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La Rivoluzione Industriale


Rivoluzione agraria

La rotazione triennale che obbligava a lasciare un terzo di terreno incolto ogni anno, costringeva a ricorrere al periodo di riposo, detto maggese, completato da frequenti arature dell’incolto per consentire alle zolle di recuperare l’azoto dall’aria. Questa pratica era molto diffusa nei villaggi detti “a campi aperti”, openfield, i quali procuravano ai contadini foraggi per i bestiami consentendo il pascolo comune sulla porzione destinata al riposo annuale. Questa pratica andava però contro la piena affermazione della proprietà privata. Inoltre la terra necessaria all’allevamento del bestiame, integrata da terre comuni e le terre lasciate a bosco libero per il rifornimento di legname, costituivano un grande spreco della terra disponibile.
In Inghilterra i prati artificiali (seminati con piante che fornivano al terreno rifornimento di azoto) andarono sostituendo i pascoli comuni sui maggesi e sulle terre incolte, consentendo un accrescimento del bestiame. Al posto dell’alternanza fra semina e incolto si ebbero avvicendamenti di diverse colture che mantenevano e miglioravano la fertilità del terreno con efficacia maggiore. La scomparsa del maggese determinò:
• Aumento della superficie
• Abbondanza dei foraggi
• Allevamenti più numerosi e quindi maggiore fertilizzante naturale.
Al pascolo brado si sostituì l’allevamento stabulare che consentiva l’associazione di allevamento e agricoltura che però richiedeva notevoli investimenti e che quindi si poterono realizzare solo nelle grandi aziende capitaliste.

L’insieme delle trasformazioni sul sistema dei campi aperti in Inghilterra viene denominato Rivoluzione agraria, anche se i tempi di sviluppo dell’agricoltura furono assai più lunghi di quelli dell’industria.
Un importante nesso fra la rivoluzione agraria e quella industriale sta nel fatto che un’agricoltura sempre più avanzata aveva bisogno di attrezzi e strumenti di lavoro di tipo nuovo, prodotti dalla metallurgia industriale. Il prezzo del ferro andò diminuendo e gli aratri e gli altri strumenti agricoli potevano essere fabbricati in metallo, e la domanda di attrezzi in metallo stimolò la crescita dell’industria metallurgica. Gli attrezzi tradizionali furono soppiantati dalle macchine che dapprima sfruttavano l’energia dei cavalli, poi quella prodotta dalle macchine a vapore.
La rivoluzione agraria in Inghilterra fu inoltre caratterizzata dal nuovo tipo di rapporto tra proprietari e contadini. I grandi proprietari inglesi consideravano l’agricoltura come un settore degno di consistenti investimenti e fonte di grandi profitti. Il rapporto fra beni agricoli e mercato era legata all’aumento della produzione e alla crescita della domanda, ma per produrre di più occorrevano più capitali da investire. La rivoluzione agraria si può definire come il passaggio dalla gestione contadina di piccole aziende familiari all’azienda agraria di grandi dimensioni gestita in forma capitalista.

Il sistema delle openfield aveva già iniziato a indebolirsi al tempo delle recinzioni (enclosures), ma negli ultimi anni del 17° secolo le nuove recinzioni comportarono sia l’accorpamento delle singole unità in proprietà più vaste e più compatte sia la sottrazione di queste alle consuetudini della comunità del villaggio.
Al posto di una struttura costituita da grandi proprietari terrieri e piccoli affittuari sorse quella costituita dai proprietari, dai grandi affittuari e dalla massa dei lavoratori salariati. I maggesi aperti e gli incolti comuni vennero suddivisi fra i proprietari del villaggio.
Le recinzioni del ‘700 furono attuate grazie a interventi legislativi del parlamento sollecitati dei grandi proprietari terrieri e la resistenza dei contadini alle recinzioni andò riducendosi (dal momento che era inutile). La recinzione delle terre aveva generato l’espansione dell’agricoltura intensiva, accrescendo la domanda della forza-lavoro. Le agitazioni nelle campagne divennero violente nell’800 quando comparvero le macchine agricole che minacciarono di ridurre l’occupazione, l’affermazione dell’agricoltura capitalista comportò, in una fase di crescita della popolazione, la formazione di vaste frange di contadini poveri, ai quali non restava altro che emigrare nei centri urbani, verso le fabbriche.

La Rivoluzione industriale inglese

La Rivoluzione Industriale inglese viene datata dal decennio 1760-70 fino al 1820-30. l’industrializzazione è un fenomeno di mutamento rivoluzionario, radicale delle strutture produttive, con implicazioni che riguardano l’intera società, avvenuto in un tempo relativamente breve e irreversibile. Esso è caratterizzato da 3 elementi principali:
1. Il prodotto interno crebbe più in fretta della popolazione
2. La produzione industriale crebbe più rapidamente di quella complessiva
3. Questa crescita dipese dalla maggiore produttività del lavoro consentita dalla meccanizzazione dei processi di produzione.
L’industria laniera era il vero pilastro dell’economia inglese manifatturiera, per il valore globale della produzione, per il numero di persone cui dava lavoro e per il flusso di esportazioni. Nel corso del 1700-70 le esportazioni di tessuti di lana aumentarono di oltre il 60% e contemporaneamente raddoppiò la loro produzione.
La maggior parte della produzione laniera era legata al lavoro a domicilio, ma i mercanti-imprenditori avevano affiancato alla produzione decentrata nei villaggi quella accentrata delle manifatture collocate in centri urbani di media grandezza. L’importanza delle manifatture stava nel fatto che in esse i ritmi di lavoro erano strettamente vigilati e disciplinati dal mercante-imprenditore.
John Kay introdusse un’innovazione decisiva nelle macchine per tessere inventando la spoletta volante, un congegno che rendeva più spediti il lavoro del tessitore riducendone i gesti. La maggiore domanda di filato stimolò l’invenzione di nuove tecnologie anche nel campo della filatura che però ebbero risultati piuttosto limitati. Molto più efficace si dimostrò l’applicazione delle stesse procedure alla filatura del cotone, anche se allo sviluppo dell’industria cotoniera si opponevano con forza i produttori di lana. Il settore della filatura del cotone poté essere rivoluzionato con l’interveto di filatrici meccaniche che producevano un filato più omogeneo, sottile e resistente di quello fatto a mano e in grado di far muovere simultaneamente dallo stesso operaio un numero di fusi crescente. Il problema principale divenne quello di trovare il cotone grezzo. L’installazione di piantagioni di cotone nel sud degli Stati Uniti (i quali divennero i maggiori fornitori di materia prima alle industrie britanniche) fece aumentare la produttività del lavoro.
In principio la meccanizzazione dell’industria tessile riguardò soltanto la filatura del cotone. Due brevetti per la tessitura furono proposti e la loro diffusione divenne consistente nel settore della lana. Dal 1780 la crescita delle esportazioni di tessuti di cotone fu rapidissima e nel decennio 1810-19 i tessuti di cotone rappresentavano il 48% del valore totale delle esportazioni inglese, mentre quelli della lana erano scesi del 14% delle esportazioni totali.
Le filande furono costruite dapprima nelle campagne per sfruttare l’energia idraulica dei corsi d’acqua, poi l’applicazione della macchina a vapore alla filatura e alla tessitura accelerò il processo di concentrazione provocato dalla meccanizzazione. La concentrazione nelle città della manodopera industriale fu resa possibile dai progressi dell’agricoltura e dalla maggiore disponibilità di surplus agricoli destinati ai comuni urbani. La filanda a vapore situata in un centro urbano fu il primo autentico modello di fabbrica industriale moderna.

Il carbon fossile

Il carbon fossile era divenuto comune in Inghilterra. Il legno degli alberi offriva combustibile diretto di grande potere calorico, anche se più elevato era quello del carbone di origine vegetale ottenuto arrostendo il legname stagionato. I vantaggi del carbone erano più che altro di ordine economico. Infatti le risorse forestali inglesi erano ridotte perciò i costi di produzione del carbone da legna erano più elevati di quelli del carbon fossile (che veniva estratto direttamente dallo stato minerale). Il consumo del carbon fossile era destinato al riscaldamento e alla cottura dei cibi, mentre più lenta fu la penetrazione del carbone nelle attività industriali; una volta risolto il problema dei costi dei trasporti, la sua produzione poté decollare a ritmi più spediti.
Prima di trasportarlo, il carbone andava estratto e, via via che i pozzi diventavano più profond,i si poneva il problema di prosciugarli dall’acqua. Nel 1698 Savery inventò una primitiva macchina a vapore in cui la pressione atmosferica spingeva l’acqua verso l’alto. Questa macchina fu migliorata da Newcomen nel 1712, ma solo Watt nel 1765 riuscì a migliorarla ulteriormente e a progettare la prima vera macchina a vapore. Essa fu poi perfezionata e adattata ai più diversi usi. Quando fu possibile un movimento rotatorio essa fu utilizzata per produrre la forza motrice dei filatoi meccanici e a sostituire l’energia idraulica dei mulini. Il rapporto tra la macchina a a vapore e il carbon fossile era un rapporto di interdipendenza che produce lo sviluppo simultaneo di entrambi i fattori.
Il carbon fossile si era imposto in vari settori di produzione ma non nella lavorazione dei minerali ferrosi, in quanto era necessario liberare il carbon fossile dai suoi composti con lo zolfo e fosforo che danneggiavano la ghisa al momento della fusione. La soluzione era quella di trasformare il carbon fossile in coke puro con un processo di distillazione. I vecchi altiforni a carbone di legna vennero gradualmente sostituiti con quelli a carbon coke. Sviluppo interdipendente: gli altiforni a coke avevano bisogno di un tiraggio dell’aria più elevato rispetto a quelli a carbone di legna e per questo si servivano della macchina a vapore la quale era alimentata dal carbone, il quale serviva a fondere il minerale ferroso. La produzione di ferro a buon mercato consentì di moltiplicare il numero di macchine a vapore.
Il carbone impiegato nell’altoforno svolge una triplica funzione: liberare il calore necessario alla fusione, fornire il carbonio per eliminare le sostanze indesiderate e fornire il carbonio per costruire la materia prima delle industrie metallurgiche.
Il primo prodotto dell’altoforno è una ghisa ad alto contenuto di carbonio di difficile lavorazione, la quale dunque deve essere “decarburata” attraverso la tecnica del puddellaggio. Da ulteriori decarburazioni derivano acciai con migliori caratteristiche di malleabilità e durezza.

I trasporti

Lo sviluppo economico presentava difficoltà insormontabili a causa dell’elevato costo dei trasporti, così nelle industrie metallurgiche le imprese erano costrette a collocarsi in prossimità delle miniere ferrose che a loro volta dovevano essere vicine a corsi d’acqua e riserve di legno. Di conseguenza era scarsa l’attrattiva delle miniere situate lontano dai boschi.
Il problema principale erano le strade impraticabili. In Francia fu lanciato un progetto di ristrutturazione della rete stradale che, in vista alla formazione di un mercato nazionale, era molto importante. La Francia era svantaggiata rispetta all’Inghilterra che poteva utilizzare la via marittima per i trasporti, ma le strade francesi consentirono una contrazione dei tempi di percorrenza via terra.
Il sistema stradale inglese era in condizioni peggiori di quello francese ma furono compiuti molti sforzi per migliorarlo. Ma le più importanti innovazioni nel sistema inglese delle comunicazioni riguardano soprattutto il trasporto dei passeggeri, provocate dai problemi relativi al trasporto del carbon fossile. La domanda di questo combustibile era in continuo aumento per usi sia domestici che commerciali. Le miniere di carbon fossile si trovavano per lo più dappertutto in Inghilterra ma la messa in opera di una rete artificiale di navigazione interna rimosse i limiti all’affermazione del carbone.
L’età delle ferrovie viene fatta iniziare dal 15 settembre 1830, giorno dell’inaugurazione ufficiale della strada ferrata che univa Manchester al porto di Liverpool.
Binari in legno e carrelli trainati da cavalli erano usati già dal principio del 600 per trasportare il carbone; successivamente i binari furono sostituiti in ferro e nel 1769 fu inventata una macchina a vapore mobile che viaggia su strada normale poco più che a passo d’uomo. Poi fu inventata una “carrozza stradale a vapore” che però si rivelò un fallimento. Fu invece più semplice adattare la macchina a vapore alla navigazione: battelli a vapore comparvero nei fiumi americani nel 1807.
I problemi tecnici erano 2: quello di rotaie più robuste (risolto con il ferro) e quello di un efficace sistema di collegamento tra ruota e binario, che fino a quel momento era piuttosto rudimentale. Risolto nel 1815 anche questo problema, rimaneva solo progettare una vera locomotiva. Stephenson, tecnico in materia di pompe funzionanti per mezzo di macchine a vapore, perfezionò i suoi prototipi di locomotiva, e nel 1825 fu inaugurata la linea sia per il trasporto dei passeggeri sia quella del carbone. La velocità media era modesta (13km/h) ma il traino era notevole. Su questa linea Darlington-Stockton cominciavano a effettuarsi servizi regolari ma il servizio merci e la trazione a cavalli restavano ancora nettamente maggioritari, l’inaugurazione nella linea Manchester-Liverpool del 1830 segnò il trionfo definitivo della locomotiva.
Si fece sempre più urgente la necessità di migliorare i servizi di trasporto per passeggeri all’interno delle città. Con il nome di “omnibus” furono battezzati i primi servizi di trasporto urbano costituiti da carrozze su binari trainate da cavalli che, con il loro relativamente basso costo, democratizzarono l’uso della carrozza. E resero possibile nel 19° secolo il movimento nelle grandi città che continuavano ad espandersi. Verso il 1830 Londra e Parigi ebbero le prime compagnie di trasporti pubblici.

La crescita demografica

Nel corso del 700 l’Inghilterra registrò una crescita demografica di oltre il 60%, la quale si distribuì il maniera molto disomogenea nelle contee inglesi. Nel Lancashire importante centro carbonifero (Manchester) e centro di propulsione dell’industria cotoniera meccanizzata, crebbe del 180%.
Più rapida fu la crescita della sola popolazione urbana, appartenente alle città industriali moderne create dalle fabbriche che a loro volta furono create dalla macchina a vapore e dagli strumenti meccanici. Londra era la città europea più grande e rappresentava all’inizio della rivoluzione industriale l’11% della popolazione inglese. A metà del 799 l’Inghilterra aveva un tasso di urbanizzazione più elevato di quello del resto dell’Europa. La Gran Bretagna era lo stato più urbanizzato d’Europa. Il fatto è che spesso queste nuove città industriali nascevano dal nulla, venendo a costituire una rete urbana del tutto diversa sa quella delle poche precedenti. Dopo Londra, le città più importanti d’Inghilterra erano: Birmingham, maggiore centro dell’industria metallurgica e meccanica inglese, Manchester, capitale del cotone di Lancashire e Liverpool, il cui porto era cresciuto notevolmente.
Una popolazione così elevata rese molto difficili le condizioni di vita delle città, spesso prive di servizi igienici elementari. I centri industriali divennero sempre più inabitabili con edifici ricoperti da una coltre di fumo sprigionata dalle ciminiere, con mancanza di rifornimenti d’acqua, le fognature, i servizi di pulizia stradale. Tutto questo causò la diffusione di malattie collettive e di epidemie come il colera, portando a piuttosto elevati tassi di mortalità urbana (quelli di natalità però erano ancora più alti). La vita degli operai (la maggioranza della popolazione urbana), si svolgeva in piccole abitazioni, prive di luce e spesso sovraffollate con affitti molto elevati. Assieme alla fabbrica e alla città industriale la macchina creò anche il proletariato, individuo che non possiede mezzi di produzione e che percepisce un salario per il lavoro fornito. Il livello del salario sarà determinato dall’equilibrio tra la domanda e l’offerta. A parte per l’Inghilterra, nell’Europa preindustriale il lavoro salariato non era il caso più comune; il contadino non era un proletario e nemmeno le attività tessili svolte nella forma dell’industria rurale si configuravano completamente nei termini di lavoro salariato, essendo complementari ad altre attività agricole. Gli artigiani puri, i tessitori, avevano perduto il prestigio sociale e la piena indipendenza economica, ma possedevano un’abilità solo in parte soggetta a concorrenza.

Il lavoro salariato

Il lavoro salariato dominava in tutti quei casi in cui non era richiesta specializzazione e i lavoratori venivano lasciati isolati di fronte ai proprietari e alle forze di mercato. Già la rivoluzione agricola e le recinzioni avevano trasformato i contadini i puri salariati ma fu la diffusione delle macchine a provocare l’affermazione di un lavoro di fabbrica che non richiedeva qualificazione. La crescita demografica e i processi di urbanizzazione spingevano verso il basso i salari e così anche l’azione delle macchine. Particolarmente esposti ai processi di proletarizzazione si trovarono le donne e i bambini, il cui lavoro era privo di protezione e adatto alle esigenze della fabbrica: richiedeva solo una monotona ripetizione di gesti semplici.
Si pensava che il proletario industriale in principio fosse composto dalla popolazione contadina espulsa dalle campagne dall’avanzare delle recinzioni. Nel periodo del 1770-1830 più che lo sviluppo del capitalismo rurale fu l’aumento della popolazione a fornire manodopera alle industrie. Ci fu inoltre l’immigrazione in Inghilterra dei più miserabili contadini irlandesi che svolgevano le mansioni meno qualificate e si accontentavano di salari più bassi degli operai inglese. A metà dell’800 solo poco più di un quarto della popolazione attiva era coinvolta nei settori produttivi moderni e dopo il 1830 la disoccupazione tecnologica provocata dall’introduzione delle macchine, rese definitivamente irreversibili la crisi e la proletarizzazione dei tessitori tradizionali.
La rivoluzione industriale si sostanziò in un aumento considerevole della popolazione e dei profitti utilizzati come capitali da reinvestire. L’autofinanziamento degli investimenti fu più diffuso del ricorso alle banche. L’industriale poteva così comprare altre materie prime e nuovi macchinari e assumere più operai per produrre di più aumentando ulteriormente il capitale da investire. Tre fattori giocarono a favore di questa spirale, non tenendo conto delle crisi economiche periodiche provocate dagli eccessi di investimenti e dalla sovrapproduzione:
1. l’accesso a materie prime e a fonti di energia meno care
2. la crescente disponibilità di forza-lavoro a buon mercato. Lo sviluppo tecnologico aumentava la produttività del lavoro e ne riduceva il costo.
3. l’ampia disponibilità dei mercati ad assorbire prodotti di media o bassa qualità e a prezzi accessibili.

Fra il 1750 e il 1785 i salari operai restarono piuttosto stabili. I generi di prima necessità mostrarono una tendenza al rincaro (a parte negli anni di cattivi raccolti e dopo la guerra con la Francia). L’aumento dei salari nominali non riuscì a tenere il passo con l’inflazione e questo determinò la continua erosione di salari reali il cui effettivo potere d’acquisto risultò ridotto di un terzo. Le condizioni economiche del proletario industriale ebbero un miglioramento dopo il 1830 ma un gravissimo peggioramento rispetto ad altri gruppi sociali.
La costante inferiorità dei salari agricoli rispetto a quelli industriali, ma la situazione del proletariato industriale era aggravata dalla lunghezza delle giornate di lavoro (dalle 12 alle 14 ore), dall’estremo disagio di un lavoro monotono in ambienti rumorosi e poco confortevoli, soggetto a dura disciplina e insicurezza sul lavoro.
Gli uomini nell’industria tessile erano abitualmente sostituiti con donne e bambini: l’intera industria delle confezioni (vestiti) era riservata alle donne, mentre nell’estrazione minerario gli uomini erano spesso affiancati da bambini. Si trattava di forza-lavoro che poteva essere pagata meno, che aveva un comportamento più docile e si adattava più facilmente alle regole del sistema di fabbrica. La generazione di bambini di quel periodo era inevitabilmente privo di ogni istruzione e formazione morale e religiosa, trovandosi esposti a una vita più breve e disordinata.
Alla fine del 18° secolo i lavoratori cominciarono a opporti e a ribellarsi prima nella maniera più disorganizzata e spontanea detta luddismo che consisteva nella distruzione delle macchine, poi attraverso forme di associazione come leghe e sindacati. Il luddismo ebbe tre ondate: la prima riguardò soprattutto i tessitori a mano, nella quale furono incendiate e assaltate molte fabbriche, una seconda ondata riguardò gli operai dei cotonifici e dei lanifici, e la terza ondata riguardò le campagne e si sostanziò nella distruzione di trebbiatrici. Gli autori di luddismo caddero sotto rigori di una legge penale che arrivò fino alla pena di morte. Nel 1802 il parlamento inglese si limitò in principio a regolamentare il lavoro degli apprendisti e dei minori ma senza istituire adeguati metodi di controllo, quanto agli adulti una legge riconobbe il loro diritto di associarsi per motivi economici e assistenziali.

La supremazia inglese

Verso il 1830 l’Inghilterra era l’officina del mondo: la supremazia dell’Inghilterra era stata in parte favorita dal fatto che già prima della rivoluzione industriale i suoi commerci erano estesi in tutto il mondo. La grande e la piccola nobiltà era stata sempre più attratta dalle attività economiche nel grande commercio coloniale e nella produzione agricola destinata a essere venduta sui mercati. La borghesia industriale e commerciale poté sviluppare i propri affari con il favore o almeno la benevola neutralità dello stato: il parlamento inglese seppe riconoscere l’importanza della nova industria cotoniera ed eliminò ogni restrizione legale al suo sviluppo. Tali condizioni favorevoli non esistevano negli altri paesi europei.
Lo sviluppo economico inglese si era affermato nell’industria cotoniera ed era dovuta alla produzione di carbon fossile, alla produzione di ghisa, all’impiego di macchine a vapore e, successivamente, alle costruzioni di ferrovie, settore in cui l’Inghilterra aveva il primato. Negli altri settori alcune isole di industrializzazione avevano cominciato a comparire in diversi stati europei, i quali imitarono anche le innovazioni che avevano trasformato l’economia inglese. Macchine relativamente semplici richiedevano piccole quantità di capitale per la loro costruzione e potevano essere affidate a una manodopera non specializzata e a basso costo. Ciò consentiva profitti facili ed elevati. Il trasferimento delle tecnologie era più semplice che la creazione delle condizioni economiche adatte a favorire lo sviluppo industriale come un mercato intero non intralciato da dazi e dogane, come la possibilità di trasferire la manodopera dove questa era richiesta, come l’esistenza di una potenziale domanda di beni di media qualità e basso costo. Industrie moderne riuscirono ad affermarsi dapprima solo in Belgio e in alcune regioni della Francia, successivamente (dopo il 1830) la rivoluzione industriale cominciò a propagarsi in Svizzera, Svezia, Germania e poi in Olanda, Austria e Italia. Dalla seconda metà del 19°secolo essa raggiunse anche gli Stati uniti e il Giappone.
La storia contemporanea è in gran parte la storia della diffusione del progresso di industrializzazione, ma anche delle trasformazioni che essa produsse nelle forme di governo, nelle relazioni tra classi e gruppi sociali nel modo stesso di pensare degli uomini.
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