di Philippe-Omer Pétain, con sede a Vichy (Francia di Vichy). Fu l’inizio della resistenza francese, accesa dagli appelli del generale Charles de Gaulle, fuggito a Londra.

Hitler era dunque pronto a scatenare i propri eserciti contro la Gran Bretagna, e per prepararne l’invasione ordinò una massiccia offensiva aerea sull’isola. Nella violentissima “battaglia d’Inghilterra” le forze della Luftwaffe di Hermann Göring si scontrarono con la RAF (Royal Air Force). Il combattimento produsse danni incalcolabili e numerose perdite ma i tedeschi non raggiunsero mai il proprio scopo. Mentre il nuovo premier britannico Winston Churcill dichiarava l’assoluta inflessibilità del suo governo rispetto al nemico, Hitler doveva accantonare l’illusione di una rapida vittoria sugli inglesi.

Verso la fine del 1940 Germania, Giappone e Italia rafforzarono il proprio sistema di alleanze con il patto tripartito, a cui aderirono più tardi anche Ungheria, Jugoslavia e Romania. Incoraggiato dal nuovo accordo, e abbagliato dalle vittorie dei nazisti, Mussolini avviò la “guerra parallela” dell’Italia in Nord Africa e nel Baltico. Le truppe italiane attaccarono i possedimenti inglesi in Egitto e in Sudan e dall’Albania occupata sferrarono un’offensiva contro la Grecia. Ma su tutti i fronti evidenziarono notevole impreparazione e inaffidabilità, tanto che la Germania dovette intervenire in loro aiuto. La campagna di Grecia fu comunque portata a termine con successo, ma in Africa, nonostante il provvidenziale intervento dell’Afrikakorps del generale tedesco Erwin Rommel (la “volpe del deserto”), l’Italia fu costretta a cedere le proprie colonie alla controffensiva inglese.

L’attacco all’URSS e l’intervento americano (1942-1943)

L’intervento nazista nei Balcani ruppe definitivamente l’iniziale alleanza tra Germania e URSS, già minacciata dagli interessi militari, economici, ideologici e razziali di Hitler. Il Führer riteneva essenziale estendere i domini tedeschi a oriente ed eliminare a priori un avversario potenzialmente pericoloso. Così, nel Giugno del 1941 inviò le forze naziste in Unione Sovietica (Operazione Barbarossa), convinto di portarne a termine l’occupazione in poco tempo. Nei pressi di Leningrado e Mosca si tennero scontri furibondi, ma l’esagerata ampiezza dell’offensiva, unita alla resistenza russa e alle rigide condizioni climatiche dell’imminente Inverno, determinarono il fallimento dell’operazione.

L’accaduto pose inaspettatamente l’URSS a fianco delle democrazie occidentali, con le quali finì per formare un fronte comune antitedesco. I sovietici aderirono alla Carta atlantica, un documento firmato da USA e Gran Bretagna che pronosticava la ricostruzione di un mondo libero dalla minaccia nazista.

Il Giappone intanto, approfittando della caduta di Parigi, aveva esteso il proprio controllo sulle colonie dell’Indocina francese. Quindi, senza una chiara dichiarazione di guerra, sferrò un improvviso attacco alla flotta americana ormeggiata a Pearl Harbour (Hawaii), distruggendone oltre la metà. L’attentato innescò un gioco di alleanze che estese il conflitto dall’Europa al mondo intero: gli Stati Uniti entrarono in guerra contro il Giappone e quindi contro Germania e Italia.

La crisi dell’Asse e la caduta del fascismo (1943-1944)

Il regime nazista instaurava nell’Europa occupata il “nuovo ordine” che prevedeva lo sterminio totale della razza ebraica. Reclusi nei ghetti e contrassegnati mediante l’obbligo di portare sugli abiti una stella gialla, gli ebrei erano destinati ai lager, campi di concentramento dove morivano uccisi o sfiniti dai lavori forzati.

Nella seconda metà del 1942 le forze alleate, consolidate dal patto della Nazioni Unite, determinarono la svolta del conflitto con importanti battaglie. Presso le isole Midway, nel Pacifico, si realizzò il contrattacco americano alle forze aeronavali del Giappone, mentre in Nord Africa l’avanzata dell’Asse fu arrestata a El Alamein dall’VIII Armata britannica di Bernard Montgomery. Il successivo sbarco degli americani, al comando del generale Dwight Eisenhower, costrinse le forze italo-tedesche a ritirarsi in Europa. A Stalingrado, infine, l’assalto nazista fu definitivamente stroncato dall’esercito russo, che prese a guadagnare terreno. L’Asse era in rotta su tutti i fronti.

In Italia l’insuccesso della guerra cominciò a generare un forte sentimento antifascista, e le forze alleate, liberato il Nord Africa, ne approfittarono per sottrarre il sostegno di Mussolini a Hitler. Nell’estate del 1943 corpi d’armata anglo-americani sbarcarono in Sicilia avviando la liberazione dell’Italia dal dominio del Duce. Questi fu presto destituito e arrestato, quindi sostituito dal governo tecnico-militare del maresciallo Pietro Badoglio. Il nuovo leader italiano intavolò trattative con gli Alleati per il raggiungimento di un armistizio, firmato nel mese Settembre. Ma temendo la rappresaglia nazista fuggì con il re, lasciando i propri eserciti nel disordine. Quando le truppe tedesche varcarono le Alpi le forze italiane non seppero tenergli testa; Mussolini fu liberato e aiutato a fondare la Repubblica Sociale Italiana, con capitale a Salò. Il Duce appoggiò l’azione dei tedeschi contro l’invasione alleata, nonostante la formazione di gruppi partigiani antifascisti e antinazisti. L’Italia era spaccata in due, e così rimase per mesi fino al cedimento delle linee tedesche (linea Gustav e linea gotica).

Dallo sbarco in Normandia alla sconfitta del nazismo (1944-1945)

La linea di resistenza tedesca in Italia arretrò solo verso la metà del 1944, per riorganizzarsi poco più a nord tra scontri devastanti. Gli Alleati non poterono portare un’offensiva decisiva al fronte italiano perché impegnati nella preparazione di un imponente sbarco progettato da tempo. Il 6 Giugno 1944 (D-Day) ingenti forze anglo-americane approdarono sulle spiagge della Normandia, nel nord della Francia, aprendo un fronte occidentale europeo che in breve mise in crisi le difese naziste. La Francia fu liberata con l’ingresso del generale Charles de Grulle a Parigi, al fianco delle truppe alleate, e la proclamazione di un nuovo governo repubblicano. Mentre anche il Belgio veniva sottratto al nemico, ad est le armate sovietiche raggiunsero la Polonia. Varsavia insorse contro il Reich sperando nel sostegno dei russi, ma Stalin l’ignorò perché fossero eliminati i potenziali oppositori al regime che avrebbe instaurato nella città. Il leader sovietico impiegò i propri eserciti nell’ottica di estendere il comunismo a tutta l’Europa orientale. Occupate Finlandia, Romania e Ungheria, sostenne i partigiani jugoslavi nella liberazione di Belgrado; mirò quindi alla Grecia, ma fu anticipato dallo sbarco di un contingente britannico.

Nel Febbraio 1945 Stalin, Roosvelt e Churcill si riunirono nella Conferenza di Yalta (Crimea ucraina) per discutere l’assetto dell’Europa postbellica. La conclusione del conflitto mondiale era ormai prossima. Le truppe sovietiche liberarono Vienna e Praga, e presero d’assedio Berlino prima di unirsi agli anglo-americani lungo il fiume Elba. Anche in Italia l’ultima resistenza tedesca fu abbattuta; i nazifascisti firmarono la resa incondizionata alla fine di Aprile. In quei giorni Mussolini tentò la fuga in Svizzera, ma riconosciuto e arrestato da un gruppo di partigiani fu fucilato poco tempo dopo. Hitler, con Berlino sotto assedio, si rifugiò nel bunker della Cancelleria e si suicidò.

Il solo Giappone era rimasto in guerra contro gli Alleati e si preparava ad una disperata resistenza. Ma il nuovo presidente americano Harry Truman, succeduto a Roosvelt (morto da poco), fece sganciare due bombe atomiche sulle città nipponiche di Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e il 9 Agosto 1945. Colpito da un’orrenda strage senza pari, il Giappone si arrese di lì a poco, ponendo definitivamente fine alla Seconda Guerra Mondiale.

L’assetto postbellico

Le prime conferenze per organizzare il nuovo assetto mondiale si tennero già nell’Estate 1945, quando la guerra non era ancora terminata del tutto. A Potsdam, presso Berlino, i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna ed URSS discussero le sorti dell’Europa liberata e i criteri di “denazistificazione” della Germania. Progettarono, inoltre, l’istituzione di un organo super partes che risolvesse pacificamente futuri attriti internazionali.

Ma le rivendicazioni di Stalin sui territori liberati (e occupati) dall’Armata Rossa determinarono un’irrimediabile frattura fra gli Alleati. Nel 1946 a Parigi, nella cosiddetta Conferenza dei Ventuno la logica di suddivisione in sfere d’influenza prevalse sul principio di autodeterminazione dei popoli.

Germania ed Austria furono scisse in quattro aree d’influenza straniera convergenti nella città di Berlino, a sua volta suddivisa. I principali gerarchi nazisti furono processati a Norimberga e condannati secondo il nuovo concetto giuridico di crimine contro l’umanità. L’URSS ottenne ad est Estonia, Lituania e Lettonia, Ucraina, Bielorussia e parte della Prussia orientale. Alla Polonia furono concesse alcune regioni tedesche.

L’Italia fu trattata da paese vinto: perse l’Istria, parte del Venezia Giulia e del Piemonte sud-occidentale; del suo impero coloniale rimase solo l’amministrazione fiduciaria della Somalia, mentre l’Albania raggiunse l’indipendenza.

In conseguenza alle opposizioni di Stalin l’Europa era infine divisa in blocchi contrapposti. Anche l’organo che avrebbe dovuto presiedere alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali - l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) - nacque tra le tensioni. Fu di fatto sottomesso al diritto di veto dei principali leader mondiali, tra i quali Stalin (detto “signor niet”) era spesso in disaccordo.

La Resistenza

Durante la Seconda Guerra Mondiale si manifestò in più parti d’Europa il fenomeno della Resistenza. Gruppi organizzati e clandestini condussero nei rispettivi paesi vere e proprie lotte di liberazione contro gli invasori tedeschi, e talvolta anche contro quegli organi politici o militari che li appoggiavano.

La Resistenza, diffusasi nell’Europa settentrionale già nei primi anni di guerra, assunse caratteristiche diverse di luogo in luogo. In alcuni paesi mirò a restaurare i regimi precedenti allo scoppio del conflitto mondiale, in altri si batté per sistemi politici del tutto nuovi. Fattore comune di tutti i movimenti di liberazione fu comunque l’azione dei partigiani, che praticavano sabotaggi e guerriglia, organizzavano scioperi e diffondevano stampe clandestine.

In Francia, con il contributo del generale De Gaulle, si formò un Consiglio nazionale della Resistenza. In Jugoslavia il contrasto tra il generale Tito (pseudonimo di Josip Broz) e i nazionalisti serbi del generale Mihajlovic si tradusse in una guerra partigiana che colpì migliaia di innocenti (es. foibe), accusati di intrattenere rapporti con i tedeschi. Anche in Germania si manifestarono movimenti antinazisti, sebbene non si verificò mai una guerra attiva contro il regime. Nel Luglio 1944 tra gli stessi vertici della Wehrmacht si organizzò un attentato a Hitler, che tuttavia fallì.

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