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La Russia partecipò alla prima guerra mondiale assumendo un ruolo da grande potenza e dando via, nelle fasi iniziali del conflitto, a importanti operazioni militari. Essa poteva contare su una possibilità di mobilitare notevoli masse di uomini che raggiunsero circa la cifra di 15 milioni di persone. Col prolungarsi delle ostilità, però, l’esercito zarista manifestò crescenti difficoltà: pur scatenando continue offensive, infatti, spesso non riusciva a sostenerle ed era costretto a ripiegare in continue azioni di contenimento. Le armi e l’equipaggiamento dei reparti risultavano insufficienti: in particolare erano inadeguati i rifornimenti dei soldati al fronte, e già dall’inverno 15-16 iniziarono a scarseggiare gli approvvigionamenti alimentari. L’industria russa anche se riconvertita scopi bellici, non riusciva a soddisfare le richieste, per cui i mezzi di ricambio e armamenti provenivano in massima parte da aiuti alleati, che alla lunga diminuirono, soprattutto a causa delle difficoltà di trasporto. Anche la conduzione della guerra risultava incerta e altalenante, per ciò che concerneva la sfera decisionale e la gestione delle truppe, tanto da spingere nella primavera del 1915 lo zar Nicola II ad assumere l’alto comando militare. In questo modo la corona si esponeva direttamente nei confronti dell’esercito e perdeva ancor più il polso degli affari interni. Ugualmente la vita di corte veniva scossa da molte tensioni, suscitavano infatti molti dubbi le dinamiche tra la zarina e il monaco Gregorij Rasputin, che come guaritore agiva a corte come consigliere. All’interno di un quadro politico sociale fortemente compromesso si inseriva un elemento di suggestioni ataviche e superstiziose in una famiglia di regnati responsabile di un paese immenso, le cui sorti erano determinanti per gli equilibri euro-asiatici. Così una congiura di nobili lo uccise nel dicembre del 1916. Se all’inizio del conflitto era sembrato che attorno alla figura dello zar si raccogliesse l’orgoglio russo, sostenuto dai raggruppamenti politici più moderati, dagli imprenditori e dai proprietari terrieri, nonché da una spinta patriottica che animò la frange socialiste, ben presto questo quadro si incrinò e su tutto pesò il precipitare della situazione interna. Al fronte la tenuta dell’esercito iniziava a vacillare, i reparti sbandavano paurosamente e si verificavano numerosi episodi d’insubordinazione: all’impreparazione e all’organizzazione approssimativa si associarono la disaffezione verso il sovrano e la voglia di uscire dal conflitto. Gli operai delle fabbriche rilanciarono una stagione di lotte e scioperi, che per frequenza e numero di partecipanti superarono di gran lunga quelle del 1905. Nelle città si andava anche diffondendo un movimento pacifista che riprendeva lo slogan “pace senza annessioni e senza riparazioni” lanciato dal movimento socialista internazionale. Nelle campagne, alle ricorrenti sommosse si associarono episodi di appropriazione delle terre da parte dei contadini. In seno alla Duma i partiti moderati diedero vita ad un blocco progressista nel settembre del 1915: alla necessità di organizzare più efficacemente le attività all’interno del paese per sostenere lo sforzo bellico essi unirono la richiesta pressante di riforme costituzionali atte ad allargare la base del potere politico, anche allo scopo di dare più coesione alla Nazione. Tale atteggiamento dei liberali, portò definitivamente alla luce una contraddizione interna al sistema di potere russo: ogni proposta di cambiamento esponeva l’autocrazia al rischio di dissoluzione. Fu l’ennesimo scioglimento della Duma. Nel corso del 1916 l’esercito, impegnato quasi esclusivamente su posizioni di ripiegamento, subì ingenti perdite: dall’inizio della guerra si calcolavano all’incirca due milioni di morti e più del doppio tra feriti e prigionieri. Inoltre, in seguito alla riconversione industriali a scopi bellici, diminuì fortemente la produzione di beni di consumo. Le rese agricole furono più basse e la crisi alimentare si estese alle città.

Il 1917


L’abdicazione La situazione precipitò nel marzo 1917 (fine febbraio per il calendario russo). Pietrogrado fu invasa da una massa ingente di scioperanti (epicentro del movimento furono gli stabilimenti Putilov). Le dimostrazioni presero l’avvio dalle proteste contro la scarsità di generi alimentari e il rialzo dei prezzi; in poco tempo circa 20.000 operai iniziarono a marciare per le vie della città, sfidando apertamente il potere politico. Tale movimento di popolo, che spontaneamente si imponeva sulla scena, suscitò una risposta inaspettata tra le forze militari che solidarizzarono son gli insorti (8-13 marzo; 23-28 febbraio). Pietrogrado cadde in mano ai dimostranti, e per qualche tempo il soviet degli operai rimase il detentore del potere. Lo zar, piuttosto che accettare una limitazione del potere nella forma di una monarchia costituzionale, preferì abdicare: una riunione straordinaria di un comitato della Duma accantonò ogni possibilità di successione e decise di insediare un governo provvisorio. Gli schieramenti in campo rappresentavano interessi e strati sociali fortemente contrapposti: i partiti moderati auspicavano una modernizzazione del Paese e una trasformazione delle sue strutture istituzionali e di fatto erano un’espressione dell’élite nobiliare e terriera; i partiti di matrice socialista e rivoluzionaria interpretavano gli interessi della maggior parte della popolazione, ma non costituivano un fronte compatto, tenuto conto delle differenti letture che davano della realtà sociale e del protagonismo delle masse. Da febbraio a ottobre Nel primo governo provvisorio il principe liberale L’vov sedette alla testa, formato per lo più da membri del partito cadetto; il Ministero della Giustizia fu affidato ad Aleksandr Kerenskij esponente moderato dei social-rivoluzionari. I conservatori e i moderati erano interessati a mantenere un forte legame con l’Occidente, continuare la guerra per potere sedere da protagonisti al tavolo delle trattative; nello steso tempo interrogandosi sulla struttura costituzionale della nuova Russia, ritenevano importante arrivare ad un’Assemblea costituente (votata ad ampio suffragio) ma senza aver risolto il dilemma se optare per una soluzione di tipo repubblicano o rilanciare un progetto monarchico-costituzionale. Diversa era la posizione sul fronte socialista: l’approda ad una pace senza annessioni e senza riparazioni era nelle aspettative e nei programmi dei menscevichi, bolscevichi e dei social-rivoluzionari e in questa prospettiva essi auspicavano la fine delle enormi sofferenze e il rilancio di iniziative più urgenti, non ultima la lotta per la riforma agraria, particolarmente cara ai social-rivoluzionari che proprio tra i contadini raccoglievano i maggiori consensi. Per i menscevichi era ipotizzabile una graduale transizione al socialismo: l’arretratezza economica del Paese, lo sviluppo industriale ancora limitato a pochissime aree e la mancanza del ceto borghese non offrivano i presupposti per un passaggio immediato alla conquista del potere. Applicando rigidamente gli scemi della dottrina marxista consideravano indispensabile l’evoluzione in senso capitalistico dell’economia russa, il consolidamento di un sistema politico parlamentare e lo sviluppo della borghesia. Chi si distingueva in questo quadro erano i bolscevichi che dalla primavera del ’17 cominciarono a inneggiare pace subito e terra ai contadini, rifiutandosi di dare il minimo appoggio al governo provvisorio. Questa intransigenza diede frutti sul piano politico: da un lato crebbero i consensi da parte dei lavoratori e aumentò il numero dei loro delegati all’interno dei soviet: dall’altro si aprirono fratture negli schieramenti menscevico e social-rivoluzionario, abbandonate da militanti che ritenevano troppo moderate le posizioni dei dirigenti. Così furono i contrasti tra il governo provvisorio e il comitato esecutivo dei soviet a complicare ulteriormente la situazione. In più, il ritorno di Lenin dall’esilio svizzero (3 aprile 1917) incise profondamente sul corso degli avvenimenti. Prese la testa del movimento bolscevico e spinse il gruppo dirigente verso un’opposizione radicale con le risoluzioni delle Tesi di Aprile. Al partito spettava un ruolo fondamentale nell’organizzazione e nella guida del movimento rivoluzionario. Egli giudicava superato dagli eventi l’obiettivo della repubblica parlamentare; presto tutto il potere doveva passare nelle mani dei soviet degli operai, soldati e contadini. Gli obiettivi immediati erano una riforma agraria e la conclusione immediata della guerra. 3. RIVOLUZIONE D’OTTOBRE Le giornate di luglio e il tentativo controrivoluzionario di Kornilov Nel luglio del ’17 l’instabilità politico – sociale toccò il culmine, anche a seguito di un’offensiva in Galizia. Riemersero repressione e pinte controrivoluzionarie, che rischiarono di portare indietro il corso degli eventi. Pietrogrado fu di nuovo teatro di manifestazioni provocate dall’aggravarsi della crisi economica e dal netto rifiuto della guerra (4 luglio). I bolscevichi che avevano appoggiato la protesta senza partecipare alla sua organizzazione furono ritenuti responsabili dei disordini e ricacciati nella clandestinità: Lenin fuggì in Finlandia e Trockij fu arrestato. Kerenskij che aveva diretto le operazioni poliziesche, il 24 luglio formò un nuovo governo, cui parteciparono a pieno titolo anche i social-rivoluzionari. Da un lato l’azione governativa riusciva incerta e non riusciva a dispiegarsi, dall’altro i soviet restavano su posizioni di controllo e di mobilitazione permanente. Così torno a farsi sentire la spinta reazionaria, alimentata da alcuni settori dell’esercito e dai detentori più accaniti dei privilegi della vecchia Russia. Il generale Lavr Kornilov, da poco a capo dell’esercito, sosteneva la necessità di un ritorno all’ordine, chiedendo poteri straordinari e prospettando il ristabilimento della legge marziale per contrastare le agitazioni di piazza (la cancellazione della pena capitale per la popolazione civile era stata una delle prime conquiste di febbraio). Gli esponenti del partito cadetto all’interno del governo non si opposero a Kornilov, ma Kerenskij temendo il colpo di stato, il 26 agosto lo destituì determinando anche le dimissioni dei ministri cadetti. Fu così che a settembre il generale marciò su Pietrogrado alla testa di alcune guarnigioni, ma l’azione fu prontamente fermata dagli operai e aderenti ai Comitati per la difesa della Rivoluzione organizzati militarmente, la Guardia Rossa. La presa del Palazzo d’Inverno Fu allora che i bolscevichi occuparono completamente la scena, fino a condurre completamente le organizzazioni lavorative e ad incrementare sensibilmente il numero degli iscritti. Fu in questo frangente che Lenin, rientrato clandestinamente in Russia forzò i tempi. In una riunione stretta di capi bolscevichi del 23 ottobre del 1917 (10 per il calendario russo) riuscì a far approvare la proposta di sferrare un’insurrezione armata per la presa del potere, vincendo le riserve di alcuni per l’elezione di un’assemblea costituente. Fu in questa fase che Lenin trovò l’appoggio di Trockij, suo vecchio avversario politico. Nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24-25 ottobre) circa 25.000 bolscevichi assalirono il Palazzo d’inverno sede del governo provvisorio, alla difesa del quale erano schierati 3000 soldati. La popolazione non fu praticamente coinvolta negli scontri, che con pochissimo spargimento di sangue provocarono la caduta del governo provvisorio e la fuga di Kerenskij. Scontri più duri si manifestarono a Mosca, ma anche in questo caso i rivoluzionari prevalsero e si assicurarono il controllo dei punti nevralgici del paese. L’8 novembre al Congresso dei Soviet i delegati menscevichi e social-rivoluzionari lasciarono l’assemblea in opposizione al colpo di mano dei bolscevichi. Lenin rivolse subito un appello alle potenze in guerra dichiarano irrinunciabile l’obiettivo di una pace generalizzata senza annessioni e senza indennità: contemporaneamente proclamò la proprietà pubblica della terra e assegnò ai soviet dei contadini il compito di gestirne l’amministrazione. Fu infine approvata la costituzione di un Consiglio dei Commissari del Popolo (composto esclusivamente da bolscevichi) che con funzioni di governo, avrebbe gestito la transizione, in vista delle elezioni per la convocazione di un’Assemblea costituente Assemblea costituente e suo scioglimento Alla fine di novembre, le elezioni svoltesi a suffragio universale sancirono una netta sconfitta dei bolscevichi che raccolsero solo il 25% dei voti. La maggioranza (il 60%) andò ai social-rivoluzionari; a liberali e menscevichi andò il 15% dei consensi. L’assemblea costituente convocato per il 18 gennaio 1918 ebbe vita brevissima giacchè i bolscevichi lo sciolsero d’autorità, dopo aver constatato la resistenza degli eletti a riconoscere e sancire il nuovo ordine rivoluzionario bolscevico. Con questi presupposti che il nuovo governo chiese prima un armistizio e poi firmò una pace separata con la Germania il 3 marzo 1918 (Brest-Litovsk), con un prezzo altissimo da pagare la cessione della Polonia, della Finlandia, dell’Ucraina e della Bielorussia nonché i territori delle province baltiche, privando la Russia di giacimenti minerari, fertili regioni agricole e importanti stabilimenti industriali.

La controrivoluzione bianca e la guerra russo-polacca


Fin dal dicembre del 1917 l’opposizione monarchico conservatrice si era raccolta attorno alle figure di Kornilov, Denikin e Aleeksev che nella Russia meridionale avevano dato inizio a un’offensiva militare allo scopo di imporre la restaurazione del vecchio regime. Altri scontri armati si verificarono in Siberia dove nell’estate del 1918 l’ammiraglio Kolčak era riuscito ad occupare vasti territoti fino al Volga e agli Urali. Al fine di sottrarre al nemico una valida ragione di lotta, il governo bolscevico decise per l’eliminazione fisica dello zar che venne fucilato nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 con tutta la sua famiglia. Frattanto, le potenze ex-alleate temendo il dilagare del pericolo bolscevico in Europa e intenzionate a tutelare i propri interessi economici (soprattutto poiché i bolscevichi avevano cancellato il debito estero) iniziarono a far sbarcare truppe a Vladivostok, Murmansk e sulle coste del Mar Nero e a finanziare generosamente la controrivoluzione bianca. Quale fu la risposta bolscevica? Un’accentuazione del carattere autoritario del regime. Per combattere i nemici interni venne creato un tribunale rivoluzionario centrale e furono ampliati enormemente i poteri della Ceka, la polizia segreta istituita nel dicembre del 1917. Nominato commissario per la difesa Trockij, egli assunse il comando militare delle operazioni e organizzò le forze bolsceviche in un nuovo esercito popolare, l’Armata Rossa, formato in gran parte da operai e contadini ma guidato da molti ufficiali ex zaristi, la cui lealtà al governo era assicurata dai commissari politici inseriti tra i combattenti. La capitale venne spostata da Pietrogrado a Mosca, più vicina al teatro delle operazioni e a partire dalla fine del 1919 i bolscevichi ottennero una seria di vittorie sulle forze controrivoluzionarie. Nel frattempo la protesta operaia scoppiata in molti paesi europei contro l’intervento in Russia e il pericolo di ribellioni all’interno delle proprie forze armate spinsero i governi europei a ritirare le proprie truppe e così quasi tutti i territori conquistati dai bianchi furono presi dall’Armata Rossa (Georgia, Armenia, Azerbadjan e Turkestan) l’ultima offensiva contro le forze bolsceviche venne sferrata dalla Polonia nel 1920 dove nel 1918 era stata proclamata la repubblica. Dopo una seria di vittorie le armate polacche raggiunsero Kiev, ma una controffensiva rossa le riportò alle porte di Varsavia. Nonostante ciò, al termine di una lunga battaglia i russi furono sconfitti. Con la pace di Riga (marzo 1921) il governo polacco ottenne ampi territori in Bielorussia ed Ucraina coronando il sogno di una grande Polonia

Ricostruzione interna e l'era del comunismo


All’indomani della presa del potere, uno dei principali problemi cui dovettero far fronte i nuovi governanti era costituito dall’aggravarsi della crisi economica che minacciava l’intera struttura del paese. La rivoluzione aveva spinto centinaia di migliaia di persone a riparare all’estero: aristocratici, intellettuali, ufficiali e moltissimi tecnici e imprenditori, il cui apporto era di vitale importanza pe il funzionamento della burocrazia statale e per la stessa sopravvivenza del settore industriale, già fortemente penalizzato dalla carenza di materie prime dovuto al collasso del sistema ferroviario e dei trasporti. Le esigenze della guerra civile avevano poi allontanato dai campi molti contadini e nelle campagne la socializzazione della terra realizzata dai soviet aveva portato alla polverizzazione delle grandi fattorie in una miriade di piccoli appezzamenti, dove la produzione non varcava gli stretti limiti dell’autoconsumo, con gravi ripercussioni sulle città che ormai erano ridotte alla fame. Il governo rispose accantonando i principi della democrazia operaia e adottando misure che trasferivano al centro ogni potere decisionale e limitavano fortemente l’autorità sino ad allora esercitata dai soviet locali. Nell’estate del 1918 l’intero apparato economico venne sottoposto alle ferree regole del comunismo di guerra che portarono alla nazionalizzazione delle banche e degli stabilimenti industriali, molti dei quali furono tuttavia affidati alla direzione di specialisti di origine borghese che sostituirono i consigli operai di fabbrica nella gestione della produzione. Il principio della parificazione dei salari, altra importante conquista della rivoluzione, venne accantonato e furono reintrodotti criteri di redistribuzione basati sull’efficienza e il rendimento dei singoli lavoratori. Nelle campagne ogni forma di commercio privato venne severamente vietato, mentre apposite squadre armate procedevano alla requisizione forzata di tutte le eccedenze necessarie a sfamare le città e i lavoratori dell’industria, cui fu imposto un rigido razionamento dei generi alimentari. La dittatura del proletariato si stava trasformando in una dittatura esercitata invece dal partito bolscevico. L’opposizione si diffondeva rapidamente tra le masse contadine e nelle fabbriche, dove scioperi e manifestazioni rivendicavano il ripristino del potere dei soviet e dei sindacati dei lavoratori che, sorti durante la rivoluzione, si stavano trasformando in mere cinghie di trasmissione delle decisioni dall’alto. Il comunismo di guerra non sortì gli effetti sperati e dal 1918 al 1920 la produzione agricola e industriale diminuì costantemente. LA NEP Nel marzo del 1921 i marinai della storica base di Kronstadt proclamarono nuovamente l’insurrezione, ma questa volta contro gli stessi dirigenti bolscevichi. Dopo due settimane di aspri scontri l’Armata rossa riuscì a riportare l’ordine. Parte dei ribelli furono giustiziati sommariamente e i restanti furono inviati nei campi di prigionia. Inflessibile di fronte alle rivendicazioni politiche avanzate dalle masse, il governo si mostrò tuttavia disposto a considerare i fondamenti della strategia economica. Al X congresso del partito comunista (1921) venne annunciato il varo di una seria di nuove riforme che sotto il nome di Nuova Politica Economica (NEP), favorirono la parziale liberalizzazione del sistema produttivo. Allo scopo di stimolare la produttività nelle campagne, ai contadini fu riconosciuto il diritto di vendere sul libero mercato le eccedenze del raccolto dopo averne versato alle autorità statali una quota fissa pattuita. Tali provvedimenti vennero estesi anche all’industria leggera e alle altre attività commerciali mentre banche, grande industria, trasporti e commercio con l’estero rimasero sotto lo stretto controllo governativo. Ben presto la NEP iniziò a dare i primi frutti stimolando sensibilmente la ripresa agricola, ma il settore industriale restava assai penalizzato dalla ristrettezza della domanda interna. La persistenza di questo dualismo e la ricomparsa dei rapporti capitalistici nelle campagne porteranno alla fine degli anni Venti allo smantellamento della NEP e all’avvio di un nuovo programma di pianificazione economica strettamente controllato dall’alto. La costituzione dell’Urss e la nascita del Comintern La svolta autoritaria decisa dai dirigenti bolscevichi trovò una propria legittimazione sul piano costituzionale. La prima costituzione rivoluzionaria varata nell’estate del 1918 sanciva il passaggio di tutti i poteri alle masse lavoratrici rappresentate dai soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, ponendo la Russia su un piano di parità con le repubbliche limitrofe sorte dalla frantumazione dell’impero zarista, nella prospettiva di dar vita a una federazione fra tutte le nazionalità dell’ex Impero. La nuova carta costituzionale approvata nel 1924 introdusse una serie di importanti modifiche. Formalmente infatti l’autorità suprema era rappresentata dal congresso panrusso dei soviet (composto dai delegati dei soviet locali) mentre in realtà il potere veniva assunto dal partito bolscevico (unica formazione politica riconosciuta dalla Costituzione) cui spettava il compito di compilare la lista dei candidati alle elezioni del Congresso panrusso dei soviet, stabilire la linea politica e ideologica del governo e coordinare l’attività della Ceka. La presenza dell’Armata Rossa in molte repubbliche confinanti (Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbadjan e Turkestan) favorì inoltre l nascita di governi guidati dai bolscevichi che orientarono la propria politica secondo le direttive di Mosca. Nel 1922 nasceva l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) una nuova federazione all’interno della quale, nonostante il formale riconoscimento dell’assoluta parità tra i membri, palese era la posizione egemonica occupata dalla Repubblica Russa e dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) la nuova denominazione assunta dal partito bolscevico. La terza Internazionale. La formazione di moti partiti comunisti nel mondo occidentale spinse Lenin a dare vita ad una nuova organizzazione, finalizzata a coordinare l’attività del partito comunista sulla scena internazionale. Nel marzo del 1919 venne fondata a Mosca l’internazionale comunista (Comintern) o Terza Internazionale. L’adesione all’organizzazione era aperta solo ai partiti comunisti, epurati dagli elementi riformisti e improntati al modello bolscevico fondato sul “monolitismo”. Inoltre i membri del Comintern erano chiamati ad orientare la propria attività politica ponendo in primo piano la difesa della Russia Sovietica, ed adoperandosi per la diffusione nel mondo di questo spirito rivoluzionario, come fosse un centro d’irradiazione.
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