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La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale afflisse il regime zarista. Lo zar Nicola II, scelse di entrare in guerra a fianco dell’Intesa pensando che il conflitto si sarebbe risolto in breve tempo ma così non fu. Dall’autunno 1915 si cominciò ad assistere a pesanti proteste per mancanza di beni di prima necessità e un forte aumento dei prezzi.
L’8 marzo (23 febbraio) 1917 scoppiò una forte protesta (rivoluzione di febbraio) a cui si aggiunsero anche le truppe incaricate della repressione che spinsero lo zar ad abdicare. Si forma un governo liberale provvisorio sotto il principe Georgij L’vov.
Accanto al governo, le forze popolari socialiste ricostituirono i soviet: assemblee formate dai rappresentanti di operai, soldati e contadini. All’interno dei soviet si potevano distinguere 2 correnti: bolscevichi e menscevichi. In men che non si dica però, si verificò un vero e proprio dualismo fra governo e soviet, in particolare quello di Pietrogrado che si propose come alternativa al potere centrale. Nello stesso tempo la volontà del governo di continuare la guerra acutizzò la protesta sociale estendendo il disfattismo, diretto a far uscire la Russia dalla guerra a qualsiasi costo.

La svolta decisiva si ebbe quando Lenin, una volta rientrato dall’esilio, cominciò le cosiddette “Tesi di aprile” dalle idee marxiste che aspiravano ad:
- un’immediata rivoluzione proletaria e comunista
- la terra ai contadini
- necessità di stipulare una pace immediata
Tutto il potere doveva passare ai soviet e per questo riscossero un gran successo tra la popolazione sebbene i bolscevichi erano ancora in minoranza rispetto alle altre forze politiche.

Lenin si rese conto che la situazione fosse ormai matura per rovesciare il governo. Nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1917, la “guardia rossa” (un corpo armato di operai organizzato dai bolscevichi) occupò i centri nevralgici di potere e l’8 novembre assalì il Palazzo d’Inverno (la sede del governo). La rivoluzione d’ottobre mirava:
- all’ allontanamento della borghesia dal potere politico e alla formazione di un governo rivoluzionario
- alla formazione di un governo rivoluzionario di operai e soldati
- alla cessazione della guerra mediante una pace democratica
- alla cessione della libertà di propaganda politica nell’esercito
- alla soppressione dei privilegi per i proprietari terrieri

Dallo stato sovietico all’URSS

Una volta a capo dello stato, i membri del nuovo governo non si chiamavano più ministri ma “commissari del popolo” e il governo fu chiamato Consiglio dei commissari del popolo.

Lenin ne era il presidente, Lev Trockij commissario degli esteri e Stalin commissario delle nazionalità.
Il Consiglio mirava a riorganizzare lo Stato sovietico (=basato sui soviet) e tra i primi provvedimenti ci fu quello di avviare le trattative di pace “senza annessioni e senza indennità”.

Il nuovo governo bolscevico si trovò ad affrontare subito un problema di politica interna: le elezioni per l’Assemblea costituente dettero un risultato sfavorevole per il bolscevichi. L’Assemblea venne sciolta d’autorità da Lenin il 19 gennaio 1918 e da allora il “bolscevismo” venne indicato come “l’affossatore dispotico della democrazia”.

Per non dare fiato ad un’altra rivoluzione e per ricostruire il paese, Lenin ritenne necessario firmare durissime trattative di pace (pace di Brest-Litovsk – 3 marzo 1918) con cui la Russia perse la Polonia, la Lituania, parte della Bielorussia, le province baltiche; riconobbe l’indipendenza della Finlandia e dell’Ucraina con conseguenti ingenti perdite per l’ex impero.
Lenin dovette anche affrontare una terribile guerra civile (1918-1921) contro gli oppositori del governo bolscevico.
I protagonisti furono i rossi (difensori del nuovo regime) e i bianchi (così chiamati per il colore della divisa, sostenitori del regime zarista che avevano dato vita all’Armata bianca, un esercito anticomunista).
Anche l’Intesa si alleò con le armate bianche per paura di nuove rivoluzioni nei loro territori.
Quando l’Armata Bianca si avvicina allo zar, i bolscevichi, temendo che lo potessero liberare, uccidono l’ex sovrano assieme a tutta la famiglia reale il 17 luglio 1918.
Alcuni giorni dopo venne proclamata la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e il partito comunista russo venne imposto come unico partito.

Nel frattempo, per fronteggiare i bianchi, venne organizzata l’Armata Rossa guidata da Lev Ttrockij che alla fine riuscì ad avere la meglio tra il ’19 e il ’21. La guerra civile si conclude con milioni di morti e situazione sicuramente non pacifica.

Lenin pensava di poter trarre vantaggio dalla crisi che affliggeva molti paesi europei. Così, nel marzo 1919, con l’obiettivo di creare una rivoluzione comunista mondiale, crea la Terza Internazionale, che aveva il compito di coordinare tutti i partiti comunisti nel mondo e diffondere la rivoluzione su scala mondiale.

Durante la guerra civile, Lenin attua alcuni provvedimenti noti come “comunismo di guerra”.
-controllo forzato di tutta la produzione, specialmente quella agricola: tutte le derrate in eccesso furono sequestrate e ridistribuite dallo Stato
- fu soppressa la libertà di opinione
- viene introdotto il divieto di sciopero e il lavoro forzato
- viene creata una spietata polizia politica, la Ceka
Questi provvedimenti ebbero conseguenze gravi a tal punto da far crollare la produzione e spingere i contadini ad opporre resistenza.
Lenin rispose alle ribellioni con la repressione e il terrore, che, più avanti, sarebbero diventati un vero e proprio metodo di governo.
L’apice del conflitto si raggiunse con la grande rivolta dei marinai di Kronstadt che avevano contribuito alla riuscita della rivoluzione d’Ottobre.

Terminata la guerra civile con la vittoria dell’Armata Rossa, Lenin decise di attenuare questo controllo forzato statale provvedendo alla formazione di una nuova politica economica, la NEP.
Restaurò parzialmente il libero commercio, l’attività industriale e la proprietà privata. Uno dei provvedimenti più importanti fu la fine delle requisizioni forzate delle derrate alimentari, sostituite da un’imposta fissa in natura.

La NEP favorì particolarmente sia la vita dei contadini che la grande industria, il cui sviluppo si capì fosse necessario per l’affermazione dello stato sovietico. Perciò le industrie poterono finalmente godere di una moderata libertà di azione e di retribuzioni decenti e man mano la produzione tornò ai livelli precedenti alla rivoluzione.
La NEP favorì anche la politica estera: Lenin voleva far uscire il paese dall’isolamento a cui si era relegato dopo la rivoluzione, per cui, cominciò a instaurare buoni rapporti con la comunità internazionale al fine di essere riconosciuto come Stato sovietico.

Non ci fu invece nessuna apertura in campo religioso, anzi, al clero fu proibito di operare in campo educativo e venne prevista la condanna ai lavori forzati per tutti quelli che non si erano tenuti al rispetto delle disposizioni. D’altro canto il regime si impegno nella lotta all’analfabetismo anche se l’insegnamento era di stampo rigidamente marxista.

Lenin si preoccupò di dare una nuova sistemazione politica e organizzativa al paese durante il primo congresso dell’Unione dei soviet, in cui si decise di creare una federazione di repubbliche (ciascuna governata da un soviet locale) che prese poi il nome di UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE (URSS).
Il nuovo stato, che si diede la Costituzione il 31 gennaio 1924, era retto da:
- Soviet supremo dell’Unione (potere Legislativo)
- Consiglio dei commissari del popolo (potere Esecutivo)
- Corte suprema dei soviet (potere Giudiziario)
La Costituzione prevedeva un unico partito politico: il partito comunista che ebbe di fatto la direzione effettiva del nuovo stato russo.

La costruzione dello stato totalitario di Stalin

Nel 1924 Lenin morì e il partito entrò in crisi: da una parte Lev Trockij (sostenitore del bolscevismo e della rivoluzione russa in Europa) dall’altra Stalin, che aveva formulato la teoria del “socialismo in un solo paese” secondo la quale era necessario prima consolidare economicamente e militarmente lo Stato sovietico per porsi come modello ideale in vista di una rivoluzione.
Stalin ebbe la meglio nel 1922 quando diventa segretario generale del PCUS e nel giro di pochi anni prende la guida dello stato eliminando tutti i suoi avversari politici, primo fra tutti Trockij.

Stalin voleva procedere ad una rapida e massiccia industrializzazione. Sulla basi di ciò, interruppe la NEP e impose di nuovo la collettivizzazione forzata della terra. Lo stato assunse il controllo totale delle campagne attraverso la soppressione dei kulaki che furono costretti a diventare dipendenti dei kolchoz. Tutto ciò fu possibile mediante una violentissima campagna contro i kulaki, che vennero presto eliminati come classe sociale. La collettivizzazione forzata fu una delle prime e più sanguinose azioni dello stalinismo. (milioni di uccisioni).

La collettivizzazione doveva essere alla base dei piani quinquennali, che si preponevano l’obiettivo di incrementare la produzione del paese. Il primo piano fu quello che cancellò ogni traccia di libertà economica introdotta dalla NEP, favorì l’industria pesante soprattutto quella siderurgica, metallurgica ed elettrica.
Nel giro di pochi anni si assiste ad una grandissima industrializzazione grazie anche allo sfruttamento della forza lavoro per cui fu impiegato ogni mezzo per sollecitarla. Uno dei quali fu lo spirito di competizione che trovò il suo movimento nello stachanovismo (da Stachanov, minatore con moltissimi meriti divenuto modella da imitare).

Durante gli anni 30, come si consolidava l’industria, si consolidava anche lo “stalinismo”. L’Urss cominciava a presentare tutte le caratteristiche di uno Stato totalitario cioè uno Stato in cui tutto è controllato e censurato da un unico partito che sotto la sorveglianza di Stalin, imponeva una rigida disciplina.
Per garantire il mantenimento di questo sistema, si ricorse più volte non solo alla repressione ma anche ad un’imponente propaganda che celebrava di continuo la grandezza dello Stato sovietico: uno Stato senza distinzione di classe e in cui tutti contribuivano a costruire una società migliore.

I successi dei piani quinquennali e l’uso massiccio dei mezzi di comunicazione, contribuirono a rafforzare il potere di Stalin che divenne in poco tempo oggetto di un vero e proprio culto della personalità. Stalin era il degno successore di Lenin, colui che trasformò un paese agricolo e arretrato, in una grande potenza industriale.

Governi e opinione pubblica di altri Stati alle prese con la crisi del ‘29, guardavano con ammirazione quanto stava accadendo nell’Urss: capace di diventare un colosso industriale nel giro di pochi anni.
La svolta si verificò in occasione dell’avvento del nazionalsocialismo in Germania. I governi occidentali e o lo stesso Stalin, timorosi di una possibile ripresa tedesca, cominciarono a mostrarsi sempre più disponibili fra di loro. Di conseguenza l’Urss venne ammessa nella Società delle Nazioni Unite e riconosciuta dagli Stati Uniti. Mosca, in cambio, accettò una collaborazione tra comunismo e borghesia “democratica”.

Il terrore staliniano e i gulag

Per poter radicare la trasformazione del paese Stalin non poteva sicuramente contare su tutto il popolo. Così decise di tornare ai duri metodi del comunismo di guerra (terrore e repressione) creando una dittatura fondata su un potere personale e tirannico.
Il terrore fu ben presto esteso anche ai membri dello stesso partito e a partire dagli anni 30 le eliminazioni fisiche e i processi ai capi bolscevichi si moltiplicarono. Nel 1940 Stalin fa uccidere Trockij da un sicario.

In particolare, il periodo tra il ’36 e il ’38 vide una serie di condanne anche clamorose: le sentenze emesse alla fine dei processi erano false e la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica fu eliminata assieme ai vecchi alleati di Stalin (Bucharin e Tuchacevskij). Questo periodo fu indicato come il periodo delle “grandi purghe”.
Stalin era ormai l’onnipotente guida dell’Urss, in cui i vecchi dirigenti bolscevichi non potevano più trovare posto e furono perciò rimpiazzati da uomini di comprovata fede staliniana.

Tale risultato fu ottenuto anche attraverso i campi di lavoro coatto, detti gulag. Sparsi nelle regioni più inospitali (come la Siberia) nascono dall’idea di Lenin di rinchiuderci in nemici del popolo e si sviluppano con Stalin come mezzi di repressione di oppositori politici e personaggi scomodi.
Tra il ’28 e il ’40 entrarono in funzione oltre 160 gulag e si stimano tra i 10 e i 20 milioni di prigionieri.

Nel clima di terrore instaurato da Stalin, ogni cittadino poteva essere riconosciuto colpevole anche in seguito ad una falsa accusa. Scopo dichiarato dell’internamento era la “rieducazione politica” dei traditori o “nemici di classe” per mezzo del lavoro. In realtà, i campi servivano da un lato a reprimere ogni dissenso, dall’altro a creare una manodopera sfruttabile a piacimento. Esisteva una pianificazione degli arresti: il numero dei detenuti veniva deciso a inizio anno secondo le direttive di Stalin, che fece del lavoro coatto una delle basi dell’industrializzazione della Russia. Le ubicazioni dei gulag venivano scelte per facilitare l’isolamento dei prigionieri, per questo molti gulag erano situati in territori remoti della Siberia. I detenuti venivano impiegati per creare le strutture necessarie al popolamento di regioni ancora semideserte come le risorse minerali e del legname. Le attività consistevano dunque nel taglio del legname, lavoro in miniera e costruzione di strade e ferrovie.

Furono milioni le vittime dei gulag. I condannati vivevano e lavoravano in catene, alloggiavano in baracche fredde e sovraffollate, filo spinato, cani da guardia e territori impervi toglievano ogni speranza di fuga. Quote di produzione assurde sottoponevano i detenuti a massacranti turni di lavoro, che se malati o feriti non venivano curati. Tra il ’29 e il ’53 nei campi di lavoro sovietici morirono più di 2 milioni di persone.

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